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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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§. II. Del prender le confessioni.

 

Disse il gran pontefice s. Pio V.: Dentur idonei confessarii; ecce omnium christianorum plena reformatio. Chi vuol essere idoneo e buon confessore bisogna prima di tutto che consideri essere un tale offizio molto difficile e molto pericoloso, perciò chiamato dal concilio di Trento angelicis humeris formidandum2. E qual cosa di maggior pericolo può esservi, dice s. Lorenzo Giustiniani, che imporsi il peso di rendere conto della vita degli altri? Periculosa res est pro peccatoribus se fideiussorem constituere3. In niuna materia, disse s. Gregorio, si erra con maggior pericolo che in questa: Nullibi periculosius erratur4. È certo che se un'anima si perde per colpa del confessore, il Signore da lui ne vuol conto: Requiram gregem meum de manu eorum5. E l'apostolo scrisse: Obedite praepositis vestris... Ipsi enim pervigilant, quasi rationem pro animabus vestris


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reddituri1. Onde scrisse poi s. Gregorio che quanti sono i penitenti, tante anime, per così dire, ha il confessore di cui rendere conto: Quot regendis subditis praeest, reddendae apud iudicem rationis tempore, ut ita dicam, tot solus animas habet2. E il Grisostomo scrisse: Si horremus dum peccatorum propriorum rationem reddituri sumus, quid illi expectandum est qui multorum causas sit dicturus3?

 

Ciò va detto non già per quei buoni sacerdoti che, dotati di santo timore, procurano prima di abilitarsi quanto conviene a questo grande officio e poi mettonsi ad esercitarlo pel solo desiderio di portare anime a Dio; ma solamente si dice a rispetto di coloro che per fini mondani o d'interesse temporale o di stima propria ed alle volte senza la bastante scienza vanno a prendere la confessione. Dice s. Lorenzo Giustiniani: Gratia indiget plurima et sapientia non modica qui animas ad vitam resuscitare conatur4. Chi dunque vuol esser confessore primieramente ha bisogno d'una grande scienza. Alcuni stimano una cosa molto facile la scienza della morale: ma giustamente scrive il Gersone che questa tra le scienze è la più difficile di tutte. E prima lo disse s. Gregorio papa: Ars artium regimen animarum5. E s. Gregorio nazianzeno: Scientia scientiarum mihi esse videtur hominem regere. Parimente s. Francesco di Sales dicea che l'officio di confessare è il più importante e il più difficile di tutti. E con ragione: il più importante, perché importa la salute eterna, ch'è il fine di tutte le scienze; il più difficile, perché la scienza morale richiede la notizia di molte altre scienze ed abbraccia tante materie disparate: oltre il rendersi ella difficilissima, per causa che, secondo le tante diverse circostanze de' casi, diverse debbon essere le risoluzioni; giacché un principio, per esempio, che corre per un caso vestito d'una tal circostanza non correrà poi in un altro vestito d'una circostanza diversa.

 

Taluni sdegnano di leggere i moralisti, dicendo che basta, per confessare, sapere i principj generali della morale, con cui facilmente, come dicono, si sciolgon poi i casi particolari. Rispondo: è certo che tutt'i casi han da risolversi per via de' principj; ma qui sta la difficoltà, in applicare a' casi i giusti principj che loro convengono. E questo è quel che han fatto i moralisti: han procurato di chiarire con quali principj debbansi risolvere molti casi particolari. Oltreché, oggidì vi sono tante leggi positive di bolle e di decreti, oltre i canoni antichi, che il confessore è obbligato a sapere: e di queste leggi difficilmente potrà avere bastante notizia chi non legge gli autori di morale. Giustamente dice il dotto autore dell'Istruzione pei confessori novelli6, che molti teologi, quanto son profondi nelle scienze speculative, altrettanto sono scarsi nella morale. Ma all'incontro scrive mons. Sperelli7 che molto errano quei confessori che si danno tutti allo studio della scolastica, stimando quasi tempo perduto lo studio della morale; e poi, come dice, avviene che non sanno distinguere lebbra da lebbra. Indi soggiunge queste parole: Qui error confessarios simul et poenitentes


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in aeternum interitum trahet. Bisogna dunque persuadersi che per confessare si richiede molta scienza ed ancora molta prudenza; poiché colla sola scienza, senza prudenza, il confessore poco profitterà e ad alcuni apporterà più danno che utile.

 

Maggiormente poi gli è necessaria la santità per ragione della gran fortezza che dee avere il confessore in esercitare il suo officio: Nemo, nisi valde sanctus, disse s. Lorenzo Giustiniani, absque sui detrimento proximorum curis occupatur. Primieramente il confessore ha bisogno d'un gran fondo di carità in accogliere tutti, poveri, rozzi e peccatori. Alcuni confessano solamente le anime divote, ma se poi si accosta un povero villano imbrogliato di coscienza, lo sentono con impazienza e lo licenziano con ingiurie. E quindi avviene che quel miserabile, il quale avrà avuto a farsi una gran forza per venire a confessarsi, vedendosi poi discacciato in tal modo, prenderà orrore al sacramento e spavento di più accostarvisi, e disperato si abbandonerà alla vita dissoluta. A tali confessori, dice il Redentore (il quale venne a salvare i peccatori e perciò fu tutto pieno di carità) quello appunto che disse una volta a' discepoli: Nescitis cuius spiritus estis1. Ma non fanno così i confessori che son vestiti di quelle viscere di carità ch'esortava l'apostolo: Induite vos ergo, sicut electi Dei... viscera misericordiae2. Quando viene un peccatore, quanto più è perduto tanto più cercano d'aiutarlo e di usargli carità: Vos non quasi iudices criminum, scrisse Ugone da s. Vittore, ad percutiendum positi estis, sed quasi iudices morborum ad sanandum3. È necessario bensì avvertire il peccatore, per fargli conoscere lo stato miserabile e il pericolo in cui si trova di dannarsi, ma sempre con carità e con animarlo a confidare nella divina misericordia, dandogli i mezzi per emendarsi. Ed ancorché il confessore debba differirgli l'assoluzione, dee nondimeno sempre licenziarlo con dolcezza, assegnandogli il tempo del ritorno e i rimedj che frattanto ha da praticare per disporsi all'assoluzione. Questa è la via di salvare i peccatori, non già l'inasprirli con rimproveri tali che li riducano alla disperazione. Dicea s. Francesco di Sales: «Si pigliano più mosche con una goccia di mele che con una libbra d'aloe». Ma dirà taluno: per far ciò ci vuol molto tempo, e frattanto s'impediscono gli altri che aspettano. Ma si risponde esser meglio confessare uno come si dee che molti imperfettamente. E la risposta più propria si è che il confessore non ha da render conto a Dio degli altri che aspettano, ma solamente di quell'uno di cui ha cominciato già a sentir la confessione.

 

Inoltre ha bisogno il confessore d'una gran fortezza. Primieramente nel sentire le confessioni delle donne. Quanti sacerdoti per tale occasione han perduta l'anima! Si tratta con zitelle o con donne giovani, si hanno da udire le loro tentazioni ed anche spesse volte le loro cadute, perché ancor elle son di carne. La natura stessa c'inclina ad affezionarci verso le donne, e maggiormente allora che con tanta confidenza ci palesano le loro miserie: e quando sono spirituali e divote, allora, come dice l'angelico, vi è maggior pericolo d'attacco, perché


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allora maggiormente si tirano l'affetto; sicché, come riflette il santo, crescendo allora scambievolmente l'affezione, crescerà maggiormente l'attacco, che prenderà la sembianza di spirito, e così facilmente poi farà il demonio, che in fine spiritualis devotio convertatur in carnalem1. Inoltre vi bisogna una gran fortezza nel correggere i penitenti ed anche nel negare loro l'assoluzione allorché sono indisposti, senza riguardo ad alcuna loro condizione di nobiltà o di potenza, e senza far conto di alcun danno o taccia d'indiscreto o d'ignorante che da essi possa ricevere il confessore: Noli quaerere fieri iudex, nisi valeas virtute irrumpere iniquitates, ne forte extimescas faciem potentis2. Un padre della nostra congregazione avendo una volta giustamente negata l'assoluzione ad un sacerdote che si confessò in sagrestia, questi, alzandosi con superbia, non ebbe ripugnanza di dirgli in faccia: «Va che sei una bestia». Non ci è rimedio; i poveri confessori hanno da star soggetti a questi incontri, poiché spesso accade che il confessore è tenuto a negare o differire l'assoluzione quando il penitente è indisposto, o per non voler quegli soggiacere a ciò che giustamente gli viene imposto, o per esser recidivo, o pure perché sta in occasione prossima di peccare. E qui è necessario fermarci a vedere come debba portarsi il confessore co' recidivi e cogli occasionarj; mentre in ciò consiste la maggior cura che dee avere il confessore per salvare i suoi penitenti.

 

Ma prima di ciò bisogna riflettere che il confessore tanto sta in pericolo di dannarsi se portasi co' penitenti con troppo rigore quanto se lor usa troppa indulgenza. La troppa indulgenza, dice s. Bonaventura, genera presunzione; il troppo rigore genera disperazione: Cavenda est conscientia nimis larga et nimis stricta: nam prima generat praesumptionem, secunda desperationem; prima saepe salvat damnandum, secunda contra damnat salvandum3. Non v'ha dubbio che molti errano per esser troppo indulgenti: e questi fanno gran ruina; anzi, dico, la maggior mina, perché i libertini, che fanno la maggior parte, a questi confessori larghi più concorrono ed in essi trovano la loro perdizione. Ma ancora è certo che i confessori troppo rigorosi anche cagionano gran danno: Cum austeritate imperabatis eis et cum potentia; et dispersae sunt oves meae etc.4. Il troppo rigore, scrive il Gersone, ad altro non serve che per indurre le anime alla disperazione e dalla disperazione al maggior rilassamento ne' vizj: Per eiusmodi assertiones rigidas et nimis strictas in rebus universis nequaquam eruuntur homines a luto peccatorum, sed in illud profundius, quia desperatius, demerguntur5. Onde dice il medesimo: Doctores theologi non debent esse faciles ad asserendum aliqua peccata mortalia ubi non sunt certissimi de re. Lo stesso scrisse s. Raimondo: Non sis nimis pronus iudicare mortalia peccata ubi tibi non constat per certam scripturam6. Lo stesso dice s. Antonino: Quaestio in qua agitur utrum sit peccatum mortale vel non, nisi ad hoc habeatur auctoritas expressa scripturae aut canonis ecclesiae


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vel evidens ratio, periculosissime determinatur1. Poiché, come soggiunse, chi senza alcuno di tali fondamenti determina qualche azione esser mortale, aedificat ad gehennam, cioè mette le anime in pericolo di dannarsi. Di più in altro luogo il medesimo s. arcivescovo parlando de' vani ornamenti delle donne scrisse così: Ex praedictis igitur videtur dicendum quod ubi in huiusmodi ornatibus confessor invenit clare et indubitanter mortale, talem non absolvat, nisi proponat abstinere a tali crimine. Si vero non potest clare percipere utrum sit mortale, non videtur tunc praecipitanda sententia (ut dicit Guillelmus specie in quadam simili), scilicet ut deneget propter hoc absolutionem vel illi faciat conscientiam de mortali; quia faciendo postea contra illud, etiamsi illud non esset mortale, ei erit mortale, quia omne quod est contra conscientiam aedificat ad gehennam. Et cum promptiora sint iura ad solvendum quam ad ligandum2, et melius sit Domino reddere rationem de nimia misericordia, quam de nimia severitate, ut dicit Chrysostomus3, potius videtur absolvendus et divino examini dimittendus 4. Lo stesso scrive Silvestro5: Dico, secundum archiepiscopum, quod tuta conscientia potest quis eligere unam opinionem et secundum eam operari, si habeat notabiles doctores et non sit expresse contra determinationem scripturae vel ecclesiae etc. Lo stesso scrisse Giovanni Nider, il quale, riferendo prima la dottrina di Villelmo, poi soggiunge: Concordat etiam Bernardus claramontensis dicens: si sint opiniones inter magnos dicentes quod peccatum est, alii vero dicunt quod non; tunc debet consulere aliquos de quorum iudicio confidit, et secundum consilium discretorum facere et peccatum reputare vel non reputare. Ex quo enim opiniones sunt inter magnos, et ecclesia non determinavit alteram partem, teneat quam voluerit, dummodo iudicium in hoc resideat propter dicta eorum saltem quos reputat peritos6. E ciò è secondo quel che ancora scrisse s. Tomaso: Qui ergo assentit opinioni alicuius magistri contra manifestum scripturare testimonium vel contra id quod publice tenetur secundum ecclesiae auctoritarem, non potest ab erroris vitio excusari7. Dunque per contrario, secondo l'angelico, è scusato quando l'opinione fa fondamento d'autorità e non è opposta ad alcuna chiara espressione di scrittura o a definizion della chiesa. Lo stesso finalmente scrisse con maggior forza Gabriele Biel, che fiorì nell'anno 1480., dicendo: Prima opinio videtur probabilior: quia nihil debet damnari tanquam mortale peccatum de quo non habetur evidens ratio vel manifesta auctoritas scripturae8.

 

Ma veniamo al particolare, come debba in pratica portarsi il confessore con coloro che stanno nell'occasione prossima di peccare, e come cogli abituati recidivi in qualche vizio. E parlando prima di coloro che stanno nell'occasione, bisogna distinguere più sorte di occasioni. L'occasione per prima dividesi in rimota e prossima. La rimota è quella dove taluno di rado è caduto o pure quella


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in cui gli uomini, comunemente parlando, di rado soglion cadere. La prossima, parlando per sé, è quella in cui gli uomini sempre o quasi sempre soglion cadere; parlando poi per accidente o sia dell'occasione rispettiva, è quella in cui taluno frequentemente è caduto, secondo vuole la vera sentenza e più comune, contro coloro che riconoscono per occasione prossima quella sola in cui la persona sia caduta sempre o quasi sempre. Inoltre l'occasione si divide in volontaria e necessaria. La volontaria è quella che facilmente può togliersi, la necessaria che non può evitarsi senza grave danno o grave scandalo degli altri.

 

Posto ciò dicono molti dottori che chi sta nell'occasione prossima, anche volontaria, ben può essere assoluto per la prima e seconda volta, sempreché ha fermo proposito di rimoverla subito che può. Ma qui bisogna distinguere con s. Carlo Borromeo nella sua Istruzione a' confessori le occasioni che sono in essere, come quando alcuno tiene la concubina in casa, da quelle che non sono in essere, come, per esempio, chi nel giuoco o nella conversazione cade spesso in bestemmie, risse ecc. In queste occasioni che non sono in essere dice s. Carlo che quando il penitente risolutamente promette di lasciarle, può assolversi per due o tre volte; ma se poi non si vedesse emenda, dee differirsegli l'assoluzione sintanto che non ha di fatto rimossa l'occasione. Nelle altre occasioni poi che sono in essere, dice il santo che non può assolversi, se prima non ha tolta l'occasione, non bastando che lo prometta. E questa sentenza, ordinariamente parlando, dee in ogni conto tenersi, siccome coll'autorità di molti dottori ho provato nella mia opera morale1. E la ragione si è perché il penitente non sarebbe ben disposto per l'assoluzione, se volesse riceverla prima di toglier l'occasione per ragion del pericolo prossimo in cui si potrebbe mancare al proposito ed all'obbligo grave che già tiene di rimovere quell'occasione. Il toglier l'occasione prossima è una cosa molto dura e difficile, per cui vi bisogna una gran violenza. Or questa violenza difficilmente se la farà chi ha già ricevuta l'assoluzione: facilmente allora, non premuto più dal timore di restar privo dell'assoluzione, si lusingherà di poter resistere alla tentazione senza toglier l'occasione, e così, nella stessa occasione restando, certamente tornerà a cadere: come si vede colla sperienza di tanti miserabili, che, essendo assoluti da confessori troppo benigni, non tolgono poi l'occasione e così ricadono peggio di prima. Ond'è che per causa del detto pericolo di rompere il proposito fatto di rimuover l'occasione non è disposto per l'assoluzione quel penitente che vuol riceverla prima di toglier l'occasione: e perciò pecca certamente il confessore che l'assolve. E qui s'avverta, generalmente parlando, che dove si tratta di pericolo di peccati formali e precisamente di peccati turpi, il confessore quanto maggior rigore userà co' penitenti, tanto più gioverà alla loro salute. E all'incontro tanto più sarà crudele, quanto sarà con essi più benigno. S. Tomaso da Villanova chiamava tali confessori troppo benigni empiamente pii, impie pios. Una tal carità è contro la carità.

 

Si è detto: ordinariamente parlando, perché in qualche caso raro


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potrebbe il confessore assolvere alcuno prima di toglier l'occasione, come sarebbe se il penitente avesse già dimostrata una gran risoluzione di emendarsi con una gran compunzione ed all'incontro non potesse toglier l'occasione se non tra lungo tempo, o se non potesse più ritornare al medesimo confessore; o pure se v'intervenissero altre circostanze straordinarie che obbligassero il confessore ad assolverlo. Ma questi casi son rarissimi: onde difficilmente posson mai assolversi coloro che stanno nell'occasione prossima, se prima non la rimuovono; e tanto più poi se il penitente avesse promesso altre volte di toglier l'occasione e non l'avesse adempito. Né vale il dire che il penitente disposto ha stretto ius a ricever l'assoluzione dopo la confessione de' suoi peccati; mentre comunemente i dottori insegnano che non ha ius di riceverla subito che si confessa, ma il confessore ben può, anzi come medico spirituale è tenuto a differirgliela, quando ciò conosce spediente all'emenda del suo penitente.

 

Ciò corre per l'occasione volontaria: ma se l'occasione è necessaria, regolarmente parlando non v'è obbligo preciso di toglierla; poiché allora, stanteché la persona non vuole quell'occasione, ma più presto di mala voglia la soffre e la permette, perciò può sperare maggior aiuto da Dio per resistere alla tentazione. Ond'è che regolarmente chi sta nell'occasione necessaria ben può essere assoluto, purché sia risoluto di adoperare tutti i mezzi per non ricadere. I mezzi più principali che debbono assegnarsi per l'emenda nelle occasioni necessarie sono tre. 1. La fuga dell'occasione, evitando quando si può di trattar da solo a solo, di parlar con confidenza ed anche di guardare la persona del complice. 2. L'orazione o sia la preghiera, cercando continuamente aiuto da Dio e dalla b. Vergine per resistere. 3. La frequenza de' sacramenti, cioè della confessione e della comunione, per cui si riceve forza a resistere. Ho detto, regolarmente, perché quando il penitente con tutti i mezzi usati sempre ricadesse, senza alcuna emenda, allora vuol la sentenza più comune e più vera, la quale dee tenersi, che non può essere assoluto se non lascia l'occasione, ancorché avesse a perdervi la vita (etiam cum iactura vitae, come parlano i dd.); poiché la vita eterna dee preferirsi alla temporale. Aggiungo: benché nell'occasione necessaria, parlando secondo le regole della morale, può esser assoluto il penitente quando è disposto, nulladimeno, quando l'occasione è di senso, sempre sarà spediente, ordinariamente parlando, che gli si differisca l'assoluzione sin tanto che non si vede colla sperienza conveniente di qualche tempo notabile, come di venti o trenta giorni, che il penitente siasi portato fedelmente nel praticare i mezzi e non sia più ricaduto. Aggiungo di più che quando il confessore già conosce spediente il differir l'assoluzione, egli è tenuto a differirla, mentre è obbligato il confessore a prendere i rimedj più atti per l'emenda del suo penitente. Dico inoltre che in materia di senso, quando taluno è abituato da molto tempo nelle impudicizie, a costui non basterà il fuggire le occasioni prossime, ma gli sarà necessario lo staccarsi anche da certe occasioni le quali per sé sarebbero forse rimote, ma a rispetto di lui, divenuto molto debole


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per le tante ricadute fatte e per la tendenza acquistata ad un tal vizio, non saranno più rimote, ma prossime.

 

Parlando in secondo luogo dei recidivi, bisogna distinguere i recidivi dagli abituati. Gli abituati son quelli che son caduti abitualmente in alcun vizio, ma di tal mal abito non si sono mai confessati. Costoro, se son disposti col vero pentimento e col proposito di prendere i mezzi atti per resistere al mal abito contratto, ben possono essere assoluti nella prima volta che se lo confessano, o pure quando si confessassero di tal vizio dopo avere per qualche tempo notabile ritrattato già il mal abito. Avvertasi non però che quando il penitente ha già contratto il mal abito, specialmente se il mal abito è invecchiato, ben può il confessore differirgli l'assoluzione, per vedere colla sperienza come il penitente si porti nel mettere in pratica i mezzi assegnati. I recidivi all'incontro son quelli che dopo la confessione son ricaduti nello stesso mal abito senza alcuna emenda. Costoro non possono essere assoluti co' soli segni ordinarj, cioè col confessare i peccati e dire che si pentono e propongono; essendo stata giustamente dannata da Innocenzo XI. la proposizione 60. che dicea: Poenitenti habenti consuetudinem peccandi contra legem Dei, naturae aut ecclesiae, etsi emendationis spes nulla appareat, nec est neganda nec differenda absolutio, dummodo ore proferat se dolere et proponere emendationem. E la ragione si è perché sebbene la stessa confessione col dolore e proposito che asserisce d'avere il penitente abituato già dieno una tal quale certezza morale ch'egli sia disposto, senza presunzione in contrario, nulladimeno, quando v'è l'abito contratto e vi sono di più le ricadute dopo l'assoluzione senza alcuna emenda, queste danno gran sospetto che il dolore e il proposito che il penitente asserisce d'avere non sieno veraci. Onde a costoro dee differirsi l'assoluzione sin tanto che non si provi coll'emenda di qualche tempo e coll'esercizio de' mezzi assegnati la loro buona disposizione. E qui s'avverta ancora che ciò corre per li recidivi non solo ne' peccati mortali, ma anche ne' veniali, i quali da molti penitenti si confessano per uso, ma senza dolore e proposito. Se questi vogliono l'assoluzione, il confessore faccia almeno che mettano la materia certa con confessarsi di qualche colpa più grave della vita passata di cui abbian vero pentimento e proposito.

 

Per assolvere dunque tali recidivi o vi bisogna la prova del tempo o almeno vi bisognano segni straordinarj della disposizione, che facciano apparire (contro quel che dicea la proposizione dannata) qualche fondata speranza dell'emenda. Questi segni sono, secondo parlano i dottori, per 1. una gran compunzione palesata con lagrime o con parole uscite non dalla bocca, ma dal cuore; le quali alle volte fanno apparire la disposizione meglio che le lagrime. Per 2. il numero notabilmente diminuito de' peccati, posto che il penitente siasi già ritrovato nelle stesse occasioni e tentazioni. Per 3. la diligenza usata per non ricadere, fuggendo le occasioni ed eseguendo i mezzi prescritti, o pure una gran resistenza fatta prima di ricadere. Per 4. se il penitente dimanda rimedj o nuovi mezzi per liberarsi dal peccato con vero animo


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d'emendarsi. 5. Se viene a confessarsi non già per certo uso pio fatto, come in tempo di Natale o in altra festa determinata; né spinto dai genitori o dal padrone o dal maestro, ma veramente mosso da lume divino per mettersi in grazia di Dio: massimamente se il penitente è venuto a confessarsi con grande suo incomodo, v. gr. facendo un lungo viaggio, pure s'è venuto dopo un gran contrasto e violenza, che ha fatta a se stesso. Per 6. se ha ricevuta la spinta a confessarsi da qualche predica intesa o morte succeduta o flagello imminente o da altro motivo straordinario spirituale. Per 7. se si confessa di peccati prima lasciati per rossore. Per 8. se dall'ammonizione che gli fa il confessore dimostra di acquistare una notabil nuova luce o nuovo orrore del suo peccato e del pericolo di sua dannazione. Alcuni dottori danno anche per segno straordinario se il penitente promette fermamente di osservare i rimedj assegnati dal confessore: ma a queste promesse di rado può aversi tanta fede che basti, se non vi è qualche altro segno; poiché i penitenti per aver l'assoluzione facilmente promettono molte cose che anche allora forse non hanno animo risoluto d'osservare.

 

Quando dunque vi sono questi segni straordinarj può il confessore assolvere il penitente recidivo; ma può ancora differirgli l'assoluzione per qualche tempo, quando lo conosce spediente al di lui profitto. Se poi sia sempre spediente in tali casi differir l'assoluzione al penitente disposto, in ciò alcuni dottori lo negano: altri l'affermano, purché la dilazione non apporti nota d'infamia al penitente, v. g. s'egli, dovendo lasciar per allora la comunione, desse positivo sospetto agli altri del peccato commesso. Del resto io son di sentimento, come ho scritto nella mia Istruzione a' confessori, al capo ultimo §. 2., che quando non vi è l'occasione estrinseca, ed i peccati si son commessi per fragilità intrinseca, siccome sono le bestemmie, odj, polluzioni, dilettazioni morose ec., rare volte sarà spediente che differiscasi l'assoluzione, perché sempre potrà sperarsi più dall'aiuto della grazia che riceve il penitente con essere assoluto che dal mezzo della dilazione. Ma quando poi v'è l'occasione estrinseca, ancorché necessaria, stimo sempre, come dissi di sopra, essere spediente, anzi per lo più necessario per l'emenda del penitente, benché disposto, che gli si differisca l'assoluzione.

 




2 Sess. 6. c. 1.



3 De iustif. etc. c. 6. c. 3.



4 Pastor. part. 1 c. 1.



5 Ezech. 34. 10.



1 Hebr. 13. 17.



2 L. 24. mor. c. 16.



3 L. 3. de sacerd. c. ult.



4 De compunct. p. 2. p. 7.



5 Pon. past. p. 1. cap. 1.



6 P. 1. n. 18.



7 De episc. p. 3. c. 4.



1 Luc. 9. 55



2 Coloss. 3. 12.



3 Misc. 1. l. 1. tr. 49. t. 3.



1 Opusc. 64. de peric. famil. etc.



2 Eccli. 7. 6.



3 Comm. theol. de verit. 1. 2. c. 32. n. 1.



4 Ezech. 34. 4. et 5.



5 Lib. 4. p. 3. de vita spir. lect. 4.



6 L. 3. de poenit. §. 21.



1 Part. 2. tit. 1. c. 11. §. 28.



2 Can. Ponderet, dist. 1.



3 Can. Alligant, 26. quaest. 7.



4 Summa, part. 2. tit. 4. c. 5. §. In quantum.



5 Verb. Scrupulus.



6 Consolat. an. timor. 3. p. c. 20.



7 Quodlib. 3. a. 10.



8 In 4. disp. 16. q. 4. concl. 5.



1 Lib. 6. n. 434.






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