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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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ISTRUZ. VI. Circa l'umiltà.

 

Hoc discite a me, quia mitis sum et humilis corde6. L'umiltà e la mansuetudine furono le due virtù dilette di Gesù Cristo, nelle quali singolarmente volle essere imitato da' suoi discepoli. Parliamo prima dell'umiltà, appresso parleremo della mansuetudine. Dice s. Bernardo: Tanto quisque debet esse humilior, quanto est sublimior7. Il sacerdote dunque


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quanto è più grande nella sua dignità, tanto più dee esser umile; altrimenti se cade in peccato, quant'è maggiore l'altezza dalla quale cade, tanto maggiore sarà la sua rovina. Onde disse s. Lorenzo Giustiniani che l'umiltà ha da essere la gioja più cara del sacerdote che in esso risplenda: Humilitas est sacerdotum gemma1. E s. Agostino: In summo honore summa sit humilitas2. E prima disse Gesù Cristo: Qui maior est in vobis, fiat sicut minor3. L'umiltà è verità; perciò disse il Signore che se sapremo separare il prezioso dal vile, cioè quel ch'è di Dio, da ciò ch'è nostro, saremo simili alla sua bocca, che dice sempre il vero: Si separaveris pretiosum a vili, quasi os meum eris4. Onde bisogna pregar sempre, come pregava s. Agostino: Noverim me, noverim te5. Ciò anche replicava sempre a Dio s. Francesco d'Assisi, dicendo: «Chi sei tu e chi son io?» ed ammirando in Dio la di lui grandezza e bontà ed in sé la sua indegnità e miseria. Così i santi a vista di quell'infinito bene si abbassano sino al fondo della terra, quanto più conoscono Dio, tanto più si vedono poveri e difettosi. I superbi, perché privi di luce, poco vedono la loro viltà.

 

Andiamo dunque separando ciò ch'è nostro da quello ch'è di Dio. Altro non è nostro che la miseria e la colpa. E che altro siam noi che un poco di polvere puzzolente, infetta di peccati? E possiamo insuperbirci: Quid superbis terra et cinis6? La nobiltà, le ricchezze, i talenti, l'abilità e gli altri doni di natura non sono che una veste posta sopra d'un povero mendico. Se vedeste un mendico che si gloriasse d'una veste ricamata che gli è posta sopra, non lo stimereste un pazzo? Quid autem habes, quod non accepisti? Si autem accepisti, quid gloriaris, quasi non acceperis7? Che cosa abbiamo noi che non ci sia stato dato da Dio e che non ce lo possa togliere quando vuole? Tanto più poi sono di Dio i doni di grazia che ci fa, e noi gl'imbrattiamo con tanti nostri difetti, distrazioni, fini disordinati ed impazienze: Quasi pannus menstruatae universae iustitiae nostrae8. Sicché dopo aver dette le nostre messe, gli officj, le orazioni, quando forse ci riputiamo più illuminati e più ricchi di meriti, allora più meritiamo che il Signore ci rimproveri ciò che disse a quel vescovo dell'apocalisse: Dicis... dives sum... Et nescis quia tu es miser... et caecus et nudus9. Pertanto scrive s. Bernardo: Quidquid minus est fervoris, humilitas suppleat confessionis10. Almeno se ci conosciamo poveri e difettosi innanzi a Dio, umiliamoci e confessiamo le nostre miserie. S. Francesco Borgia, consigliato mentr'era secolare, da un sant'uomo che, se voleva fare un gran profitto, non lasciasse ogni giorno di pensare alle sue miserie, il santo, ricordandosi poi di ciò, spendeva ogni giorno le prime due ore di orazione nella cognizione e dispregio di se stesso; e così si fece santo e lasciò a noi tanti belli esempj di umiltà.

 

Dice s. Agostino: Altus est Deus: humilias te, et descendit ad te; erigis te, et fugit a te11. Agli umili ben si unisce il Signore e li arricchisce di grazie; ma da' superbi si allontana e fugge: Abominatio Domini est omnis arrogans.12. Il superbo è l'odio


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di Dio: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam1. Le orazioni degli umili sono esaudite da Dio: Oratio humiliantis se nubes penetrabit, nec discedet, donec Altissimus aspiciat2. All'incontro le orazioni dei superbi sono ributtate da Dio, resistit. I superbi sono mirati dal Signore come da lontano: Dominus humilia respicit, et alta a longe cognoscit3. Quando noi guardiamo alcuni da lungi, non li conosciamo; così Iddio finge, per così dire, di non conoscere e non ascoltare i superbi che lo pregano. Allorché essi lo chiamano, risponde loro: Amen dico vobis, nescio vos4. Sono in somma i superbi l'odio di Dio e l'odio degli uomini: Odibilis coram Deo est et hominibus superbia5. Talvolta gli uomini son costretti dalla necessità ad onorare esternamente questi superbi, ma nel loro concetto poi li abbominano e li vituperano anche appresso degli altri: Ubi fuerit superbia, ibi erit et contumelia6. S. Girolamo parlando dell'umiltà di s. Paolo, scrisse lodandola così: Fugiendo gloriam, gloriam merebatur, quae virtutem quasi umbra sequitur, et appetitores sui deserens appetit contemptores. Siccome l'ombra siegue chi la fugge e fugge da chi la siegue; così la gloria va appresso a chi la disprezza e fugge da chi la cerca: Qui autem se exaltaverit, humiliabitur, et qui se humiliaverit, exaltabitur7. Un sacerdote, per esempio, avrà fatta una buona opera; s'egli tace, tutti in saperla lo loderanno; ma s'egli la va pubblicando per riceverne lodi, in vece di lodi ne riceverà vituperj. Che vergogna, dice s. Gregorio, è vedere i maestri che insegnano l'umiltà, farsi col loro esempio maestri di superbia! Doctores humilitatis, duces superbiae8! Né vale il dire: Io manifesto per far sapere il fatto e farne lodare il Signore: Qui enim non tacuerit, dice Seneca, non tacebit auctorem. Ognuno che sentirà da te l'opera fatta, stimerà che la racconti per esserne lodato; e così perderai la stima appresso gli uomini e il merito appresso Dio; il quale vedendoti già lodato secondo il tuo desiderio, ti dirà quel che disse a coloro del vangelo: Amen dico vobis, receperunt mercedem suam9. Dice il Signore che tre specie di peccatori specialmente abbomina: Tres species odivit anima mea... Pauperem superbum, divitem mendacem, senem fatuum10. Ma il primo tra questi ad essere odiato da Dio è il povero ch'è superbo.

 

Ma veniamo alla pratica. Vediamo che abbiam da fare per essere veramente umili, non di nome, ma di fatto. Per prima bisogna che concepiamo un gran timore del vizio della superbia; poiché come di sovra si è detto, Iddio resiste a' superbi e li priva delle sue grazie. Un sacerdote, specialmente per conservarsi casto, ha bisogno d'una speciale assistenza di Dio. Ma un sacerdote superbo come potrà osservar la castità, se in pena della sua superbia il Signore lo priverà del suo aiuto? L'alterigia, dice il Savio, è segno di prossima ruina: Ante ruinam exaltatur spiritus11. Che perciò giunse a dire s. Agostino che a' superbi in certo modo giova il cadere in qualche peccato manifesto, affinché da ciò imparino ad esser umili e ad abborrire se stessi: Audeo


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dicere, superbis esse utile cadere in aliquod apertum peccatum, unde sibi displiceant1. Ciò appunto avvenne a Davide, il quale cadde in adulterio per non esser umile, siccome egli poi confessò piangendo: Priusquam humiliarer ego deliqui2. Dice s. Gregorio che la superbia è il seminario dell'impudicizia, essendo che taluni, mentre dallo spirito dell'alterigia son portati in alto, son poi dalla carne miseramente precipitati all'inferno: Multis saepe superbia luxuriae seminarium fuit; dum eos spiritus in altum evexit, caro in infernum mersit3. Colla superbia facilmente si accompagna lo spirito d'impurità: Spiritus fornicationum in medio eorum... Et respondebit arrogantia Israel in facie eius4. Dimandate a colui perché sempre ricade nelle stesse laidezze: respondebit arrogantia; risponderà per lui la superbia, ch'ella n'è la cagione, mentre quel superbo ha una grande stima di se stesso, e perciò il Signore lo castiga, permettendo che resti immerso nelle sue sozzure; castigo, come dice l'apostolo, dato già un tempo per la loro superbia a' sapienti del mondo: Tradidit illos Deus in desideria cordis eorum, in immunditiam, ut contumeliis afficiant corpora sua in semetipsis5.

 

Il demonio non ha timore de' superbi. Una volta, come narra Cesario6, essendosi condotto un ossesso ad un monastero cisterciense, il priore condusse seco un religioso giovine, riputato di molta virtù, e disse al demonio: «Se questo monaco ti comanderà d'uscire, avrai ardimento di restare? No, rispose il nemico, non ho paura di costui, perché è superbo». Dicea il b. Giuseppe Calasanzio che il demonio d'un sacerdote superbo se ne serve come d'una palla da giuoco: viene a dire che lo gitta e lo fa cader dove vuole. Perciò i santi han temuto più della superbia e della vanagloria che d'ogni altro mal temporale che avesse potuto loro avvenire. Narra il Surio d'un santo uomo che per li miracoli che facea era molto stimato ed onorato: costui vedendosi spesso assalito dalla vanagloria, pregò il Signore che lo facesse invasare dal demonio; e fu esaudito, restando ossesso per cinque mesi, dopo i quali fu liberato poi dallo spirito infernale ed insieme dallo spirito della vanità che lo tormentava. A questo fine permette il Signore che anche i santi sieno molestati da tentazioni impure: ed anche pregato, li lascia a combattere, come avvenne a s. Paolo che scrisse: Et ne magnitudo revelationum extollat me, datus est mihi stimulus carnis meae, angelus Satanae, qui me colaphizet. Propter quod ter Dominum rogavi ut discederet a me; et dixit mihi: Sufficit tibi gratia mea; nam virtus in infirmitate perficitur7. Sicché, dice s. Girolamo, a s. Paolo fu dato lo stimolo della carne per ammonirlo a conservarsi umile: Hic monitor datus est Paulo ad terendam superbiam8. Quindi conclude s. Gregorio: Per humilitatis custodiam servanda est munditia castitatis. Facciamo qui un'altra riflessione. Il Signore per umiliare la superbia del popolo egiziano mandò a molestarlo non già gli orsi o leoni, ma le rane. Che voglio dire? Iddio permette alle volte che siam molestati da certe parolette intese, da


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certe piccole avversioni, da certe coserelle da niente, acciocché così conosciamo la nostra miseria e ci umiliamo.

 

Per secondo bisogna che ci guardiamo dal gloriarci di qualunque bene che succede per opera nostra: e tanto più noi che siamo sollevati all'altezza del sacerdozio. Troppo grandi sono gli officj a noi commessi. A noi sta commesso il grande officio di sacrificare a Dio il suo medesimo Figlio. A noi è raccomandata la cura di riconciliare i peccatori con Dio colla predicazione o coll'amministrazione de' sacramenti: Dedit nobis ministerium reconciliationis1. Noi siamo gli ambasciadori e vicarj di Gesù Cristo, fatti lingue dello Spirito santo: Pro Christo ergo legatione fungimur, tamquam Deo exhortante per nos2. Dice s. Girolamo che i monti più alti son più combattuti da' venti: quanto più alto dunque è il nostro ministero, tanto più siamo soggetti ad esser vessati dalla vanagloria. Siamo da tutti stimati, tenuti per dotti, per santi. Chi sta ne' luoghi alti, facilmente patisce giravolte di testa. Quanti sacerdoti per non essere umili son miseramente caduti in precipizj. Montano giunse a far miracoli e poi per l'ambizione divenne eresiarca. Taziano scrisse tanto e così bene contro gl'idolatri, e similmente per la superbia divenne eretico. Fra Giustino Francescano giunse ai gradi più alti della contemplazione, e per l'alterigia morì apostata e dannato. Narrasi nella vita di s. Palemone che un certo monaco, camminando sulle brace, se ne vantò dicendo: «Chi di voi cammina sui carboni senza bruciarsi?» Lo corresse s. Palemone: ma il misero, restando gonfio di sé, cadde poi in peccato e morì in cattivo stato. L'uomo spirituale ch'è superbo è un ladro peggiore degli altri, mentre si usurpa, non le robe, ma la gloria di Dio. Perciò s. Francesco pregava: Signore, se mi date qualche bene, custoditevelo voi, perché altrimenti io ve lo rapirò. E così ancora bisogna che preghiamo noi sacerdoti, e diciamo con s. Paolo: Gratia... Dei sum id quod sum3. Giacché noi non siamo abili, non dico a fare opere buone, ma neppure ad avere un buon pensiero da per noi: Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis4.

 

Quindi ci avvertì il Signore: Cum feceritis omnia quae praecepta sunt vobis, dicite: Servi inutiles sumus; quod debuimus facere fecimus5. Tutte le opere nostre qual utile mai posson recare a Dio? che bisogno mai può avere Dio Dei nostri beni? Deus meus es tu, dicea Davide, quoniam bonorum meorum non eges6. E Giobbe: Porro si iuste egeris…, quid de manu tua accipiet7? Che cosa può ricever da te Iddio che lo renda più ricco? Inoltre siamo servi inutili, perché tutto è niente quanto facciamo per un Dio, che merita un infinito amore e che tanto ha patito per amor nostro. Onde scrisse di sé l'apostolo: Si evangelizavero, non est mihi gloria; necessitas enim mihi incumbit8. Quanto operiamo per Dio, a tutto siam tenuti per obbligo e per gratitudine. Tanto più che quanto facciamo è più opera sua che nostra. Chi non deriderebbe le nubi, se si vantassero delle pioggie che mandano? così parla s. Bernardo: Si glorientur


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nubes quod genuerint imbres, quis non irrideat? Indi soggiunge che nelle opere de' santi bisogna lodare non tanto i santi che le fanno, quanto Iddio che opera per loro mezzo: Lauda Deum in sanctis suis, qui in ipsis manens facit opera1. Lo stesso dice s. Agostino: Si quid boni est, parvi vel magni, donum suum est, et nostrum nonnisi malum est2. Ed in altro luogo parlando a Dio scrive: Quisquis tibi enumerat merita sua, quid tibi enumerat, nisi munera tua3?

 

E perciò quando operiamo qualche bene, bisogna che diciamo al Signore: Quae de manu tua accepimus, dedimus tibi4. S. Teresa quando facea qualche opera buona o la vedea fare da altri, poneasi a lodarne Dio, dicendo che tutto da lui s'operava. Quindi avverte s. Agostino che dove non precede l'umiltà, tutto quel che facciamo di bene, la superbia ce lo rapisce: Nisi humilitas praecesserit, totum extorquet de manu superbia5. Ed altrove: Superbia bonis operibus insidiatur, ut pereant6. Dicea per tanto il b. Giuseppe Calasanzio che quanto più alcuno vedesi da Dio favorito di grazie particolari, tanto più dee umiliarsi per non perdere tutto. Tutto si perde per ogni poco di stima che abbia l'uomo di se stesso. Chi fa molte opere virtuose, ma senza umiltà, dice s. Gregorio, è come spargesse polvere al vento: Qui sine humilitate virtutes congregat, quasi in ventum pulverem portat7. Scrisse Tritemio: Caeteros contemsisti, caeteris peior factus es. I santi non solamente non si sono mai gloriati di alcuno lor pregio, ma più presto han cercato di far palesi agli altri quelle cose che ridondavano in lor vilipendio. Il p. Villanova della compagnia di Gesù non avea ripugnanza di far sapere a tutti che il suo fratello era un povero faticatore. Il p. Sacchini, anche gesuita, incontrandosi in pubblico col padre, ch'era un povero mulattiero, subito andò ad abbracciarlo, dicendo: «Oh ecco mio padre». Leggiamo le vite de' santi, e ci passerà la superbia; ivi leggeremo altre gran cose che essi han fatte, a vista delle quali ci vergogneremo del molto poco che abbiamo fatto noi.

 

Per terzo bisogna che viviamo con una continua diffidenza di noi stessi. Se Dio non ci assiste, non possiamo conservarci in sua grazia: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam8. E se Dio non opera in noi non possiamo fare alcun bene: Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam9. Alcuni santi con mediocre dottrina han convertiti popoli intieri. S. Ignazio di Loiola con certi discorsi che facea in Roma alla semplice e con parole anche improprie, perché non sapea bene la lingua italiana, ma perché eran parole che uscivano da un cuore umile ed innamorato di Dio, facea tal profitto che gli ascoltanti andavano subito a confessarsi con tante lagrime che appena potean parlare10. All'incontro certi dotti con tutta la loro scienza e facondia, predicando non convertono un'anima. Di costoro si avvera quel che dice Osea: Da eis vulvam sine liberis et ubera arentia11. Tali predicatori perché sono gonfj del lor sapere, son madri sterili di solo nome e senza figli. E se mai vi sono figli


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altrui, bambini che voglion latte, si moriranno di fame, perché le poppe de' superbi son piene di vento e di fumo, ma secche di latte. Scientia inflat, caritas vero aedificat1. A questo male stan soggetti i dotti. È difficile, come scrisse il card. Bellarmino ad un suo nipote, che un dotto sia molto umile, che non dispregi gli altri, non censuri i loro fatti, non sia di proprio giudizio, e che volentieri si sottometta agli altrui giudizj e correzioni. È vero che quel che si predica non dee esser detto a caso, ma considerato e studiato; ma dopo che abbiamo studiata la predica e dopo che l'abbiam detta con felicità e spirito, dobbiam dire: Servi inutiles sumus, e sperarne il frutto non dalle nostre fatiche, ma dalla mano di Dio. E qual proporzione mai possono avere le nostre parole colla conversione dei peccatori? Numquid gloriabitur securis contra eum qui secat in ea.2? Forse la scure può dire a chi ha reciso l'albero: quest'albero l'ho tagliato io, non voi? Noi siamo come tanti pezzi di ferro, che non possiamo neppure muoverci, se non ci muove Dio: Sine me nihil potestis facere3. Commenta s. Agostino: Non ait, sine me parum potestis facere, sed nihil4. E l'apostolo disse: Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis5. Se non possiamo avere neppure un buon pensiero da per noi, quanto meno potremo da per noi fare un'opera buona? Neque qui plantat est aliquid, neque qui rigat, sed qui incrementum dat Deus6. Non già il predicatore o il confessore che parla fa crescer le anime nella virtù, ma è Dio che fa tutto. Scrisse pertanto il Grisostomo: Nos dicamus inutiles, ut utiles efficiamur7. Onde quando ci sentiamo lodati, subito diamone l'onore a Dio, a cui tocca, dicendo: Soli Deo honor et gloria8. E quando ci viene imposto qualche officio o altra opera dall'ubbidienza, allora non diffidiamo, guardando la nostra inabilità, ma confidiamo in Dio, che ci parla per bocca del superiore, col dirci: Ego ero in ore tuo9.

 

Dicea l'apostolo: Libenter igitur gloriabor in infirmitatibus meis, ut inhabitet in me virtus Christi10. E così dobbiamo dire ancor noi, dobbiamo gloriarci nel conoscere la nostra insufficienza, affinché acquistiamo così la virtù di Gesù Cristo, ch'è la santa umiltà. Oh le gran cose che giungono a fare gli umili! Nihil arduum humilibus, dice s. Leone11. Sì perché gli umili confidando in Dio operano col braccio divino, e perciò ottengono quanto vogliono: Qui... sperant in Domino, mutabunt fortitudinem12. Dicea il b. Giuseppe Calasanzio: chi vuole che Dio si serva di lui per cose grandi, procuri d'esser il più umile di tutti. L'umile dice: Omnia possum in eo qui me confortat13. Allorché vede che l'impresa è difficile, non diffida, ma dice: In Deo faciemus virtutem14. Gesù Cristo non volle eleggere uomini potenti e dotti per convertire il mondo, ma poveri pescatori ignoranti, perché umili e lontani dal confidare nelle proprie forze: Infirma mundi elegit Deus, ut confundat fortia... Ut non glorietur omnis caro in conspectu eius15. Inoltre ancorché ci vediamo difettosi, bisogna


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che non diffidiamo. Quantunque ci vediamo ricaduti negli stessi difetti, dopo più propositi e promesse fatte a Dio, non dobbiamo abbandonarci alla diffidenza, siccome pretende il demonio, per farci poi precipitare in maggiori peccati; ma allora più che mai dobbiam mettere la nostra confidenza in Dio, valendoci delle nostre mancanze per più confidare nella divina misericordia. E così s'intende quel che disse l'apostolo: Omnia cooperantur in bonum1. Nel qual luogo soggiunge la Glossa: Etiam peccata. Il Signore a tal fine permette alle volte che taluno cada o ricada in qualche difetto, acciocché impari così a diffidare di sé e confidare solamente nell'aiuto divino. Perciò diceva Davide: Bonum mihi quia humiliasti me2. Signore, voi avete permesse le mie cadute per mio bene, acciocché imparassi ad esser umile.

 

Per quarto sovra tutto, per acquistare l'umiltà, bisogna che accettiamo le umiliazioni che ci vengono o da Dio o dagli uomini; e che diciamo allora con Giobbe: Peccavi et vere deliqui, et ut eram dignus non recepi3. Alcuni, come avverte s. Gregorio, dicono colla bocca d'esser peccatori, scellerati e degni d'ogni dispregio; ma non lo credono, perché se vengono poi dagli altri dispregiati o ripresi, subito si disturbano. Multi, disse s. Ambrogio scrivendo a Costanzo, habent humilitatis speciem, non virtutem. Narra Cassiano che un certo monaco nello stesso mentre che protestavasi d'essere un gran peccatore e di non meritare di star sulla terra, fu corretto dall'abate Serapione d'un suo difetto notabile, ch'era di andare scorrendo per le celle degli altri oziosamente, in vece di star ritirato nella sua secondo la regola. Ma allora il monaco si turbò, e se ne turbò in modo che venne anche esternamente a dimostrarlo. L'abate allora gli disse: «Come, figliuolo, sinora ti sei dichiarato così degno di obbrobrj, ed ora ti sdegni tanto per una parola di carità che ti ho detta?» Lo stesso avviene a molti i quali vorrebbero esser tenuti per umili, ma poi non vogliono in niente essere umiliati: Est qui nequiter humiliat se, et interiora eius plena sunt dolo4. Dicea s. Bernardo che il cercar lode dall'umiltà non è umiltà, ma è distruzione dell'umiltà: Appetere de humilitate laudem, humilitatis non est virtus, sed subversio5. Poiché ciò non è altro che il fomentar la superbia coll'ambizione d'esser tenuto per umile. Chi veramente è umile, non solo ha basso concetto di sé, ma vuole che gli altri ancora sentano di lui quel ch'egli stesso ne sente: Est humilis qui humiliationem convertit in humilitatem, dice s. Bernardo. Il vero umile, quando riceve disprezzi, più s'umilia, dicendo che giustamente li merita. Avvertiamo finalmente che se non siamo umili, non solo non faremo alcun bene, ma neppure ci salveremo: Nisi... efficiamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum coelorum6. Per entrare dunque in cielo, bisogna che diventiamo fanciulli, non di età, ma di umiltà. Dice s. Gregorio che siccome la superbia è segno di riprovazione, così l'umiltà è segno di predestinazione: Reprobatorum signum est superbia, humilitas electorum7. E s. Giacomo scrisse: Deus superbis resistit,


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humilibus autem dat gratiam1. Il Signore stringe la mano alle grazie co' superbi, ma l'apre cogli umili. Sii umile, dice l'Ecclesiastico, e poi aspetta quante grazie desideri dalle mani di Dio: Humiliare Deo, et expecta manus eius2. E il nostro Salvatore disse: Amen, amen dico vobis, nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet; si autem mortuum fuerit, multum fructum affert3. Un sacerdote che muore alla stima propria farà gran frutto: ma chi non muore a se stesso e si risente a' disprezzi o confida nei suoi talenti, ipsum solum manet, resta solo e non farà frutto alcuno, né per sé né per gli altri.

 




6 Matth. 11. 29



7 De. 7. don. Sp. S. c. 7.



1 De inst. prael. c. 21.



2 De temp. serm. 213.



3 Luc. 28. 26.



4 Ier. 15. 19



5 L. de vita be.



6 Eccl. 10. 9.



7 1. Cor. 4. 7.



8 Isa. 64. 6.



9 Apoc. 3. 17.



10 Serm. de div. 26.



11 Serm. de Ascens.



12 Prov. 16. 5



1 Iac. 4. 6.



2 Eccli. 35. 21.



3 Ps. 137. 6.



4 Matth. 25. 12.



5 Eccli. 10. 7.



6 Prov. 11. 2.



7 Matth. 23. 12.



8 L. 4. ep. 66.



9 Matth. 6. 2.



10 Eccli. 25. 3. et 4.



11 Prov. 16. 18.



1 Lib. 14. de civ. Dei c. 11.



2 Ps. 118. 67.



3 L. 29. moral. c. 13.



4 Oseae 5. 4. et. 5.



5 Rom. 1. 24.



6 L. 2. c. 5.



7 2. Cor. 12. 7.



8 Ep. 27. ad Paulam.



1 2. Cor. 5. 18.



2 Ib. vers. 20.



3 1. Cor. 15. 10.



4 2. Cor. 3. 5.



5 Luc. 17. 10.



6 Ps. 15. 2.



7 Iob. 35. 7.



8 1. Cor. 9. 16.



1 Serm. 13. in Cant.



2 In soliloq.



3 L. 9. concion. c. 13.



4 1. Paral. 29. 14.



5 Ep. 5. ad Discor.



6 Epist. 56.



7 In 2. ps. poenitent.



8 Ps. 126. 1.



9 Ibid.



10 Vita 1. 3. c. 2.



11 9 14.



1 1. Cor. 8. 1.



2 Isaiae 10. 15.



3 Io. 15. 5.



4 In Io. tract. 18.



5 2. Cor. 3. 5.



6 1. Cor. 3. 7.



7 Homil. 38.



8 1. Tim. 1. 17.



9 Exod. 4. 15.



10 2. Cor. 12. 9.



11 Serm. 5. de Epiph.



12 Isa. 40. 31.



13 Philipp. 4. 13.



14 Ps. 59. 14.



15 1. Cor. 1. 27. et 29.



1 Rom. 8. 28.



2 Ps. 118. 71.



3 Iob. 33. 27.



4 Eccl. 19. 23.



5 Serm. 16. in Cant.



6 Matth. 18. 3.



7 In ps. 71. 2.



1 Iac. 4. 6.



2 13. 9.



3 Io. 12. 24. et 25.






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