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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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ISTRUZ. VII. Circa la mansuetudine.

 

Discite a me quia mitis sum et humilis corde4. La mansuetudine si chiama la virtù dell'agnello, come Gesù Cristo volle esser chiamato: Ecce agnus Dei5. Emitte agnumdominatorem terrae6. E quale agnello appunto egli si diportò nella sua passione: Quasi agnus coram tondente se, obmutescet et non aperiet os suum7. Quasi agnus mansuetus qui portatur ad victimam8. Pertanto la mansuetudine fu la virtù diletta del nostro Salvatore. Ben egli dimostrò quanto fosse mansueto nel far bene agl'ingrati, in corrispondere dolcemente a' suoi contraddittori ed in sopportare coloro che l'ingiuriavano e straziavano, senza lagnarsi: Qui cum malediceretur non maledicebat; cum pateretur non comminabatur9. Dopo che fu flagellato, coronato di spine, sputato in faccia, inchiodato e saziato d'obbrobrj, si dimenticò di tutto e pregò per coloro che così malamente l'aveano trattato. E perciò ci esortò ad apprendere dal suo esempio sovra tutto l'umiltà e la mansuetudine: Hoc discite a me quia mitis sum et humilis corde. Dice s. Gio. Grisostomo: la mansuetudine tra tutte le virtù è quella che ci rende più simili a Dio: Mansuetudinem prae caeteris virtutibus nos Deo conformes facere10. Sì, perché è solo di Dio il render bene a chi gli fa male. Che perciò disse il Redentore: Benefacite his qui oderunt vos... Ut sitis filii Patris vestri qui in coelis est, qui solem suum oriri facit super bonos et malos11. Onde scrisse poi il Grisostomo che i soli mansueti son chiamati da Gesù Cristo gl'imitatori di Dio: Eos solos qui hac (mansuetudine) conspicui sunt Dei imitatores Christus nominat. Ai mansueti sta promesso il paradiso: Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram12. Dice s. Francesco di Sales che la mansuetudine è il fiore della carità. E l'Ecclesiastico disse: Beneplacitum est illi fides et mansuetudo13. Un cuore mansueto e fedele è il compiacimento di Dio. Egli non sa discacciare da sé i mansueti: Suscipiens mansuetos Dominus14. E troppo son care a Dio le preghiere degli umili e mansueti: Humilium et mansuetorum semper tibi placuit deprecatio15.

 

In due cose consiste la virtù della mansuetudine: 1. in raffrenare i moti di collera verso coloro che ce ne danno l'occasione: 2. in sopportare i disprezzi. Ed in quanto al primo, dice s. Ambrogio che la passione dell'ira o dee evitarsi o dee raffrenarsi:


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Aut caveatur aut cohibeatur. Chi si conosce debole nel vizio dell'irascibile, procuri di sfuggir le occasioni; e se mai vien costretto a ritrovarvisi, dee antecedentemente apparecchiarsi co' buoni propositi a tacere od a rispondere con dolcezza o coll'orazione, pregando il Signore a dargli forza di resistere e non iscomporsi. Si scusa taluno dicendo: ma il tale è insoffribile, è troppo impertinente. Ma la virtù della mansuetudine, avverte il Grisostomo, non consiste nell'usar dolcezza coi mansueti, ma con coloro che non sanno che cosa sia mansuetudine: Cum his qui sunt a mansuetudine alienissimi tunc virtus ostenditur1. Specialmente quando il prossimo sta adirato, non vi è miglior mezzo per placarlo che rispondergli con dolcezza: Responsio mollis frangit iram2. Siccome l'acqua spegne la fiamma accesa, così, dice s. Gio. Grisostomo, una risposta mansueta mitiga lo sdegno, per quanto il nostro fratello sia adirato: Sicut rogum accensum aqua extinguit, ita animam ira aestuantem verbum cum mansuetudine prolatum mitigat3. Secondo quel che prima già disse l'ecclesiastico: Verbum dulce multiplicat amicos et mitigat inimicos4. Altrimenti, soggiunge il Grisostomo, Igne non potest ignis extingui nec furor furore5. Anche coi peccatori più perduti, ostinati ed insolenti bisogna che noi sacerdoti usiamo tutta la dolcezza per tirarli a Dio. Scrisse Ugone da s. Vittore: Vos non quasi iudices ad percutiendum positi estis, sed quasi iudices morborum ad sanandum6. Quando all'incontro noi ci sentiamo assaliti da qualche moto d'ira, il rimedio allora è di tacere e di pregar il Signore che ci dia forza di non rispondere: Remedium in mora est, dicea Seneca: perché allora, se parliamo colla passione accesa, ci sembrerà giusto quel che diciamo, ma tutto sarà ingiusto o difettoso; perché la passione è un certo velo che allora ci si mette avanti gli occhi e non ci lascia vedere quel che diciamo: Turbatus prae ira oculus rectum non videt, dice s. Bernardo7.

 

Alle volte ci sembra giusto, anzi necessario il rintuzzare l'audacia di qualche insolente, per esempio di un suddito che ci perda il rispetto. Non ha dubbio che allora, parlando in sé, converrebbe moderatamente adirarsi: Secundum rectam rationem irasci, dice l'angelico8, giusta quel che disse Davide: Irascimini et nolite peccare9. Ma converrebbe, purché ciò avvenisse senza nostro difetto; ma qui sta la difficoltà. Il lasciarsi in mano dell'ira è cosa molto pericolosa: è come il porsi sovra d'un cavallo furioso, che poco ubbidisce al freno, e non sai dove ti porta. Onde s. Francesco di Sales nella sua Filotea10 scrisse che i moti d'ira per qualunque giusta causa è sempre spediente il raffrenarli; e ch'è meglio il dirsi di te che non mai ti adiri, che si dica che saggiamente ti adiri. Quando l'ira è entrata nell'anima, dice s. Agostino, difficilmente si discaccia; onde esorta di serrarle al principio la porta acciocché non v'entri.

 

Oltreché, quando colui che vien corretto vede il superiore adirato, poco profitto caverà dalla correzione, stimando che quella sia più presto effetto d'ira che di carità. Gioverà più una correzione fatta con


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dolcezza e con volto tranquillo che mille rimproveri, ancorché giusti, fatti con moto di sdegno. Del resto l'esser mansueto non importa già che, per usar dolcezza e non disgustare il prossimo, dobbiam trascurare di correggerlo con quel rigor che conviene quando è necessario: questa non sarebbe virtù, ma colpa e negligenza abbominevole. Guai, dice il profeta, a chi porge guanciali ai peccatori, acciocché dormano in pace nel loro sonno di morte! Vae quae consuunt pulvillos sub omni cubito manus, et faciunt cervicalia sub capite universae aetatis ad capiendas animas!... et confortastis manus impii, ut non reverteretur a via sua mala et viveret1. Questa viziosa piacevolezza, non est caritas, dice s. Agostino, sed languor; non è carità, non è mansuetudine, ma è trascuraggine; anzi è crudeltà contro quelle povere anime che così restano perdute, senza che le faccia avvertire la loro ruina. Dice s. Cipriano che l'infermo quando sente il taglio se la prende col chirurgo: ma poi quando sarà sano lo ringrazierà: Licet conqueratur aeger impatiens per dolorem, gratias aget postmodum, cum senserit sanitatem2. La mansuetudine dunque importa che quando bisogna correggere il nostro fratello, ciò si faccia sempre con fortezza sì, ma con dolcezza; e per ciò eseguire ci esorta l'apostolo che, quando dobbiamo fare ad altri qualche correzione, consideriamo prima i difetti nostri, acciocché compatiamo il prossimo, siccome compatiamo noi stessi: Fratres, etsi praeoccupatus fuerit homo in aliquo delicto, vos, qui spirituales estis, huiusmodi instruite in spiritu lenitatis, considerans te ipsum, ne et tu tenteris3. Dice Pietro Blessense essere una deformità il vedere un superiore che corregge con ira ed acerbezza: Turpe quidem est in praelato cum ira et austeritate corripere4. È così deforme il viso della collera, che rende orribili i volti più belli degli uomini: Facies turbatior pulcherrima ora foedavit, dice Seneca. Vaglia sempre dunque in ciò l'avvertimento di s. Gregorio: Sit amor, sed non molliens; sit rigor, sed non exasperans; sit pietas, sed non plus quam expediat parcens5.

 

I medici, dice s. Basilio, non debbono adirarsi cogl'infermi, ma solamente opporsi ai morbi per guarirli. Narra Cassiano6 che un certo monaco giovine, essendo molto tentato contro la castità, andò a ritrovare un altro monaco vecchio per riceverne aiuto; ma quegli in vece di soccorrerlo ed animarlo, maggiormente lo afflisse co' tanti rimproveri che gli fece. Ma che avvenne? permise poi il Signore che il vecchio fosse talmente insultato dallo spirito d'impurità, che andava correndo come pazzo pel monastero. Allora l'abbate Apollo, che era stato informato già della sua indiscretezza usata col giovine, l'andò a trovare e gli disse: «Sappi, fratello, che Dio ha permessa in te questa tentazione acciocché impari a compatire gli altri». Allorché dunque vediamo le debolezze ed anche le cadute degli altri, non dobbiamo rimproverarle con qualche vanità di noi stessi; ma adoperandovi quel rimedio che possiamo per aiutare il prossimo, dobbiamo umiliarci in noi stessi, altrimenti Iddio permetterà che cadiamo negli stessi difetti che noi condanniamo negli altri. Narra a tal proposito il medesimo


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Cassiano1 che un certo abbate nominato Machete confessava di sé che in tre difetti, dei quali aveva prima giudicati i suoi fratelli, era poi egli miseramente in tutti e tre caduto. Perciò avvertì s. Agostino che alla correzione dobbiamo premetter sempre non lo sdegno, ma la compassione del nostro prossimo: Reprehensionem non odium sed misericordia praecedat2. E s. Gregorio ci avverte che la considerazione de' difetti proprj ben ci farà compatire e scusare le colpe degli altri: Considerata infirmitas propria aliena nobis excusat mala3.

 

Sicché l'adirarsi non mai giova né per gli altri né per noi. Se non ci facesse altro male, almeno ci fa perdere la pace. Agrippino filosofo, avendo avuto un tempo la perdita di alcune sue robe, disse: «Se ho perdute le mie robe non voglio perdere la mia pace». Molto maggior danno ci facciamo noi stessi col disturbarci per le ingiurie, che non è il danno che ci fanno le ingiurie medesime che riceviamo. Dicea Seneca: Plus mihi nocitura est ira quam iniuria. Chi si adira negli oltraggi che riceve, egli medesimo si fa pena di se stesso: Iussisti, Domine, scrive s. Agostino, ut animus inordinatus sua sibi poena sit4. E perciò insegna il maestro della mansuetudine s. Francesco di Sales, che bisogna conservar la mansuetudine non solo cogli altri, ma anche con noi stessi. Alcuni dopo aver commesso qualche difetto si sdegnano con se medesimi e s'inquietano, ed inquietandosi commettono poi mille altri difetti. Nell'acqua torbida ben trova sempre che pescare il demonio, dicea s. Luigi Gonzaga. Bisogna dunque, allorché ci avvediamo di qualche proprio difetto, non disturbarci (il disturbarci allora è solo effetto della nostra superbia e del concetto che avevamo della nostra virtù) ma umiliarci, detestare il difetto con pace e subito ricorrere a Dio, sperando da esso l'aiuto per più non ricadervi. I veri umili e mansueti in somma vivono sempre in pace, ed in qualunque accidente conservano sempre la tranquillità nel loro cuore. Et discite a me, è promessa di Gesù Cristo, quia mitis sum et humilis corde; et invenietis requiem animabus vestris5. E prima lo disse Davide: Mansueti autem haereditabunt terram et delectabuntur in multitudine pacis6. Nihil asperum mitibus, scrisse s. Leone. Non v'è ingiuria, non perdita, non altro qualunque infortunio che turbi la pace d'un cuor mansueto. E se mai per disgrazia avviene che ci adiriamo in qualche occasione, bisogna che procuriamo (consiglia il santo vescovo di Ginevra) di subito reprimere l'ira, senza fermarci a deliberare se conviene o no reprimerla. E terminata che sarà talvolta la contesa avuta con alcuno, col quale forse ci siam disturbati, osserviamo il documento di s. Paolo: Sol non occidat super iracundiam vestram: nolite locum dare diabolo7. Procuriamo allora prima di metterci in pace con noi stessi e poi di rappacificarci con chi ci siamo sdegnati, acciocché il demonio con quella favilla non possa accendere in noi qualche fiamma mortale in cui ci avessimo a perdere.

 

La seconda cosa dove maggiormente consiste la virtù della mansuetudine è nel sopportare i disprezzi.


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Molti, dicea s. Francesco d'Assisi, mettono la loro santità in dir molte orazioni o nel far molte mortificazioni corporali, ma poi non possono soffrire una parola d'ingiuria. Non intelligentes, diceva il santo, quanto maius sit lucrum in tolerantia iniuriarum. Farà più guadagno un'anima in accettare con pace un affronto ricevuto che con dieci digiuni in pane ed acqua. Dice s. Bernardo che tre sono i profitti a cui dee aspirare chi vuol farsi santo: il primo di non voler dominare sugli altri, il secondo di voler soggettarsi a tutti, il terzo di sopportare con pace gli oltraggi: Primus profectus nolle dominari, secundus velle subicii, tertius iniurias aequanimiter pati. Vedrai, per esempio, che si concede agli altri quel che a te si nega; quel che dicono gli altri è inteso; quel che dici tu è preso in deriso; gli altri son lodati, sono eletti agli officj decorosi, agli affari di premura; e di te non si fa conto, e di ciò che fai, di tutto ne vieni ripreso e dileggiato: allora sarai vero umile, dice s. Doroteo, se con pace accetterai tutte queste umiliazioni e raccomanderai a Dio chi ti tratta così, come tuo maggior benefattore, mentre quegli così medica la tua superbia ch'è il morbo più maligno che può recarti la morte.

 

In humilitate tua patientiam habe1. Ecco dunque quel che allora bisogna fare: bisogna non adirarsi, non lagnarsi, ma accettare quei disprezzi come dovuti ai proprj peccati. Altri disprezzi si merita chi ha offeso Dio; merita di stare sotto i piedi dei demonj. S. Francesco Borgia essendo una volta in viaggio occorse che, dormendo nello stesso letto col suo compagno, il p. Bustamante, questi perché pativa d'asma tutta la notte non fece altro che tossire e sputare, e credendo di sputare verso del muro, sputava addosso a s. Francesco e molte volte in faccia. Fatto giorno, il compagno molto si afflisse in veder quel che avea fatto: ma il santo placidamente rispose: «Non ti affliggere, padre mio, perché certamente in questa stanza non v'è luogo più meritevole di sputi che la mia faccia». I superbi, perché si stimano degni d'ogni onore, le umiliazioni che ricevono le convertono in materia di superbia. Ma gli umili, perché si stimano degni di qualunque ignominia, i disprezzi che loro son fatti li convertono in materia d'umiltà. Est humilis, dice s. Bernardo, qui humiliationem convertit in humilitatem2. Dice di più il p. Rodriguez che i superbi, allorché sono ripresi, fanno come i ricci, che, essendo toccati, si fanno tutti di spine, cioè s'infuriano e subito prorompono in lamenti, in rimproveri e mormorazioni degli altri. Gli umili all'opposto, in vedersi ripresi, più si umiliano, si confessano difettosi, ringraziano chi li riprende e non si turbano. Chi si turba in esser corretto segno che in esso regna ancor la superbia; e perciò se taluno in vedersi ripreso si sente disturbato, bisogna che più si umilii avanti a Dio e lo preghi a liberarlo dalle mani della superbia che ancora vive nel suo cuore.

 

Nardus mea dedit odorem suum3. Il nardo è un'erba picciola e odorifera, ma che allora il suo odore quando è strofinata e torta. Oh che odore di soavità a Dio un'anima umile, quando soffre con pace i disprezzi, compiacendosi di vedersi dagli


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altri vilipesa e maltrattata! Zaccaria monaco interrogato che cosa dovea farsi per giungere ad acquistar la vera umiltà, prese la sua cocolla, se la pose sotto i piedi, tutta la calpestò e poi disse: «Chi si compiace di vedersi trattato come questo panno, quegli è vero umile». Diceva il p. Alvarez che il tempo delle umiliazioni è il tempo di uscire dalle nostre miserie e fare grandi acquisti di meriti. Quanto Iddio è stretto di mano co' superbi, tanto è liberale all'incontro cogli umili: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam1. Dice s. Agostino che né gli encomj di chi loda guariscono una mala coscienza, né le villanie di chi ingiuria feriscono una coscienza buona: Nec malam conscientiam sanat praeconium laudantis, nec bonum vulnerat conviciantis opprobrium2. E lo stesso volea dire s. Francesco d'Assisi, dicendo: «Tanto siamo noi, quanto siamo avanti a Dio». Poco dunque importa che gli uomini ci lodino o ci vituperino, basta che ci lodi Dio. E Dio certamente molto loda coloro che soffrono allegramente le ingiurie per suo amore.

 

I mansueti son cari a Dio ed agli uomini. Dice s. Giovan Grisostomo non esservi cosa che dia più edificazione agli altri e più tiri gli animi a Dio che la mansuetudine d'una persona che, vilipesa, derisa, ingiuriata, non si risente, ma tutto riceve con pace e volto sereno: Nihil ita conciliat Domino familiares ut quod illum vident mansuetudine iucundum. Scrive s. Ambrogio che Mosè era più amato dagli ebrei per la sua mansuetudine dimostrata negli affronti ricevuti che per li prodigi operati: Plus eum pro mansuetudine diligerent, quam pro factis admirarentur3. Il mansueto giova a sé ed agli altri: Mansuetus utilis sibi et aliis, dice il Grisostomo. Narra il p. Maffei che, predicando nel Giappone uno della compagnia di Gesù, gli fu sputato in faccia da un insolente: egli si nettò col fazzoletto e proseguì la predica, come se niente gli fosse accaduto. Uno degli ascoltanti vedendo ciò si convertì col dire: «Una dottrina che insegna tanta umiltà non può non esser vera e divina». Così anche s. Francesco di Sales colla sua mansuetudine in soffrire senza turbarsi tutte le ingiurie che gli dicevano i predicanti convertì molti eretici. La mansuetudine è pietra del paragone. Dice il Grisostomo che il segno più certo per vedere se ci è virtù in un'anima è l'osservare s'ella si porta con mansuetudine negl'incontri. Narra di più il p. Crasset nell'istoria del Giappone che un certo missionario agostiniano, andando travestito in tempo dell'ultima persecuzione, ricevé uno schiaffo senza risentirsi. Dal veder ciò fu subito preso e riconosciuto per cristiano; argomentando quegl'idolatri che una tanta virtù non potea che da un cristiano esercitarsi.

 

Eh che a vista di Gesù disprezzato è facile il sopportare tutt'i disprezzi. La b. Maria dell'Incarnazione ritrovandosi una volta avanti un crocifisso, disse alle sue religiose: «E sarà possibile, sorelle, che noi non abbracciamo i vilipendj, vedendo un Dio così vilipeso?» S. Ignazio martire, allorché fu condotto a Roma per ricevere il martirio, vedendosi maltrattato da' soldati che lo conduceano, tutto si consolava, dicendo


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Nunc incipio servus esse Christi. E che sa fare un cristiano, se non sa sopportare qualche disprezzo per Gesù Cristo? È vero ch'è cosa dura alla nostra superbia il vedersi vilipeso ed ingiuriato e non risentirsi e non rispondere; ma qui sta il profitto, nel farci violenza: Tantum proficies, quantum tibi vim intuleris, dice s. Girolamo. Una buona religiosa quando ricevea qualche affronto se n'andava al ss. sacramento e gli dicea: Signore, io sono una poverella, non ho che offerirvi, vi offerisco questo regaluccio di quest'ingiuria che ho ricevuta. Oh come Gesù Cristo s'abbraccia con amore un'anima disprezzata! e come subito esso la consola e la colma di grazie! Ah che un'anima che veramente ama Gesù Cristo, non solo soffre con pace i vilipendj, ma gli abbraccia con gusto ed allegrezza! I santi Apostoli ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni habiti sunt pro nomine Iesu contumeliam pati1. Dicea il b. Giuseppe Calasanzio che in molti si avvera la seconda parte di questo testo: Digni habiti sunt pro nomine Iesu contumeliam pati; ma non si avvera la prima: Ibant gaudentes. Ma chi vuol farsi santo bisogna che almeno aspiri di arrivare a questa perfezione: Non est humilis, dicea il medesimo b. Giuseppe, qui non optat sperni. Il ven. p. Luigi da Ponte sul principio non giungeva ad intendere come un uomo potesse trovar godimento nel vedersi disprezzato; ma quando poi egli giunse a maggior perfezione, ben lo comprese e in se stesso lo sperimentò. Ciò fu quel che s. Ignazio di Lojola venendo dal cielo dopo sua morte insegnò a s. Maria Maddalena de' Pazzi, dicendogli che la vera umiltà consiste nel giungere ad avere un continuo gaudio in tutte quelle cose che possono indurre la persona al disprezzo di se stessa.

 

Non tanto godono i mondani negli onori che loro son fatti, quanto godono i santi nel vedersi disprezzati. Fra Giunipero Francescano, allorché riceveva ingiurie, faceva un seno della sua tonaca, come se accogliesse gemme. S. Giovan Francesco Regis quando nella conversazione si vedea posto in burla, non solo ne godea, ma procurava ancora di dar fomento alle altrui derisioni. A s. Giovanni della Croce apparve una volta il Redentore colla croce in ispalla e coronato di spine e gli disse: Ioannes, pete quid vis a me. E il santo rispose: Domine, pati et contemni pro te. Come dicesse: Signore, vedendo io voi così afflitto e disprezzato per amor mio, che altro posso dimandarvi che patimenti e disprezzi? In somma per concludere, chi vuol essere tutto di Dio e rendersi simile a Gesù Cristo bisogna che ami d'essere sconosciuto e stimato per niente: Ama nesciri et pro nihilo reputari. Questo è il gran documento di s. Bonaventura, che s. Filippo Neri sempre ripeteva a' suoi figli spirituali. Gesù Cristo vuole che allora noi ci stimiamo beati e giubiliamo d'allegrezza quando ci vediamo abborriti, discacciati e vituperati dagli uomini per amor suo; dicendo che quanto maggiori saranno i disprezzi che noi accetteremo con gaudio, tanto più grande sarà il premio ch'egli ce ne darà in cielo: Beati eritis cum vos oderint homines et cum separaverint vos et exprobraverint et eiecerint nomen vestrum tanquam malum propter filium hominis; gaudete in illa die et exultate:


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ecce enim merces vestra multa est in coelo1. E qual maggior godimento può avere un'anima che vedersi disprezzata per amore di Gesù Cristo? Allora, dice s. Pietro, ella ottiene il maggior onore che può ricevere, poiché vien trattata da Dio come fu trattato il suo medesimo Figlio: Si exprobramini in nomine Christi, beati eritis, quoniam quod est honoris... super vos requiescit2.

 




4 Matth. 11. 29.



5 Io. 1. 29.



6 Isa. 16. 1.



7 Isa. 53. 7.



8 Ier. 11. 19.



9 1. Petr. 2. 23.



10 Hom. 19. in ep. ad Roman.



11 Matth. 5. 44. et 45



12 Matth. 5. 4.



13 Eccli 1. 34. et 55.



14 Ps. 146. 6



15 Iudith. 9. 16.



1 In ps. 119.



2 Prov. 15. 1.



3 Hom. 98. in Gen.



4 Eccli. 6. 3.



5 Loc. cit.



6 Misc. 1. l. 1. tit. 49. t. 3.



7 Lib. 2. de consid. c. 11.



8 2. 2. q. 158. a. 1. ad 3.



9 Psal. 4. 5.



10 Part. 3. cap. 8.



1 Ezech. 13. 18.



2 De laps.



3 Galat. 6. 1.



4 Epist. 100.



5 L. 20 mor. e. 8.



6 Coll. 2. c. 13



1 Lib. 5. de inst. ren. c. 30.



2 Lib. 2. serm. dom. c. 20.



3 L. mor. c. 34.



4 L. 1. conf. c. 10.



5 Matth. 11. 29.



6 Ps. 36. 11.



7 Ephes. 4. 26. et 27.



1 Eccl. 2. 4.



2 Serm. 24. in Cant.



3 Cant. 1. 11.



1 Iac. 4. 6.



2 L. 3. contra Petilian.



3 Lib. 2. offic. c. 7.



1 Act. 5. 41.



1 Luc. 6. 22.



2 1. Pet. 4. 14.






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