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S. Alfonso Maria de Liguori
Selva di materie predicabili

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ISTRUZ. X. Circa l'amor verso Dio.

 

Dice Pietro Blessense che un sacerdote senz'amore sacerdos dici potest, esse non potest. Il sacerdote dal giorno ch'è stato ordinato non è più suo, ma di Dio. Disse s. Ambrogio: Verus minister altaris Deo, non sibi natus est. E prima lo disse Dio stesso: Incensum... Domini et panes Dei sui offerunt; et ideo sancti erunt9. Per tanto da Origene fu chiamato il sacerdote mens consecrata Deo10. Il sacerdote fin da che entrò nella chiesa si protestò di non volere altra parte che Dio: Dominus pars haereditatis meae, allora disse. Se dunque, soggiunge s. Ambrogio, Iddio è la parte del sacerdote, non dee il sacerdote vivere se non a Dio: Cui Deus portio est, nihil curare debet nisi Deum. E perciò disse l'apostolo che chi è addetto a servire sua divina maestà non dee intrigarsi negli affari


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del secolo, ma solamente applicarsi a piacere a colui a cui si è dato: Nemo militans Deo implicat se negotiis saecularibus, ut ei placeat cui se probavit1. Gesù Cristo a quel giovine che lo pregava ad ammetterlo per suo seguace proibì anche l'andare a casa sua per seppellire il padre, dicendogli: Sequere me et dimitte mortuos sepelire mortuos suos2. Questo fu insegnamento, come scrive lo stesso s. Ambrogio, dato a tutti gli ecclesiastici, acciocché intendessero ch'essi debbon preferire gli affari della divina gloria a tutte le cose umane che possono esser loro di impedimento per essere tutti di Dio: Paterni funeris sepultura prohibetur, ut intelligas humana posthabenda divinis. Anche nell'antica legge disse Dio a' sacerdoti ch'esso gli aveva eletti tra gli altri affinché fossero tutti suoi: Separavi vos a caeteris, ut essetis mei3. E perciò disse loro che non avessero né beniparte tra i secolari, perché egli stesso volea essere l'eredità e parte loro: In terra eorum nihil possidebitis, nec habebitis partem inter eos: ego pars et haereditas tua in medio filiorum Israel4. Sul che scrisse poi l'Oleastro: Magna dignatio Domini, si eam, sacerdos, cognoscas, quod velit Deus esse pars tua. Quid non habebis, si Deum habeas? Il sacerdote dunque dee dire con s. Agostino: Eligant sibi alii partes quibus fruantur, terrenas et temporales: portio mea Dominus est.

 

E se non amiamo Dio, dicea s. Anselmo, che cosa vogliamo amare: Si non amavero te, quid amabo5? L'imperador Diocleziano pose innanzi a s. Clemente oro, argento e gemme, per farlo prevaricar dalla fede: a questa vista il santo diede un sospiro di dolore, in vedere che gli uomini metteano il suo Dio a confronto d'un poco di terra. Porro unum est necessarium. Chi ha tutte le cose e non ha Dio, non ha niente; ma chi ha Dio, senza tutte le altre cose, ha tutto. Onde con ragione dicea s. Francesco, replicando per un'intiera notte quelle parole: Deus meus et omnia. Beato dunque chi può dir con Davide: Quid mihi est in coelo? et a te quid volui super terram?... Deus cordis mei et pars mea Deus in aeternum6. Mio Dio, io né in cielo né in terra voglio altra cosa che voi. Voi solo siete ed avete da essere sempre il Signor del mio cuore e l'unica mia ricchezza.

 

Iddio merita d'esser amato per se stesso, essendo un oggetto degno d'infinito amore; ma almeno dobbiamo amarlo per gratitudine, per l'amore immenso che ci ha dimostrato nel beneficio della redenzione. Che più avea da fare un Dio che farsi uomo e morire per noi? Maiorem hac dilectionem nemo habet ut animam suam ponat quis pro amicis suis7. Prima della redenzione potea dubitare l'uomo se Dio l'amasse con tenerezza: ma come può dubitarne più, dopo averlo veduto su d'una croce morto per lui? Questo è stato un eccesso d'amore, come già fu chiamato da Mosè ed Elia sul monte Taborre: Dicebant excessum eius quem completurus erat in Ierusalem8. Eccesso che tutti gli angeli non potranno mai comprendere per tutta l'eternità. Chi mai tra gli uomini, dice s. Anselmo, potea esser degno che un Dio


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morisse per lui? Quis dignus erat ut filius Dei mortem pro eo pateretur1? E pur è certo che questo figlio di Dio per ciascuno di noi è morto: Pro omnibus mortuus est Christus2. Dice l'apostolo che predicandosi a' gentili la morte del nostro Salvatore, ella sembrava loro una pazzia: Praedicamus Christum crucifixum; Iudaeis quidem scandalum, gentibus autem stultitiam3. Ella non fu già pazziamenzogna, ma fu una verità di fede; ma una verità tale che, come dice s. Lorenzo Giustiniani, ci fa vedere un Dio quasi impazzito per amore dell'uomo: Vidimus Sapientem prae nimietate amoris infatuatum. Oh Dio! Se Gesù Cristo avesse voluto dimostrare il suo amore all'eterno suo Padre, potea dargli segno più certo che di morir crocifisso, come è morto per ciascuno di noi? Dico di più: se un nostro servo fosse morto per noi, potremmo noi non amarlo? Ma questo amore e questa gratitudine verso Gesù Cristo dov'è?

 

Almeno ci ricordassimo spesso di quel che ha fatto e patito per noi il nostro Redentore. molto gusto a Gesù Cristo chi spesso si ricorda della passione. Se una persona patisse per un suo amico ingiurie, ferite, carceri, quanto egli si compiacerebbe che l'amico spesso se ne ricordasse e vi pensasse! Eh che l'anima che spesso pensa alla passione di Gesù Cristo ed all'amore che in quella ci ha dimostrato questo Dio innamorato, non è possibile che non senta incatenarsi ad amarlo: Caritas Christi... urget nos4. Ma se tutti debbono ardere d'amore verso Gesù Cristo, specialmente dobbiamo amarlo noi sacerdoti; giacché Gesù Cristo è morto specialmente per render noi sacerdoti; altrimenti, come dicemmo al capo primo num. 4., senza la morte di Gesù Cristo sarebbe mancata la vittima santa ed immacolata che al presente noi offeriamo a Dio. Onde ben disse s. Ambrogio: Etsi Christus pro omnibus passus est, pro nobis tamen specialius passus est... Plus debet qui plus accepit. Reddamus ergo amorem pro sanguinis pretio5. Procuriamo d'intendere l'amore che ci ha portato Gesù Cristo nella sua passione, che certamente ci passerà l'amore verso le creature. Oh si scires mysterium crucis! disse l'apostolo s. Andrea al tiranno, mentre quegli voleva indurlo a rinnegar Gesù Cristo. E volea dire: se sapessi, o tiranno, l'amore che ha avuto per te il tuo Dio affin di salvarti, al certo che non penseresti a tentarmi, ma t'impiegheresti tutto ad amarlo per esser grato a tanto amore. Beato dunque chi tiene avanti gli occhi le piaghe di Gesù Cristo! Haurietis... aquas de fontibus Salvatoris6. Oh che belle acque di divozione, di lumi e di affetti cavano i santi da quelle fonti di salute! Dicea il p. Alvarez che la ruina dei cristiani è l'ignoranza delle ricchezze che noi abbiamo in Gesù Cristo. Si vantano i dotti delle loro scienze, ma l'apostolo non si vantava d'altro che di saper Gesù Cristo crocifisso: Non enim iudicavi me scire aliquid inter vos, nisi Iesum Christum, et hunc crucifixum7. A che servono tutte le scienze a chi non sa amar Gesù Cristo? Etsi... noverim... omnem scientiam, dicea lo stesso apostolo, caritatem autem non habuero,


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nihil sum1. Scrisse in altro luogo ch'egli per guadagnarsi Gesù Cristo niente stimava tutti gli altri beni: Omnia... arbitror ut stercora, ut Christum lucrifaciam2. E quindi vantava di chiamarsi l'incatenato di Gesù C.: Ego Paulus vinctus Christi3.

 

Oh felice quel sacerdote che avvinto da tali beate catene si tutto a Gesù Cristo! Iddio ama più un'anima che se gli dona tutta che non ama cento altre imperfette. Se un principe tra cento servi ne avesse novantanove che lo servissero con poco amore e con dargli sempre qualche disgusto; e ne avesse poi uno solo che lo servisse per solo amore, attendendo in tutte le cose a trovare il di lui maggior gusto, certamente quel principe amerebbe più quell'un servo fedele che tutti gli altri: Adolescentularum non est numerus: una est columba mea, perfecta mea4. Il Signore ama talmente un'anima che lo serve con perfezione, come non avesse altra che quell'una da amare. Pertanto dice s. Bernardo: Disce a Christo quemadmodum diligas Christum5. Gesù Cristo si è dato tutto a noi da che nacque: Parvulus... natus est nobis, et filius datus est nobis6. E Si è dato per amore: Dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis7. È ragione dunque che noi anche per amore ci diamo tutti a Gesù Cristo. Egli, parla il Grisostomo, si è dato a te senza riserba, donandoti il suo sangue, la sua vita, i suoi meriti: Totum tibi dedit, nihil sibi reliquit. È giusto che anche tu ti doni a lui senza riserba: Integrum te da illi, ripiglia s. Bernardo, quia ille, ut te salvaret, integrum se tradidit8. Ma se ciò vale per tutti, specialmente corre per li sacerdoti. Quindi s. Francesco d'Assisi parlando specialmente a' sacerdoti del suo ordine e conoscendo l'obbligo speciale che tiene un sacerdote di esser tutto di Gesù Cristo, loro dicea: Nihil de vobis retineatis vobis, ut totos recipiat qui se vobis totum exhibet. A questo fine il Redentore è morto per tutti, acciocché ognuno non più viva a se stesso, ma viva solo a quel Dio che per lui ha data la vita: Pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est9. Oh chi dicesse a Dio sempre, come gli dicea s. Agostino: Moriar mihi, ut tu solus in me vivas10! Ma, per esser tutti di Dio, bisogna che diamo a Dio l'amor nostro intiero, non diviso: Minus te amat qui aliquid amat quod non propter te amat11. Non può esser tutto di Dio chi ama qualche cosa che non è Dio o non l'ama per Dio. Esclama s. Bernardo: Anima sola esto, ut soli te serves. Eh via, anima redenta, non dividere il tuo amore tra le creature, conservati sola per quel Dio che solo merita tutto il tuo amore. E ciò volea dire appunto il b. Egidio dicendo una uni; significando che questa sola anima che abbiamo, dobbiamo darla, non divisa, ma tutta a quel solo Dio che più di tutti ci ama o più di tutti merita di esser amato.

 

Vediamo ora che dee fare un sacerdote per esser tutto di Dio. Prima di tutto ha da avere un gran desiderio della santità: Initium... illius... est disciplinae concupiscentia12. I santi desiderj sono le ali che fan volare le anime a Dio: Iustorum...


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semita, quasi lux splendens, procedit et crescit usque ad perfectum diem1. Il cammino de' giusti è come la luce del sole, che uscendo dalla mattina, quanto più va innanzi più cresce; a differenza della luce de' peccatori, che per loro difetto diventa ad essi luce di vespro, la quale quanto più sta più si oscura, sino a perdersi, sì che i miseri non veggano più dove vanno: Via impiorum tenebrosa; nesciunt ubi corruant2. Misero dunque chi sta contento della sua vita e non cerca di migliorarsi! Non progredi, reverti est, dice s. Agostino3. E s. Gregorio dicea che chi sta nel fiume e non si fa violenza di spingersi contra la corrente, la stessa corrente lo porterà indietro. Onde s. Bernardo parlava così al tepido: Non vis proficere? vis ergo deficere: Vuoi andare avanti? No. Dunque vuoi andare indietro. Tu rispondi: Neppure, ma voglio starmene così come sto, né megliopeggio. Ma ciò è impossibile, dice il santo: Hoc vis quod esse non potest4. Non può essere, mentre disse Giobbe che l'uomo nunquam in eodem statu permanet5. Per acquistare il pallio, scrisse l'apostolo, cioè la corona eterna, bisogna correr sempre sino a che la prendiamo: Sic currite ut comprehendatis6. Chi lascia di correre perderà la fatica fatta e la corona.

 

Beati qui esuriunt... iustitiam7. Poiché, come cantò la divina Madre, Iddio riempie di grazie le anime che desiderano di farsi sante: Esurientes implevit bonis8. Ma si notino le parole esuriunt ed esurientes: per farsi santo non basta un semplice desiderio, ma vi bisogna un desiderio grande, una certa fame della santità. Chi ha questa beata fame non cammina, ma corre per la via della virtù, siccome corre la fiamma per un canneto secco: Fulgebunt iusti et tanquam scintillae in arundineto discurrent9. Chi dunque si farà santo? Chi vuol farsi santo: Si vis perfectus esse, vade etc.10. Ma bisogna che voglia con vera volontà: il tepido, come dice il Savio, anche vuole, ma non vuole con vera volontà: desidera e sempre desidera, ma questi suoi desiderj lo fan perdere; perché egli si pasce di quelli e frattanto va da male in peggio: Vult et non vult piger; desideria occidunt pigrum11. La sapienza cioè la santità, facilmente si fa trovare da chi la cerca: Invenitur ab his qui quaerunt illam12. Ma per trovarla non basta solo il desiderarla; bisogna desiderarla con animo risoluto di acquistarla: Si quaeritis, quaerite, dice Isaia13. Chi desidera la santità con animo risoluto di giungervi, ben vi giunge: Non passibus pedum, disse s. Bernardo, sed desideriis quaeritur Deus. E s. Teresa scrisse: «I nostri pensieri sieno grandi, chè da qui verrà il nostro bene. Non bisogna avvilire i desiderj, ma confidare in Dio che, sforzandoci a poco a poco, potremo arrivare dove colla sua grazia arrivarono i santi». Dice il Signore: Dilata os tuum et implebo illud14. La madre non può allattare il suo bambino, se quegli non apre la bocca a prendere il latte: Dilata os tuum, cioè dilata desiderium tuum, come spiega s. Atanagio. Coi santi desiderj son giunti i santi presto alla perfezione: Consummatus in brevi explevit tempora multa15. Ciò si avverò specialmente di s. Luigi


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Gonzaga, che giunse tra pochi anni a tanta santità che s. Maria Maddalena de' Pazzi, vedendolo nella gloria, disse sembrarle di non esservi in cielo santo che più godesse di Luigi. E intese la santa che egli era giunto a tanta gloria, per lo gran desiderio che ebbe in vita di giungere ad amare Dio quanto Dio meritava.

 

Il desiderio, dice s. Lorenzo Giustiniani, forza e rende la fatica più leggiera: Vires subministrat, poenam exhibet leviorem. Onde poi soggiungeva che già quasi ha vinto chi molto desidera di vincere: Magna victoriae pars est vincendi desiderium. Scrisse s. Agostino: Laboranti angusta via est, amanti lata. A chi poco ama la santità la via è stretta, e perciò molto fatica nel camminare per quella; ma a chi molto ama la santità la via è larga, e vi cammina senza fatica. La larghezza dunque della via non istà nella via, ma nel cuore: cioè nella volontà risoluta di dar gusto a Dio: Viam mandatorum tuorum cucurri cum dilatasti cor meum1. E dice Blosio che il Signore non men si compiace dei santi desiderj che d'un ardente amore: Deus non minus sancto desiderio laetatur quam si anima amore liquefiat. Chi non ha questo desiderio di farsi santo almeno lo dimandi a Dio e Dio glielo darà. E intendiamo che il farsi santo non è cosa difficile a chi lo vuole. È cosa difficile nel mondo ad un vassallo l'ottener l'amicizia che desidera del suo principe; ma se io voglio (dicea quel cortigiano dell'imperatore, come riferisce s. Agostino2). L'amicizia di Dio, basta che ora la voglia, ed ora sarò suo amico: Amicus Dei si voluero, ecce nunc fio. E scrisse s. Bernardo che un uomo non può avere segno più certo di essere amico di Dio e di goder la sua grazia che quando desidera maggior grazia per compiacerlo: Nullum omnibus praesentiae eius certius testimonium est quam desiderium gratiae amplioris3. E non importa, dice il santo, che colui per lo passato sia stato peccatore; perché non attendit Deus quid fecerit homo sed quid velit esse.

 

Per secondo il sacerdote che vuol farsi santo dee fare tutto ciò che fa solo per dar gusto a Dio. Tutte le sue parole, i suoi pensieri, i suoi desiderj e tutte le azioni hanno da esser l'esercizio d'amore verso il suo Dio. La sposa de' cantici or si facea cacciatrice, or guerriera, or vignaiuola ed ortolana; ma sotto questi diversi esercizj sempre facea la stessa figura d'amante, perché tutto facea per amor del suo sposo. Così anche il sacerdote quanto dice, quanto pensa, quanto soffre e quanto fa, o celebra o confessa, o predica o fa orazione, o assiste a' moribondi o si mortifica, o fa altra azione, tutto ha da essere uno stesso amore, perché tutto dee farlo per piacere a Dio. Disse Gesù Cristo: Si oculus tuus fuerit simplex, totum corpus tuum lucidum erit4. Per l'occhio s'intende da' santi Padri l'intenzione. Dunque, dice s. Agostino: Bonum opus intentio facit. Disse il Signore a Samuele: Homo... videt ea quae parent, Dominus autem intuetur cor5. Gli uomini si contentano delle opere che vedono: ma Iddio che vede il cuore, non si contenta dell'opera, se non la vede adempita col retto fine di dargli gusto: Holocausta medullata offeram tibi, dicea Davide6. Le opere che si fanno senza la retta


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intenzione son vittime senza midolle, che Dio rifiuta. Egli nelle offerte che gli si fanno non gradisce il prezzo, ma l'affetto: Oblata Deo, scrisse Salviano, non pretio sed affectu placent. Del nostro Salvatore con ragione fu il detto: Bene omnia fecit1. Poiché egli, in tutto ciò che fece, altro non cercò che il compiacimento dell'eterno suo Padre: Non quaero voluntatem meam sed voluntatem eius qui misit me2.

 

Ma, oh Dio, che poche nostre opere son pienamente gradite a Dio, perché poche son quelle che facciamo senza qualche desiderio della nostra gloria propria! Rarum est, scrive s. Girolamo, fidelem animam inveniri, ut nihil ob gloriae cupiditatem faciat3. Quanti sacerdoti nel giorno del giudizio diranno a Gesù Cristo: Domine, Domine, ... in nomine tuo prophetavimus..., daemonia eiecimus, et in nomine tuo virtutes multas fecimus4. Signore, noi abbiam fatte prediche, celebrate messe, intese confessioni, convertite anime, assistito ai moribondi. E il Signore risponderà: Nunquam novi vos; discedite a me qui operamini iniquitatem5. Dirà: andate via, io non vi ho mai conosciuti per miei ministri, mentre non avete faticato per me, ma per la sola vostra gloria o interesse. Quindi avvertì Gesù Cristo che le opere buone che facciamo, le teniamo occulte: Nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua6. Acciocché, come nota s. Agostino, quel che s'opera per Dio non lo distrugga poi la vanità: Quod facit amor Dei non corrumpat vanitas7. Dio abbomina le rapine ne' sacrificj: Ego Dominus odio habens rapinam in holocausto8. Rapina s'intende appunto il cercare la propria gloria o interesse nelle opere di Dio. Chi veramente ama Dio, scrisse s. Bernardo, merita bensì il premio, ma non lo cerca: tutto il premio che cerca è il gusto di Dio che ama: Verus amor praemium non requirit, sed meretur: habet praemium, sed id quod amatur9. Insomma, come dice il medesimo santo in altro luogo, verus amor seipso contentus est; il vero amore si contenta di se stesso, cioè d'esser amore, e niente più richiede. I segni per conoscere in un sacerdote se opera con retta intenzione son questi. 1. Se ama le opere di maggior suo incomodo e di meno splendore. 2. Se resta con pace allorché il suo intento non ha prospero esito: chi opera per Dio già ottiene il suo fine, ch'è di dar gusto a Dio; chi all'incontro si disturba nel veder non adempito l'intento segno che non ha operato solo per Dio. 3. Se gode del bene che fanno gli altri come lo facesse egli stesso, e non ha gelosia che altri imprendano le opere ch'egli fa, ma desidera che tutti s'impieghino per dar gloria a Dio e dice con Mosè: Quis tribuat ut omnis populus prophetet10?.

 

I giorni di quel sacerdote che quanto fa, tutto lo fa per Dio, son giorni pieni: Et dies pleni invenientur in eis11. A differenza di coloro che operano per fine proprio, de' quali si dice che non giungono neppure alla metà de' loro giorni: Dolosi non dimidiabunt dies suos12. Perciò disse s. Eusebio che noi dobbiam dire di non aver vivuto se non in quel solo giorno in cui abbiam negate le nostre volontà: Illum tantum diem vixisse te computa


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in quo voluntates proprias abnegasti. Dicea Seneca che più ci obbliga chi ci fa un picciol dono per nostro amore che un altro il quale ci dona gran cose ma per suo proprio fine: Magis nos obligat qui exiguum dedit libenter, quam qui non voluntatem tantum iuvandi habuit, sed cupiditatem1. Certamente il Signore più si compiace d'una picciola opera fatta più per far la sua volontà che di tutte le opere più speciose fatte per propria soddisfazione. Di quella povera vedova che pose due quattrini per limosina nel tempio disse Gesù Cristo ch'ella aveva dato più che tutti gli altri: Vidua haec... plus omnibus misit2. Commenta s. Cipriano: Considerans non quantum, sed ex quanto dedisset. Riguardò il Signore non il prezzo di quelle monete, ma l'affetto con cui le diede. L'abate Pambo vedendo una donna che andava molto ornata, si pose a piangere. Interrogato perché piangesse, rispose: «Oh Dio, quanto fa più costei per piacere agli uomini che non fo io per piacere a Dio!» All'incontro narrasi nella vita di s. Luigi re3, che fu veduta una donna la quale andava con una fiaccola accesa in mano e con un vaso di acqua in un'altra: a costei dimandò un padre domenicano che andava colla corte del re a che fare portasse quelle cose. Rispose la donna: «Io con questo fuoco voglio bruciare il paradiso e con quest'acqua spegnere l'inferno, affinché sia amato Dio solo, perché se lo merita». Oh beato quel sacerdote che opera solo per dare gusto a Dio! Ciò è imitare le anime beate le quali, come dice l'angelico, potius volunt ipsum esse beatum quam ipsas. Godono più della felicità di Dio che della propria, perché amano più Dio che se stesse.

 

Per terzo il sacerdote che vuol esser santo dee star pronto a soffrir con pace tutto per Dio, povertà, disonori, infermità e morte. Dice l'apostolo: Portate Deum in corpore vestro4. Commenta Giliberto: Portari vult a nobis Christus, sed gloriose, non cum taedio, non cum murmure: portari, non trahi; trahenti enim onerosus est Christus5. Gesù Cristo vuol esser da noi portato con pace ed allegrezza: chi lo porta con tedio o con lamenti non lo porta, ma lo strascina per forza. L'amore d'un'anima a Dio non si conosce nell'abbracciar le delizie, ma i disprezzi e le pene. Così il nostro Redentore disse quando andò ad incontrare i soldati che vennero a prenderlo per dargli la morte: Ut cognoscat mundus, quia diligo Patrem... Surgite, eamus hinc6. Perciò i santi, all'esempio di Gesù Cristo, sono andati con allegrezza ad abbracciarsi coi tormenti e colla morte. S. Giuseppe da Lionessa cappuccino dovendo un giorno soffrire un taglio molto doloroso nel corpo, voleano gli altri legarlo con funi: egli si prese nelle mani il crocifisso e disse: «Che funi, che funi? questo mio Signore, inchiodato alla croce per me, esso bastantemente mi lega a soffrir ogni pena per suo amore». E così soffrì quel taglio senza lamentarsi. Diceva s. Teresa: «Chi è colui che vedendo il Signore coperto di piaghe e afflitto dalle persecuzioni, non abbracci e desideri ogni tribolazioneDisse s. Bernardo: Grata ignominia crucis ei qui crucifixo ingratus non est7.


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A chi ama il crocifisso son troppo cari i disprezzi e le pene.

 

Dice l'apostolo che specialmente noi sacerdoti nella pazienza dobbiam farci conoscere per veri ministri di Gesù Cristo: Exhibeamus nosmetipsos, sicut Dei ministros in multa patientia... in necessitatibus, in angustiis... in laboribus etc.1. Scrisse Tomaso da Kempis: In iudicio non quaeretur quid legimus, sed quid fecimus. Molti dotti san molte cose, ma poi non sanno sopportare niente per Dio e, quel ch'è peggio, non sanno neppur conoscere il gran difetto della loro impazienza. Habentes oculos, non videtis2. A che serve la scienza a chi non ha la carità? Et si noverim... omnem scientiam... caritatem autem non habuero, nihil sum, dicea s. Paolo3. Ma, come notò lo stesso apostolo: Caritas omnia suffert4. Chi vuol farsi santo, ha da esser perseguitato: Omnes qui pie volunt vivere in Christo Iesu, persecutionem patientur5. E prima lo disse il nostro Salvatore: Si me persecuti sunt, et vos persequentur6. La vita de' santi, scrisse s. Ilario, non può essere quieta; spesso ella esser dee contraddetta e provata colla pazienza: Non otiosa aetas religiosi viri est, neque quietam exigit vitam; impugnatur saepe, et haec sunt quae fidem probant7. Il Signore tribola coloro che accetta per figli: Flagellat... filium quem recipit8. Ego quos amo arguo et castigo9. E perché? perche nella pazienza si prova l'amore e la perfetta fedeltà d'un'anima: Patientia... opus perfectum habet10. Così appunto disse l'arcangelo s. Rafaele al s. Tobia: Quia acceptus eras Deo, necesse fuit ut tentatio probaret te11.

 

Talvolta noi saremo mortificati per qualche colpa da noi non commessa; ma, dice s. Agostino, che importa? dobbiamo accettare quella mortificazione almeno per le altre colpe da noi fatte: Etsi non habemus peccatum quod obiicitur, habemus tamen quod digne in nobis flagelletur12. Intendiamo quel che disse la s. Giuditta, che in questa terra i castighi non ci vengono da Dio per nostra ruina, ma acciocché ci emendiamo e così evitiamo il castigo eterno: Ad emendationem, et non ad perditionem nostram, evenisse credamus13. Se dunque ci troviamo debitori alla divina giustizia per li peccati passati, non solo dobbiamo accettar con pazienza le tribolazioni che ci accadono, ma dobbiamo anche con s. Agostino pregare il Signore: Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas. Dicea Giobbe: Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus14? Dicea ciò, perché ben intendea che nei mali, cioè nelle tribolazioni di questa vita, accettate con pazienza, molto più si guadagna che ne' beneficj temporali. Ma se altro non fosse, i travagli di questa vita o di buona o di mala voglia si han da patire: chi li soffre con pazienza si fa merito per lo paradiso; chi li soffre con impazienza, anche li patisce e si fa merito per l'inferno. Eadem tunsio, dice s. Agostino, bonos perducit ad gloriam, malos redigit in favillam15. Parlando lo stesso santo del buono e del mal ladrone, dice: Quos passio iungebat, causa separabat. L'uno


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e l'altro pativa la morte: ma l'uno perché l'accettò con pazienza, si salvò; l'altro perché la patì bestemmiando, si dannò. Vide s. Giovanni l'apostolo che quei beati che già stavano a goder la vista di Dio non si trovavano già venuti dalle delizie della terra, ma dalle tribolazioni; onde intese dire: Hi sunt qui venerunt de tribulatione magna... Ideo sunt ante thronum Dei1.

 

Per quarto ed ultimo, chi vuol farsi santo non dee voler altro se non quello che vuole Dio. Tutto il nostro bene sta nell'unirci alla volontà di Dio. Et vita in voluntate eius2. Dicea s. Teresa: «Tutto ciò che dee procurare chi si esercita nell'orazione è di conformare la sua volontà alla divina; e si assicuri che in ciò consiste la più alta perfezione». Questo è il tutto che da noi domanda il Signore: che gli doniamo i cuori, cioè la volontà: Fili mi, praebe cor tuum mihi3. Dice s. Anselmo che Dio quasi mendicando ci domanda il cuore, e benché da noi respinto, egli non si parte e ritorna a domandarcelo: Nonne tu es, Deus meus, qui tam crebro pulsas et mendicas ad ostium nostrum, dicens: Praebe, fili mi, cor tuum mihi; imo repulsus, te iterum ingeris4? Non possiamo noi dunque offerir cosa più grata a Dio che la nostra volontà, dicendogli con l'apostolo: Domine, quid me vis facere5? Onde scrisse s. Agostino: Nihil gratius Deo possumus offerre quam ut dicamus ei: Posside nos. Disse il Signore di Davide che avea trovato un uomo secondo il suo cuore; e perché? perché Davide adempiva tutti i suoi divini voleri. Inveni... virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates meas6. Procuriamo pertanto di dir sempre come dicea Davide: Doce me facere voluntatem tuam7: Signore, insegnatemi a far solo quel che voi volete. E perciò bisogna spesso offerirci a Dio, replicando col medesimo santo profeta: Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum8. Ma bisogna avvertire che il merito sta nell'abbracciare la divina volontà, non già nelle cose a noi piacevoli, ma nelle avverse al nostro amor proprio. Qui si conosce il peso dell'amore che portiamo a Dio. Diceva il ven. Giovanni d'Avila: «Vale più un Benedetto sia Dio nelle cose contrarie che non vagliono seimila ringraziamenti nelle cose a noi dilettevoli». E qui bisogna intendere che quanto ci avviene tutto ci avviene per volontà di Dio: Quicquid hic accidit contra voluntatem nostram noveris non accidere nisi de voluntate Dei9. Ciò significa quel che dice l'ecclesiastico: Bona et mala, vita et mors... a Deo sunt10. Sicché quand'alcuno c'ingiuria, non già vuole Dio il peccato di colui, ma ben vuole che noi soffriamo quell'offesa. Allorché dunque ci vien tolta la stima o la roba da altri, bisogna che diciamo col santo Giobbe: Dominus dedit, Dominus abstulit: sicut Domino placuit, ita factum est; sit nomen Domini benedictum11.

 

Chi ama poi la volontà di Dio, anche su questa terra sta in una continua pace: Delectare in Domino, dice Davide, et dabit tibi petitiones cordis tui12. Il nostro cuore, perché è creato per un bene infinito, non può restar contento con tutte le creature, che son finite; e perciò per quanti beni


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ottenga, ma che non sono Dio, il cuore non è contento e sempre più cerca: ma quando trova Dio trova tutto, e Dio contenta tutte le sue dimande. Onde disse il Signore alla Samaritana: Qui autem biberit ex aqua quam ego dabo ei non sitiet in aeternum1. Ed altrove disse: Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam, quoniam ipsi saturabuntur2. Perciò chi ama Dio non si affligge mai di quanto gli accade: Non contristabit iustum, quidquid ei acciderit3. Perché il giusto, quanto succede, sa che tutto gli avviene per volontà di Dio. I santi, dice Salviano, se sono umiliati, questo vogliono: se patiscono povertà, godono d'esser poveri: vogliono in somma solo quel che vuole il loro Dio; e perciò godono una continua pace: Humiles sunt, hoc volunt; pauperes sunt, paupertate delectantur: itaque beati dicendi sunt. Ben è permesso nelle afflizioni pregar il Signore che ce ne liberi, come già pregò Gesù Cristo nell'orto: Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste4. Ma bisogna subito soggiungere, come soggiunse il Redentore: Verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu.

 

È certo che quel che vuole Iddio è il meglio per noi. Scrisse il p.m. d'Avila ad un sacerdote infermo: «Amico, non istare a far il conto di quel che faresti essendo sano, ma contentati di stare infermo per quanto a Dio piacerà. Se tu cerchi la volontà di Dio, che cosa più l'importa lo star sano che star infermo?» Bisogna rassegnarci in tutto, anche nelle tentazioni che c'insultano per farci offendere Dio. L'apostolo pregava il Signore a liberarlo dalle molte tentazioni, che pativa contra la castità: Datus est mihi stimulus carnis meae... propter quod ter Dominum rogavi ut discederet a me5. Ma Dio gli rispose: Sufficit tibi gratia mea. Persuadiamoci che Dio non solo desidera ma anche è sollecito del nostro bene: Dominus sollicitus est mei6. Abbandoniamoci dunque nelle sue mani, poiché egli ben ha cura di noi: Omnem sollicitudinem vestram proiicientes in eum; quoniam ipsi cura est de vobis7. Oh come poi finalmente sarà felice la morte d'un'anima tutta uniformata alla divina volontà! Ma chi vuol morire così uniformato bisogna che prima tutto si uniformi in vita. Procuriamo pertanto d'avvezzarci in tutte le cose contrarie che ci avvengono a rassegnarci, replicando sempre quel gran detto de' santi che c'insegnò Gesù Cristo: Fiat voluntas tua, fiat voluntas tua. O pure come dicea lo stesso nostro Salvatore: Ita, Pater, quoniam sic fuit placitum ante te8. Ed offeriamoci continuamente a Dio, dicendo colla divina Madre: Ecce ancilla Domini: Signore, ecco il vostro servo, disponete di me e delle cose mie come vi piace, tutto l'accetto. S. Teresa per cinquanta volte il giorno si offeriva a Dio. Diciamogli ancora coll'apostolo: Domine, quid me vis facere? Dio mio, fatemi sapere quel che volete da me, che tutto io voglio farlo. Gran cose han fatte i santi per incontrar la volontà di Dio: chi è andato ad intanarsi ne' deserti, chi a chiudersi ne' chiostri, chi a dar la vita tra i tormenti. Stringiamoci ancor noi che siam sacerdoti ed abbiam maggior obbligo di farci santi, colla divina volontà e facciamoci santi; e non


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diffidiamo per li peccati fatti. Non attendit Deus, dice s. Bernardo, come abbiam riferito di sopra, quid fecerit homo, sed quid velit esse. Volontà risoluta coll'aiuto divino vince tutto. Preghiamo sempre. Chi prega ottiene: Omnis... qui petit, accipit1. E quanto pregando chiederemo, otterremo: Quodcumque volueritis, petetis, et fiet vobis2. E tra le preghiere ci sia cara e continua la bella preghiera di s. Ignazio di Loiola: Amorem tui solum cum gratia tua mihi dones, et dives sum satis: Signore, datemi l'amore vostro e la vostra grazia, e niente più desidero. Ma bisogna questa grazia del divino amore chiederla continuamente ed instantemente, come la chiedea s. Agostino, il quale così pregava: Exaudi, exaudi, exaudi me, Deus meus, rex meus, pater meus, honor meus, salus mea, lux mea, vita mea; exaudi, exaudi, exaudi me. Te solum amo; te solum quaero. Sana et aperi oculos meos. Recipe fugitivum tuum; satis inimicis tuis serviverim. Iubeas me purum perfectumque amatorem esse sapientiae tuae3. E nel cercar le grazie, soggiungo con s. Bernardo, valiamoci sempre dell'intercessione di Maria che ottiene a' suoi servi quanto dimanda a Dio: Quaeramus gratiam et per Mariam quaeramus; quia quod quaerit invenit et frustrari non potest.

 




9 Lev. 21. 6.



10 Hom. 15. in Lev.



1 2. Tim. 2. 4.



2 Matth. 8. 22.



3 Lev. 20. 26.



4 Ib. 18. 20.



5 Med. 13.



6 Ps. 72. 25. et 26.



7 Io. 15. 13.



8 Luc. 9. 31.



1 De meus. cruc. c. 2.



2 2. Cor. 5. 15.



3 1. Cor. 1. 23.



4 2. Cor. 5. 14.



5 Lib. 6. in Luc.



6 Isa. 12. 3.



7 1. Cor. 2. 2.



1 1. Cor. 13. 2.



2 Philip. 3. 8.



3 Eph. 3. 1.



4 Cant. 6. 7. et 8.



5 Serm. 20. in Cant.



6 Isa. 9. 6.



7 Ephes. 5. 2.



8 De mod. bene viv. serm. 8.



9 2. Cor. 5. 15.



10 Serm. 122. de temp.



11 S. Aug. conf. c. 29.



12 Sap. 6. 18.



1 Prov. 4. 18.



2 Prov. 4. 19.



3 Ep. 143.



4 Ep. 25.



5 Iob. 14. 2.



6 1. Cor. 9. 24.



7 Matth. 5. 6.



8 Luc. 1. 53.



9 Sap. 3. 7.



10 Matth. 19. 21.



11 Prov. 13. 4.



12 Sap. 6. 13.



13 21. 12.



14 Ps. 80. 11.



15 Sap. 4. 13.



1 Ps. 118. 32.



2 L. 8. conf. c. 7.



3 Serm. de s. Andr.



4 Matth. 6. 22.



5 1. Reg. 16. 7.



6 Ps. 65. 15.



1 Marc. 7. 37.



2 Io. 5. 30.



3 In dial. Host. et Lucif.



4 Matth. 7. 22.



5 Matth. 7. 23.



6 Matth. 6. 3.



7 Serm. 60. de temp.



8 Isa. 61. 8.



9 De dilig. Deo.



10 Num. 11. 29.



11 Ps. 72. 10.



12 Ps. 54. 24.



1 De ben. c. 7.



2 Marc. 12. 43.



3 Cap. 54.



4 1. Cor. 6. 20.



5 Serm. 17. in Cant.



6 Io. 14. 31.



7 Serm. 25. in Cant.



1 2. Cor. 6. 4. et 5.



2 Ierem. 5. 21.



3 1. Cor. 13. 2.



4 Ibid. v. 7.



5 2. Tim. 3. 12.



6 Io. 15. 20.



7 In ps. 128.



8 Hebr. 12. 6.



9 Apoc. 3. 19.



10 Iac. 1. 2.



11 Tob. 12. 13.



12 In ps. 68.



13 Iob. 8. 27.



14 2. 10.



15 Serm 222.



1 Apoc. 7. 14. et 15.



2 Ps. 29. 6.



3 Prov. 23. 26.



4 De mens. cruc. c. 5.



5 Act. 9. 6.



6 Act. 13. 22.



7 Ps. 142. 9.



8 Ps. 56. 8.



9 S. Aug. in ps. 148.



10 11. 14.



11 Iob. 1. 21



12 Ps. 36. 4.



1 Io. 4. 13.



2 Matth. 5. 6.



3 Prov. 12. 21.



4 Matth. 26. 39.



5 2. Cor. 12. 7. et 8.



6 Ps. 39. 18.



7 1. Petr. 5. 7.



8 Matth. 11. 26.



1 Matth. 7. 8.



2 Io. 15. 7.



3 L. 1. solil. c. 1.






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