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S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio alla Morte

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PUNTO II

«Statera dolosa in manu eius» (Os. 12).1 Bisogna pesare i beni nelle bilance di Dio, non in quelle del mondo, le quali ingannano. I beni del mondo son beni troppo miseri, che non contentano l'anima, e presto finiscono. «Dies mei velociores fuerunt cursore, pertransierunt quasi naves poma portantes» (Iob. 9. 25). Passano e fuggono i giorni della nostra vita e de' piaceri di questa terra, e finalmente2 che resta? «Pertransierunt quasi naves». Le navi non lasciano neppure il segno per dove son passate. «Tanquam navis, quae pertransit fluctuantem aquam, cuius, cum praeterierit, non est vestigium invenire» (Sap. 5. 10). Domandiamo a tanti ricchi, letterati, principi, imperadori,3 che or sono all'eternità, che si trovano delle loro pompe, delizie e grandezze godute in questa terra? Tutti rispondono: Niente, niente. Uomo, dice S. Agostino:4 «Quid hic habebat, attendis, quid secum fert, attende (Serm. 13. de Adv. Dom.)». Tu guardi (dice il santo) solamente i beni, che possedea quel grande; ma osserva che cosa si porta seco, or che muore, se non un cadavere puzzolente ed uno straccio di veste per seco infracidirsi?5 De i grandi del mondo che muoiono, appena per poco tempo si sente parlare, e poi se ne perde anche la memoria. «Periit memoria eorum cum sonitu» (Ps. 9. 7). E se i miseri vanno poi all'inferno, ivi che fanno, che dicono? Piangono e dicono: «Quid profuit nobis superbia, aut divitiarum iactantia?... transierunt omnia illa, tanquam umbra» (Sap. 5. 8). Che ci han giovate6 le nostre pompe e le ricchezze, se ora tutto è passato come un'ombra, ed altro non c'è rimasto che pena, pianto e disperazione eterna?

«Filii huius saeculi prudentiores filiis lucis sunt» (Luc. 16. 8). Gran cosa! come sono prudenti i mondani per le cose della terra! Quali fatiche non fanno, per guadagnarsi quel posto, quella roba! Che diligenza non mettono, per conservarsi la sanità del corpo! Scelgono i mezzi più sicuri, il miglior medico, i migliori rimedi, la miglior aria. E per l'anima poi sono così trascurati! Ed è certo che la sanità, i posti,


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le robe un giorno han da finire; ma l'anima, l'eternità non finiscono mai. «Intueamur (dice S. Agostino)7 quanta homines sustineant pro rebus, quas vitiose diligunt». Che non soffre quel vendicativo, quel ladro, quel disonesto per giungere al suo pravo intento? E poi per l'anima non vogliono soffrir niente? Oh Dio, che alla luce di quella candela, che si accende nella morte, allora in quel tempo di verità si conosce e si confessa da' mondani la loro pazzia. Allora ognuno dice: Oh avessi lasciato tutto, e mi fossi fatto santo! Il Pontefice Leone XI8 diceva in morte: Meglio fossi stato portinaio del mio monastero, che Papa. Onorio III similmente Papa,9 anche dicea morendo: Meglio fossi restato nella cucina del mio convento a lavare i piatti. Filippo II re di Spagna10 morendo si chiamò il figlio, e gittando la veste regale, gli fe' vedere il petto roso da' vermi, e poi gli disse: Principe, vedi come si muore, e come finiscono le grandezze del mondo. E poi esclamò: Oh fossi stato laico di qualche religione e non monarca. Nello stesso tempo si fe' ligare11 al collo una fune con una croce di legno, e dispose le cose per la sua morte, e disse al figlio: Ho voluto, figlio mio, che voi vi foste12 trovato presente a quest'atto, acciocché miriate come il mondo in fine tratta anche i monarchi. Sicché la loro morte è uguale a quella de' più poveri del mondo. In somma chi meglio vive ha miglior luogo con Dio. Questo medesimo figlio poi (che fu Filippo III)13 morendo giovine di 42 anni, disse: Sudditi miei, nel sermone de' miei funerali, non predicate altro se non questo spettacolo che vedete. Dite che non serve in morte l'esser re, che per sentire maggior


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tormento d'esserlo stato. E poi esclamò: Oh non fossi stato re, e fossi vivuto in un deserto a servire Dio, perché ora anderei con maggior confidenza a presentarmi nel suo tribunale, e non mi troverei a tanto rischio di dannarmi! Ma che servono questi desideri in punto di morte, se non per maggior pena e disperazione a chi in vita non ha amato Dio? Dicea dunque S. Teresa:14 «Non ha da farsi conto di ciò, che finisce colla vita; la vera vita è vivere in modo, che non si tema la morte». Perciò se vogliamo vedere, che cosa sono li beni15 di questa terra, miriamoli dal letto della morte; e poi diciamo: Quegli onori, quegli spassi, quelle rendite un giorno finiranno: dunque bisogna attendere a farci santi e ricchi di quei soli beni che verranno con noi, e ci renderanno contenti per tutta l'eternità.

Affetti e preghiere

Ah mio Redentore, voi avete sofferto tante pene ed ignominie per amor mio; ed io ho tanto amati i piaceri ed i fumi di questa terra, che per essi tante volte son giunto a mettermi sotto i piedi la vostra grazia! Ma se quando io vi disprezzava, Voi non avete lasciato di venirmi appresso, non posso temere, o Gesù mio, che mi discaccerete16 ora che vi cerco e v'amo con tutto il mio cuore, e mi pento più d'aver offeso Voi, che se avessi patita ogni altra disgrazia. O Dio dell'anima mia, da oggi avanti non voglio darvi alcun disgusto, benché leggiero; fatemi conoscere che sia disgusto vostro, ch'io non voglio farlo per qualunque bene del mondo; e fatemi intendere quel che ho da fare per compiacervi, ch'io sono pronto. Io voglio amarvi da vero.17 Abbraccio, Signore, tutti i dolori e le croci, che mi verranno dalle vostre mani; datemi quella rassegnazione che vi bisogna. «Hic ure, hic seca».18


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Castigatemi in questa vita, acciocché nell'altra io possa amarvi in eterno.

Maria Madre mia, a voi mi raccomando; non lasciate mai di pregare Gesù per me.




1 [2.] Os., 12, 7.



2 [7.] e finalmente, om. «e» ND1 VR BR1 BR2.



3 [11.] imperadori) imperatori ND3 VR BR1 BR2.



4 [14.] S. AUGUST., Enarrat. in Ps. XLVIII, sermo II, n. 7; PL 36, 540: «Vides viventem, cogita morientem. Quid hic habeas attendis, quid secum tollit attende… Multum auri habet, multum argenti habet, multum praediorum, multum mancipiorum: moritur, remanent illa, nescit quibus». Cfr. CC 38, 570.



5 [18.] infracidirsi) infracidarsi ND1 VR BR1 BR2.



6 [23.] giovate) giovato BR2.



7 [2.] ID., De patientia, c. III, n. 3; PL 40, 612: «Intueamur… quanta in laboribus et doloribus homines dura sustinent pro rebus, quas vitiose diligunt». CSEL 41, 665.



8 [8.] ENGELGRAVE H., Lux evangelica in omnes anni dominicas, Emblema XLIV: Dominica XVI post Pent., par. 3, p. I, coloniae Agrippinae 1677, 315: «Nec alia mens, alius summus pontifex fuit, nempe Leo XI. Is enim ad extremum vitae redactus, ei qui sibi confitenti aures praebuerat, dixit: Quam melius fuisset mihi si monasterii, quam si caeli claves tenuissem». Cfr. ROSIGNOLI C. G., La saggia elezione, c. XIII, par. 2; Opere, III, Venezia 1713, 497. Leone XI (m. 1605) dei Medici di Firenze fu Papa appena 25 giorni: è probabile che si tratti di s. Leone IX (m. 1054), che fu educato nel monastero clunianense di St. Evre (vedi PL 143, 507).



9 [10.] ENGELGRAVE H., Ibid., 315: «Paulus III pontifex, animam agens sancte asseverabat: Mallem me subiecisse coco familiae capucinorum quam hanc Deo proximam idque decem annorum curriculo, dignitatem sustinuisse». Congetturiamo che ad Onorio III debba sostituirsi Paolo III.



10 [11.] FRANCESCO DELLA CROCE, op. cit., I, Napoli 1687, 277.



11 [16.] ligare) legare BR1 BR2.



12 [18.] voi vi foste) voi foste ND1 ND3; vi foste VR BR1 BR2.



13 [22.] FRANCESCO DELLA CROCE, op. cit., 280.



14 [6.] FRANCESCO DELLA CROCE, op. cit., 448: «Di quello che ha fine, disse la mia Madre S. Teresa, non ha da farsi nessun conto, e molto meno della vita, poiché non abbiam di lei pur un giorno sicuro, e con pensare che ogni ora può esser l'ultima.. Vita è il vivere di maniera, che non si tema la morte, né tutti gli avvenimenti sinistri della vita». Cfr. S. TERESA, Sentenziario del Cammino di perfezione, 84; Op. spir., II, Venezia 1682, 261: «Di tutto quello che ha fine, non ha da farsi alcun conto, e molto meno della vita, poiché non abbiamo di lei neppur un giorno sicuro, e con pensaro che ogn'ora può esser l'ultima chi non la faticherà?» Obras (Camino de perfección, c. 10), III, Burgos 1916, 51.



15 [8.] li beni) i beni VR BR1 BR2.



16 [18.] discaccerete) discaccierete VR.



17 [24.] da vero) davvero BR2.



18 [26.] NIEREMBERG E., De inaestimabili pretio divinae gratiae, l. I, c. 10; Lugduni 1647, 46: «Ah libet hic, libet cum S. Bernardo exclamare: Hic ure, hic seca, ut in aeternum parcas». Ma più esattamente altri attribuiscono il testo a s. Agostino, di cui è certamente il concetto. DREXELIUS, De aeternitate, cons. V, par. 3; Opera, I, Lugduni 1658, 15: «Hinc tam serio clamat et precatur Augustinus: Domine, hic ure, hic seca, modo in aeternum

parcas». Così anche MANSI, op. cit., tr. 34, disc. 9, 12; II, Venetiis 1703, 620. Cfr. S. AUGUST., Enarrat. in Ps. XXXIII, sermo II, n. 20; PL 36, 319: «Medicus est [Dominus], adhuc putre habes nescio quid. Clamas: sed adhuc secat, et non tollit manum nisi secuerit quantum videtur. Etenim medicus crudelis est qui exaudit hominem, et parcit vulneri et putredini... Sic et Deus noster plenus est caritate: sed ideo videtur non exaudire, ut sanet et parcat in sempiternum». Cfr. CC 38, 295. Vedi anche del medesimo Sermo 70, c. 2, n. 2; PL 38, 443: «Secari et uri homines patiuntur, ut dolores non aeterni sed aliquando diuturnioris ulceris acriorum dolorum pretio redimantur».






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