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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE IX. - PER LA DOMENICA IV. DOPO L'EPIFANIA

 

Pericoli della salute eterna.

Ascendente Iesu in naviculam, secuti sunt eum discipuli eius, et ecce motus magnus factus est in mari. (Matth. 8. 23. et 24.)

 

ASSUNTO UNICO - Quanti sono i pericoli della nostra salute eterna, e come dobbiamo da essi guardarci.

 

Nel corrente vangelo di s. Matteo abbiamo che essendo Gesù co' suoi discepoli salito sulla nave, sopraggiunse una gran tempesta, in modo tale che la nave era agitata dalle onde, e stava per perdersi. In questo tempo il Salvatore dormiva, ma i discepoli spaventati dalla tempesta andarono a svegliarlo, dicendogli: Signore, salvateci, altrimenti ci perdiamo: Domine, salva nos, perimus. Allora Gesù fece lor coraggio dicendo: Che timore avete, uomini di poca fede? Quid timidi estis modicae fidei? E nello stesse tempo imperavit ventis et mari, et facta est tranquillitas magna; comandò ai venti ed al mare che si quietassero, e subito si


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fece una gran calma. Andiamo considerando che cosa significa questa nave in mezzo al mare, e che significano i venti che muovono la tempesta.

 

La nave che sta in mare significa l'uomo che vive in questo mondo. Siccome una nave che cammina per mare è soggetta a mille pericoli, di corsari, di secche, di scogli segreti e di tempeste; così l'uomo in questa vita è circondato da' pericoli per le tentazioni dell'inferno, per le occasioni cattive di peccare, per gli scandali o mali consigli degli uomini, per i rispetti umani; maggiormente poi per le passioni disordinate, figurate per i venti che muovono la tempesta, e mettono la nave in gran pericolo di perdersi.

 

Sicché, come dice s. Leone, la nostra vita è piena di pericoli, di lacci e di nemici: Plena omnia periculis, plena laqueis; incitant cupiditates, insidiantur illecebrae, blandiuntur lucra1. Il primo nemico della salute che ciascuno ha, è egli stesso: Unusquisque vero tentatur a concupiscentia sua abstractus et illectus2. Oltre poi degli appetiti malvagi che vivono dentro di noi, e ci tirano al male, abbiamo tanti nemici da fuori che ci combattono. Abbiamo i demonj, coi quali è molto grande la guerra, poiché essi sono più forti di noi: Bellum grave quia cum fortiore, scrive Cassiodoro3. Quindi ci avverte san Paolo ad armarci cogli aiuti di Dio, dovendo combattere con nemicipotenti: Induite vos armaturam Dei, ut possitis stare adversus insidias diaboli, quoniam non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum etc.4. Il demonio, aggiunge s. Pietro, è un leone che sempre va in giro, ruggendo per la rabbia e fame che tiene di divorare le anime nostre: Tamquam leo rugiens circuit, quaerens quem devoret5. Scrive s. Cipriano che il nemico va sempre intorno a ciascun di noi per renderci suoi schiavi: Circuit daemon nos singulos, et tanquam hostis clausos obsidens muros explorat et tentat, num sit pars aliqua minus stabilis, cuius aditu ad interiora penetretur6.

 

Di più ci combattono la salute gli uomini con cui dobbiam conversare, i quali o ci perseguitano o ci tradiscono o c'ingannano colle adulazioni e coi mali consigli. Dice s. Agostino che tra i fedeli in ogni professione vi sono gli uomini finti ed ingannatori: Omnis professio in ecclesia habet fictos7. Or se una piazza fosse piena di ribelli da dentro e circondata da nemici di fuori, chi non la piangerebbe per perduta? In tale stato è ciascuno di noi, mentre vive in questo mondo; chi può liberarlo da tanti e tali nemici? Solo Dio: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat, qui custodit eam8.

 

Quale dunque è il mezzo per salvarsi fra tanti pericoli? È quello che trovarono quei santi discepoli di ricorrere al loro maestro e dirgli: Salva nos, perimus. Signore, salvateci, altrimenti siam perduti. Quando la tempesta è grande, il piloto non parte gli occhi dalla stella che lo guida al porto. Così noi in questa vita dobbiamo tener sempre gli occhi rivolti a Dio, che solamente da tali pericoli


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può liberarci. Così facea Davide, quando vedeasi assalito da' pericoli di peccare: Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi1. Il Signore a questo fine dispone che mentre stiamo in questa terra, viviamo in una continua tempesta e siamo circondati da' nemici, acciocché continuamente ci raccomandiamo a lui, che solo può salvarci colla sua grazia. Le tentazioni del demonio, le persecuzioni degli uomini e tutte le avversità che soffriamo in questo mondo, non sono già male per noi, anzi sono buone se noi sappiamo servircene in bene, come vuole Iddio che per nostro bene le manda o le permette. Elle ci distaccano dagli affetti a questi beni di terra e ci fanno abborrire questo mondo, provando amarezze e spine negli stessi onori, nelle stesse ricchezze e nelle stesse delizie e spassi del mondo. Tutto fa il Signore affinché togliamo l'affetto ai beni caduchi, nei quali incontriamo tanti pericoli di perderci, e cerchiamo di unirci con Dio che solo può renderci contenti.

 

Il nostro errore ed inganno è che quando ci vediamo travagliati dalle infermità, dalla povertà, dalle persecuzioni e da simili tribolazioni, in vece di ricorrere a Dio, ricorriamo agli uomini, e nell'aiuto di costoro, mettiamo la nostra confidenza; e così facendo ci tiriamo sopra la maledizione di Dio il quale dice: Maledictus homo qui confidit in homine2 Non già proibisce il Signore che nelle nostre afflizioni e pericoli ricorriamo ai mezzi umani; ma poi maledice chi in questi mezzi ripone tutta la sua confidenza. Egli vuole che prima di tutti gli altri ricorriamo a lui, ed unicamente in lui collochiamo le nostre speranze, acciocché in lui mettiamo ancora tutto il nostro amore.

 

Mentre viviamo in questa terra, bisogna che ci procuriamo la salute eterna, secondo scrive l'apostolo, temendo e tremando in mezzo a tanti pericoli, ne' quali ci troviamo: Cum metu et tremore vestram salutem operamini3. Una volta trovandosi in mezzo al mare una nave, sopravvenne e una tempestagrande che il capitano della nave tremava. Nello stesso tempo nel bastimento vi stava una bestia che mangiava quietamente, come vi fosse una gran calma. Fu interrogato il capitano, perché avesse tanto timore in quell'occasione? Rispose: o se avessi l'anima come l'ha quella bestia, anch'io starei in pace senza timore; ma perché tengo un'anima ragionevole ed eterna, temo la morte, dopo cui ho da comparire al giudizio di Dio, e perciò ho tanto timore. Tremiamo ancora noi, dilettissimi miei, si tratta d'anima, si tratta di eternità; e chi non trema, come dice s. Paolo, sta in gran pericolo di dannarsi; poiché chi non trema poco si raccomanda a Dio, poco attende a prendere i mezzi di salvarsi, e così facilmente si perde. Stiamo attenti, ci avverte s. Cipriano, siamo ancora nella battaglia, e combattiamo per la salute eterna: Adhuc in acie constituti de vita nostra dimicamus4.

 

Il primo mezzo dunque per salvarsi è il raccomandarci sempre a Dio, affinché ci tenga le mani sopra e non l'offendiamo. L'altro mozzo è di togliere dall'anima tutti i peccati commessi, col farsene una confessione generale. La confessione generale è un gran rimedio per fare una vera


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mutazione di vita. Quando la tempesta è grande, si attende ad alleggerire la nave, ed ognuno gitta in mare la sua roba per salvare la vita. Oh pazzia de' peccatori, che stando in questo mondo in mezzo a tanti pericoli di dannarsi in eterno, invece di alleggerir la nave, cioè di scaricare l'anima de' suoi peccati, la caricano di maggior peso! Invece di fuggire i pericoli di peccare, non temono di seguire a mettersi volontariamente nelle male occasioni! Ed invece di ricorrere alla misericordia di Dio, acciocché perdoni loro le offese fattegli maggiormente l'offendono e lo costringono ad abbandonarli!

 

L'altro mezzo è di attendere con tutta la cura a non farci dominare dalle passioni sregolate: Animae irreverenti et infrunitae, ne tradas me1. Signore, pregava l'ecclesiastico, non mi consegnate ad un'anima accecata da qualche passione. Chi è cieco non vede più quel che fa, onde è capace di fare ogni male. Così tanti si perdono, con farsi dominare dalle passioni: altri si fan dominare dalla passione delle ricchezze; un personaggio che ora è passato all'altro mondo diceva: oimè, vedo che l'affetto ai danari mi comincia a dominare! Così diceva l'infelice, ma non vi poneva alcun rimedio; egli non seppe resistere a tal passione da principio, anzi la fomentò sino alla morte, e così morendo lasciò poca speranza di sua salute. Altri poi si fan dominare dalla passione de' piaceri sensuali, e perché con i soli piaceri non vietati non restano contenti, passano indi ad appigliarsi ai piaceri illeciti. Altri si fan dominare dalla passione dell'ira, e perché non attendono a spegnere il fuoco da principio, quando è picciolo, il fuoco poi si avanza e diventa spirito di vendetta.

 

Scrive s. Ambrogio: Hi hostes cavendi, hi graviores tyranni. Multi in persecutione publica coronati, occulta hac persecutione ceciderunt2. Gli affetti disordinati, se a principio non si abbattono diventano i nostri più terribili tiranni: molti, dice s. Ambrogio, dopo aver superate le persecuzioni de' nemici della fede, indi per non aver resistito da principio a qualche passione terrena, si sono miseramente perduti. Esempio infelice di ciò fu il povero Origene, che dopo una vita esemplare, e dopo aver combattuto per la fede, pronto a dar la vita per difenderla, appresso per una passione di rispetto umano, si abbandonò a rinnegar la fede, come rapporta Natale Alessandro3. Esempio più infelice fu Salomone, che colmato da Dio di tanti doni sino a diventare penna dello Spirito santo, indi per essersi lasciato dominare dall'affetto verso alcune donne gentili, si ridusse il misero sino a dar l'incenso agli idoli. Simbolo di questi miserabili che si fanno dominare dalle loro malvagie passioni sono i bovi, che dopo aver faticato in tutta la loro vita, vanno a terminare al macello; così avviene a' mondani che faticano e stentano in tutta la loro vita, gemendo sotto il peso delle loro colpe, ed in fine vanno a terminare all'inferno.

 

Concludiamo il sermone. Il piloto, quando i venti sono troppo forti ed impetuosi, abbassa le vele e butta in mare l'ancora; così noi, allorché ci vediamo infestati da qualche passione maligna, prima di tutto abbassiamo


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le vele, cioè fuggiamo tutte quelle occasioni che possono aumentarla, e poi dobbiamo afferrarci all'ancora, cioè al nostro Dio, pregandolo a darci forza di resistere per non offenderlo.

 

Dirà taluno: ma che ho da fare io, trovandomi in mezzo al mondo, ove queste passioni contro mia voglia continuamente mi insultano? Risponde a costui Origene: Donec quis in tenebris secularibus manet, et in negotiorum obscuritate versatur, non potest servire Domino. Exeundum est ergo de Aegypto, relinquendus est mundus, non loco, sed animo1.Dice Origene che difficilmente può esser fedele a Dio chi vive nelle tenebre del secolo e tra gli affari mondani. Chi dunque vuole assicurare la sua salute eterna, esca dal mondo, e si ricoveri in alcuna delle religioni osservanti, che sono i porti sicuri nel mare di questo mondo; e chi non può lasciare il mondo di luogo, dee lasciarlo almeno coll'affetto, staccandosi quanto può dagli affetti mondani e dalle proprie concupiscenze, secondo c'insegna lo Spirito santo: Post concupiscentias tuas non eas, et a voluntate tua avertere2. Non andare appresso alle tue inclinazioni; e quando vedi che la tua volontà ti spinge al male, bisogna che le facci resistenza, e non la compiaci.

 

Tempus breve est; reliquum est ut et qui habent uxores, tamquam non habentes sint, et qui flent, tanquam non flentes; et qui gaudent, tanquam non gaudentes... praeterit enim figura huius mundi3. In somma il tempo della vita è breve, bisogna che ci apparecchiamo alla morte, la quale già si avvicina, e per apparecchiarci alla morte, pensiamo che ogni cosa di questo mondo finisce. Perciò dice l'apostolo che quelli che patiscono in questa terra, siano come quelli che non patiscono, qui flent, tanquam non flentes, perché tutte le miserie di questa vita hanno da finire, e chi si salva sarà felice in eterno; e quelli che godono i beni di questa terra, siano come quelli che niente godono, et qui gaudent tanquam non gaudentes, perché tutto un giorno si ha da lasciare, e chi si danna sarà infelice in eterno.

 




1 Serm. 5. de quadr.

2 Iac. 1.14.

3 In psal. 5.

4 Eph. 6. 11. et 12

5 1. Petr. 5. 8.

6 S. Cypr. l. de zelo etc.

7 In psal. 99.

8 Ps. 126. 2.

1 Ps. 121.1.



2 Ierem. 17. 5.



3 Phil. 2. 12.



4 L. 1 c. 1.

1 Eccl. 23. 6.

2 In ps. 118. Serm. 20.

3 Hist. Eccl. t. 7. dis. 15. q. 2. a. 1.

1 Hom. 3. in Exod.

2 Eccl. 18. 30.

3 1. Cor. 7. 29




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