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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE X. - PER LA DOMENICA V. DOPO L'EPIFANIA

 

Delle pene dell'inferno.

Colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum. (Matth. 13. 30.)

 

ASSUNTO DEL SERMONE - Prima si parlerà del fuoco che è la pena principale che tormenta i sensi del dannato; e poi delle altre pene dell'inferno.

 

Ecco finalmente dove vanno a finire quei peccatori che troppo si abusano della divina misericordia, vanno ad ardere per sempre nel fuoco dell'inferno. Iddio non già minaccia a noi l'inferno per mandarci ivi a patire, ma per liberarci dall'inferno: Minatur Deus gehennam, dice s. Giovanni Grisostomo, ut a gehenna liberet, et ut firmi ac stabiles evitemus minas4. Intendete dunque, uditori miei, che Dio oggi vi fa sentir questa predica dell'inferno per liberarvi dall'inferno: ve la fa sentire acciocché lasciate il peccato che solo può condurvi all'inferno.

 

Fratelli miei, è certo e di fede che vi è l'inferno. Dopo il giudizio i giusti andranno a godere la gloria eterna del paradiso, ed i peccatori a patire l'eterno castigo, che loro sta riserbato nell'inferno: Et ibunt hi in


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supplicium aeternum; iusti autem in vitam aeternam1 Andiamo esaminando che cosa è l'inferno. L'inferno è il luogo de' tormenti, siccome lo chiamò il misero Epulone: In hunc locum tormentorum2. Luogo di tormenti, ove tutti i sensi e tutte le potenze de' dannati hanno da avere il loro proprio tormento; e quanto più alcuno avrà offeso Dio co' piaceri vietati, tanto sarà maggiore il suo tormento: Quantum glorificavit se et in deliciis fuit, tantum date illi tormentum3.

 

Allorché il peccatore offende Dio fa due grandi mali, lascia Dio sommo bene che può renderlo beato, e si volge alle creature che non possono dargli alcun vero contento: Duo enim mala fecit populus meus si lamenta il Signore di questa ingiustizia che gli fanno gli uomini, me dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas, cisternas dissipatas, quae continere non valent aquas4. Perché dunque il peccatore volta le spalle a Dio, sarà tormentato nell'inferno colla pena del danno, che è la pena d'aver perduto Dio, della quale parleremo in altro sermone (Vedi la predica XLVIII. per la domenica XIX. dopo Pentecoste). Perché poi si volge alle creature con offesa di Dio, giustamente nell'inferno sarà tormentato dalle stesse creature, principalmente dal fuoco.

 

Vindicta carnis impii ignis et vermes5. Il fuoco ed i rimorsi di coscienza sono quelli che principalmente fanno la vendetta per parte di Dio sopra la carne dell'empio; e perciò Gesù Cristo, condannando i reprobi all'inferno, specialmente dice che li manda a bruciare nel fuoco eterno: Discedite a me maledicti in ignem aeternum6. Dunque sarà questo fuoco uno de' carnefici più fieri a castigare i dannati.

 

Anche in questa terra la pena del fuoco è la più terribile di tutte le altre; ma dice s. Agostino che il fuoco di questa terra, a confronto del fuoco dell'inferno, è come fosse dipinto: In cuius comparatione noster hic ignis depictus est. Similmente scrive s. Anselmo, dicendo che quanto il nostro fuoco materiale supera di ardore il fuoco dipinto, così il fuoco dell'inferno supera il nostro. Sicché il fuoco infernale tiene altra forza di tormentare, che il fuoco nostrale; e la ragione è chiara, perché il nostro fuoco Iddio l'ha creato per util nostro, ma il fuoco dell'inferno l'ha creato a posta per tormentare i peccatori, onde l'ha fatto ministro della sua giustizia, come dice Tertulliano: Longe alius est ignis, qui usui humano, alius qui Dei iustitiae deservit. L'ira divina è quella che tiene continuamente acceso questo fuoco vendicatore: Ignis succensus est a furore meo7.

 

Mortuus est autem dives, et sepultus est in inferno8. Il dannato viene sepolto nel fuoco dell'inferno, onde ivi terrà un abisso di fuoco di sotto, un abisso di sopra ed un abisso dintorno. Se tocca, tocca fuoco: Se vede, vede fuoco: se respira, respira fuoco. Siccome il pesce in mare è circondato dall'acqua, così il misero dannato sarà circondato dal fuoco per ogni parte. Ma notate quanto sia grande la pena del fuoco nell'inferno, mentre l'Epulone non si lamenta di

 


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altra pena, che di questa: Crucior in hac flamma1.

 

Di più dice il profeta Isaia che il Signore punirà le sordidezze dei peccatori collo spirito di fuoco: Si abluerit Dominus sordes... in spiritu ardoris2. Spirito di ardore è lo stesso che dire quintessenza di fuoco: tutti gli spiriti, o sieno quintessenze, ancorché sieno di semplici erbe o di fiori, sono si penetranti che giungono a passare sino alle ossa; tale è il fuoco dell'inferno. È così attivo questo fuoco, che una sola scintilla basterebbe a liquefare un monte di bronzo. Narra il discepolo che un dannato, apparendo ad un religioso, pose la mano in un vaso d'acqua, nel quale ponendo poi il religioso un candeliere di bronzo, subito quello si liquefece.

 

Di più questo fuoco tormenterà il dannato, non solo da fuori, ma anche da dentro, onde bruceranno le viscere entro del ventre, il cuore entro del petto, le cervella entro del capo, il sangue entro le vene, anche le midolle bruceranno dentro del corpo. La pelle del dannato diventerà come una caldaia posta sopra del fuoco, in cui bruceranno le sue viscere, le carni e le ossa. Dice Davide che i corpi de' dannati diventeranno come tante fornaci di fuoco: Pone eos ut clibanum ignis3.

 

Oh Dio, certi peccatori non possono soffrire di camminare per una via battuta dal sole,. di stare con una braciera accesa in una stanza chiusa, non soffrire una scintilla che salta dalla candela, e poi non temono il fuoco dell'inferno, che, secondo dice Isaia, non solo brucia, ma divora i poveri dannati! Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante4? Siccome un leone divora un capretto, cosi il fuoco dell'inferno divora il dannato; ma lo divora senza farlo mai morire, sicché lo tormenta con una continua morte. Siegui, pazzo, dice s. Pier Damiani al peccator impudico, siegui a soddisfare la tua carne, verrà un giorno, anzi una notte eterna, in cui le tue laidezze diventeranno pece, colla quale eternamente si nutrirà il fuoco dentro le tue viscere: Veniet dies, imo nox quando libido tua vertetur in picem, qua se nutriat perpetuus ignis in tuis visceribus5. Aggiunge s. Cipriano che le impudicizie de' disonesti bolliranno nello stesso grasso che uscirà da' loro corpi maledetti.

 

Scrive s. Girolamo che i peccatori in questo fuoco patiranno non solo il dolore del fuoco, ma tutti i dolori che si patiscono in questa terra: In uno igne omnia supplicia sentient in inferno peccatores6. Quanti dolori vi sono in questa terra? Dolori di fianco, dolori di testa, dolori di reni, dolori di sciatica, dolori di viscere: da tutti questi dolori nello stesso tempo il dannato ha da essere cruciato nell'inferno.

 

Lo stesso fuoco porterà seco la pena dell'oscurità, mentre col suo fumo comporrà quella procella di tenebre, di cui parla s. Giacomo, che accecherà gli occhi de' dannati: Quibus procella tenebrarum servata est in aeternum7. Onde l'inferno si chiama terra di tenebre, coperta dalla caligine della morte: Terram tenebrosam et opertam mortis caligine... ubi umbra mortis, et nullus ordo, sed sempiternus horror inhabitat8.


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Fa compassione il sentire che un delinquente sta chiuso in una fossa da dieci, da venti anni: l'inferno è una fossa chiusa da tutte le parti, nella quale non entra mai raggio di sole o lume di candela; sicché il misero dannato usque in aeternum non videbit lumen1. Il fuoco sulla terra illumina, ma nell'inferno sarà tutto oscuro. Spiega s. Basilio quel testo del salmo 28. 7.: Vox Domini intercidentis flammam ignis, e dice che il Signore nell'inferno divide il fuoco che brucia dalla fiamma che luce, onde questo fuoco fa solamente l'officio di bruciare, e non quello d'illuminare. Il b. Alberto Magno spiega ciò più in breve dicendo: Dividit a calore splendorem. Solamente, soggiunge s. Tomaso, vi lascia tanto di luce, quanto basta a tormentare i reprobi colla vista de' demonj e degli altri dannati: Quantum sufficit ad videndum illa, quae torquere possunt2. Scrive poi s. Agostino che la sola vista di questi mostri e larve infernali, per lo spavento che danno, basterebbe ad uccidere tutti i dannati, se potessero morire: Videbunt monstra, quorum visio posset illos occidere.

 

Inoltre su questa terra è una pena insoffribile il patire una gran sete e non avere una goccia di acqua da soddisfarla. Alcuni viandanti, trovandosi in campagna, dopo qualche lungo cammino, e non trovando alcuna fonte da ristorarsi, per la pena della sete che pativano son venuti meno. La sete nell'inferno sarà tale, che se ad un dannato si offerisse tutta l'acqua de' fiumi e del mare, direbbe: e che mi basta tutta quest'acqua alla gran sete che sento? Ma che fiumi, che mare! Il misero dannato non avrà neppure una goccia d'acqua che gli rinfreschi la lingua. Questo cercava l'Epulone, come abbiamo in s. Luca3: cercava ad Abramo che gli avesse mandato Lazaro, acciocché colla punta sola di un dito bagnato nell'acqua gli avesse rinfrescata la lingua, mentre bruciava in quella fiamma: Mitte Lazarum, ut intingat extremum digiti sui in aquam, ut refrigeret linguam meam, quia crucior in hac flamma. Ma che! Questa stilla d'acqua il povero Epulone non l'ha ottenuta e non l'otterrà mai finché Dio sarà Dio.

 

Di più il dannato sarà tormentato dalla gran puzza che vi è nell'inferno, Questa puzza nascerà dagli stessi corpi de' dannati: De cadaveribus eorum ascendet foetor4. I dannati perciò si chiamano cadaveri, non perché sieno morti, poiché sono vivi e saranno sempre vivi alla pena, cadaveri per la puzza che mandano. Qual pena sarebbe il trovarsi chiusi in una camera con un cadavere fracido che puzza! Dice s. Bonaventura che se fosse posto sulla terra il corpo d'un dannato, col suo fetore basterebbe a far morire tutti gli uomini. Che sarà poi il trovarsi in quella fossa chiusa dell'inferno in mezzo a quella moltitudine immensa di dannati! Dicono certi pazzi del mondo: Se vo all'inferno, non son solo a dannarmi. Disgraziati, e non il vedete che nell'inferno tanto più avete da penare, quanti più sono i vostri compagni? Ivi, dice s. Tomaso, la compagnia de' miseri non diminuirà, ma accrescerà la miseria: Ibi miserorum societas miseriam non minuet, sed augebit5. L'accrescerà, perché


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ogni dannato è di tormento agli altri; onde quanti più sono, più vicendevolmente tra loro si tormentano. Dice Isaia: Et erunt populi, quasi de incendio cinis, spinae congregatae igni comburentur1. I dannati posti in mezzo alla fornace dell'inferno saranno come tanti granelli ridotti in cenere da quell'abisso di fuoco, e saranno come tante spine unite insieme che si feriscono l'una coll'altra.

 

Si feriscono, come abbiam detto, colla puzza. Si feriscono inoltre coi lamenti e colle grida. Qual pena è ad uno che vorrebbe dormire e sente un infermo che si lamenta, un cane che abbaia, oppure un fanciullo che piange tutta la notte? Poveri dannati che han da sentire continuamente i pianti e gli urli di quei disperati, non per una notte, non per mille notti, ma per tutta l'eternità, senza mai cessare un momento!

 

Inoltre si feriscono colla strettezza, poiché quantunque la fossa dell'inferno sia molto larga, nondimeno riuscirà troppo angusta a tanti milioni di dannati, che come pecore vi hanno da essere ammucchiati l'un sopra l'altro: Sicut oves in inferno positi sunt2. Dice di più la scrittura che saranno i miseri talmente stretti fra di loro, come stanno le uve spremute sotto del torchio, e questo torchio sarà per essi la vendetta di Dio adirato: Torcular vini furoris irae Dei3. Dal che ne avverrà la pena dell'immobilità: Fiant immobiles quasi lapis4. Siccome il dannato caderà nell'inferno nel giorno finale, o di fianco o bocconi, o alla supina o colla testa in giù, così avrà da restare per sempre, senza poter cambiare più sito, e senza poter più muovere né un piede né una mano né un dito, finché Dio sarà Dio. Dice in somma il Grisostomo che tutte le pene di questa vita, per quanto grandi siano sono scherzi a rispetto delle pene dell'inferno, anzi non sono neppure un'ombra di quelle: Haec omnia ludicra sunt et risus ad illa supplicia; pone ignem, ferrum et bestias, attamen vix umbra sunt ad illa tormenta5.

 

Sarà dunque il dannato tormentato in tutti i suoi sensi. Sarà tormentato ancora in tutte le sue potenze. Sarà tormentato nella memoria, col ricordarsi degli anni che ha avuti in questa vita da Dio per salvarsi, ed esso gli ha consumati per dannarsi; e col ricordarsi di tante grazie e lumi divini, de' quali non se ne ha saputo valere. Nell'intelletto, col pensare ai grandi beni che ha perduti, anima, paradiso e Dio; e che a questa perdita non vi è per lui più rimedio. Nella volontà, in vedere che gli sarà negato per sempre quanto domanda o desidera: Desiderium peccatorum peribit6. Il misero non avrà mai niente di quel che vorrebbe ed avrà sempre a soffrire tutto ciò che non vorrebbe: vorrebbe uscire da quei tormenti e trovar pace, ma dovrà stare sempre in quei tormenti e non avrà mai pace.

 

Avesse almeno qualche refrigerio o almeno qualche riposo da quando in quando: no, dice s. Cipriano: Nullum ibi refrigerium, nullum remedium, atque ita omni tormento atrocius desperatio7. In questa vita, in qualunque male che si patisce, sempre vi è qualche sollievo o tregua. Poveri dannati, hanno da


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stare in quella fossa di fuoco sempre a patire, sempre a piangere, senza aver mai un momento di riposo! Almeno in quei tormenti che patiscono avessero alcuno che li compatisse! No, nello stesso tempo che stanno così afflitti, i demonj non cessano continuamente di rinfacciar loro i peccati per cui patiscono, dicendo: patite, bruciate, disperatevi; voi stessi vi avete causata la vostra ruina, questa vi tocca. Ed i santi e la divina Madre e Dio che si chiama padre delle misericordie, non li compatiscono? No; Sol obscurabitur, et luna non dabit lumen suum, et stellae cadent de coelo1. Le stelle per cui si prendono i santi, non solo non compatiscono i dannati, ma ne godono in vedere vendicate le ingiurie fatte al loro Dio: la divina Madre neppure può compatirli, perché essi odiano il suo Figlio: e Gesù Cristo il quale è morto per loro amore, neppure può compatirli, mentre essi han disprezzato il di lui amore e volontariamente si han voluto perdere.

 




4 Hom. 5. de poenit.

1 Matth. 25. 36.

2 Luc. 16. 28.

3 Apoc. 18. 7.

4 Ier. 2. 13.

5 Eccl. 7. 19.

6 Matth. 23. 41.

7 Ier. 15. 14.

8 Luc. 16. 22.

1 Ib. v. 22.

2 Isa. 4. 4.

3 Psal. 20. 10.

4 Isa. 33. 14.

5 Epist. 6.

6 Ep. ad. Pammach.

7 Iac. 12. 13.

8 Iob. 10. 21. et 22.

1 Ps. 48. 20.

2 3. p. q. 97. a. 5.

3 16. 24.

4 Isa. 34. 3.

5 Suppl. q. 86. a. 1.

1 Isa. 23. 12.

2 Ps. 48. 16.

3 Apoc. 19. 13.

4 Exod. 15. 16.

5 Hom. 39. ad Pop. Ant.

6 Psal. 111. 10.

7 Serm. de Ascens.

1 Matth. 24. 29.




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