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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XVI. - PER LA DOMENICA II. DI QUARESIMA

 

Del paradiso.

Domine, bonum est nos hic esse. (Matth. 17.)

Nel corrente vangelo si legge che un giorno il nostro Salvatore volendo dare ai suoi discepoli un saggio della bellezza del paradiso per animarli a faticare per la divina gloria, si trasfigurò, e fece loro vedere la bellezza del suo volto. Allora s. Pietro per la dolcezza e giubilo che ne intese, esclamò: Domine, bonum est nos hic esse. Signore, disse, fermiamoci in questo luogo, né partiamo più di qua; poiché il solo vedervi ci consola più che tutte le delizie della terra. Fratelli miei, affatichiamoci nella vita che ci resta per guadagnarci il paradiso. Il paradiso è un bene così grande, che Gesù Cristo ha voluto sacrificare la sua vita sopra la croce per acquistarcelo. Sappiate che la maggior pena che tormenta i poveri dannati nell'inferno, è la pena di aver perduto il paradiso per loro colpa. I beni del paradiso, le sue delizie, i gaudj, le dolcezze si possono acquistare, ma non si possono spiegare, né comprendere, se non da quelle anime felici che le godono. Ma diciamone quel poco che possiamo dirne quaggiù, colla scorta delle divine scritture.

 

Dice l'apostolo: i beni immensi da Dio preparati alle anime che l'amano, non possono comprendersi da ogni uomo che vive in questa terra: Oculus non vidit nec auris audivit


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neque in cor hominis ascendit, quae praeparavit Dominus iis quid diligunt illum1. In questa terra non possiamo noi avere idea di altri beni, che di questi temporali che godiamo per mezzo de' sensi. Pensiamo forse che il paradiso sia bello come è bella una campagna in tempo di primavera, cogli alberi fioriti, e cogli uccelli che volano e cantano d'intorno? Oppure come è bello un giardino pieno di fiori e di frutta, circondato da più fontane che scorrono? Trovandosi ivi taluno, dice: O che paradiso! Ma oh quanto sono più grandi le bellezze del paradiso! Scrivendo s. Bernardo del paradiso, dice: O uomo, se vuoi intendere che cosa vi è in paradiso, sappi che in quella patria felice non vi è cosa che possa dispiacerti, e vi è tutto quel che puoi desiderare: Nihil est quod nolis, totum est quod velis. Sebbene quaggiù vi è qualche cosa che piace ai nostri sensi, nulladimanco quante cose vi sono che ci affliggono? Se piace la luce del giorno, affligge l'oscurità della notte. Se piace l'amenità della primavera e dell'autunno, affligge nonperò il freddo del verno e il caldo della state. Aggiungete poi le pene delle infermità, le persecuzioni degli uomini, gl'incomodi della povertà. Aggiungete le angustie interne, i timori, le tentazioni de' demonj, le dubbietà della coscienza, l'incertezza della salute eterna.

 

Ma in entrare i beati in paradiso non avranno più cosa che gli affanni: Absterget Deus omnem lacrymam ab oculis eorum: Iddio loro asciugherà gli occhi dalle lagrime sparse in questa terra. Et mors ultra non erit neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra, quia prima abierunt, et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia2. In paradiso non vi è più mortetimor di morire: non vi sono più dolori, né più infermità, non povertà, non incomodi, non più vicende di giorni e di notti, né di freddo e di caldo: ivi è un continuo giorno sempre sereno, una continua primavera sempre fiorita. Ivi non vi sono più persecuzioni o invidie; poiché tutti si amano teneramente, e ciascuno gode del bene dell'altro, come fosse proprio. Non vi sono più timori di perdersi, perché l'anima confermata in grazia non può più peccare e perdere Dio.

 

Totum est quod velis. In paradiso si ha quanto può desiderarsi; Ecce nova facio omnia. Ivi ogni cosa è nuova, nuove bellezze, nuove delizie, nuovi gaudj, ed ogni cosa sazierà i nostri desiderj. Sarà saziata la vista in guardare quella città così bella. Che delizia sarebbe vedere una città, in cui le strade fossero di cristallo, le case di argento colle finestre di oro, e tutte ornate di vaghissimi fiori! Ma oh quanto sarà più bella la città del paradiso! Accrescerà poi la bellezza di quel luogo la bellezza dei cittadini che tutti son vestiti alla regale, giacché tutti sono re, come dice s. Agostino: Quot cives, tot reges. Che sarà mirar la Regina Maria che comparirà più bella che tutti gli altri abitanti del paradiso! Che sarà poi mirar la bellezza di Gesù Cristo! S. Teresa appena vide una volta una mano di Gesù Cristo, che rimase stupita per tanta bellezza. Sarà saziato l'odorato cogli odori, ma odori di paradiso. Sarà saziato l'udito colle armonie celesti. S. Francesco intese una volta suonare da un


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angelo una viola per un momento, ed ebbe a morire di dolcezza. Che sarà sentire i santi e gli angeli cantar le divine lodi! In saecula seculorum laudabunt te1. Che sarà udir cantare Maria che loda Dio! Dice s. Francesco di Sales che la voce di Maria sarà come quella di un rosignuolo in un bosco che supera il canto di tutti gli altri uccelletti che vi sono. In somma in paradiso sono tutte le delizie che possono desiderarsi.

 

Ma quelle delizie che sin qui abbiamo considerate, sono i minori beni del paradiso. Quello che fa il paradiso, è il vedere e l'amare Dio da faccia a faccia: Totum quod expectamus, dice s. Agostino, duae syllabae sunt, Deus. Il premio che Dio ci promette, non sono solamente le bellezze, le armonie e gli altri pregi di quella città felice: il premio principale che fa il paradiso, è lo stesso Dio che si a vedere al beato, come il Signore disse ad Abramo: Ego ero merces tua magna nimis2. Scrive s. Agostino che se Dio facesse vedere la sua bella faccia ai dannati, continuo infernus ipse in amoenum converteretur paradisum3. E soggiunge che se ad un'anima uscita da questa vita stesse l'eleggere o di vedere Dio e patire le pene dell'inferno, o di non vederlo ed essere libera da quelle pene, eligeret potius videre Dominum, et esse in illis poenis.

 

I godimenti dello spirito sopravanzano immensamente i diletti dei sensi. L'amare Dio anche in questa vita è così dolce quando egli si comunica alle anime sue dilette, che giunge a sollevar da terra anche i loro corpi. S. Pietro d'Alcantara una volta ebbe un'estasi amorosa così forte, che abbracciandosi egli ad un albero, lo tirò seco, in alto svellendolo sin dalle radici. È tanta la dolcezza del divino amore che i santi martiri stando ne' tormenti, non li sentivano e giubilavano: onde scrisse s. Agostino che stando s. Lorenzo sul fuoco nella graticola, l'ardore dell'amor divino non gli facea sentire l'ardore del fuoco: Hoc igne accensus non sentit incendium. Anche a' peccatori che piangono le loro colpe, Iddio fa godere tanta dolcezza, che avanza tutti i piaceri terreni; onde dice poi s. Bernardo: Si tam dulce est flere per te, quid erit gaudere de te?

 

Qual dolcezza poi prova un'anima, a cui Dio nell'orazione con un raggio di luce scopre la sua bontà, le misericordie che le ha usate e specialmente l'amore che le ha portato Gesù Cristo nella sua passione! Allora si sente l'anima liquefare e quasi struggere di amore. Eppure in questa terra noi non vediamo Dio qual egli è, lo vediamo come all'oscuro: Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem4. Quaggiù il Signore non si fa da noi vedere, e se ne sta nascosto dietro la portiera della fede; che sarà quando si alzerà questa portiera, e vedremo Dio da faccia a faccia? Vedremo quanto è bello Dio, quanto è grande, quanto è perfetto, quanto è amabile, e quanto amante delle anime nostre.

 

Nescit homo, utrum amore an odio dignus sit5. La maggior pena che in questa terra affligge le anime amanti di Dio, è il timore di non amare e di non essere amato da Dio;


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ma nel paradiso l'anima è sicura che ama ed è amata da Dio: vede che il Signore la tiene abbracciata con grande amore, e che questo amore non si scioglierà mai in eterno. Accrescerà allora quest'amore il conoscere quanto l'ha amata Gesù Cristo in essersi sacrificato per lei sulla croce, in essersi fatto suo cibo nel sacramento dell'altare. Vedrà insieme allora distintamente tutte le grazie che Dio le ha fatte, e tutti gli aiuti che le ha dati per preservarla dal cadere in peccato, e per tirarla al suo amore; vedrà allora che quelle tribolazioni, povertà, infermità e persecuzioni, ch'ella stimava disgrazie, sono state tutte amore e mezzi della divina provvidenza per condurla al paradiso. Vedrà tutti i lumi, le chiamate amorose e le misericordie che Dio le ha usate, dopo ch'ella le ha disprezzate co' suoi peccati. Vedrà lassù da quel monte beato del paradiso tante anime dannate nell'inferno per meno peccati de' suoi, ed ella si vedrà già salva e sicura di non potere più perdere Dio.

 

I beni di questa terra non saziano i nostri desiderj, e sebbene a principio allettino i sensi, appresso non però colla lunghezza del tempo si rendono usuali, e più non contentano. Ma i beni del cielo saziano e sempre contentano il cuore: Satiabor cum apparuerit gloria tua1. E quantunque sazino, sempre paiono nuovi, come fosse la prima volta che si provano: sempre si godono e sempre si desiderano: sempre si desiderano e sempre si ottengono. Dice s. Gregorio: Desiderium satietas comitatur2. Sicché il desiderio de' beati non partorisce pena, perché sempre è saziato; e la sazietà non partorisce fastidio, mentr'ella va sempre unita col desiderio; onde l'anima sarà sempre sazia e sempre sitibonda: sempre sitibonda e sempre sazia di contenti. Quindi è che siccome i dannati son vasi pieni d'ira e di pena, secondo dice l'apostolo, Vasa irae apta in interitum3; così i beati son vasi pieni di misericordia e di gaudio, in modo che non hanno più che desiderare: Inebriabuntur ab ubertate domus tuae4. Allora avverrà che l'anima in vedere la bellezza di Dio sarà talmente infiammata ed inebriata di amor divino, che felicemente resterà perduta in Dio; poiché si scorderà affatto di se stessa; e non penserà indi in poi che ad amare e lodare quell'immenso bene che possiede e possederà in eterno, senza timore di poterlo più perdere. In questa terra le anime sante amano Dio, ma non possono amarlo con tutte le forze, né sempre attualmente amarlo. Dice s. Tomaso che questo perfetto amore è dato ai soli cittadini del cielo, che amano Dio con tutto il cuore, e non mai cessano di attualmente amarlo: Ut totum cor hominis semper actualiter in Deum feratur, ista est perfectio patriae5.

 

Ha ragione dunque s. Agostino di dire che per acquistare la gloria eterna del paradiso, dovrebbe volentieri abbracciarsi un'eterna fatica: Pro aeterna requie aeternus labor subeundus esset. Dice Davide: Pro nihilo salvos facies illos6. Poco, Pro nihilo, han fatto i santi per guadagnarsi il paradiso: poco tanti re con lasciare i loro regni, ed andare a chiudersi


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in un chiostro: poco tanti anacoreti, che sono andati ad intanarsi in una grotta: poco tanti martiri, con abbracciare i tormenti, le unghie di ferro, le lamine infuocate: Non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram gloriam1. Il patire tutte le pene di questa vita per guadagnare il paradiso, tutto è poco.

 

Diamoci dunque animo, fratelli miei, a soffrire con pazienza quel che ci toccherà a patire ne' giorni che ci restano di vita: tutto è poco e niente per ottenere il paradiso. Allegramente; finiranno un giorno tutte queste pene, dolori e persecuzioni, e diventeranno per noi, se ci salviamo, gaudj e contenti eterni: Tristitia vestra vertetur in gaudium2. Quando dunque ci affliggono le croci di questa vita, alziamo gli occhi al cielo, e consoliamoci colla speranza del paradiso. S. Maria Egiziaca, stando in fine di sua vita, fu interrogata dall'abate s. Zosimo, come avea potuto soffrire di vivere per 47. anni in quel deserto, dove moriva; rispose: Colla speranza del paradiso. Così ancora noi non sentiremo le tribolazioni di questa terra. Allegramente: su, amiamo Dio, guadagniamoci il paradiso; ivi ci aspettano i santi, ci aspetta Maria, ci aspetta Gesù Cristo che sta colla corona in mano per farci re di quel regno eterno.

 




1 1. Cor. 2. 9.

2 Apoc. 21. 4. et. 5.

1 Psal. 83. 5.

2 Gen. 15. 1.

3 Lib. de Tripl. habit. tom. 9.

4 1. Cor. 13. 12.

5 Eccl. 9. 1.

1 Psal. 16. 15.

2 L. 18. Mor. c. 18.

3 Rom. 9. 22.

4 Psal. 35. 9.

5 2. 2. quaest. 44. art. 4. ad 2.

6 Psal. 55. 8.

1 Rom. 8. 18.

2 Ioan. 16. 20.




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