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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XXIII. - PER LA DOMENICA II. DOPO PASQUA

 

Dello scandalo.

Lupus rapit et dispergit oves. (Ioan. 10. 12.)

 

I lupi che rapiscono e dispergono le pecorelle di Gesù Cristo, come si dice nel corrente vangelo, sono gli scandalosi, che non contenti di perdere se stessi, si adoprano a far perdere anche gli altri; ma guai, dice Dio: Vae homini illi per quem scandalum venit3. Guai a quell'uomo che scandalo ed è causa che gli altri perdano la grazia di Dio, poiché dice Origene: Plus ille peccat qui ad peccandum impulit, quam qui peccat. Uditori miei, se mai tra voi vi è alcuno che per lo passato ha dato scandalo, voglio oggi fargli sapere il gran male che ha fatto, acciocché lo pianga, e per l'avvenire se ne guardi. Per tanto vi dimostrerò:

 

Nel punto I. Il gran disgusto che a Dio il peccato dello scandalo;

 

Nel punto II. Il gran castigo che minaccia Dio agli scandalosi.

 

PUNTO I. Il gran disgusto che a Dio il peccato dello scandalo.

 

Bisogna prima di tutto spiegare che cosa è lo scandalo. Ecco come lo definisce s. Tommaso: Est dictum vel factum praebens proximo occasionem ruinae spiritualis4. Lo scandalo dunque è un detto o un'azione, colla quale tu sei causa, oppure occasione al prossimo di fargli perdere l'anima. Questo scandalo poi può essere diretto ed indiretto. Il diretto è quando tu direttamente tenti ed induci il prossimo a commettere un peccato. L'indiretto poi è quando col mal esempio o col tuo parlare prevedi la caduta del prossimo, e non lasci di dire quella mala parola o di fare quella mal'azione. Or questo scandalo, quando è in materia grave, o sia diretto o indiretto, sempre è peccato mortale.

 

Vediamo ora il gran disgusto che a Dio che gli fa perdere un'anima. Per vedere ciò bisogna considerare quanto è cara a Dio ogni anima de' nostri prossimi. Egli l'ha creata ad immagine sua: Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram5. Le altre creature le ha create Iddio con un fiat, con un


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cenno della sua volontà; ma l'anima l'ha creata col suo medesimo fiato: Et inspiravit in faciem eius spiraculum vitae1. Quest'anima poi del prossimo tuo il Signore l'ha amata sin dall'eternità: In caritate perpetua dilexi te, ideo attraxi te miserans2. Inoltre egli l'ha creata per essere regina del paradiso e consorte della sua gloria, come scrive s. Pietro: Ut per haec efficiamini divinae consortes naturae3. Ed in cielo la farà partecipe del suo medesimo gaudio: Intra in gaudium Domini tui4. E le darà se stesso per mercede: Ego ero merces tua magna nimis5.

 

Ma soprattutto niuna cosa vale più a dimostrare la stima che fa Dio dell'anima, quanto ciò che fece il Verbo incarnato nel ricomprarla, vedendola perduta per il peccato: Quam pretiosus sis, scrive s. Eucherio, si factori non credis, interroga Redemptorem. E s. Ambrogio, parlando appunto della cura che noi dobbiamo avere della salute de' nostri fratelli, dice: Quantum valeat salus fratris, ex morte Christi cognoscitur. Tanto si giudica valere una cosa, quanto vale il prezzo, per cui si compra da un savio compratore; posto ciò, se Gesù Cristo ha comprate le anime col suo sangue, come dice l'apostolo, Empti enim estis pretio magno6; dunque possiamo dire, che tanto vale un'anima, quanto vale il sangue di un Dio; ed in fatti così dice s. Ilario: Tam copioso munere redemptio agitur, ut homo Deum valere videatur. Onde ci fa sapere poi il nostro Salvatore che quel che facciamo al minimo de' nostri fratelli o di bene o di male, a lui lo facciamo: Quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis7.

 

Da ciò si scorge, qual disgusto amaro a Dio chi scandalo, e gli fa perdere un'anima: basta dire che gli ruba e gli uccide una figlia, che per salvarla, egli vi ha speso il sangue e la vita. Perciò san Leone chiama lo scandaloso omicida: Quisquis scandalizat, mortem infert animae proximi. Omicida più empio degli altri, mentre la morte non già al corpo, ma all'anima del suo fratello; e fa perdere a Gesù Cristo tutte le lagrime, i dolori, e quanto ha fatto e patito per guadagnare quell'anima. Quindi scrive l'apostolo: Sic autem peccantes in fratres, et percutientes conscientiam eorum infirmam, in Christum peccatis8. Chi scandalo ad alcuno, par che pecchi propriamente contro Cristo, perché, dice s. Ambrogio, chi è causa di far perdere un'anima, fa perdere a Gesù Cristo un'opera per cui ha spesi tanti anni di fatiche e di stenti. Narrasi che il beato Alberto Magno avesse faticato per trent'anni a comporre una testa, simile ad una testa umana, che proferiva certe parole; e che s. Tommaso, dubitando che ciò avvenisse per opera diabolica, prese quella testa e la franse. Di ciò il b. Alberto se ne lagnò con esso dicendogli: Opus triginta annorum fregisti mihi. Se tal fatto sia vero io non l'accerto, ma quel che è vero si è che quando Gesù Cristo vede perduta un'anima per causa di uno scandaloso, ben può rimproverargli: ah scellerato, che hai fatto? Mi hai fatta perdere quest'anima, per


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la quale ho impiegati trentatre anni di vita.

 

Si legge nella scrittura che i figli di Giacobbe, avendo venduto Giuseppe lor fratello a certi mercadanti, vennero dipoi a dire al padre, che una fiera per la via lo avea divorato: Fera pessima devoravit eum1. E per far credere ciò al padre presero la veste di Giuseppe, la tinsero col sangue di un capretto, e così la presentarono a Giacobbe, dicendogli: Vide, utrum tunica filii tui sit2. Onde l'afflitto padre piangendo poi dicea: Tunica filii mei est, fera pessima comedit eum3. Così appunto possiamo immaginarci, che quando cade in peccato una persona, indotta da uno scandaloso, i demonj presentino a Dio la veste di quel prossimo tinta del sangue dell'agnello immacolato Gesù Cristo; cioè la grazia perduta da quell'anima scandalizzata, che G. Cristo avea comprata col suo sangue, e gli dicano: Vide, utrum tunica filii tui sit. Onde se Dio potesse piangere, piangerebbe allora più amaramente, che non pianga Giacobbe, in vedere quell'anima perduta, quella povera figlia uccisa, dicendo: Tunica filiae meae est, fera pessima comedit eam. Perciò il Signore anderà cercando la fiera: Dov'è, dov'è la fiera che mi ha divorato la figlia mia? Quando poi la troverà, che farà?

 

Parla Iddio per Osea4 e dice: Occurram eis quasi ursa raptis catulis. Quando l'orsa va alla tana e non trova i suoi figli, si mette a girar per la selva, affin di trovare chi se gli ha presi; quando poi lo trova, oh con qual furore se gli avventa per isbranarlo? Così dice il Signore che egli si avventerà contro lo scandaloso che gli ha rubato i suoi figli. Risponderà lo scandaloso: ma quel mio prossimo già si è dannato, come posso io più rimediarvi? E giacché si è dannato per causa tua, dirà Iddio; tu me l'hai da pagare: Sanguinem vero eius de manu tua requiram5. Sta scritto nel Deuteronomio6: Non misereberis eius, sed animam pro anima. Hai fatta perdere un'anima, ti tocca a perdere la tua. E passiamo al secondo punto.

 

PUNTO II. Il gran castigo che minaccia Dio agli scandalosi.

 

Vae homini illi, per quem scandalum venit7. Se grande è il disgusto che a Dio lo scandaloso, grande ancora ha da essere il castigo che gli aspetta. Ecco come parla Gesù Cristo di tal castigo: Qui autem scandalizaverit unum de pusillis istis, expedit ei, ut suspendatur mola asinaria in collo eius, et demergatur in profundum maris8. Chi dunque scandalo, dice il Signore, conviene che sia gittato nel profondo del mare con una pietra di molino al collo: si dice, mola asinaria, poiché, secondo scrive l'abate, nella Palestina gli asini voltavano i molini. Se un malfattore muore giustiziato nella piazza, muove a compassione gli spettatori, i quali se non possono liberarlo dalla morte, almeno pregano Dio per lui; ma se quegli è buttato nel profondo del mare, non avrà neppure chi lo compatisca. Dice un autore che Gesù Cristo espresse questa sorta di castigo per lo scandaloso per dichiararlo talmente odioso anche agli angeli ed a' santi, che essi non hanno animo di raccomandare a Dio


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uno che gli ha fatta perdere qualche anima: Indignus declaratur qui videatur, nedum adiuvetur1.

 

Scrive s. Giovanni Grisostomo che lo scandalo è così odiato da Dio, che quantunque egli dissimuli peccati più gravi, non fa passare però senza il castigo meritato il peccato dello scandalo: Tam Deo horribile est scandalum, ut peccata graviora dissimulet, non autem peccata ubi frater scandalizatur. E ciò prima lo disse Dio stesso per Ezechiele2 dicendo che se per alcuno scandalum iniquitatis suae statuerit... faciam eum in exemplum et in proverbium, et disperdam eum de medio populi mei. Ed in fatti uno de' peccati che troviamo nelle sacre scritture con più rigore castigato da Dio, è quello dello scandalo. Di Eli, solamente perché non corresse i figli che davano scandalo rubando le carni sacrificate (mentre i padri danno scandalo, non solo col dar mal esempio, ma ancora col non correggere i figli come debbono), disse Dio: Facio verbum, quod quicumque audierit, tinnient ambae aures eius3. E prima4 parlandosi dello scandalo dato dai figli di Eli, dice la scrittura: Erat ergo peccatum puerorum grande nimis. Qual era questo peccato troppo grande? Spiega s. Gregorio in detto luogo: Quia ad peccandum alios pertrahebant. Perché similmente Geroboamo fu così castigato? Perché fu scandaloso: Qui peccavit et peccare fecit Israel5. Nella famiglia di Acabbo ch'era tutta nemica di Dio, la più castigata fu poi Gezzabele, poiché ella fu precipitata da una finestra, e poi divorata da' cani che lasciarono solamente il cranio e le punte delle mani e de piedi; perché? Perché, come scrive l'Abulense: Ipsa incitabat Achab ad omne malum.

 

Per il peccato dello scandalo fu creato l'inferno: In principio creavit Deus coelum et terram6. Quando poi creò l'inferno? Quando Lucifero cominciò a sedurre gli angeli a ribellarsi da Dio; ed affinché non avesse seguito a sedurre gli altri, che erano stati a Dio fedeli, fu subito dopo il peccato discacciato dal cielo. Perciò Gesù Cristo disse a' Farisei i quali col mal esempio scandalizzavano il popolo, che essi erano figli del demonio, che fu da principio l'omicida delle anime: Vos ex patre diabolo estis, ille homicida erat ab initio7. E quando s. Pietro gli dava scandalo, insinuandogli a non farsi prendere e togliere la vita da' giudei, e con ciò volea impedirgli di compir la redenzione umana, Gesù Cristo lo chiamò demonio: Vade post me, Satana, scandalum es mihi8. Ed in verità che altro officio fa lo scandaloso, che di ministro del demonio? Non farebbero certamente i demonj tanto acquisto di anime, quanto ne fanno, se non avessero l'aiuto di tali empj ministri. Fa più danno un compagno scandaloso, che cento demonj.

 

S. Bernardo su quelle parole di Ezechia presso Isaia9: Ecce in pace amaritudo mea amarissima, mette in bocca alla santa chiesa le seguenti parole: Pax a paganis, pax a haereticis, non pax a filiis. Nel tempo presente la chiesa non ha idolatri, non eretici che la perseguitino; ma la perseguitano i suoi medesimi figli, quali sono i cristiani scandalosi.


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I cacciatori di rete per prendere gli uccelli portano i richiami, che sono certi uccelli accecati e legati. Così fa il demonio, dicea s. Efrem: cum fuerit capta anima, ad alias decipiendas, fit laqueus. Il nemico, dopo che ha fatto cadere in peccato un giovane, prima l'acceca e lo lega come suo schiavo, e poi lo fa suo richiamo per ingannare gli altri, e tirarli alla rete del peccato. Non solo lo spinge ad ingannare gli altri, ma anche lo sforza, dice s. Leone: Habet hostis multos, quos obligat ad alios decipiendos1.

 

Poveri scandalosi: essi all'inferno hanno da patire la pena di quanti peccati han fatti fare agli altri. Narra Cesario2 che morì un certo scandaloso, e nel punto che morì un uomo santo vide il di lui giudizio, nel quale fu condannato, e poi vide che essendo egli giunto alla porta dell'inferno gli vennero ad incontro tutte le anime da lui scandalizzate, e gli dissero: vieni, maledetto, vieni a pagare tutti i peccati che tu ci hai fatti commettere; e così dicendo se gli avventarono sopra e cominciarono come tante fiere a sbranarlo. Scrive s. Bernardo che quando la scrittura parla degli altri peccatori, speranza di emenda e di perdono; ma quando parla degli scandalosi, parla come di presciti che già sono separati da Dio e disperati della salute: Loquitur tanquam a Deo separati, unde hisce nulla spes vitae esse poterit.

 

Quindi vedano in quale stato deplorabile si trovano quelli che danno scandalo col loro mal esempio; e quelli che parlano disonestamente davanti a' compagni, davanti a zitelle e davanti anche a poveri fanciulli innocenti, che sentendo quelle parole, di poi ci pensano e fanno mille peccati; pensate allora, come piangono gli angeli custodi di quei miseri fanciulli, vedendoli caduti in peccato; e come cercano vendetta a Dio contro quelle bocche sacrileghe che gli hanno scandalizzati. Un gran castigo spetta ancora a coloro che deridono o mettono in burla chi fa il bene; poiché molti, per non sentirsi burlare dagli altri, lasciano il bene e si danno alla mala vita. Che sarà poi di coloro che portano imbasciate per concludere qualche appuntamento infame? Che sarà di coloro che arrivano a vantarsi del male che han fatto? Oh Dio, in vece di piangere e pentirsi di aver offeso Iddio, se ne ridono e se ne gloriano! Vi sono poi altri che consigliano il peccato; altri portano gli altri a peccare; altri giungono ad insegnare come si fa il peccato, cosa che non la fanno neppure i demonj. E che diremo di quei padri e madri, che potendo non impediscono i peccati de' figli, e permettono che pratichino con mali compagni, oppure in certe case pericolose, e che le figlie conversino coi giovani? Oh nel giorno del giudizio con quali flagelli vedremo castigati tutti questi scandalosi!

 

Dirà forse taluno fra di voi: dunque, padre, io che ho dato scandalo, son perduto? Non v'è più speranza di salute? No, non voglio dire che sei disperato; la misericordia di Dio è grande. Egli ha promesso di perdonare a chi si pente. Ma se vuoi salvarti, sei obbligato a riparare gli scandali che hai dati. Dice Eusebio Emisseno3: Qui cum multorum destructione se perdidit, cum multorum


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aedificatione se redimat. Tu ti sei perduto, e ne hai fatti perdere molti coi tuoi scandali, sei tenuto ora a rimediare; siccome hai tirati gli altri al male, ora colle buone parole e buoni esempj, con fuggire le male occasioni, con frequentare i sacramenti, con farti vedere spesso alla chiesa per fare orazione, e con sentire le prediche, sei tenuto a tirare gli altri al bene. E da oggi avanti guardati più che dalla morte di far cosa e di dire parola che possa dare scandalo agli altri: Sufficiat lapsis, dice s. Cipriano, ruina sua1. E s. Tomaso da Villanova: Sufficiant vobis peccata vestra. E che male ti ha fatto Gesù Cristo, che non ti basta di averlo tu offeso, vuoi farlo offendere anche dagli altri? Questa è troppa crudeltà.

 

Guardati dunque da oggi innanzi di dare più un minimo scandalo. E se vuoi salvarti fuggi quanto puoi gli scandalosi. Questi demonj incarnati si danneranno, ma se tu non gli fuggi, ti dannerai ancora: Vae mundo a scandalis, dice il Signore2. Viene a dire che molti si dannano perché non attendono a fuggire gli scandali. Ma quegli mi è amico, gli ho obbligazioni, ne spero molto. Ma dice Gesù Cristo: Si oculus tuus dexter scandalizat te, erue eum, et proiice abs te: bonum tibi est cum uno oculo in vitam intrare, quam duos oculos habentem mitti in gehennam ignis3. Ancorché quella persona fosse l'occhio tuo dritto, bisogna che la lasci e non la vedi più; è meglio che perdi l'occhio e ti salvi l'anima, che conservando l'occhio andartene all'inferno.

 




3 Matth. 18. 7.

4 2. 2. q. 45. a. 1.

5 Gen. 1. 26.

1 Gen. 2. 7.

2 Ierem. 31. 3.

3 2. Petr. 1. 4.

4 Matth. 25. 21.

5 Gen. 15. 1.

6 1. Cor. 6. 20.

7 Matth. 25. 40.

8 1. Cor. 8. 12.

1 Gen. 37. 20.

2 Ib. v. 32.

3 Ibid. v. 33.

4 13. 8.

5 Ezech. 3. 20.

6 19. 21.

7 Matth. 18. 7.

8 Matth. 18. 6.

1 Mansi. cap. 3. num. 4.

2 14. 7. e 8.

3 1. Reg. 3. 11.

4 Ib. c. 2. v. 17.

5 3. Reg. 14. 16.

6 Gen. 1. 1.

7 Ioan. 8. 44.

8 Matth. 16. 23.

9 38. 17.

1 Serm. de Nativ.

2 Lib. 2. c. 6.

3 Hom. 10. ad Mon.

1 Lib. 1. epist. 3.

2 Matth. 17. 7.

3 Matth. 18. 9.




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