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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XXV. - PER LA DOMENICA IV. DOPO PASQUA

 

Ubbidienza al confessore.

Quo vadis? (Ioan. 13. 36.)

 

Per giungere al paradiso, bisogna camminare la via del paradiso. Molti cristiani di fede, ma non di costumi, vivono in peccato, tutti immersi ne' piaceri ed interessi del mondo. Se dimandate ad alcuno di loro: fratello, tu sei cristiano, credi già la vita eterna, e che vi è paradiso ed inferno eterno; dimmi, ti vuoi salvare? Ti dirò colle parole del vangelo corrente: Quo vadis? Dove vai a parare? Risponderà: non lo so, ma spero in Dio che mi salvi. Va bene che non lo sai, ma come speri in Dio che ti salvi, se tu vuoi vivere perduto? Come vuoi pretendere il paradiso, se cammini la via dell'inferno? È necessario dunque che muti strada, e perciò bisogna che ti metti in mano di un buon confessore, che ti guidi per la via del paradiso, e che tu all'incontro puntualmente l'ubbidisca. Disse Gesù Cristo: Oves meae vocem meam audiunt2. In questa terra non abbiamo Gesù Cristo che sensibilmente ci faccia udir la sua voce, ma in suo luogo egli ci ha lasciati i sacerdoti, e ci ha fatto sapere che chi essi ascolta, ascolta lui stesso, e chi li disprezza, lui stesso disprezza: Qui vos audit me audit, et qui vos spernit me spernit3. Beati coloro dunque che sono ubbidienti ai loro padri spirituali; e poveri quelli che non gli ubbidiscono, perché dan segno di non essere pecorelle di Gesù Cristo. Voglio per tanto oggi dimostrarvi:

 

Nel punto I. Quanto sta sicuro di salvarsi chi ubbidisce al confessore;

 

Nel punto II. In quanto pericolo sta di dannarsi chi non ubbidisce al confessore.

 

PUNTO I. Quanto sta sicuro di salvarsi chi ubbidisce al confessore.

 

Gran beneficio di Dio è stato, l'averci lasciato Gesù Cristo i padri spirituali che ci guidino per la via della salute. Per salvarci dobbiamo seguire la divina volontà in tutto ciò


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che Iddio vuole da noi. Qual cosa, io domando, è necessaria per salvarsi e farsi santo? Alcuni stimano che il farsi santo consiste nel far molte penitenze; ma se uno stesse infermo, e volesse far tali mortificazioni che lo mettessero a prossimo pericolo di morte, costui si farebbe santo? No, anzi peccherebbe. Altri pensano che la perfezione consiste in far molta orazione; ma se un padre di famiglia abbandonasse l'educazione de' figli, e se ne andasse in un deserto a fare orazione, costui anche peccherebbe; perché quantunque sia buona l'orazione, nondimeno il padre è obbligato ad avere cura de' figli; tanto più che può ben adempire l'uno e l'altro senza andare al deserto. Altri pensano che la santità consiste nel frequentare la s. comunione; ma se una donna maritata volesse comunicarsi ogni mattina, e il marito giustamente glie lo proibisse, perché facendo ella così, ne viene danno alla famiglia; costei parimente farebbe male e avrebbe a darne conto a Dio. Dove dunque consiste il farsi santo? Consiste nel fare perfettamente la volontà di Dio. Tutti i peccati che portano tante anime all'inferno, da che nascono? Dalla propria volontà: dunque, dice s. Bernardo, cessiamo di far la volontà propria, seguiam la volontà di Dio, e per noi non ci sarà inferno: Cesset propria voluntas et infernus non erit1.

 

Ma dirà taluno, come mai conosceremo noi quello che Dio vuole da noi? Questo è un affare molto a noi dubbio ed oscuro, secondo parla Davide: A negotio perambulante in tenebris2. Tanti in ciò s'ingannano, poiché la passione spesso fa supporre loro che facciano la volontà di Dio, ma in fatti fanno la volontà propria. Ma ringraziamo sempre la bontà di Gesù Cristo che ci ha insegnato il modo sicuro di accertare nelle opere nostre la sua divina volontà, lasciandoci detto che ubbidendo a' nostri confessori ubbidiamo a lui medesimo: Qui vos audit me audit. Scrive s. Teresa nel suo libro delle Fondazioni, cap. 10.: L'anima pigli il confessore con determinazione di più non pensare alla sua causa, ma di fidarsi delle parole del Signore: Qui vos audit me audit. E soggiunge che questa è la via certa di fare la volontà di Dio. Onde poi confessava la Santa che per questo mezzo, cioè per la voce del confessore era giunta a conoscere ed amare Dio. Quindi s. Francesco di Sales3 parlando dell'ubbidienza al confessore, riferisce il detto del p.m. d'Avila: «Per quanto voi cerchiate, dice il divoto d'Avila, voi non troverete mai così sicuramente la volontà di Dio, quanto per il cammino di questa umile ubbidienza, tanto raccomandata e praticata da tutti gli antichi divoti».

 

Chi opera secondo l'ubbidienza datagli dal confessore sempre gusto a Dio, quando fa l'orazione, le mortificazioni, le comunioni, e quando queste le lascia per ubbidienza; e così anche sempre merita, se si ricrea, se mangia o bee per ubbidire al confessore, perché sempre allora fa la volontà di Dio. E perciò dice la scrittura: Melior est obedientia, quam stultorum victimae4. Piace più a Dio l'ubbidienza, che tutti gli altri sacrificj di penitenze, di limosine e simili che possiamo offerirgli. Chi sacrifica a Dio le sue robe con far limosine,


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il suo onore con soffrire le ingiurie, il suo corpo mortificandolo con digiuni e penitenze, gli dona parte di sé e delle sue cose; ma chi gli sacrifica la sua volontà sottomettendola all'ubbidienza, gli dona tutto ciò che ha; ed allora può dire a Dio: Signore, avendovi data la mia volontà, non ho più che darvi.

 

Sicché l'ubbidienza che si usa al confessore è la cosa più gradita che possiamo offerire a Dio, ed è la più sicura per accertare la divina volontà. Dice il b. Errico Susone che Iddio non cerca da noi conto delle cose fatte per ubbidienza. Ubbidite, scrisse l'apostolo, a' vostri padri spirituali, e non temete di tutto ciò che fate per ubbidienza; poiché essi, non voi, hanno da render conto a Dio di quanto voi fate: Obedite praepositis vestris, et subiacete eis; ipsi enim pervigilant, quasi rationem pro animabus vestris reddituri1. Ma si notino le parole che ivi sieguono: Ut cum gaudio hoc faciant, et non gementes. Ciò significa che bisogna ubbidire senza replica e senza angustiare il confessore e farlo gemere. Oh come gemono i confessori, quando i penitenti resistono ad ubbidire con certi pretesti o scuse, o lamenti ingiusti! Ubbidiamo dunque a' padri spirituali senza replicare, e poi stiamo sicuri di quanto facciamo. Dicea s. Filippo Neri: «Quelli che desiderano far profitto nella via di Dio, si sottomettano ad un confessore dotto, al quale ubbidiscano in luogo di Dio; chi fa così si assicura di non render conto a Dio delle azioni che fa». Onde se tu fai l'ubbidienza, e nel giorno del giudizio Gesù Cristo ti dimanderà: perché hai eletto quello stato? Perché ti sei comunicato così spesso? Perché hai lasciate quelle penitenze? Risponderai: Signore, così mi ha detto il confessore; e Gesù Cristo non potrà non approvarti tutto quello che hai fatto.

 

Narra il p. Marchese2 che s. Domenico una volta avea qualche scrupolo in ubbidire al suo confessore, ma il Signore gli disse: Quid dubitas obedire tuo directori? Omnia quae dicit proderunt tibi. In conformità di ciò scrisse s. Bernardo che ciò che comanda l'uomo il quale sta in luogo di Dio, purché non sia certo peccato, dee in tutto accettarsi, come se Dio stesso lo comandasse: Quidquid vice Dei praecipit homo, quod non sit tamen certum displicere Deo, haud secus omnino accipiendum est, quam si Deus praecipiat3. E narra Gio. Gersone4 che lo stesso s. Bernardo, essendovi un suo discepolo che avea scrupolo di dir Messa, il santo gli ordinò che in sua fede andasse a celebrare, quegli ubbidì, e restò guarito dagli scrupoli. Ma taluno dirà, soggiunge il Gersone: volesse Dio che avessi un s. Bernardo per mio direttore! Il mio confessore non è s. Bernardo. E risponde il medesimo Gersone: Quisquis ista dicis erras, non enim te commisisti in manibus hominis, quia litteratus est, sed quia tibi est praepositus; quamobrem obedias illi non ut homini, sed ut Deo. Non dici bene, risponde, poiché tu non ti sei posto in mano di quell'uomo, perché letterato, ma perché ti è stato dato da Dio per tua guida; onde devi ubbidirgli, non come uomo, ma come Dio.

 

Vir obediens loquetur victoriam5. Giustamente, scrive s. Gregorio,


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dice il Savio, che gli ubbidienti vincono tutte le tentazioni dell'inferno, perché siccome essi coll'ubbidienza soggettano agli uomini la loro volontà, così rendonsi superiori ai demonj, che caddero per la loro disubbidienza: Victores sunt, qui obediunt, quia dum voluntatem aliis subiiciunt, ipsis lapsis per inobedientiam angelis dominantur1. Inoltre dice Cassiano che chi mortifica la propria volontà, abbatte tutti i vizj; poiché tutti i vizj provengono dalla volontà propria: Mortificatione voluntatis marcescunt vitia universa. Inoltre chi ubbidisce al confessore supera tutti gl'inganni del demonio, il quale alle volte sotto pretesto di bene ci fa esporre alle occasioni pericolose, ci fa pigliare certe imprese che paiono sante, ma possono recarci gran danno. Per esempio, a certe persone che si son date alla divozione, il nemico ha fatte imprendere certe penitenze smoderate, per cui han perduta poi la sanità, e così han lasciata ogni cosa e son ritornate alla vita larga di prima. Questo avviene a chi opera di capo proprio; ma chi si regola secondo la guida del confessore, non ha paura d'incorrere in alcuno di questi inganni.

 

Suole anche il demonio atterrire le anime scrupolose con un altro inganno, mettendo loro timore di peccare, se fanno quel che dice il confessore. In ciò bisogna anche stare attento a superare questi vani timori; dopo che il confessore ci ha consigliata qualche cosa, insegnano comunemente tutti i dottori e maestri di spirito che bisogna vincere lo scrupolo ed obbedire: Contra illos est agendum, scrisse il p. Natale Alessandro nella sua teologia, e adduce ivi l'autorità di s. Antonino, il quale con Gersone riprende lo scrupoloso che per vano timore non ubbidisce in superare gli scrupoli, così: Caveas ne dum quaeris securitatem, praecipites in foveam. Sta attento, dice, che per voler camminare con troppa sicurezza, non cadi nella fossa dell'inganno che ti trama il demonio, col non farti ubbidire al confessore. Perciò consigliano tutti i maestri di spirito, che si ubbidisca al confessore, sempreché la cosa non sia manifesto peccato. Così scrisse il b. Uberto domenicano: Nisi aperte sit malum quod praecipitur, accipiendum est, ac si a Deo praeciperetur2. E il b. Dionisio Cartusiano scrisse: In dubiis instandum est praecepto praelati, quia etsi contra Deum sit, attamen propter obedientiae bonum non peccat subditus3. Scrisse il Gersone a questo proposito4 che altro è operare contro la coscienza formata per la deliberazione, altro è operare contro il timore di peccare in qualche cosa dubbia, e dice che questo timore dee discacciarsi ed ubbidirsi al confessore. Iste timor, quam fieri potest abiiciendus. In somma chi ubbidisce al confessore va sempre sicuro. Dicea s. Francesco di Sales, come si scrive nella sua vita: Non si è mai perduto un vero ubbidiente. E soggiungea che nella via di Dio dobbiamo contentarci di sapere dal padre spirituale che camminiamo bene senza cercarne la cognizione.

 

PUNTO II. In quanto pericolo sta di dannarsi chi non ubbidisce al confessore.

 

Disse Gesù Cristo che chi ode


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i sacerdoti ode lui stesso, e chi li disprezza lui stesso disprezza: Qui vos spernit me spernit1. Lo stesso dichiarò Iddio al profeta Samuele il quale si lagnava di vedersi disprezzato dal popolo, dopo che Iddio gliene aveva commesso il governo, ma Dio gli disse: Non enim te abiecerunt, sed me, ne regnem super eos2. Chi dunque disprezza l'ubbidienza del confessore, disprezza Dio che l'ha posto in luogo suo.

 

Scrive s. Paolo: Obedite praepositis vestris et subiacete eis... ut cum gaudio hoc faciant et non gementes; hoc enim non expedit vobis3. Alcuni penitenti si mettono a contrastare col confessore per tirarlo al lor parere; e ciò fa gemere i poveri padri spirituali. Ma dice s. Paolo: Hoc non expedit vobis; perché quando il confessore vede che tu non sei ubbidiente a quel che ti dice, e che ha da stentare per farti camminare per la via diritta, lascierà di guidarti. Povera quella nave, quando il piloto lascia di governarla! Povero quell'infermo che è abbandonato dal medico! Quando l'infermo non vuole ubbidire, non vuol prendere i rimedj ordinati, vuol mangiare quel che gli piace, il medico che fa? L'abbandona e gli lascia fare ciò che vuole. Ma in tal caso che mai ne sarà della salute di questo infermo? Vae soli quia... non habet sublevantem se4. Guai a quel penitente che vuol guidarsi solo da sé! Egli non avrà chi l'illumini, chi lo corregga, e così andrà in precipizio.

 

Lo Spirito santo a chi viene in questo mondo dice: In medio laqueorum ingredieris5. Noi mortali in questa terra camminiamo in mezzo a mille lacci, quali sono le tentazioni del demonio, le male occasioni, i cattivi compagni, e più le passioni proprie che spesso c'ingannano; chi si salverà in mezzo a tanti pericoli? dice il Savio: Qui cavet laqueos securus est6. Solamente si salverà chi eviterà questi lacci; e come li eviterà? Se tu avessi da passare di notte in un bosco pieno di precipizj, e non avessi una guida che ti facesse luce con una fiaccola e ti avvertisse a sfuggire i passi pericolosi, certamente saresti in gran pericolo di perdervi la vita. Tu vuoi guidarti col tuo proprio giudizio: Vide ergo, dice Dio, ne lumen quod in te est, tenebrae sint7. Quella luce che tu credi di avere sarà la tua ruina; poiché ella ti porterà a precipitare in qualche fosso.

 

Iddio vuole che nella via della salute tutti ci sottomettiamo alla guida de' nostri direttori: così han fatto i santi, anche i più scienziati; perché Dio vuole che nella via spirituale tutti ci umiliamo a sottoporci a un direttore che ci guidi. Scrive il Gersone che chi lascia la guida del direttore, e vuol vivere secondo il proprio parere, non ha bisogno di demonio che lo tenti, egli diviene demonio a se stesso: Qui, spreto duce, sibi dux esse vult, non indiget daemone tentante, quia factus est sibi ipsi daemon8. Ed allora Iddio vedendo ch'egli non vuole ubbidire al suo ministro, lo abbandona a seguitare i suoi capricci: Et dimisi eos secundum desideria cordis eorum9.

 

Sta scritto nel libro de' Re: Quasi peccatum ariolandi est, repugnare; et quasi scelus idolatriae, nolle


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acquiescere1. Dice poi s. Gregorio sul testo citato, che il peccato dell'idolatria consiste nel lasciare Dio e adorare l'idolo. Ciò fa il penitente, quando disubbidisce al confessore per fare la sua volontà, lascia di fare la volontà di Dio che gli ha parlato per mezzo del suo ministro, per adorare l'idolo della volontà propria e fare quel che gli piace. Perciò scrisse s. Giovanni della Croce2: Il non appagarsi di ciò che dice il confessore è superbia e mancamento di fede; mentre par che non creda al vangelo, ove disse Gesù Cristo: Qui vos audit me audit.

 

Se dunque vogliamo salvarci procuriamo di ubbidire esattamente a' nostri confessori; e perciò procuriamo di sceglierci un confessore stabile, senza andar vagabondando ora ad un confessore ora ad un altro; ed un sacerdote dotto, a cui giova fare a principio la confession generale, la quale secondo la sperienza è un gran mezzo per fare una vera mutazione di vita; e poi non lo lasciamo, giacché senza manifesta ragione non si dee mutare il confessore. Scrive s. Teresa di sé: «Ogni volta ch'io mi risolvea di lasciare il confessore, sentiva dentro di me una riprensione che mi struggea più di quella che il confessore mi facea».

 




2 Ioan. 10. 27.

3 Luc. 10. 16.

1 Serm. 3. de Resurr.

2 Psal. 90. 6.

3 Introd. ec. c. 4.

4 Eccl. 4. 17.

1 Hebr. 13. 17.

2 Diar. Domen.

3 De praecept. et discipl. c. 11.

4 Tract. de praep. ad miss.

5 Prov. 21. 28.

1 In I. Reg. c. 10.

2 L. de Erud. Rel. c. 1.

3 In 2. dist. 39. qu. 3.

4 Tr. de consc. et scrup.

1 Luc. 10. 16.

2 1. Reg. 8. 7.

3 Hebr. 13. 17.

4 Eccl. 4. 10.

5 Eccl. 9. 20.

6 Proverb. 11. 15.

7 Luc. 11. 35.

8 Gers. cons. de lib. reg.

9 Psal. 80. 13.

1 1. Reg. 15. 23.

2 Tratt. delle Spine t. 3. coll. 4. §. 2. n. 8.




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