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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XXIX. - PER LA DOMENICA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

 

Amore delle tre divine persone verso l'uomo.

Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus sancti. (Matth. 28. 19.)

 

Scrisse il pontefice s. Leone, che la natura di Dio è la stessa bontà per


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essenza: Deus cuius natura bonitas. Or la bontà è naturalmente diffusiva di se stessa: Bonum est sui diffusivum. Ed in fatti si vede coll'esperienza anche tra gli uomini che le persone di buon cuore sono piene di amore verso tutti, e desiderano di far parte a tutti de' beni che godono. Iddio per tanto, che è bontà infinita, è tutto amore verso di noi sue creature; onde da s. Giovanni fu chiamato lo stesso amore, la stessa carità: Deus caritas est1, ed ha perciò un desiderio sommo di farci partecipi de' suoi beni. Ben c'insegna la fede quanto tutte le tre divine Persone si sono impiegate in amare l'uomo, e farlo ricco dei doni divini. Quando Gesù Cristo disse agli Apostoli: Docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus sancti, non solamente volle che avessero istruite le genti del mistero della ss. Trinità, ma che avessero ancora fatto lor conoscere l'amore che questa Trinità porta all'uomo. Perciò voglio oggi, anime cristiane, darvi a considerare

 

Nel punto I. L'amore che ci ha portato il Padre nel crearci;

 

Nel punto II. L'amore del Figlio nel redimerci;

 

Nel punto III. L'amore dello Spirito santo nel santificarci. Vediamolo.

 

PUNTO I. L'amore che ci ha portato il Padre nel crearci.

 

In caritate perpetua dilexi te, ideo attraxi te miserans2. Figlio mio, dice Dio, io ti ho amato sin dall'eternità, ho voluto usarti la misericordia di cavarti dal niente. Dunque, cristiano mio, fra tutti coloro che ti hanno amato, Iddio è stato il primo ad amarti. Su questa terra i primi ad amarti sono stati i tuoi genitori, ma essi non ti hanno amato, se non dopo che ti han conosciuto. Ma prima che tu avessi l'essere, Dio già ti amava. Non vi era in questo mondo né tuo padre, né tua madre, e Dio già ti amava, anzi non era ancora creato il mondo, e Dio ti amava. E quanto tempo prima di crearsi il mondo ti amava Dio? Forse mille anni o mille secoli prima? Non serve a numerare anni e secoli; Dio ti ha amato sin dall'eternità: In caritate perpetua dilexi te. Egli da che è stato Dio, sempre ti ha amato: da che ha amato se stesso, ha amato ancora te. Questo pensiero faceva dire alla vergine s. Agnese: Ab alio amatore praeventa sum. Allorché le creature dimandavano il suo amore, ella rispondeva loro: no, creature, io non posso preferirvi al mio Dio. Egli è stato il primo ad amarmi, è giusto dunque che io nel mio amore lo preferisca a tutti.

 

Sicché, fratello mio, Iddio da un'eternità ti ha amato, e solo per amore ti ha tratto fuori dal numero di tanti uomini che poteva creare in vece tua, e lasciando essi nel loro nulla, ha dato l'essere a te, e ti ha posto nel mondo. Per tuo amore ancora ha fatte tante altre belle creature, acciocché ti servissero e ti ricordassero l'amore che ti ha portato, e che tu gli dei per gratitudine: Coelum et terra, diceva s. Agostino, et omnia mihi dicunt, ut amem te. Quando il santo mirava il sole, le stelle, i monti, il mare, i fiumi, gli pareva che tutti gli parlassero e dicessero: Agostino, ama Dio, mentr'egli ci ha creati per te, affinché tu l'amassi. L'abate Rancé fondatore della Trappa


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quando vedeva le colline, i fonti, i fiori, diceva che tutte queste creature gli ricordavano l'amore che Dio gli avea portato. S. Teresa dicea parimente che queste creature le rinfacciavano la sua ingratitudine verso Dio. S. Maria Maddalena de' Pazzi, tenendo in mano qualche bel fiore o frutto, sentivasi da quello ferire, come da una saetta, il cuore d'amore verso Dio, dicendo tra sé: Dunque il mio Dio ha pensato da un'eternità a crear questo fiore, questo frutto per amor mio, acciocché io lo amassi!

 

Di più l'eterno Padre, vedendo che noi per le nostre colpe eravamo condannati all'inferno, per l'amore che ci ha portato, ha mandato il suo Figlio in terra a morire sopra una croce per liberarci dall'inferno, e portarci seco in paradiso: Sic Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret1. Amore che l'apostolo chiama troppo amore: Propter nimiam caritatem suam, qua dilexit nos, et cum essemus mortui peccatis, vivificavit nos in Christo2.

 

Di più vedi l'amore speciale che ti ha portato in farti nascere in paesi cristiani, ed in grembo della vera chiesa che è la cattolica. Quanti nascono tra i gentili, tra i giudei, tra i maomettani, o tra gli eretici, i quali tutti si dannano! Considera che a rispetto del gran numero di costoro, pochi, neppure la decima parte, sono quelli che tra gli uomini hanno la sorte di nascere dove regna la vera fede; e tra questi pochi Iddio ha eletto noi. Oh che dono immenso è questo dono della fede! Quanti milioni di anime tra gl'increduli sono privi di sacramenti, di prediche, degli esempj de' buoni compagni e di tutti gli altri aiuti che vi sono nella nostra chiesa per salvarci! E il Signore ha voluto concedere a noi tutti questi grandi aiuti senza alcun nostro merito, anzi prevedendo i nostri demeriti, poiché quando egli pensava a crearci ed a farci queste grazie, già prevedeva i nostri peccati e le ingiurie che avevamo da fargli.

 

PUNTO II. L'amore che ci ha portato il Figlio di Dio nel redimerci.

 

Pecca Adamo il nostro primo padre col cibarsi del pomo vietato, e vien condannato il misero alla morte eterna con tutti noi suoi discendenti. Iddio vedendo perduto tutto il genere umano, determina di mandare un Redentore a salvare gli uomini. Chi andrà a far questa redenzione? Un angelo, un serafino? No, lo stesso Figlio di Dio, sommo e vero Dio come il Padre si offerisce a venire in terra, a prender ivi carne umana, e morire per la salute degli uomini. Oh stupore, oh prodigio dell'amor divino! L'uomo disprezza Dio, scrisse s. Fulgenzio, e si separa da Dio; e Dio viene in terra a ritrovar l'uomo ribelle per l'amore che gli porta! Homo Deum contemnens, a Deo discessit; Deus hominem diligens, ad homines venit3! Poiché a noi, disse s. Agostino, non era già permesso di andare al Redentore, egli non ha sdegnato di venire a noi: Quia ad mediatorem venire non poteramus, ipse ad nos venire dignatus est. E perché Gesù Cristo ha voluto venire a noi? Dice lo stesso santo Dottore, per farci sapere il grande amor che ci porta: Propterea Christus advenit, ut cognosceret homo, quantum eum diligat Deus.

 

Quindi scrisse l'apostolo: Benignitas


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et humanitas apparuit Salvatoris nostri Dei1. Legge il testo greco: Singularis Dei erga homines apparuit amor. Scrive san Bernardo su questo medesimo testo, che prima che Dio apparisse in terra fatt'uomo, non poteano gli uomini giungere a conoscere quanto fosse grande la divina bontà; perciò il Verbo eterno prese carne umana, acciocché apparendo da uomo, fosse dagli uomini questa bontà conosciuta: Priusquam appareret humanitas, latebat benignitas; sed unde tanta agnosci poterat? Venit in carne, ut, apparente humanitate, agnosceretur benignitas2. E qual maggiore amore e bontà potea dimostrarci il Figlio di Dio, che farsi uomo, oh Dio! farsi verme come noi, affin di non vederci perduti? Qual maraviglia sarebbe il vedere un principe fatto verme per salvare i vermi del suo regno! E che diremo noi in vedere un Dio fatt'uomo come noi, per salvarci dalla morte eterna? Verbum caro factum est3. Un Dio fatto carne! Se la fede non ce ne assicurasse, chi mai potrebbe crederlo? Ecco dunque, dice san Paolo, un Dio quasi ridotto niente: Semetipsum exinanivit formam servi accipiens, et habitu inventus ut homo4. Il testo greco in vece di exinanivit, dice evacuavit, dandoci ad intendere l'apostolo che quegli il quale era pieno di maestà e potenza divina, ha voluto abbassarsi a prender la condizione umile e debole della natura umana, assumendo la forma, cioè la natura di servo, e facendosi simile agli uomini anche nella figura esterna, come ogni altr'uomo volgare, quantunque, nota il Grisostomo, egli non fosse semplice uomo, ma uomo e Dio. S. Pietro di Alcantara, udendo un giorno cantar da un diacono quelle parole di s. Giovanni: Et Verbum caro factum est, dando un forte grido, uscì fuori di sé, e stando in estasi, volò per aria sino a giungere nella chiesa davanti il ss. sacramento.

 

Ma non si contentò il Verbo incarnato, questo Dio innamorato, solo di essersi fatto uomo per amore degli uomini, volle di più vivere tra noi come l'ultimo, il più vile ed il più afflitto degli uomini, secondo già lo previde il profeta: Non est species ei, neque decor; et vidimus eum... despectum et novissimum virorum, virum dolorum5. L'uomo di dolori, sì perché la vita di Gesù C. fu una vita tutta piena di dolori: Virum dolorum. Egli fu un uomo formato a posta per esser cruciato sempre da' dolori; e tale fu tutta la vita del nostro Redentore dalla nascita sino alla morte.

 

E perché era egli venuto per farsi amare dall'uomo, come espresse con quelle parole: Ignem veni mittere in terram, et quid volo, nisi ut accendatur6? Volle nel fine di sua vita darci i segni e le prove più grandi dell'amore che ci portava: Cum dilexisset suos, qui erant in mundo, in finem dilexit eos7. Onde non solo si umiliò sino a morire per noi, ma volle scegliersi una morte la più amara e obbrobriosa fra tutte le morti: Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis8. Chi tra gli ebrei moriva crocifisso restava maledetto e vituperato presso tutti: Maledictus qui pendet in ligno9. E così volle finire la vita il nostro Redentore morendo


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svergnognato in croce, in mezzo ad una tempesta d'ignominie e di dolori, siccome predisse per Davide: Veni in altitudinem maris, et tempestas demersit me1.

 

Scrive s. Giovanni: In hoc cognovimus caritatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit2. Ed in verità come poteva Iddio dimostrarci maggiormente il suo amore, che con dare per noi la sua vita divina? E com'è possibile, vedere un Dio morto in croce per nostro amore, e non amarlo? Caritas enim Christi urget nos3. Con queste parole s. Paolo ci avverte, che non tanto quel che ha fatto e patito Gesù Cristo, quanto l'amore che ci ha dimostrato nel patire e morire per noi, ci obbliga e ci forza ad amarlo. Egli è morto per tutti, lo stesso apostolo soggiunge, acciocché ognuno di noi non viva più a se stesso, ma solo a colui che per amor nostro ha data la vita: Pro nobis omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt, iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est4. E al medesimo fine di cattivarsi tutto il nostro amore, dopo aver data per noi la vita, ha voluto di più lasciarci se stesso in cibo, quando disse: Accipite et comedite hoc est corpus meum5. Cosa, che se la fede non ce ne assicurasse, chi mai potrebbe crederla? Ma di questo altro prodigio dell'amor divino nel ss. sacramento, ne parleremo nella domenica seguente. Passiamo ora a considerare brevemente il terzo punto.

 

PUNTO III. L'amore che ci ha portato lo Spirito S. nel santificarci.

 

L'eterno Padre, non contento di averci donato Gesù Cristo suo figlio, affinché ci salvasse colla sua morte, volle donarci ancora lo Spirito santo, acciocché abitasse nelle anime nostre, e le tenesse continuamente accese di santo amore. Gesù stesso poi, non ostanti i maltrattamenti ricevuti in questa terra dagli uomini, scordato delle loro ingratitudini, dopo essere asceso in cielo, c'inviò di lo Spirito santo, affinché colle sue sante fiamme ci accendesse la divina carità e ci santificasse; e perciò lo Spirito santo, quando discese nel cenacolo volle apparire in forma di lingue di fuoco: Et apparuerunt illis dispertitae linguae tamquam ignis6. Onde poi ci fa pregare la chiesa: Illo nos igne, quaesumus, Domine, Spiritus inflammet, quem Dominus Iesus Christus misit in terram et voluit vehementer accendi. E questo poi è stato quel santo fuoco che ha infiammati i santi a fare grandi cose per Dio, ad amare i loro più crudeli nemici, a desiderare i disprezzi, a spogliarsi delle ricchezze ed onori del mondo, e sino ad abbracciare con allegrezza i tormenti e la morte.

 

Lo Spirito santo è quel laccio divino che stringe il Padre col Figlio, ed egli medesimo è quello, che per mezzo dell'amore stringe le anime nostre con Dio; giacché questo è l'effetto dell'amore, come dice s. Agostino: Caritas est virtus coniungens nos Deo. I legami del mondo sono legami di morte, ma i legami dello Spirito santo sono legami di vita eterna, mentre ci uniscono con Dio, che è la vera ed unica nostra vita.

 

Intendiamo inoltre che tutti i lumi, le ispirazioni, le chiamate di Dio e tutti gli atti buoni che nella


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nostra vita abbiamo fatti, di dolore de' nostri peccati, di confidenza della misericordia di Dio, di amore, di rassegnazione, tutti sono stati doni dello Spirito santo. Aggiunge l'apostolo: Similiter autem et Spiritus adiuvat infirmitatem nostram, nam quid oremus, sicut oportet, nescimus: sed ipse Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus1. Sicché lo Spirito santo è quegli che anche prega per noi, perché, non sapendo noi le preghiere che dobbiamo fare a Dio per la nostra salute, lo Spirito santo c'insegna a pregare.

 

In somma tutta la ss. Trinità si è impiegata a dimostrarci l'amore che Dio ci porta, acciocché noi gli siamo grati in amarlo: Cum amat Deus, scrive s. Bernardo, nihil aliud vult quam amari. È troppo giusto dunque che noi amiamo quel Dio, che è stato il primo ad amarci, e ad obbligarci con tante finezze ad amarlo: Nos ergo diligamus Deum, quoniam Deus prior dilexit nos2. Oh che gran tesoro è l'amore! È un tesoro infinito; perché l'amore ci fa acquistare l'amicizia di Dio: Infinitus est thesaurus, quo qui usi sunt participes facti sunt amicitiae Dei3. Ma per acquistar questo tesoro è necessario che stacchiamo il cuore dalle cose terrene. Scrivea s. Teresa: Distacca il cuore dalle creature, e troverai Dio. In un cuore pieno di terra non vi trova luogo l'amore divino. Perciò preghiamo sempre il Signore nelle nostre orazioni, nelle comunioni, nelle visite al ss. sacramento, che ci doni il suo santo amore, perché lo stesso amore ci farà perdere l'affetto delle cose di questa terra: Quando la casa va a fuoco, dice s. Francesco di Sales, tutte le robe si gettano per la finestra. E volea dire che quando un'anima s'infiamma d'amor divino, da se stessa si distacca da tutte le cose create. E il p. Paolo Segneri iuniore solea dire che l'amor divino è un ladro che ci spoglia di tutti gli affetti terreni, e ci fa dire: E che altro voglio io, se non voi solo, o mio Signore?

 

Fortis ut mors dilectio4. L'amore è forte come la morte. Viene a dire che siccome non vi è forza creata che resista alla morte, quando è giunta l'ora di venire; così per un'anima amante di Dio non vi è difficoltà che non sia superata dall'amore. Quando si tratta di piacere all'amato, l'amore vince tutto, dolori, perdite, ignominie: Nihil tam durum, quod non amoris igne vincatur. Questo amore operava che i santi martiri, stando ne' tormenti, sugli eculei, sulle graticole infocate, giubilavano e ringraziavano Dio di dar loro a patire per di lui amore: e gli altri santi, ove son mancati i tiranni che li tormentassero, essi per dar gusto a Dio, coi digiuni, colle macerazioni e penitenze si son fatti carnefici di loro stessi. Scrive s. Agostino che nel fare quel che si ama non si prova fatica, e se si prova, la stessa fatica è amata: In eo quod amatur, aut non laboratur aut ipse labor amatur.

 




1. Ioan. 4. 8.

2 Ier. 31. 3.

1 Ioan. 3. 16.

2 Ephes. 2. 4. et 5.

3 Serm. in Nativ. Christi.

1 Tit. 3. 4.

2 Serm. 1. in Epiph.

3 Ioan. 1. 14.

4 Philip. 2. 7.

5 Isa. 53. 2. et 3.

6 Luc. 12. 49.

7 Ioan. 13. 1.

8 Philip. 2. 8.

9 Deut. 21. 23.

1 Psal. 68. 3.

2 1. Ioan. 3. 16.

3 2. Cor. 5. 14.

4 2. Cor. 5. 15.

5 Matth. 26. 26.

6 Act. 2. 3.

1 Rom. 8. 26.

2 Ioan. 4. 19

3 Sap. 7. 14.

4 Cant. 8. 6.




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