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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XXX. - PER LA DOMENICA I. DOPO PENTECOSTE

 

Carità col prossimo.

Eadem quippe mensura, qua mensi fueritis, remetietur vobis. (Luc. 6. 38.)

 

Nel presente vangelo abbiamo che un giorno disse Gesù Cristo a' suoi discepoli: Estote misericordes, sicut


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et Pater vester misericors est. Vedete come il vostro Padre celeste è misericordioso con voi, così voi avete da essere misericordiosi cogli altri. Indi seguì a spiegare, come ed in quali cose doveano praticare la santa carità coi loro prossimi, e disse: Nolite iudicare et non iudicabimini: qui parlò di coloro che si guardano di giudicare temerariamente del prossimo. Dimittite et dimittemini: qui spiegò che non possiamo essere perdonati da Dio delle offese che gli abbiamo fatto, se prima non perdoniamo coloro che ci hanno offesi. Date et dabitur vobis: qui parlò contro coloro i quali vorrebbero che Dio loro concedesse quanto desiderano, e poi sono così stretti ed avari co' poveri. In conclusione finalmente disse che la misura di carità che noi useremo verso del prossimo, quella stessa userà Dio con noi. Vediamo dunque come dobbiamo coi prossimi usare la carità; dobbiamo usarla

 

Per I. Coi pensieri;

 

Per II. Colle parole;

 

Per III. Colle opere.

 

PUNTO I. Come dobbiamo usare la carità verso del prossimo coi pensieri.

 

Et hoc mandatum habemus a Deo, ut qui diligit Deum, diligat et fratrem suum1. Lo stesso precetto dunque che ci obbliga ad amare Dio, ci obbliga ancora ad amare il prossimo. S. Caterina da Genova disse un giorno al Signore: Mio Dio, voi volete che io ami il prossimo mio, ma io non posso amare altri che voi. Ed il Signore le rispose: Figlia mia, chi ama me, ama tutte le cose da me amate. Onde poi disse s. Giovanni, che mentisce chi dice di amare Dio, se odia il suo fratello: Si quis dixerit, quoniam diligo Deum, et fratrem suum oderit, mendax est2. E Gesù Cristo all'incontro dichiarò che la carità che usiamo al minimo dei suoi fratelli, egli la riceve come fatta a se stesso.

 

Quindi bisogna che primieramente usiamo carità verso del prossimo co' pensieri, non mai giudicando male di alcuno senza certo fondamento: Nolite iudicare et non iudicabimini. Chi giudica senza certa ragione, che alcuno abbia commesso un peccato mortale, si fa reo di colpa grave. Se poi solo ne sospettasse temerariamente, almeno farebbe peccato veniale. Ma quando però vi è fondamento certo di giudicare o sospettare, allora non vi è peccato. Ma chi ha la vera carità, crede bene di tutti, e discaccia così i giudizj come i sospetti: Caritas non cogitat malum3. Quei nondimeno che sono capi di casa, sono tenuti a sospettare del male che possono commettere quelli della famiglia. Certi padri e madri sciocche vedono che il loro figlio pratica con mali compagni, o spesso va a qualche casa ove son donne giovani: oppure vedono che la figlia parla da sola a solo con qualche uomo, e lasciano correre, con dire: non voglio far mali pensieri. Sciocchezza! In questi casi sono obbligati a sospettare del male che vi può essere; e perciò debbono correggere i figli, per riparare che il male non succeda. Del resto chi non è capo di casa dee guardarsi di stare a spiare i difetti e i fatti degli altri.

 

Inoltre quando il prossimo patisce qualche male d'infermità, di perdita o di altro disgusto, la carità vuole che internamente ne abbiamo


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dispiacenza, almeno colla parte superiore: dico colla parte superiore, perché quando sappiamo qualche danno avvenuto ad alcuna persona a noi avversa, il nostro senso ribelle par che ne senta compiacenza; ma non vi è colpa, sempreché quella compiacenza noi non la vogliamo. Notate nonperò che talvolta è lecito desiderare o compiacersi di qualche male temporale di taluno, quando si spera da quel male il bene spirituale di lui o degli altri; per esempio, se vi fosse un peccatore ostinato o scandaloso, ben è lecito, dice s. Gregorio, compiacersi della di lui infermità o di altro suo mal temporale, ed anche è lecito desiderare che cada infermo o che diventi povero, acciocché lasci la mala vita, o almeno cessi di scandalizzare gli altri. Ecco le parole di s. Gregorio: Evenire plerumque potest ut, non amissa caritate, et inimici nostri ruina laetificet, et eius gloria sine invidiae culpa contristet; cum et, ruente eo, quosdam bene erigi credimus, et proficiente illo, plerosque iniuste opprimi formidamus1. Del resto fuori di tali casi è contro la carità il compiacersi del danno del prossimo. E così anche è contro la carità il rammaricarsi del bene del prossimo, non per altra ragione, se non perché è bene del prossimo; questo propriamente è il peccato d'invidia. Gl'invidiosi, dice il Savio, sono del partito del demonio, il quale per non vedere gli uomini in cielo, donde egli è stato scacciato, tentò Adamo a ribellarsi da Dio: Invidia autem diaboli mors intravit in orbem terrarum; imitantur autem illum, qui sunt ex parte eius2. Passiamo agli altri punti, ove ci è molto da dire.

 

PUNTO II. Della carità che dobbiamo usare verso del prossimo colle parole.

 

In quanto alla carità verso del prossimo nel parlare, primieramente e soprattutto dobbiamo astenerci da ogni mormorazione: Susurro coinquinabit animam suam. et in omnibus odietur3. Quanto da tutti sono amati quei che dicono bene di tutti; altrettanto quei che hanno il vizio di mormorare sono odiati da tutti, da Dio e dagli uomini; i quali, benché godono di sentire mormorare, nondimeno odiano il mormoratore e poi se ne guardano. Scrive s. Bernardo che la lingua del mormoratore è una spada a tre tagli: Gladius equidem anceps, immo triplex est lingua detractoris4. A tre tagli, perché con uno offende la fama del prossimo, col secondo offende l'anima di chi l'ascolta, col terzo offende l'anima sua col privarla della divina grazia. Ma io l'ho detto in segreto a' miei amici, con patto che non lo dicano agli altri. E forse ciò ti scusa? Dunque tu sei quel serpente, dice il Signore, che morde in silenzio: Si mordeat serpens in silentio, nihil eo minus habet, qui occulte detrahit5. Che importa che lo dici in segreto; già mordi e togli la fama al prossimo. Questi tali che hanno il vizio di dir male degli altri sono castigati non solo nell'altra, ma anche in questa vita: perché queste lingue taglienti son causa di mille peccati, con mettere in discordia le intiere famiglie e gli intieri paesi. Narra Tommaso Cantipratense6 di aver egli stesso conosciuto un certo mormoratore che in fine di vita smaniava


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come un furioso, e morì lacerandosi la lingua coi proprj denti. Un altro mormoratore in mettersi a dir male di s. Malachia, nello stesso punto se gli gonfiò la lingua e gli si riempì di vermi, e così fra sette giorni infelicemente se ne morì.

 

La mormorazione poi si commette, non solo quando si toglie la fama al prossimo, con imporgli qualche peccato non vero, o con ampliarlo più del vero, ma ancora quando si palesa ad altri qualche suo peccato occulto. Alcuni quando sanno qualche male del prossimo par che patiscano dolori di parto se non lo fanno sapere agli altri. E quando il peccato del prossimo è segreto ed è di cosa grave, anche è peccato mortale il manifestarlo agli altri senza giusta causa. Dico senza giusta causa, perché se uno dicesse al padre qualche vizio del figlio, acciocché lo corregga o vi ponga riparo, allora in ciò non vi è colpa, anzi è opera buona, poiché come dice s. Tomaso1, lo scoprire i delitti del prossimo allora è peccato, quando si fa ciò per fargli perdere la fama, ma non quando si fa per bene suo o degli altri.

 

Hanno poi da dare gran conto a Dio quelli che sentono da alcuno dir male di un altro, e lo vanno a riferire alla persona ch'è stata mormorata; questi si chiamano piglia e porta. Oh che danno fanno queste lingue rapportatrici, che in tal modo van seminando discordie! Sono esse l'odio di Dio: Odit Dominus... qui seminat inter fratres discordias2. Fa meno male la persona che mormora, perché quella sarà stata giustamente offesa, onde se parla è più compatibile; ma tu perché vai a riferire quello che hai inteso? Per far nascere malevolenze ed odj che saranno causa poi di mille peccati? Se mai da oggi avanti senti dire qualche cosa contro del prossimo, fa quel che dice lo Spirito santo: Audisti verbum adversus proximum tuum? commoriatur in te3. Quella parola che hai udita del tuo prossimo, non solo tienila chiusa dentro di te, ma commoriatur in te, falla morire in te. Chi sta chiuso in un luogo può di scappare e farsi vedere, ma chi è morto non può uscir più dalla fossa; voglio dire, quando hai saputo qualche male del prossimo, statti avvertito a non darne alcuno indizio agli altri con qualche parola mozza, o con qualche moto di testa o segno. Talvolta fanno più danno alla fama di alcuno certi segni singolari e certe parole mozze, che le stesse parole chiare, perché fanno spesso credere il male più grande di quello che è in fatti.

 

Inoltre, quando state in conversazione, guardatevi di pungere qualche compagno, o presente o assente, con metterlo in deriso. Dice colui, lo fo per burla: ma queste burle sono contrarie alla carità. Disse Gesù C.: Omnia ergo quaecumque vultis ut faciant vobis homines, et vos facite illis4. Piacerebbe a te l'esser deriso e posto in burla avanti agli altri? E così lascia di farlo al prossimo. Di più, lasciate di contendere per cose inutili: alle volte per certe bagattelle che nulla importano si afferrano certi contrasti, da' quali poi si passa a disturbi ed a parole ingiuriose. Vi sono alcuni che hanno lo spirito di contraddizione, i quali senza alcun bisogno, ma solo per genio di contrastare, si mettono a contraddire quel che gli


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altri dicono, e così rompono la carità. Dice lo Spirito santo: De ea re quae te non molestat ne certeris1. Dice quegli: Ma io difendo la ragione; non posso sentir le cose storte. Risponde il cardinal Bellarmino a questo difensore della ragione: Vale più un'oncia di carità, che cento carri di ragione. Quando si discorre, e specialmente di cose che poco importano, di' il sentimento tuo, se vuoi dirlo per discorrere, e poi quietati senza ostinarti a difenderlo. Ed in tali contese il meglio è cedere: diceva il b. Egidio che allora chi cede vince, perché resta superiore in virtù, e conserva la pace che è un bene assai maggiore della vittoria del proprio sentimento. Dicea s. Giuseppe Calasanzio: Chi ama la pace non contraddica a niuno.

 

Sicché, uditori miei, se volete essere amati da Dio e dagli uomini, procurate di dir sempre bene di tutti. E quando avviene di sentire alcuna persona che dice male di un'altra, guardatevi di provocarla a dire, o di mostrar curiosità di sentire, perché allora vi fareste colpevoli dello stesso peccato di colui che mormora. Allora o riprendetelo, o mutate discorso, o partitevi da quella conversazione. Dice l'Ecclesiastico2: Sepi aures tuas spinis, linguam nequam noli audire. Quando ascolti alcuno che toglie la fama ad un altro, metti alle tue orecchie una siepe di spine, sepi aures tuas spinis, acciocché s'impedisca alla mormorazione di entrarvi. Bisogna perciò allora dimostrare almeno che quel discorso ti dispiace; e ciò si fa vedere col tacere e far viso mesto, o col bassar gli occhi a terra, o voltare altrove la faccia; fate in somma, dice s. Girolamo, che il mormoratore col vedere che voi non l'ascoltate di buona voglia impari a non essere facile a più mormorare: Discat detractor, dum te videt non libenter audire, non facile detrahere3. E quando potete, la carità gradisce che prendiate le parti delle persone mormorate. Lo sposo divino vuole che le parole della sua sposa sieno una benda di scarlatto: Sicut vitta coccinea labia tua4. Cioè, come spiega Teodoreto, che le sue parole sieno dettate dalla carità (vitta coccinea), affinché coprano il difetto del prossimo quanto si può, scusando almeno l'intenzione, se non può scusarsi l'azione, come esorta s. Bernardo: Excusa intentionem, si opus non potes5. Le religiose del monastero di s. Teresa diceano per proverbio, che dove stava la loro santa madre, teneano sicure le spalle, sapendo ch'ella prendea le difese di tutte coloro delle quali sentiva dir male.

 

Di più la carità vuole che siamo mansueti con tutti, e specialmente colle persone che ci sono contrarie. Quando alcuno sta adirato e ti maltratta colle parole, Responsio mollis frangit iram6. Rispondigli con dolcezza e subito lo vedrai placato. All'incontro se ti risenti e parli con asprezza, accrescerai il fuoco, ed avanzandosi il risentimento, ti metti a rischio di perderci l'anima, col fare qualche atto di odio o col prorompere in qualche ingiuria grave. E quando ti vedi turbato, meglio è che ti faccia forza a tacere e non risponda; poiché dice s. Bernardo che l'occhio offuscato dallo sdegno non vede più quel ch'è giusto o ingiusto: Turbatus prae ira


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oculus, rectum non videt1. E quando accadesse che voi trasportato dall'ira aveste ingiuriato il prossimo, la carità richiede che in tutti i modi procuriate di placarlo per levare dal suo cuore ogni rancore verso di voi. Non vi è mezzo più atto allora a riparare la carità, che l'umiliarvi colla persona che avete offesa. Ma della virtù della mansuetudine che dobbiamo usare col prossimo, ne parleremo poi di proposito nel sermone trentesimoquarto nella domenica v. dopo Pentecoste.

 

È anche atto di carità il correggere chi pecca. Né occorre dire: ma io non sono suo superiore. Se foste voi superiore, sareste obbligato per officio; ma non essendo tale, siete obbligato per carità come cristiano: Mandavit illis unicuique de proximo suo2. Qual crudeltà sarebbe vedere un cieco che cammina verso d'un precipizio e non avvertirlo, per liberarlo dalla morte temporale? Maggior crudeltà sarebbe poi la vostra, se potendo liberare il fratello dalla morte eterna, lasciaste di farlo per non voler pigliarvene pensiero.

 

PUNTO III. Della carità che dobbiamo usare col prossimo colle opere.

 

Alcuni dicono di amar tutti, ma poi niente vogliono scomodarsi per soccorrere il bisogno di qualche prossimo. Scrisse s. Giovanni: Filioli mei, non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate3. Dice la scrittura che la limosina libera l'uomo dalla morte, lo purga da' peccati e gli ottiene la divina misericordia e la salute eterna: Eleemosyna a morte liberat, et ipsa est quae purgat peccata et facit invenire misericordiam et vitam aeternam4. Iddio soccorrerà voi, come voi soccorrete il prossimo: In qua mensura mensi fueritis, remetietur vobis5. Onde scrisse il Grisostomo che l'usar carità col prossimo è l'arte di fare grandi guadagni con Dio: Eleemosyna est ars omnium artium quaestuosissima. E s. Maria Maddalena de' Pazzi dicea trovarsi più contenta quando sovveniva il prossimo, che quando era sollevata in contemplazione, con questa ragione: Quando io sto in contemplazione, Dio aiuta me: ma quando sto soccorrendo il prossimo, io aiuto Dio. Poiché Dio tutte le carità fatte al prossimo le riceve come fatte a se stesso. All'incontro dice s. Giovanni, come può dirsi che ami Dio quegli che non soccorre il suo fratello in qualche bisogno? Qui habuerit substantiam huius mundi, et viderit fratrem suum necessitatem habere, et clauserit viscera sua ab eo, quomodo caritas Dei manet in eo6? Per limosina poi non solo s'intende di dar roba o danaro, ma ogni sollievo che si secondo il bisogno altrui.

 

Se poi la carità vuole che soccorriamo tutti, maggiormente richiede che soccorriamo coloro che stanno in maggior necessità, come sono le anime del purgatorio. Insegna s. Tommaso che la carità si stende non solo ai vivi, ma anche ai morti; e perciò siccome dobbiamo soccorrere i prossimi viventi, così anche siam tenuti di dar soccorso a quelle sante prigioniere che tanto patiscono nel fuoco e non possono aiutarsi. Questo appunto disse un certo monaco cisterciense defunto al sagrestano del suo monastero a cui comparve: Aiutami


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fratello, colle tue orazioni, mentre io da per me niente posso aiutarmi1. Aiutiamole dunque quanto possiamo queste dilette spose di Gesù Cristo, raccomandandole ogni giorno a Dio, e con far dire anche qualche messa in loro suffragio. Non vi è cosa che tanto giovi a quelle sante anime, quanto il sacrificio dell'altare. Elle certamente non vi saranno ingrate, ben pregheranno per voi; e maggiormente poi vi aiuteranno, quando saranno giunte alla vista di Dio.

 

Così ancora piace a Dio che usiate carità speciale cogl'infermi. Essi si trovano afflitti da' dolori, dalla malinconia, dal timore della morte, e talvolta sono abbandonati dagli altri. Cercate voi di soccorrerli con qualche limosina o regaluccio, serviteli come potete, almeno procurate di consolarli colle vostre parole, e di esortarli a star rassegnati al voler di Dio e ad offerirgli tutto quello che patiscono.

 

Soprattutto poi state attenti ad usare carità colle persone che vi sono contrarie. Dice colui: io sono grato con chi si porta bene con me, ma non posso usar carità con chi mi perseguita. Ma dice Gesù Cristo che anche gl'infedeli sanno essere grati con chi loro fa bene: Nonne et ethnici hoc faciunt2? La carità cristiana sta nel voler bene e far bene a chi ci odia e ci fa male: Ego autem dico vobis, diligite inimicos vestros, benefacite his qui oderunt vos, et orate pro persequentibus et calumniantibus vos3. Quegli ti vuol male, e tu l'hai da amare. Quegli ti ha fatto danno, e tu gli hai da far bene, così si vendicano i santi; questa è la vendetta celeste che ci esorta s. Paolino a fare coi nostri nemici: Pro malis bona retribuere, est vindicta coelestis4. E s. Gio. Grisostomo scrisse che niuna cosa ci rende così simili a Dio, come il perdonare ai nemici: Nihil facit homines ita Deo similes ut inimicis parcere5. Così han fatto tutti i santi; s. Caterina da Siena ad una donna che le avea tolta la fama, andò ad assisterla per molto tempo come serva, mentre quella stava inferma. S. Ambrogio ad un certo sicario che gli avea insidiata la vita, fece un assegnamento per vivere comodamente ogni giorno. Un certo governatore della Toscana, chiamato Venustano, per causa della fede fece tagliare le mani a s. Sabino vescovo; il tiranno sentendosi poi trafiggere da un gran dolore negli occhi, pregò il santo ad aiutarlo; il santo fece orazione per lui, ed alzando il braccio ancor grondante di sangue, lo benedisse, e gli ottenne la sanità degli occhi ed anche dell'anima, perché colui con ciò si convertì. Narra di più il p. Segneri6 che in Bologna ad una dama fu ucciso l'unico figlio che avea; l'uccisore venne poi casualmente a salvarsi nella stessa casa di lei, ed ella che fece? Prima lo nascose da' ministri della giustizia, e poi gli disse: orsù, giacché ho perduto mio figlio, da oggi avanti voi siate il figlio mio e il mio erede; prendetevi intanto questo danaro, e salvatevi altrove, perché qui non siete sicuro. Così si vendicano i santi. Chi non perdona, dice s. Cirillo Gerosolimitano, con qual faccia dirà a Dio: Signore, perdonatemi i molti affronti che vi ho fatti, se non vuol perdonare al suo nemico i pochi affronti


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che ne ha ricevuti? Qua fronte dices Domino: Remitte mihi multa peccata mea, si tu pauca conservo tuo non remiseris1? All'incontro chi perdona al nemico, sta sicuro di essere perdonato da Dio che dice: Dimittite et dimittemini2. E quando non potete fare altro bene al vostro nemico che vi perseguita e vi calunnia, almeno raccomandatelo a Dio: Orate pro persequentibus et calumniantibus vos. Così dice Gesù Cristo il quale sa ben rimunerare chi così tratta i suoi nemici.

 




1 1. Ioan. 4. 21.

2 1. Ioan. 4. 20.

3 1. Cor. 13. 5.

1 Lib. 22. Moral. c. 2.

2 Sap. 2. 24.

3 Eccl. 21. 31.

4 In psal. 56.

5 Eccl. 10. 11.

6 Apum. etc. cap. 37.

1 2. 2. qu. 2. a. 73.

2 Prov. 6. 16. et 19.

3 Eccl. 19. 10.

4 Matth. 7. 12.

1 Eccl. 11. 9.

2 28. 28.

3 Ep. ad Nepot.

4 Cant. 4. 3.

5 Serm. 40. in Cant.

6 Prov. 15. 1.

1 Lib. 2. de consid. c. 11.

2 Eccl. 17. 12.

3 1. Ioan. 3. 18.

4 Tob. 12. 9.

5 Matth. 7. 2.

6 1. Ioan. 3. 17

1 Cron. Cisterc.

2 Matth. 5. 47.

3 Matth. 5. 44.

4 Epist. 16.

5 Hom. 27. in Gen.

6 Crist. istr. part. 1. disc. 20. n. 20.

1 Catech. 2.

2 Luc. 6. 37.




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