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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XXXVII. - PER LA DOMENICA VIII. DOPO PENTECOSTE

 

Del giudizio particolare.

Redde rationem villicationis tuae. (Luc. 16. 2.)

 

Di tutti i beni che abbiamo ricevuti da Dio, di natura, di fortuna e di grazia, cristiani miei, noi non ne siamo padroni che possiamo disporne a nostro piacere, ma ne siamo amministratori; onde dobbiamo impiegarli secondo il volere di Dio, che è il nostro Signore. Quindi è che in punto di morte di tali beni abbiamo da renderne stretto conto a Gesù Cristo giudice: Omnes enim nos manifestari oportet ante tribunal Christi; ut referat unusquisque propria corporis, prout gessit, sive bonum sive malum2. Ciò appunto significa quel redde rationem villicationis tuae dell'odierno vangelo, come commenta s. Bonaventura: Non es Dominus, sed villicus in rebus tibi commissis, ideo de ipsis redditurus es rationem. Voglio oggi porvi davanti gli occhi il rigore di questo giudizio che si farà di ciascun di noi nell'ultimo giorno di nostra vita; consideriamo per tanto il terrore che avrà l'anima:

 

Punto I. Quando sarà presentata al giudizio;

 

Punto II. Quando sarà esaminata;

 

Punto III. Quando sarà condannata.

 

PUNTO I. Quando sarà presentata al giudizio.

 

Statutum est hominibus semel mori, post hoc autem iudicium3. È


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di fede che abbiamo da morire e che dopo la morte abbiamo da esser giudicati di tutte le azioni di nostra vita. Or quale sarà lo spavento di ognuno di noi, quando saremo in punto di morte, pensando al giudizio che tra poco dovrà farsi di noi in quel momento in cui l'anima spira? Allora si decide la causa della nostra vita o della nostra morte eterna. Nel tempo di dover passare l'anima da questa vita all'eternità, la vista dei peccati commessi, il rigore del divino giudizio, l'incertezza della salute eterna, fanno tremare ancora i santi. Santa Maria Maddalena de' Pazzi stando inferma tremava per il timore del giudizio, e rispose al confessore che le dava animo: Ah padre, è una gran cosa il dover comparire avanti di Cristo giudice! S. Agatone dopo tanti anni di penitenza nel deserto, in morte anche tremava dicendo: Che ne sarà di me quando sarò giudicato? Il venerabile p. Luigi da Ponte, pensando ai conti che doveva rendere a Dio in morte, tremava talmente che facea tremare anche la camera dove stava. Questo medesimo pensiero del giudizio fece lasciare il mondo al venerabile p. Giovenale Ancina dell'oratorio, e poi vescovo di Salluzzo. Udendo egli cantare un giorno la Dies illa, e considerando lo spavento che avrà l'anima in dover esser presentata a Cristo giudice, fece la risoluzione di darsi tutto a Dio, come in fatti poi l'eseguì.

 

È sentenza comune de' teologi, che nello stesso momento o nello stesso luogo ove l'anima si divide dal corpo, si alza il divin tribunale, si legge il processo, e si fa da Cristo giudice la sentenza. A questo gran tribunale ognuno di noi ha da essere presentato a dar conto di quanto abbiamo pensato, abbiam detto ed abbiam fatto: Omnes enim nos manifestari oportet ante tribunal Christi, ut referat unusquisque propria corporis, prout gessit, sive bonum sive malum1. I delinquenti nell'essere presentati avanti a qualche giudice terreno, si sono veduti talvolta sudar freddo per il timore. Si narra di Pisone che nel comparire in senato colla veste da reo, fu tanta la sua confusione, che per non poterla soffrire si uccise da se stesso. Qual pena ancora è ad un vassallo o ad un figlio di comparire avanti il suo principe o padre, che adirato l'ha mandato a chiamare a render conto di qualche delitto commesso! Oh qual altra pena e confusione più grande avrà un'anima in comparire davanti a Gesù Cristo sdegnato per essere stato da lei disprezzato in vita! Scrive s. Luca, parlando del giudizio: Tunc videbunt Filium hominis2. Vedranno Gesù Cristo da uomo colle stesse piaghe, colle quali salì in cielo. Grande gaudium intuentium! dice Roberto abate, grandis timor expectantium! Quelle piaghe consoleranno i giusti, ma troppo spaventeranno i peccatori, vedendo in quelle l'amore del Redentore loro portato e la loro ingratitudine.

 

Ante faciem indignationis eius quis stabit3? Quale spavento dunque avrà un'anima trovandosi in peccato avanti di questo giudice, la prima volta che lo vedrà, e lo vedrà sdegnato! Dice s. Basilio che allora ella sarà più tormentata dal rossore, che dallo stesso fuoco dell'inferno: Horridior, quam ignis, erit pudor. Filippo


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II. avendo trovato che un suo domestico gli aveva asserita una bugia, lo rimproverò dicendogli: Così m'inganni? Quel miserabile ritornato in casa se ne morì di dolore. I fratelli di Giuseppe, allorché intesero rimproverarsi loro dal medesimo: Ego sum Ioseph, quem tradidistis; dice la scrittura che essi per il terrore non seppero che rispondere, e si tacquero: Non poterant respondere fratres, nimio terrore perterriti1. Or che risponderà il peccatore a Gesù Cristo, quando gli dirà: Io sono quel tuo Redentore e giudice che tu hai tanto disprezzato? Dove fuggirà il misero allora, dimanda s. Agostino, quando vedrà il giudice irato di sopra, l'inferno aperto di sotto, da una parte i peccati che l'accusano, dall'altra i demonj che lo traggono al supplicio, e la coscienza che di dentro lo brucia? Superius erit iudex iratus, inferius horrendum chaos, a dexteris peccata accusantia, a sinistris daemonia ad supplicium trahentia, intus conscientia urens: quo fugiet peccator sic comprehensus? Ma come, scrive Eusebio Emisseno, potrà aver animo di cercar pietà, quando prima di tutto dovrà render conto del disprezzo che ha fatto della pietà usatagli da Gesù Cristo? Qua fronte misericordiam petes, primum de misericordiae contemptu iudicandus? Ma veniamo alla reddizione de' conti.

 

PUNTO II. Terrore dell'anima quando sarà esaminata.

 

Presentata che sarà l'anima al tribunale di Gesù Cristo, egli le dirà: Redde rationem villicationis tuae, or via rendimi conto di tutta la tua vita. Dice l'apostolo che per esser fatta l'anima degna della salute eterna, dee ritrovarsi la sua vita conforme alla vita di Gesù Cristo: Quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imaginis Filii sui... illos et glorificavit etc2. Quindi poi scrisse s. Pietro che nel giudizio che farà Gesù Cristo, appena si salverà il giusto che ha osservata la divina legge, ha perdonati i nemici, ha rispettati i santi, è stato casto, mansueto ec. Iustus vix salvabitur. E poi soggiunge: Impius et peccator ubi parebunt3? Dove andranno a salvarsi i vendicativi, i bestemmiatori, i disonesti, i maledici? Atteso ciò, dimando, che ne sarà di coloro, la vita de' quali è stata quasi sempre contraria alla vita di Gesù Cristo?

 

Esso giudice prima di tutto vorrà conto dal peccatore de' beneficj e delle grazie che gli ha fatte per vederlo salvo, e di cui esso non se ne ha saputo valere. Vorrà conto degli anni concessi per servire a Dio (Vocabit adversum me tempus4), e che esso ha spesi in offenderlo. Indi gli cercherà conto de' peccati: i peccatori commettono le colpe, e poi se ne dimenticano: ma non se ne dimentica Gesù Cristo: egli tiene numerate, secondo dice Giobbe, come in un sacchetto tutte le nostre iniquità: Signasti quasi in sacculo delicta mea5. Ed inoltre ci fa sapere che nel giorno de' conti egli prenderà la lucerna per iscrutinare tutti gli atti della nostra vita: Et erit in tempore illo: scrutabor Ierusalem in lucernis6. Commenta il Mendozza, e dice: Lucerna omnes angulos permeat. La lucerna colla sua luce penetra tutti gli angoli della casa, viene a dire che Dio


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scoprirà tutti i difetti della coscienza, grandi e piccioli; poiché allora, dice s. Anselmo, exigitur usque ad ictum oculi, si esigerà conto di ogni occhiata; e come scrive s. Matteo, d'ogni parola oziosa: Omne verbum otiosum, quod locuti fuerint homines, reddent rationem de eo in die iudicii1.

 

Dice il profeta Malachia, che siccome si cola l'oro separandone la scoria, così in quel giorno si hanno da esaminare tutte le nostre azioni, e si ha da castigare ogni cosa che vi si trova d'impuro. Et purgabit filios Levi, et colabit eos quasi aurum2. Anche le giustizie, cioè le opere buone, le confessioni, le comunioni, le orazioni saranno esaminate, come le abbiamo fatte: Cum accepero tempus, ego iustitias iudicabo3. Or se saranno giudicate le occhiate, le parole oziose ed anche le opere buone, con qual rigore saranno poi giudicate le parole disoneste, le bestemmie, le mormorazioni gravi, i furti, i sacrilegi? Eh che in quel giorno ogni anima da se stessa, dice s. Girolamo, vedrà con sua confusione tutto il male che ha fatto: videbit unusquisque quod fecit.

 

Pondus et statera iudicia Domini sunt4. Nella bilancia del Signore non si pesa la nobiltà, la ricchezza, la scienza, ma la vita e le opere; onde il villano, il povero e l'ignorante sarà premiato, se si trova innocente; ed il nobile, il ricco e lo scienziato sarà condannato, se si trova reo, siccome già Daniele disse al re Baldassare: Appensus es in statera, et inventus es minus habens5. Commenta il p. Alvarez: Non aurum, non opes in statera veniunt, solus rex appensus est.

 

Allora il povero peccatore si vedrà accusato dal demonio, il quale, come scrive s. Agostino: Ante tribunal Christi recitabit verba professionis nostrae; obiiciet nobis in faciem omnia quae fecimus, in qua die, in qua hora peccavimus6. Recitabit verba professionis nostrae, viene a dire, presenterà le promesse da noi fatte a Dio, alle quali poi abbiam mancato: obiiciet in faciem, ci rinfaccerà tutte le nostre malvagità, segnando il giorno e l'ora in cui le abbiamo commesse: e concluderà l'accusa, come dice lo stesso santo: Ego pro isto nec alapas, nec flagella sustinui. Signore, io per questo ingrato non ho patito nulla, ed egli ha voltato le spalle a voi, che tanto avete patito per salvarlo, per farsi schiavo mio; ond'esso di ragione a me tocca. Verrà anche l'angelo custode ad accusarlo, come scrive Origene, dicendo: io ho faticato tanti anni presso costui, ma egli ha disprezzati tutti i miei avvertimenti: Unusquisque angelorum perhibet testimonium, quot annis circa eum laboraverit, sed ille monita sprevit7. Sicché allora anche gli amici disprezzeranno quell'anima rea: Omnes amici eius spreverunt eam8. L'accuseranno, come dice s. Bernardo, gli stessi peccati suoi: Et dicent: Tu nos fecisti, opera tua sumus, non te deseremus9. Diranno i peccati, noi siamo tuoi parti, non ti lasceremo, ti saremo compagni nell'inferno per tutta l'eternità.

 

Vediamo ora quali scuse potrà addurre il peccatore. Dirà che la mala inclinazion naturale l'ha tirato al male; ma gli sarà risposto, che sebbene


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il senso lo spingeva al male, niuno però lo forzava a commetterlo: ed all'incontro se egli ricorreva a Dio nelle sue tentazioni, ben Dio gli avrebbe colla sua grazia data forza a resistere. A questo fine Gesù Cristo ci ha lasciati i sacramenti; ma se di quelli non vogliamo valerci, di chi possiamo lagnarci, se non di noi stessi? Nunc autem excusationem non habent de peccato suo1. Dirà per iscusa che il demonio l'ha tentato; ma dice s. Agostino che il nemico: Alligatus est tanquam canis innexus catenis, et neminem potest mordere, nisi illi mortifera securitate se coniunxerit. Il demonio può latrare, ma non mordere, se non colui che gli aderisce e gli udienza; onde soggiunge il santo: Iam videte, quam stultus est ille, quem canis in catena positus mordet. Addurrà forse per iscusa l'abito cattivo fatto; ma neppure ciò gli varrà, poiché dice il medesimo s. Agostino, che sebbene è difficile resistere al mal abito, sed si se quisque non deserat, Deo adiuvante superabit. Se l'uomo non si abbandona al peccato, e si raccomanda a Dio, coll'aiuto di Dio vincerà. Il Signore non permette, dice s. Paolo, che noi siamo tentati oltre le nostre forze: Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id, quod potestis2.

 

Dicea Giobbe: Quid enim faciam, cum surrexerit ad iudicandum Deus? Et cum quaesierit, quid respondebo illi3? Che mai risponderà a Gesù Cristo il peccatore? Ma che potrà rispondere, vedendosi così convinto? Confuso tacerà, come tacque l'uomo descritto da s. Matteo4 che fu trovato senza la veste nuziale: At ille obmutuit. Lo stesso peccato gli otturerà la bocca: Omnis iniquitas oppilabit os suum5. Allora, dice s. Tommaso da Villanova, non vi saranno intercessori a cui ricorrere: Non ibi peccandi locus; nullus intercessor assistet, non amicus, non pater. Chi allora ti salverà? Iddio? Ma come egli può salvarti, scrive s. Basilio, se tu l'hai disprezzato? Quis te eripiet? Deus ne ille, quem contempsisti6? Ah che l'anima rea che esce da questa vita in peccato, prima della sentenza ella si condanna da se stessa! Ma veniamo finalmente alla sentenza.

 

PUNTO III. Terrore dell'anima quando sarà condannata.

 

Quanta sarà l'allegrezza di un'anima, quando si vedrà accolta da Gesù Cristo nel punto di sua morte con quelle troppo dolci parole: Euge, serve bone et fidelis, quia super pauca fuisti fidelis, super multa te constituam, intra in gaudium Domini tui7, altrettanta sarà la pena e la disperazione di un'anima rea che si vedrà discacciata dal giudice con quelle parole: Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum8. Oh che tuono terribile sarà per essa una tale sentenza! O quam terribiliter personabit, dice il Cartusiano, tonitrum illud! Soggiunge Eusebio, che sarà tanto lo spavento de' peccatori in sentir proferir la loro condanna, che se potessero morire, di nuovo morirebbero: Tantus terror invadet malos, cum viderint iudicem sententiam proferentem, ut nisi essent immortales, iterum morerentur. Ma, uditori miei, prima di terminare il sermone,


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facciamo qualche riflessione utile per noi. Dice s. Tommaso da Villanova1 che alcuni sentono parlare del giudizio e della condanna dei malfattori, ma ne fan poco conto, come fossero sicuri che tali cose non toccassero loro, o come se il giorno del giudizio non avesse mai a venire per essi: Heu quam securi haec dicimus et audimus, quasi nos non tangeret haec sententia, aut quasi dies ille nunquam esset venturus! E soggiunge: ma qual pazzia è lo star sicuro in cosa di tanto pericolo! Quae est ista stulta securitas in discrimine tanto! Taluno poi, scrive s. Agostino, ancorché viva in peccato, non si può immaginare che Dio voglia mandarlo all'inferno, e dice: Nunquid Deus vere damnaturus est? No, figlio, dice il santo, non dir così; tanti dannati prima non se lo credeano d'esser mandati all'inferno, ma poi è venuta la fine, ed ivi sono stati già gittati, secondo la minaccia fatta per Ezechiele: Finis venit, venit finis, et immittam furorem meum in te, et iudicabo2. Peccatore mio, chi sa se ancora per te sta vicino il castigo; e tu burli e dormi in peccato? Chi non tremerà a quelle parole che disse il Battista: Iam enim securis ad radicem arborum posita est; omnis ergo arbor, quae non facit fructum bonum, excidetur, et in ignem mittetur3. Disse che ogni albero che non buon frutto, sarà tagliato e mandato al fuoco; e premise che per questi alberi, per cui sono denotati i peccatori, la scure già sta posta alla radice; viene a dire, il castigo è loro vicino. Seguiamo, dilettissimi, il consiglio dello Spirito santo che dice: Ante iudicium para iustitiam tibi4. Aggiustiamo i conti prima del giorno dei conti. Cerchiamo Dio, or che possiamo trovarlo, perché verrà tempo che vorremo trovarlo e non potremo: Quaeretis me, et non invenietis5. Dice s. Agostino: Iudex ante iudicium placari potest, in iudicio non potest. Ora, mutando vita, possiamo placar Gesù Cristo, e ricuperar la sua grazia: ma quando egli sarà giudice, e ci troverà in peccato, avrà da far la giustizia, e noi resteremo perduti.

 




2 2. Cor. 5. 10.

3 Hebr. 9. 27.

1 2. Cor. 5. 10.

2 21. 27.

3 Nahum 1. 6.

1 Gen. 45. 3.

2 Rom. 8. 29. et 30.

3 1. Petr. 4. 18.

4 Thren. 1. 15.

5 Iob. 14. 17.

6 Soph. 1. 12.

1 Matth. 12. 36.

2 Malach. 3. 3.

3 Psal. 74. 3.

4 Prov. 16. 11.

5 Dan. 5. 27.

6 Cont. iud. tom. 6.

7 Hom. 66.

8 Thren. 1. 2.

9 L. medit. c. 2.

1 Ioan. 15. 22.

2 1. Cor. 10. 13.

3 Iob. 31. 14.

4 22. 12.

5 Psal. 106. 42.

6 Or. 4. de poen.

7 Matth. 25. 21.

8 Vers. 41.

1 Conc. 1. de iud.

2 Ezech. 7. 2. et 3.

3 Matth. 3. 10.

4 Eccl. 18. 19.

5 Ioan. 7. 36.




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