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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XXXIX. - PER LA DOMENICA X. DOPO PENTECOSTE

 

Dell'efficacia e necessità della preghiera.

Deus propitius esto mihi peccatori. (Luc. 18. 13.)

 

Abbiamo nel presente vangelo che andarono al tempio due uomini, un fariseo ed un pubblicano. Il fariseo in vece di umiliarsi e pregar Dio che l'assistesse colla sua grazia, dicea: Signore, vi ringrazio che io non sono come gli altri uomini peccatori: Deus, gratias ago tibi, quia non sum sicut ceteri homines. All'incontro il pubblicano tutto umiliato pregava: Deus, propitius esto mihi peccatori. Dice s. Luca che questo pubblicano se ne tornò a casa perdonato da Dio, e il fariseo se ne tornò iniquo e superbo qual era venuto. Da ciò argomentate, dilettissimi uditori, quanto sono gradite a Dio e necessarie a noi le nostre umili preghiere per ottenere dal Signore tutte le grazie che ci bisognano per salvarci. Onde voglio in questo sermone esporvi oggi

 

Nel punto I. L'efficacia della preghiera;

 

Nel punto II. La necessità della preghiera.

 

PUNTO I. Efficacia della preghiera.

 

Per intendere l'efficacia e il valore delle nostre preghiere, basta osservare le grandi promesse fatte da Dio ad ognuno che prega: Invoca me et eruam te1. Chiamami, ed io ti caverò fuori da ogni pericolo: Clamabit ad me et exaudiam eum2. Clama ad me et exaudiam te3: Pregami ed io ti esaudirò. Quodcumque volueritis, petetis et fiet vobis4: Cercate quanto volete e tutto vi sarà conceduto; e di simili testi ve ne sono mille così nel vecchio, come nel nuovo Testamento. Iddio è la stessa bontà per sua natura, come scrive s. Leone: Deus, cuius natura bonitas. E perciò ha un desiderio sommo di far parte a noi de' suoi beni. Dicea per tanto s. Maria Maddalena de' Pazzi, che quando un'anima prega Dio per qualche grazia, in certo modo egli le resta obbligato e la ringrazia: mentre col pregare ella gli apre la via a contentare il desiderio che ha di dispensare a noi le sue grazie. Quindi è che nelle divine scritture par che non vi sia cosa più esortata ed inculcata a noi dal Signore, quanto il chiedere e pregare. Basta a dimostrar ciò quel che abbiamo in s. Matteo5: Petite et accipietis: quaerite et invenietis: pulsate et aperietur vobis. Dice s. Agostino che Dio con tali promesse si è obbligato ad accordarci le domande che gli facciamo: Promittendo, debitorem se fecit6. E poi7 soggiunge che il Signore non ci esorterebbe tanto a chieder le grazie, se non ce le volesse concedere: Non nos hortaretur ut peteremus, nisi dare vellet. E perciò vediamo che i salmi di Davide ed i libri di Salomone e dei profeti sono pieni di preghiere.

 

Scrisse Teodoreto che la preghiera è così efficace presso Dio, che quantunque sia una, può ottenere tutte le cose: Oratio, cum sit una, omnia


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potest. Aggiunge s. Bernardo che quando noi preghiamo, il Signore, se non ci la grazia richiesta, ce ne darà un'altra più utile di quella: Aut dabit quod petimus, aut quod nobis noverit esse utilius1. E chi mai ha chiamato Dio in aiuto, e Dio l'ha disprezzato con non dargli udienza? Quis invocavit eum et despexit illum2? Dice la scrittura che tra le genti non vi è nazione che abbia dei che sieno sì pronti ad esaudir le loro preghiere, quanto il vero nostro Dio: Nec est alia natio tam grandis quae habeat deos appropinquantes sibi, sicut Deus noster adest cunctis obsecrationibus nostris3. I principi della terra, dice il Grisostomo, a pochi danno udienza; ma Iddio la concede ad ognun che la vuole: Aures principis paucis patent, Dei vero omnibus volentibus4. E Davide dice che questa bontà del Signore, in esaudirci in ogni tempo che lo preghiamo, ci fa conoscere che egli è il vero nostro Dio che ci ama più di tutti: In quacumque die invocavero te, ecce cognovi, quia Deus meus es tu5. Egli vuol farci le grazie, e tanto lo desidera, come abbiam detto, ma vuol essere pregato. Un giorno disse Gesù Cristo a' suoi discepoli: Usquemodo non petistis quidquam in nomine meo, petite et accipietis, ut gaudium vestrum sit plenum6. Come dicesse: voi vi lamentate che non siete stati fatti da me pienamente contenti; ma lamentatevi di voi che non mi avete cercato quanto vi bisognava; cercatemelo da oggi innanzi, e sarete esauditi. Molti, dice s. Bernardo, si lamentano che manca loro il Signore; ma molto più giustamente si lamenta il Signore, che molti mancano a lui, lasciando di venire a chiedergli le grazie: Omnes nobis causamur deesse gratiam, sed iustius forsitan ista sibi queritur deesse nonnullos7.

 

I padri antichi, conferendo tra di loro per trovare l'esercizio più utile alla salute eterna, conclusero non esservi altro che il sempre pregare e dire: Signore, aiutatemi: Signore, aiutatemi presto: Deus, in adiutorium meum intende: Domine, ad adiuvandum me, festina. E perciò la s. chiesa fa replicare tante volte nelle ore canoniche queste due orazioni a tutti i cleri ed a tutte le case religiose, le quali pregano, non solo per sé, ma per tutto il mondo cristiano. Scrive s. Giovanni Climaco, che le nostre preghiere fanno una pia violenza a Dio, affinché ci esaudisca: Oratio pie Deo vim infert. Ond'egli, quando è pregato, subito risponde con dispensarci le grazie che gli cerchiamo: Ad vocem clamoris tui statim, ut audierit, respondebit tibi8. Onde scrisse s. Ambrogio: Qui petit a Deo, dum petit accipit9. E non solo ce le concede subito, ma con abbondanza, dandoci più di quello che gli domandiamo. Dice s. Paolo che Dio è ricco, cioè liberale delle sue grazie con chi lo prega: Dives in omnes qui invocant illum10. E s. Giacomo scrisse: Si quis autem vestrum indiget sapientia, postulet a Deo qui dat omnibus affluenter, nec improperat11. Affluenter, e soggiunge, nec improperat, viene a dire che quando lo preghiamo, non si mette a rimproveraci le offese che gli abbiamo fatte, ma allora par che si dimentichi di


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tutti i disgusti che gli abbiamo dati, e si compiace di arricchirci di grazie.

 

PUNTO II. Della necessità della preghiera.

 

Iddio vuol salvi tutti, come scrisse s. Paolo: Omnes homines vult salvos fieri, et ad cognitionem veritatis venire1. E non vuole che alcuno si perda, come scrisse s. Pietro: Patienter agit propter vos; nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti2. E perciò dice s. Leone, che siccome Dio vuole che osserviamo i precetti, così ci previene col suo aiuto, acciocché li osserviamo: Iuste instat praecepto, qui praecurrit auxilio3. E s. Tommaso sulle parole dell'apostolo: Qui vult omnes homines salvos fieri, scrisse: Et ideo gratia nulli deest, sed omnibus, quantum in se est, communicat4. Ed in altro luogo: Hoc ad divinam providentiam pertinet, ut cuilibet provideat de necessariis ad salutem, dummodo ex parte eius (scil. hominis) non impediatur. Ma quest'aiuto della grazia il Signore non lo concede, se non a chi prega, come disse Gennadio: Nullum salutem, nisi Deo auxiliante, operari; nullum, nisi orantem, auxilium promereri5. E s. Agostino scrisse che, eccettuate le prime grazie della vocazione alla fede o alla penitenza, tutte le altre non si concedono, se non a chi le domanda, e specialmente la grazia della perseveranza: Constat alia Deus dare etiam non orantibus, sicut initium fidei; alia nonnisi orantibus praeparasse, sicut usque in finem perseverantiam6. Ed in altro luogo scrisse: Deus dare vult, sed non dat nisi petentibus7.

 

Quindi è sentenza comune fra' teologi con s. Basilio, s. Giovanni Grisostomo, sant'Agostino, Clemente Alessandrino ed altri, che la preghiera agli adulti è necessaria di necessità di mezzo; il che viene a dire, che senza pregare è impossibile di salvarsi. E ciò significano le scritture dicendo: Oportet semper orare8. Petite et accipietis9. Sine intermissione orate10. Queste parole oportet, petite, orate, secondo comunemente insegnano i dottori con s. Tommaso11, importano precetto grave, che obbliga, e specialmente in tre casi: 1. quando l'uomo sta in peccato; 2. quando sta in grave pericolo di peccare; 3. quando sta in pericolo di morte. E negli altri tempi poi vogliono i dottori che chi non prega per un mese, o al più due, non è scusato da peccato mortale. E la ragione si è perché senza la preghiera non possiamo ottenere gli aiuti necessarj ad osservare la divina legge. Scrisse il Grisostomo, che come l'acqua è necessaria agli alberi per non seccare, così l'orazione è necessaria a noi per non perderci: Non minus quam arbores aquis, precibus indigemus12.

 

Troppo dunque ingiustamente disse Giansenio che alcuni precetti sono a noi impossibili ad osservarsi, e che mancava anche la grazia a renderli possibili; poiché, dice il concilio di Trento13 colle parole prese da s. Agostino, che sebbene l'uomo non è atto ad osservare tutti i precetti col solo aiuto della grazia ordinaria, nondimeno colla preghiera ben ottiene l'aiuto maggiore che vi bisogna ad osservarli: Deus impossibilia non iubet,


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sed iubendo monet, et facere quod possis, et petere quod non possis, et adiuvat ut possis. Al che si unisce quell'altra celebre sentenza di s. Agostino: Eo ipso quo firmissime creditur, Deum impossibilia non potuisse praecipere, admonemur, et in facilibus quid agamus, et in difficilibus quid petamus1.

 

Ma perché Iddio, conoscendo la nostra debolezza, permette ai nemici di assalirci, a cui non possiamo noi resistere? Si risponde che lo permette acciocché noi domandiamo a lui il suo aiuto, vedendo il gran bene che apporta a noi la necessità di pregare. Onde chi resta vinto non può scusarsi di non avere avuta forza di resistere, perché l'avrebbe avuta, se l'avesse chiesta a Dio; e perciò Dio lo punirà se resta vinto; giacché se avesse pregato sarebbe esso restato vincitore. Dice s. Bonaventura che se un comandante d'una piazza la perdesse, per non aver cercato a tempo il soccorso al suo re, egli sarebbe dal re tacciato come traditore: Reputaretur infidelis, nisi expectaret a rege auxilium2. E così Dio si tiene come tradito da colui, che vedendosi assaltato dalla tentazione, a lui non ricorre per aiuto. Scrive s. Teresa: il Signore dice che chi cerca ottiene: Petite et accipietis; dunque, conclude la santa, che chi non cerca, non ottiene, secondo quel che già scrisse s. Giacomo: Non habetis, propter quod non postulatis3. Dice s. Gio. Grisostomo che la preghiera è una grand'arma per difendersi da tutti i nemici: Magna sane armatura est oratio4. E s. Efrem scrive che chi si premunisce coll'orazione, impedisce al peccato l'entrata nell'anima: Si orationem operi praemiseris, aditus in animam peccato non patebit5. E prima di tutti lo disse Davide: Laudans invocabo Dominum: et ab inimicis meis salvus ero6.

 

Se vogliamo dunque vivere bene e salvarci, dobbiamo saper pregare: recte novit vivere, dice s. Agostino, qui recte novit orare7. Pertanto, affine di ottenere le grazie da Dio colla preghiera, bisogna per 1. togliere il peccato, poiché Dio non esaudisce gli ostinati. Per esempio: se uno conservasse l'odio verso qualche persona, sì che volesse vendicarsi e pregasse, Iddio non l'esaudisce: Cum multiplicaveritis orationem, non exaudiam; manus enim vestrae sanguine plenae sunt8. Dice il Grisostomo che chi nutrisce la mala volontà e prega, non prega, ma burla Dio: Qui orat et peccat, non rogat Deum, sed eludit9. Se poi pregasse che Dio gli tolga l'odio dal cuore, allora il Signore ben l'esaudirà. Per 2. bisogna pregare Dio con attenzione: alcuni credono di fare orazione con dire molti Pater noster, ma distratti in modo che non sanno quel che si dicono: questi parlano, ma non orano; di costoro parla Dio per Isaia10: Labiis suis glorificat me, cor autem eius longe est a me. Per 3. bisogna togliere le occasioni che c'impediscono di orare, come ci esorta lo Spirito santo: Non impediaris orare semper11. Chi si occupa in mille affari ed applicazioni inutili all'anima, dice Geremia, che oppone alla sua orazione una nuvola che le impedisce di passare a Dio: Opposuisti nubem tibi, ne transeat oratio12. Non voglio tralasciare


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poi quel che esorta s. Bernardo, cioè che cerchiamo le grazie a Dio per mezzo della sua divina Madre: Quaeramus gratiam, et per Mariam quaeramus, quia mater est, et frustrari non potest1. Ed aggiunse s. Anselmo: Multa petuntur a Deo, nec obtinentur; quae petuntur a Maria obtinentur; non quia potentior sit, sed quia Deus decrevit eam sic honorare, ut sciant homines omnia per ipsam obtineri posse a Deo.

 




1 Psal. 49. 15.

2 Psal. 90. 15.

3 Ierem. 33. 3.

4 Ioan. 15. 7.

5 7. 7.

6 De verb. Dom. serm. 2.

7 Serm. 5.

1 Serm. 5. in Fer. 4. Cin.

2 Eccl. 2. 12.

3 Deut. 4. 7.

4 L. 2. de orat.

5 Psal. 55. 10.

6 Ioan. 16. 24.

7 De tripl. Cust.

8 Isa. 30. 19.

9 Ep. 84. ad Demetr.

10 Rom. 10. 12.

11 Iac. 1. 5.

1 1. Tim. 2. 4.

2 2. Petr. 3. 9.

3 Serm. 16. de Pass.

4 In epist. ad Heb. c. 12. lect. 3.

5 De eccl. dogm.

6 De dono persev. c. 16.

7 S. Aug. in psal. 100.

8 Luc. 18. 1.

9 Ioan. 16. 24.

10 1. Thess. 5. 17.

11 3. part. qu. 39. a. 5.

12 Tom. 1. Hom. 77.

13 Sess. 6. c. 11.

1 Lib. de nat. et grat. c. 69. n. 85.

2 Dioet. tit. c. 5.

3 Iac. 4. 2.

4 Hom. 41. ad pop.

5 Serm. de Orat.

6 Psal. 17. 4.

7 Hom. 43.

8 Isa. 1. 15.

9 Hom. 11. in Matth. 6.

10 29. 13.

11 Eccl. 18. 22.

12 Thren. 3. 44.

1 Serm. de Aquaed.




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