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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XLVI. - PER LA DOMENICA XVII. DOPO PENTECOSTE

 

Dell'amore verso Dio.

Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo. (Matth. 22. 37.)

 

Porro unum est necessarium8. Quale è quest'uno necessario? non è già necessario l'acquistar ricchezze, non l'ottener dignità, non l'avere un gran nome; ciò che unicamente è necessario, è l'amare Dio. Tutto quello che non si fa per amor di Dio, tutto è perduto. Questo è il più grande ed il primo precetto della divina legge; così rispose Gesù Cristo a quel fariseo che volea da lui sapere quale fosse il più grande precetto nella


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legge; e il Signore disse: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo; hoc est maximum et primum mandatum. Ma questo che è il precetto più grande, egli è il più disprezzato dagli uomini, e pochi sono quelli che l'osservano. La maggior parte amano i parenti, amano gli amici, amano anche le bestie, e non amano Dio. Ma di costoro dice s. Giovanni che non hanno vita, ma stanno nella morte: Qui non diligit manet in morte1. Poiché scrive s. Bernardo che il premio di un'anima si stima secondo la misura che ha dell'amore verso Dio: Quantitas animae aestimatur de mensura caritatis, quam habet2. Vediamo pertanto oggi

 

Nel punto I. Quanto a noi dee esser caro questo precetto di amare Dio con tutto il cuore;

 

Nel punto II. Che cosa dobbiamo fare per amar Dio con tutto il cuore.

 

PUNTO I. Quanto a noi dee esser caro questo precetto di amare Dio con tutto il cuore.

 

Quale oggetto mai più nobile, più grande e più potente, più ricco, più bello, più buono, più pietoso, più grato, più amabile, più amante potea darci Dio ad amare che se stesso? Chi più nobile di Dio? Taluni vantano nobiltà da cinquecento, da mille anni della loro famiglia, ma la nobiltà di Dio è nobiltà eterna. Chi più grande? Egli è il Signore del tutto: tutti gli angeli del cielo e tutti i più grandi della terra che cosa sono davanti a Dio, se non una stilla d'una secchia ed un poco di polvere? Ecce gentes quasi stilla situlae... pulvis exiguus3. Chi più potente? Dio può quanto vuole; egli con un cenno di sua volontà ha creato il mondo, e con un altro cenno può distruggerlo quando vuole. Chi più ricco? Egli possiede tutte le ricchezze del cielo e della terra. Chi più bello? Tutte le bellezze delle creature spariscono a confronto della bellezza di Dio. Chi più buono? Dice s. Agostino che ha più desiderio Iddio di farci bene, che noi di riceverlo. Chi più pietoso? Un peccatore il più empio che sia, basta che si umilii dinanzi a Dio e si penta delle sue colpe, che egli subito gli perdona e lo abbraccia. Chi più grato di Dio? Egli non lascia senza premio qualunque cosa che facciamo per suo amore. Chi più amabile? Iddio è così amabile, che i santi col solo vederlo ed amarlo in cielo godono un tal gaudio, che li rende appieno beati e contenti in eterno. È questa la maggior pena de' dannati, il conoscere questo Dio così amabile, e non poterlo amare.

 

Finalmente chi più amante di Dio? Nell'antica legge potea l'uomo dubitare se Dio l'amasse con tenero amore; ma dopo che l'abbiamo veduto morire su d'una croce, come possiamo più dubitare se egli ci ama con tutta la tenerezza ed affetto? Alziamo gli occhi e guardiamo Gesù vero Figlio di Dio, che pende inchiodato da quel patibolo, e consideriamo a qual segno è giunto l'amore ch'egli ci porta. Quella croce, quelle piaghe, dice s. Bernardo, ben gridano, e ci fanno sapere che egli veramente ci ama: Clamat crux, clamat vulnus, quod ipse vere dilexit. E che più avea da fare per farci intendere il suo grande amore, che fare una vita afflitta per trentatré anni, e poi morire di dolore su d'un legno infame per lavare col suo sangue i nostri peccati? Dilexit nos et tradidit


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semetipsum pro nobis1. Dilexit nos et lavit nos a peccatis nostris in sanguine suo2. Dicea s. Filippo Neri: Come è possibile che chi crede in Dio ami altro che Dio? S. Maria Maddalena de' Pazzi considerando l'amore che dio porta agli uomini, un giorno si pose a suonar la campana, dicendo che voleva chiamare tutte le genti della terra ad amare questo Dio così amante. Ma ciò facea piangere s. Francesco di Sales, mentre dicea: Bisognerebbe avere un amore infinito per amare il nostro Dio, e poi lo gettiamo in amar cose vane e vili!

 

Oh il gran pregio dell'amore che ci fa ricchi di Dio! Questo è quel tesoro che ci fa acquistare la sua amicizia: Infinitus est thesaurus, quo qui usi sunt participes facti sunt amicitiae Dei3. Una sola cosa, dice s. Gregorio Nisseno4, dobbiamo noi temere, cioè l'essere privati della divina amicizia; ed una sola cosa desiderare, cioè l'ottenere l'amicizia di Dio: Unum terribile arbitror, ab amicitia Dei repelli; unum solum expetibile, amicitia Dei. E l'amore è quello che ci ottiene quest'amicizia di Dio. Onde scrisse poi s. Lorenzo Giustiniani, che coll'amore il povero diventa ricco, e senza l'amore il ricco è povero: Nullae maiores divitiae, quam caritatem habere; in caritate pauper dives est, et sine caritate dives est pauper5. Quanto rallegra un uomo il sapere che è amato da qualche gran signore! Ma quanto più deve consolarlo il sapere che egli è amato da Dio! Ego diligentes me diligo6. In un'anima che ama Dio abita tutta la ss. Trinità: Si quis diligit me, sermonem meum servabit, et Pater meus diliget eum, et ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus7. Scrive s. Bernardo che fra tutte le virtù, la carità è quella che a Dio ci unisce: Caritas est virtus coniungens nos Deo. L'amore è un laccio d'oro, dicea s. Caterina da Bologna, che stringe le anime con Dio. E ciò prima lo disse s. Agostino: Amor est iunctura copulans amantem cum amato. Ond'è che se mai Dio non fosse immenso, dove egli si troverebbe? Trovate un'anima che ama Dio, che in quella certamente vi è Dio; ce ne assicura s. Giovanni: Qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo8. Taluno che è povero, amerà le ricchezze, ma non perciò possiede le ricchezze: amerà di essere re, ma non perciò possiede il regno; ma chi ama Dio, possiede Dio: In Deo manet, et deus in eo.

 

Di più dice s. Tomaso9 che l'amore trae seco in suo corteggio tutte le altre virtù, e tutte le dirige a più unirci con Dio. Onde s. Lorenzo Giustiniani chiamava la carità Matrem virtutum, mentre da essa nascono tutte le virtù. Per lo che dicea poi s. Agostino: Ama et fac quod vis. Chi ama Dio non può operar che bene; se opera male è segno che ha lasciato di amarlo. E quando lascia di amarlo, nulla gli vale, secondo quel che scrisse l'apostolo: se io do ai poveri quanto ho, se do il mio corpo al fuoco, ma non ho la carità, niente mi giova: Et si distribuero in cibos pauperum omnes facultates meas, et si tradidero corpus meum, ita ut ardeam, caritatem


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autem non habuero, nihil mihi prodest1.

 

Di più l'amore non fa sentire le pene di questa vita. Dice s. Bonaventura che l'amore di Dio è come il miele, che rende dolci le cose più amare. E che cosa più dolce di un'anima amante di Dio, che patisce per Dio, sapendo che con abbracciare di buona voglia le pene, diamo gusto a Dio, e che elle poi diverranno le gioie più belle della nostra corona in paradiso? E chi non patirà e morirà volentieri, seguendo Gesù che gli va innanzi colla croce a sacrificarsi per di lui amore, e l'invita ad andargli appresso con quelle parole: Si quis vult post me venire... tollat crucem suam, et sequatur me2? Egli a questo fine ha voluto umiliarsi sino a morire per nostro amore, e morire con una morte obbrobriosa di croce: Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis3.

 

PUNTO II. Che cosa dobbiamo fare per amar Dio con tutto il cuore.

 

È un favor troppo grande, dicea s. Teresa, il favore che Dio fa ad un'anima quando la chiama al suo amore. Giacché dunque, dilettissimi, Dio ci chiama ad amarlo, ringraziamolo ed amiamolo con tutto il nostro cuore. Egli, perché ci ama assai, vuol essere assai amato da noi: Cum amat Deus, non aliud vult quam amari, quippe non ad aliud amat, nisi ut ametur, scrisse s. Bernardo4. A questo fine discese in terra il Verbo eterno, per infiammarci del suo divino amore, come egli stesso protestò; e soggiunse che altro non desidera che di vedere acceso in noi questo divino fuoco: Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur5? Or vediamo che cosa noi dobbiamo fare, ed i mezzi che dobbiamo prendere per amare Dio.

 

In primo luogo dobbiamo guardarci da ogni colpa grave o leggiera che sia: dice il Signore: Si quis diligit me, sermonem meum servabit6. Questo è il primo segno dell'amore, l'attendere a non dare alcun minimo disgusto all'amato. Come può dirsi che ama Dio con tutto il cuore, chi non teme di dare a Dio avvertitamente disgusti, benché leggieri? Dicea s. Teresa: Da peccato avvertito, per molto piccolo che sia, Iddio vi liberi. Dice alcuno: ma il peccato veniale è poco male. Poco male, il dare disgusto ad un Dio tanto buono e che tanto ci ama?

 

In secondo luogo per amar Dio con tutto il cuore, bisogna avere un gran desiderio di amarlo. I santi desiderj sono le ale che ci fanno volare a Dio; poiché, come dice s. Lorenzo Giustiniani, il buon desiderio Vires subministrat, poenam exhibet leviorem, ci forza di andare innanzi, e ci rende più leggiera la fatica nel cammino della via di Dio, nella quale, come insegnano tutti i maestri di spirito, chi non si avanza, va in dietro. All'incontro Dio ben si a chi lo cerca: Bonus est Dominus animae quaerenti illum7. Egli riempie de' suoi beni, chi per amore lo desidera: Esurientes implevit bonis8.

 

In terzo luogo è necessaria la risoluzione dell'animo di giungere al perfetto amore di Dio. Taluni desiderano di essere tutti di Dio, ma non


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si risolvono a pigliare i mezzi; costoro sono quelli di cui parla il Savio: Desideria occidunt pigrum1. Vorrei farmi santo, dicono, vorrei lasciar tutto per Dio; e frattanto non danno mai un passo avanti. Dicea s. Teresa: Di queste anime irresolute non ha paura il demonio. Perché se non si risolvono davvero di darsi tutte a Dio, saranno sempre le stesse imperfette che sono: all'incontro dicea la santa che Dio non vuole da noi che una vera risoluzione di farci santi, per poi far egli tutto il resto dal canto suo. Se dunque vogliamo amar Dio con tutto il cuore, bisogna che ci risolviamo di fare quello che è di maggior gusto di Dio, senza riserba, e cominciare subito a metter mano all'opera: Quodcumque facere potest manus tua, instanter operare2. Ciò che puoi fare oggi, non aspettare il domani, fallo quanto più presto puoi. Una certa monaca nel monastero di Torre degli Specchi in Roma, chiamata suor Bonaventura, menava prima una vita tepida; ma un giorno facendo gli esercizj spirituali, fu chiamata da Dio al di lui perfetto amore, e risolse di corrispondere subito alla divina voce; onde disse al suo direttore con vera risoluzione: Padre, voglio farmi santa e presto santa. E così fece, poiché Dio concorrendo colla sua grazia, d'indi in poi ella visse da santa e morì da santa. Bisogna dunque risolverci e subito prendere i mezzi di farci santi.

 

Il primo mezzo ha da essere il distaccarsi da tutto il creato, discacciare dal cuore ogni affetto che non è per Dio. Gli antichi padri dell'eremo, a chi veniva per aggregarsi alla loro compagnia, prima di tutto lo interrogavano: Affers ne cor vacuum, ut possit Spiritus sanctus illud implere? Se dal cuore non si toglie la terra, non può entrarvi Dio. Dicea s. Teresa: Distacca il cuore dalle creature, e cerca Dio che lo troverai. Scrive s. Agostino che i romani adoravano trentamila dei, ma il senato romano non volle ammettere fra questi dei Gesù Cristo, dicendo ch'egli è un Dio superbo il quale vuole esser solo ad essere adorato. Ed aveano ragione in dir ciò, perché il nostro Dio vuol possedere tutto il nostro cuore, e perciò ne è geloso, come dice s. Girolamo, Zelotypus est Iesus; e perciò nell'essere amato non vuole aver rivali. Quindi l'anima, sposa nei santi cantici si chiama orto chiuso: Hortus conclusus soror mea sponsa3. L'anima dunque che vuol essere tutta di Dio dee essere chiusa ad ogni altro amore che non è verso Dio.

 

Che per ciò lo sposo divino si chiama ferito dall'uno degli occhi della sposa: Vulnerasti cor meum, soror mea sponsa; vulnerasti cor meum in uno oculorum tuorum4. Quell'uno degli occhi significa l'unico fine che ha l'anima sposa in tutte le sue azioni e pensieri di piacere solo a Dio; a differenza de' mondani, che talvolta anche negli esercizj divoti hanno diversi fini o di proprio interesse o di piacere agli uomini oppure a se stessi: ma i santi non guardano altro che il solo gusto di Dio, ed a lui rivolti dicono: Quid mihi est in coelo, et a te quid volui super terram? Deus cordis mei et pars mea Deus in aeternum5. E così dobbiamo fare ancora noi, se vogliamo


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farci santi. Se noi facciamo qualche cosa che piace a Dio, dice il Grisostomo, che altro andiamo cercando? Si dignus fueris agere aliquid quod Deo placet, aliam praeter id mercedem requiris1? Qual mercede più grande può ottenere una creatura, che il dar gusto al suo creatore? Onde in tutto quel che desideriamo o facciamo, dobbiamo non cercare altro che Dio. Un certo solitario chiamato Zenone, andando per il deserto assorto in Dio, si incontrò coll'imperator Macedonio che andava a caccia: l'imperatore lo interrogò che andasse facendo, egli rispose: tu vai cercando animali, ed io vado solo cercando Dio. Dicea s. Francesco di Sales: Il puro amore di Dio consuma tutto ciò che non è Dio.

 

Di più per amar Dio con tutto il cuore, bisogna amarlo senza riserba, onde bisogna amarlo con amore di preferenza, preferendo ad ogni altro bene, con risoluzione di perdere prima mille volte la vita, che la grazia di Dio, dicendo con s. Paolo: Neque mors neque vita neque angeli neque principatus neque creatura alia poterit nos separare a caritate Dei2. Di più con amor di benevolenza, desiderando di vederlo amato da tutti; e perciò chi ama Dio, dee cercare per quanto può di accendere anche gli altri ad amarlo, almeno dee pregare il Signore per la conversione di tutti coloro che non l'amano. Di più con amor doloroso, dolendosi di ogni disgusto dato a Dio più d'ogni male che avesse potuto soffrire. Di più con amore di uniformità al divino volere: questo è il principale officio dell'amore, unire la volontà degli amanti con dire a Dio: Domine, quid me vis facere3? Signore, ditemi quel che volete da me, che tutto voglio farlo: io non voglio niente, voglio solo quel che volete voi. E perciò offeriamoci spesso a Dio senza riserba, che faccia di noi e delle cose nostre quanto gli piace. Di più con amor di sofferenza: e questo è quell'amor forte che fa conoscere i veri amanti di Dio: Fortis est ut mors dilectio4. Scrisse s. Agostino: Nihil tam durum, quod non amoris igne vincatur5. Poiché, dice il santo, non si sente fatica in fare ciò che si ama, e se si sente, la stessa fatica è amata: In eo quod amatur, non laboratur, aut labor amatur. Dicea s. Vincenzo de Paoli che l'amore si misura dal desiderio che ha l'anima di patire e di essere umiliata per piacere a Dio. Si dia gusto a Dio e si muoia. Si perda tutto e non si dia disgusto a Dio. Bisogna lasciar tutto per acquistare il tutto: Totum pro toto, scrisse Tommaso da Kempis. E questa è la ragione, per cui non ci facciamo santi: Perché noi, dicea s. Teresa, non finiamo di dare a Dio tutto il nostro affetto, né anche a noi vien dato tutto l'amor suo. Bisogna dunque dire colla sacra sposa: Dilectus meus mihi et ego illi6. Il mio diletto si è dato tutto a me, è giusto che io mi dia tutto a lui. Dice s. Gio. Grisostomo: «Quando uno è giunto a darsi tutto a Dio, non cura più né le ignominie, né i patimenti, e perde l'appetito di tutte le cose. E non trovando riposo in cosa alcuna, va sempre in cerca dell'amato; e tutto il suo studio è di ritrovare l'amato.

 

Per ottenere poi e conservare in noi il divino amore sono necessarie


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tre cose: la meditazione, la comunione e la preghiera. E per prima la meditazione: chi poco pensa a Dio poco l'ama: In meditatione mea exardescet ignis1. La meditazione è quella beata fornace, in cui si accende e cresce l'amore a Dio; e specialmente nella meditazione della passione di Gesù Cristo: Introduxit me rex in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem2. In questa cella celeste le anime introdotte, in dare un solo sguardo a Gesù Cristo crocifisso che muore per nostro amore, restano ferite e inebbriate del santo amore, poiché dice s. Paolo che a questo fine Gesù Cristo ha voluto morire per tutti noi, acciocché ciascuno non viva che per amar Gesù Cristo: Et pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt, iam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est3. La comunione è l'altra beata fornace in cui restiamo infiammati dell'amor divino: Carbo est eucharistia, scrive il Grisostomo, quae nos inflammat, ut tanquam leones ignem spirantes, ab illa mensa recedamus, facti diabolo terribiles4. Soprattutto poi è necessaria la preghiera, per mezzo della quale Iddio dispensa tutti i suoi doni, e specialmente questo sommo dono del suo amore; e per chiedere questo amore giova la meditazione, altrimenti poco o niente lo chiederemo a Dio. Bisogna dunque che sempre ogni giorno e più volte al giorno cerchiamo a Dio che ci dia la grazia di amarlo con tutto il cuore. Scrisse s. Gregorio che Dio vuol essere costretto ed importunato dalle nostre preghiere per concederci le grazie: Vult Deus orari, vult cogi, vult quodam modo importunitate vinci. Cerchiamo dunque continuamente a Gesù il suo santo amore, e cerchiamolo ancora alla sua divina Madre Maria, poiché essendo ella la tesoriera di tutte le grazie, Thesauraria gratiarum, come vien chiamata dall'Idiota, e la dispensatrice delle grazie, come dice s. Bernardino, Omnes gratiae per ipsius manus dispensantur; questo sommo dono del divino amore per mano di lei abbiamo da riceverlo.

 




8 Luc. 10. 42.

1 1. Ioan. 3. 14.

2 In Cant. Serm. 27.

3 Isa. 40. 15.

1 Eph. 5. 2.

2 Apoc. 1. 5.

3 Sap. 7. 14.

4 De vita Moysis.

5 In Matth. 13. 44.

6 Prov. 8. 17.

7 Ioan. 14. 23.

8 1. Ioan. 4. 16.

9 Tract. de virt. a. 3.

1 1. Cor. 13. 3.

2 Matth. 16. 24.

3 Phil. 2. 8.

4 Serm. 63. in Cant.

5 Luc. 12. 49.

6 Ioan. 14. 23.

7 Thren. 3. 25.

8 Luc. 1. 53.

1 Prov. 21. 25.

2 Eccl. 9. 10.

3 Cant. 4. 12.

4 Cant. 4. 9.

5 Psal. 72. 24. et 25.

1 Lib. 2. de Compunct. cord.

2 Rom. 8. 38.

3 Act. 9. 6.

4 Cant. 8. 6.

5 Lib. de Mor. Eccl. c. 22.

6 Cant. 2. 16.

1 Psal. 38. 4.

2 Cant. 2. 4.

3 2. Cor. 5. 15.

4 Hom. 61. ad Pop.




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