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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE XLVII. - PER LA DOMENICA XVIII. DOPO PENTECOSTE

 

Dei mali pensieri.

Cum vidisset cogitationes eorum, dixit: Ut quid cogitatis mala in cordibus vestris? (Matth. 9. 4.)

 

Nel vangelo di questo giorno narrasi che a Gesù Cristo fu presentato un paralitico, acciocché lo sanasse: il Signore gli fece la grazia, e gli sanò non solo il corpo, ma ancora l'anima, perdonandogli i suoi peccati; onde gli disse: Confide, fili, remittentur tibi peccata tua. Alcuni scribi sentendo ciò, diceano dentro del loro cuore: quest'uomo bestemmia, hic blasphemat. Ma il nostro Salvatore subito fece loro conoscere che egli già vedeva i loro maligni pensieri, onde loro disse: Ut quid cogitatis mala in cordibus vestris? Dunque Iddio, veniamo al sermone, vede i mali pensieri più occulti del nostro cuore, li vede e li castiga. I giudici umani proibiscono e castigano i soli delitti esterni, perché gli uomini vedono solamente quel che apparisce di fuori: Homo videt ea quae parent5; ma Dio che vede anche i nostri cuori, Dominus autem intuetur cor6, vieta e punisce anche i pensieri malvagi. Esamineremo intanto


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Nel punto I. Quando il mal pensiero è peccato;

 

Nel punto II. Il gran pericolo che apportano i mali pensieri acconsentiti;

 

Nel punto III. Quali sono i rimedj contro i mali pensieri.

 

PUNTO I. Si esamina quando il mal pensiero è peccato.

 

Di due maniere s'ingannano gli uomini circa i mali pensieri: altri che han timore di Dio, ma sono di poco intendimento e scrupolosi, temono che ogni mal pensiero che loro si affaccia nella mente sia peccato. Inganno; non sono peccati i mali pensieri, ma i mali consensi. Tutta la malizia del peccato mortale consiste nella mala volontà, nel volere acconsentire al peccato con piena avvertenza della sua malizia e con perfetto consenso. Onde insegna s. Agostino che ove la volontà non vi consente non vi può essere peccato: Nullo modo sit peccatum, si non sit voluntarium1. Sia dunque grande quanto si voglia la tentazione, la ribellione dei sensi ed i movimenti cattivi della parte inferiore, quando non vi è consenso non vi è peccato. Non nocet sensus, dice s. Bernardo, ubi non est consensus2.

 

Anche i santi son tormentati dalle tentazioni; anzi il demonio molto più si affatica a far cadere i santi, che i peccatori; poiché allora pensa di fare una preda più grande. Dice il profeta Abacucco, che i santi sono il cibo eletto del nemico: In ipsis incrassata est pars eius, et cibus eius electus3. E perciò soggiunge che il maligno spande la sua rete per tutti, e non la perdona a niuno, affin di torgli la vita della grazia: Propter hoc ergo expandit sagenam suam, et semper interficere gentes non parcit4. Anche s. Paolo, fatto da Dio vaso di elezione, gemeva afflitto dalle tentazioni disoneste, come egli stesso confessa: Datus est mihi stimulus carnis meae angelus satanae qui me colaphizet5. Ond'egli tre volte pregò il Signore a liberarnelo, ma il Signore gli rispose: ti basti la grazia mia: Propter quod ter Dominum rogavi, ut discederet a me; et dixit mihi: sufficit tibi gratia mea, nam virtus in infirmitate perficitur6. Iddio permette che sieno tentati anche i suoi servi, così per provarli, come per purgarli dalle loro imperfezioni. E qui per consolazione delle anime timide e scrupolose voglio dire una bella dottrina che insegnano i teologi comunemente: dicono questi che quando un'anima, che è timorata di Dio ed abborrisce il peccato, sta in dubbio se ha dato consenso o no al cattivo pensiero, sempreché non è certa del consenso non è obbligata a confessarsene, perché allora è moralmente certo che non vi abbia acconsentito; poiché se veramente fosse caduta in un peccato grave non ne dubiterebbe, essendo il peccato mortale un mostro così orribile a chi ha timore di Dio, che non è possibile ammetterlo nel cuore e non conoscerlo.

 

Altri poi che non sono scrupolosi, ma larghi di coscienza ed ignoranti, pensano non esser peccato grave il mal pensiero, anche acconsentito, quando non vi è l'opera consumata. Inganno assai peggiore del primo. Quel che non si può fare, neppure si può desiderare, ond'è che il


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pensiero cattivo acconsentito ha la stessa malizia dell'opera mala, siccome separano da Dio le opere malvage, così anche separano da Dio i malvagi pensieri: Perversae cogitationes separant a Deo1. E siccome a Dio sono palesi tutte le male opere, così anche sono presenti tutti i mali pensieri per condannarli e castigarli: Deus scientiarum Dominus est, et ipsi praeparantur cogitationes2.

 

Non tutti però i mali pensieri sono colpevoli, neppure i colpevoli hanno la stessa malizia. Nel mal pensiero vi possono concorrere tre cose, la suggestione, la dilettazione ed il consenso. La suggestione è quel primo pensiero cattivo che si affaccia alla mente; questo non è peccato, anzi è di merito, quando noi lo ributtiamo; dice sant'Antonino: Quoties resistis, toties coronaris. La dilettazione è poi, quando la persona si ferma a guardare quel mal pensiero che colla sua piacevole sembianza diletta; finché la volontà non vi consente non pecca mortalmente, ma pecca già venialmente, e non resistendo si mette nel pericolo di consentirvi; ma quando questo pericolo non è prossimo, il peccato non è mortale. Ma qui bisogna notare che quando quel pensiero che diletta è di materia turpe, dicono comunemente i dottori che allora siamo tenuti sotto colpa grave a resistere positivamente alla dilettazione del pensiero; perché allora se non si resiste, facilmente quella dilettazione si tira il consenso della volontà, come dice s. Anselmo: Nisi quis repulerit delectationem, delectatio in consensum transit, et occidit animam3. Onde, ancorché la persona non acconsentisse a quel peccato, quando si diletta di quell'oggetto osceno e non procura di resistervi, pure pecca mortalmente per il pericolo prossimo, in cui si mette di darvi il consenso. Usquequo morabuntur in te cogitationes noxiae4? Perché, dice il profeta, fai dimorare in te quel pensiero nocivo, e non ti fai forza a discacciarlo dal cuore? Dio vuole che custodiamo il cuore con tutta la cautela, perché dal cuore, cioè dalla volontà dipende la nostra vita: Omni custodia serva cor tuum, quoniam ex ipso vita procedit5. Il consenso finalmente che causa il peccato mortale è quando l'uomo conosce già chiaramente che quella cosa è colpa grave, e colla volontà perfettamente l'abbraccia.

 

In due modi poi si pecca gravemente col pensiero, col desiderio e colla compiacenza. Col desiderio si pecca quando la persona vuol fare quel male che desidera, o vorrebbe farlo, se avesse l'occasione di farlo; ed allora il desiderio è gravemente o leggermente colpevole, siccome è l'opera che si desidera. È vero però che il peccato esternamente consumato sempre in pratica accresce la malizia della volontà, per la maggior compiacenza che ordinariamente v'interviene coll'atto esterno consumato, o almeno per la maggior durazione di quella compiacenza; onde sempre dee spiegarsi in confessione, se dopo il desiderio è succeduto l'atto. La compiacenza poi è quando l'uomo non vuol commettere attualmente il peccato, ma si compiace, come già attualmente lo commettesse. Questa si chiama dilettazione morosa, e si chiama morosa, non per la ragione della


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mora in trattenersi nella compiacenza di quell'atto impudico, ma per ragione della volontà che si ferma a dilettarsi di quel pensiero; onde questo peccato di compiacenza si può commettere in un momento; così insegna s. Tommaso: Dicitur morosa, non ex mora temporis, sed ex eo quod ratio deliberans circa eam immoratur, revolvens libenter quae statim respui debuerunt1. Dice libenter, per togliere lo scrupolo alle persone timorate di Dio, le quali talvolta contro voglia soffrono certi movimenti e dilettazioni carnali, con tutto che si fanno tutta la violenza per discacciarle. Ancorché dunque la parte inferiore vi trovi un certo diletto, sempreché la volontà non vi consente, non vi è peccato, almeno non è peccato grave. Malum, replico con s. Agostino, nullo modo sit peccatum, si non sit voluntarium2. Consigliano in questo caso i maestri di spirito, non tanto l'affaticarsi a rifiutare e contraddire a quel cattivo pensiero, quanto l'applicare la mente a pensare qualche altro oggetto o spirituale, o almeno indifferente. Cogli altri mali pensieri giova combattere da faccia a faccia, ma non coi pensieri d'impurità.

 

PUNTO II. Il gran pericolo che apportano i mali pensieri.

 

Del resto bisogna con tutta la cautela guardarci da' cattivi pensieri che sono chiamati l'abbominio di Dio: Abominatio Domini cogitationes malae3. Si chiamano l'abbominazione di Dio, perché, come dice il sacro concilio di Trento, i pensieri cattivi, specialmente quei che sono contro il nono e decimo precetto, talvolta impiagano l'anima con più danno, e sono più pericolosi delle opere esterne: Nonnunquam animam gravius sauciant et periculosiora sunt iis quae in manifesto admittuntur4. Sono più pericolosi per più ragioni: per primo, perché i peccati di pensieri sono più facili a commettersi che quelli delle opere: a' peccati di opere molte volte manca l'occasione, ma i mali pensieri si fanno anche senza l'occasione: il cuore quando ha voltate le spalle a Dio sta continuamente intento a volere il male che lo alletta, e frattanto moltiplica i peccati senza numero: Cuncta cogitatio cordis intenta ad malum omni tempore5.

 

Per secondo in punto di morte non si possono far peccati di opere, ma ben si possono far peccati di pensieri colla mente, ed è facile che li faccia chi è stato abituato a far mali pensieri in vita. Tanto più che allora sono più violente le tentazioni del demonio, il quale avvedendosi che gli resta poco tempo di acquistare quell'anima, la tenta con maggior forza: Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet6. S. Eleazaro, come narra il Surio, stando in pericolo di morte ebbe tali tentazioni di mali pensieri, che disse dopo di esser guarito: Oh quanto è grande la forza de' demonj in punto di morte! Il santo vinse le tentazioni, perché teneva il buon abito di ributtare i mali pensieri: ma poveri quelli che han fatto l'abito di acconsentirvi! Riferisce il p. Segneri, che vi fu un peccatore il quale spesso acconsentiva in vita ai mali pensieri: giunto alla morte si confessò con vero dolore de' suoi peccati; ma dopo comparve ad una


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persona e disse che si era dannato: e palesò che la sua confessione era stata buona, e Dio l'avea già perdonato; ma che prima di morire il demonio gli rappresentò, che se fosse guarito da quel male sarebbe stata una ingratitudine lasciar quella donna che tanto lo amava. Egli discacciò questa prima tentazione; venne la seconda ed anche la discacciò, ma dopo qualche tempo, essendosi alquanto fermato prima a pensarci, venne la terza e vi consentì, e così disse che si era dannato.

 

PUNTO III. Quali sono i rimedj contro i mali pensieri.

 

Dice il profeta Isaia che per liberarci dai mali pensieri dobbiamo togliere il male de' pensieri: Auferte malum cogitationum vestrarum1. Che viene a dire togliere il male de' pensieri? Viene a dire togliere le occasioni dei mali pensieri, fuggire le conversazioni pericolose, allontanarsi da' mali compagni. So io un giovine, che era un angelo, e per una parola intesa da un mal compagno ebbe un pensiero cattivo e ci acconsentì; e quello penso che fu l'unico peccato grave da lui fatto in vita, perché poi si fece religioso, e dopo alcuni anni fece una santa morte. E così anche bisogna astenersi da leggere libri osceni o infetti di altri errori; di più da' balli con donne e da commedie profane, almeno da quelli balli e commedie che non sono tutte oneste.

 

Mi dimanderà quel giovine: padre, fa peccato chi fa all'amore? Rispondo: per sé non posso asserire assolutamente che faccia peccato mortale; del resto questi tali facilmente stanno nell'occasione prossima di peccare mortalmente; e la sperienza fa vedere che di essi rari son quelli che si trovano senza colpe gravi. Né serve a dire che non ci ha mal fine e neppure mali pensieri. Così inganna il demonio: a principio non suggerisce mali pensieri, ma quando poi collo spesso conversare insieme e parlare di amore ha pigliato forza l'affetto, allora non ti farà più vedere quello che fai, e ti troverai, senza quasi sapere il come, perduta l'anima e Dio con molti peccati d'impudicizia e di scandalo. Oh quanti poveri giovani e povere zitelle guadagna il demonio per questa via! E di tutti i peccati e scandali ne hanno da render conto specialmente i padri e le madri, che dovrebbero impedire questi colloquj così pericolosi e non lo fanno: ond'essi son causa di tutti quei mali, e ne han da essere castigati severamente da Dio.

 

Soprattutto, se vogliamo sfuggire i mali pensieri, gli uomini si guardino di mirare le donne, e le donne gli uomini. Replico quel passo di Giobbe, che più volte vi ho riferito: Pepigi foedus, egli diceva, cum oculis meis, ut ne cogitarem quidem de virgine2. Dice, cum oculis, ne cogitarem, che ci ha che fare il vedere col pensare? Gli occhi non pensano, la mente è quella sola che pensa. Ma dicea bene Giobbe che egli avea fatto il patto cogli occhi, acciocché non pensasse alle donne; poiché dice s. Bernardo che per mezzo degli occhi entrano nella mente le saette dell'amore impudico, il quale poi uccide l'anima: Per oculos intrat in mentem sagitta impuri amoris. Quindi ammonisce lo Spirito santo: Averte faciem tuam a muliere compta3. Il guardare una giovane adornata sempre


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è cosa pericolosa; ed il guardarla senza giusta causa appostatamente non si può scusare almeno da peccato veniale.

 

Quando poi vengono i mali pensieri, i quali spesso vengono anche senza l'occasione presente, e sono di materia turpe, bisogna, come ho detto, subito discacciarli, senza metterti a discorrere colla tentazione. Subito che ti accorgi della faccia nera che porta seco quel pensiero, ributtalo senza dargli udienza, e senza andare spiando quel che ti dice o ti rappresenta. Si narra nel libro delle sentenze de' padri al §. IV. che s. Pacomio un giorno vide un demonio che si vantava di aver fatto spesso cadere un monaco, perché quegli quando era da lui tentato, in vece di voltarsi a Dio gli dava udienza, e poneasi a discorrere colla tentazione. All'incontro intese che un altro demonio lamentavasi che col monaco suo niente potea guadagnare, perché quegli subito ricorreva a Dio e così sempre vinceva. E questo era il consiglio già di s. Girolamo: Statim ut libido titillaverit sensum, erumpamus in vocem: Domine auxiliator meus1.

 

E quando poi la tentazione persistesse, giova molto scoprirla al confessore; dicea s. Filippo Neri: La tentazione scoperta è mezza vinta. Alcuni santi negli assalti d'impurità hanno voluto praticare mortificazioni molto aspre; s. Benedetto si rivoltò nudo tra le spine, s. Pietro d'Alcantara si buttò dentro uno stagno gelato; ma il migliore consiglio per vincere queste tentazioni io stimo essere il ricorrere a Dio il quale sicuramente ci otterrà la vittoria: Laudans invocabo Dominum, dicea Davide, et ab inimicis meis salvus ero2. E quando anche col ricorrere a Dio non cessa la tentazione, bisogna allora non lasciar di pregare, ma incalzar le preghiere, e sospirare e gemere a piedi del ss. sacramento in chiesa, o del crocifisso standosi in casa, o davanti qualche immagine di Maria santissima che è la madre della purità. È vero che tutte le nostre diligenze ed industrie niente servono, se Dio non ci sostiene colla sua mano; ma alle volte egli vuole questi sforzi dalla parte nostra, perché poi esso supplisca e ci ottenga la vittoria. Giova in tali combattimenti prima rinnovare il proposito di non offenderlo e di perdere più presto la vita che la sua grazia; e poi bisogna subito replicar le preghiere: Signore, datemi forza di resistere: non permettete che io mi abbia a separare da voi. Fatemi prima morire, che io vi abbia da perdere.

 




5 1. Regum 16. 7.

6 Ibid.

1 De vera rel. c. 14.

2 De inter. domo c. 19.

3 Habac. 1. 16.

4 Ibid. v. 17.

5 2. Cor. 12. 7.

6 Ib. v. 8. et 9.

1 Sapient. 1. 3.

2 1. Reg. 2. 3.

3 Simil. c. 40.

4 Ier. 4. 14.

5 Prov. 4. 23.

1 1. 2. q. 74. a. 1. ad 3.

2 De vera rel. c. 14.

3 Prov. 15. 26.

4 Sess. 14. de poen. c. 5.

5 Gen. 6. 5.

6 Apoc. 12. 12.

1 Isa. 1. 16.

2 Iob. 31. 1.

3 Eccl. 9. 8.

1 Epist. 22. ad Eustoch.

2 Psal. 17. 4.




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