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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE L. - PER LA DOMENICA XXI. DOPO PENTECOSTE

 

Dell'eternità dell'inferno.

Tradidit eum tortoribus, quoadusque redderet universum debitum. (Matth. 18. 34.)

Dicesi nel vangelo odierno che un certo servo, avendo male amministrate


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le robe del suo padrone, nel rendere i conti si trovò debitore di diecimila talenti; onde, volendo il padrone esser pagato, gli disse il servo: Patientiam habe in me et omnia reddam tibi. Quindi il padrone avendone compassione gli rimise tutto il debito. Questo servo poi era creditore di cento danari da un altro servo suo compagno, il quale non avendo per allora come pagarlo, lo pregò ad aspettarlo; ma il servo iniquo senza pietà lo fece mettere in carcere. Quando poi seppe ciò il padrone se lo chiamò e gli disse: servo iniquo, io ti ho rimessi diecimila talenti, e tu per cento danari non hai avuto pietà del tuo compagno? E consegnollo ad alcuni affinché lo tormentassero sino che pagasse tutto il suo debito: Tradidit eum tortoribus, quoadusque redderet universum debitum. Ecco, uditori miei, descritta in queste ultime parole la condanna dell'eterna morte che sta apparecchiata a' peccatori. Morendo essi in peccato muoiono debitori a Dio di tutte le loro iniquità; e perché nell'altra vita non possono più soddisfare a Dio per le colpe commesse, restando pertanto in eterno debitori alla giustizia divina, dovranno penare in eterno nell'inferno. Di questa eternità infelice voglio oggi parlarvi; ascoltatemi con attenzione.

 

Gran pensiero è il pensiero dell'eternità, così fu chiamato da s. Agostino: Magna cogitatio. Dice il santo che Dio a questo fine ci ha fatti cristiani ed istruiti nelle massime della fede, acciocché pensiamo all'eternità: Ideo christiani sumus, ut semper de futuro saeculo cogitemus. Questo pensiero ha fatto lasciare il mondo a tanti grandi della terra, che spogliandosi delle loro ricchezze sono andati a chiudersi in un chiostro, ed a vivere ivi poveri e penitenti. Questo pensiero ha mandato tanti giovani ad intanarsi nelle grotte e ne' deserti, e tanti martiri ad abbracciarsi coi tormenti e colla morte, affin di salvarsi l'anima nell'eternità: Non enim habemus hic manentem civitatem, esclama san Paolo, sed futuram inquirimus1. Non è già questa terra, cristiani miei, la nostra patria; ella per noi è luogo di passaggio, per cui dobbiamo passare tra breve alla casa dell'eternità: Ibit homo in domum aeternitatis suae2. Ma è molto diversa in questa eternità la casa dei giusti, che è una reggia di delizie, dalla casa de' peccatori, che è una carcere di tormenti. In una di queste due case ciascuno di noi ha da andare senza meno: In hanc vel in illam aeternitatem cadam, necesse est3.

 

E dove andrà la prima volta, ivi ha da stare per sempre: Si lignum ceciderit ad austrum aut ad aquilonem, in quocumque loco ceciderit, ibi erit4. Quando si taglia l'albero ove cade? Cade ove pende. Dove cadrai tu, fratello mio, quando sarà reciso l'albero della tua vita dalla morte? Cadrai ove ti troverai pendente; se ti ritroverai pendente dalla parte dell'austro, cioè in grazia di Dio, sarai sempre felice: ma se cadrai all'aquilone, sarai per sempre infelice. E non vi è via di mezzo, o sempre beato in cielo, o sempre disperato nell'inferno. È necessario dunque il morire, dice s. Bernardo, o altro autore5, ma dopo la morte non sappiamo quale di queste due eternità ci ha da toccare: Necesse mori, post haec autem dubia aeternitas.


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Questa incertezza delle due eternità era il continuo pensiero di Davide, che gli toglieva il sonno dagli occhi e lo tenea sempre atterrito: Anticipaverunt vigilias oculi mei, turbatus sum et non sum locutus; cogitavi dies antiquos, et annos aeternos in mente habui1. Dimanda s. Cipriano: che cosa mai a molti santi ispirava il fare una vita che era un continuo martirio, per le continue asprezze che praticavano sopra se stessi? E risponde: ciò loro ispirava il pensiero dell'eternità. Un certo monaco si chiuse in una fossa ed ivi non faceva altro che esclamare: Oh eternità: Oh eternità! Quella famosa peccatrice convertita dall'abate Pafnuzio, avea sempre davanti gli occhi l'eternità, e dicea: Chi mi assicura dell'eternità felice, e che non mi tocchi l'infelice! Lo stesso timore mantenne sino alla morte s. Andrea d'Avellino in un continuo terrore e pianto, dimandando ad ognuno che incontrava: Che dici, io mi salverò, o mi dannerò in eterno?

 

Oh avessimo noi ancora sempre avanti gli occhi l'eternità, che certamente non saremmo così attaccati a questo mondo! Scrive s. Gregorio: Quisquis in aeternitatis desiderio figitur, nec prosperitate attollitur, nec adversitate quassatur; et dum nihil habet in mundo quod appetat, nihil est quod de mundo pertimescat. Chi si fissa a pensare all'eternità non s'insuperbisce delle cose prospere né si attrista delle avverse; perché nulla avendo in questo mondo che desideri, nulla ha di che tema; desidera solo l'eternità beata e teme solo dell'eternità infelice. Una certa signora stava molto attaccata alle vanità del mondo; andò ella un giorno a confessarsi dal p.m. d'Avila, il quale le impose che andasse alla sua casa ed ivi considerasse queste due parole: Sempre e mai. Così fece la dama e tolse l'affetto al mondo e lo consacrò a Dio. Scrive s. Agostino che chi pensa all'eternità e non si converte a Dio, o non ha fede o ha perduto il senno: O aeternitas, qui te cogitat, nec poenitet, aut certo fidem non habet, aut si habet, cor non habet2. Ed in conferma di ciò riferisce il Grisostomo che i gentili rinfacciavano a' cristiani che essi o erano bugiardi o pazzi: bugiardi, se diceano di credere quel che non credeano: e se lo credeano erano pazzi, credendo all'eternità, e commettendo peccati: Exprobrabant gentiles aut mendaces aut stultos esse christianos: mendaces si non crederent quod credere dicebant: stultos, si credebant et peccabant.

 

Guai a' peccatori, dice s. Cesario Arelatense; essi entrano nell'eternità senza averla conosciuta; ma doppj saranno i loro guai, quando vi saranno entrati e non potranno più uscirne: Vae peccatoribus, incognitam ingrediuntur aeternitatem; sed vae duplex, ingrediuntur et non egrediuntur. A chi entra all'inferno, si apre la porta per entrarvi, ma non si apre più per uscirne. Et habeo claves mortis et inferni3. Dio stesso tiene le chiavi dell'inferno, per farci intendere che per chi vi entra non vi è più speranza di uscirne. Scrive s. Giovanni Grisostomo che la condanna de' presciti sta incisa nella colonna dell'eternità, sì che non avverrà mai che si rivochi. Nell'inferno non esce più calendario, non si contano più anni.


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Dice s. Antonino che se un dannato avesse la nuova che un giorno ha da uscire dall'inferno, ma quando? Quando saran passati tanti milioni di anni quante son le goccie del mare e le arene della terra, farebbe più festa, che non farebbe un condannato alla forca in ricevere la nuova di esser liberato da quella e fatto monarca di tutto il mondo. Ma no, che passeranno tutti quei milioni di anni, quante son le goccie del mare e le arene della terra, e l'inferno del dannato sarà da capo. Si moltiplicheranno tutti questi milioni di anni per infinite volte, e l'inferno sarà da capo. Ma che serve, dice s. Ilario, a numerare anni nell'eternità? Ubi putas finem invenire, ibi incipit. E s. Agostino scrive1: Quae finem habent, cum aeternitate comparari non possunt. Ogni dannato si contenterebbe far questo patto con Dio: Signore, accrescete le mie pene quanto vi piace, assegnate il termine lontano quanto volete, purché ci diate termine, io son contento. Ma no che questo termine non verrà mai: Periit finis meus, dice il dannato2. Dunque alla sua pena non vi sarà mai termine? No, suona la tromba della divina giustizia nella caverna dell'inferno, e ricorda continuamente a' dannati, che il loro inferno sempre, sempre ha da durare, e che non mai ha da finire.

 

Se l'inferno non fosse eterno non sarebbe quella gran pena ch'ella è. Dice Tommaso da Kempis: Modicum est et breve omne quod transit cum tempore. Ogni pena che finisce non è gran cosa. Quell'infermo ha da soffrire un taglio in una postema, un bottone di fuoco nella cancrena che tiene; il dolore è grande, ma è sopportabile, perché tra poco finisce. Ma quando il dolore dura, un dolore di denti che dura per tre mesi continui si rende insoffribile. Anche se uno dovesse stare in un letto morbido, ma sempre in un lato per sei mesi, o dovesse sentire la stessa musica, la stessa commedia notte e giorno per un anno intero, pure gli verrebbe la disperazione. Poveri peccatori acciecati! Quando loro si minaccia l'inferno dicono: Se ci vado, pazienza. Ma non diranno così, giunti che saranno all'inferno, dove non già si patisce di sentir sempre una musica, una commedia, non di stare in letto sempre in un lato, non un dolore di denti, ma ivi si sentono tutti i tormenti e tutti i mali: Congregabo super eos mala3, e tutte queste pene non hanno da finire mai.

 

Non hanno da finire mai né mai avranno da minorarsi in minimo punto. Il reprobo sempre ha da patire lo stesso fuoco, la stessa privazione di Dio, la stessa mestizia, la stessa disperazione; sì, perché nell'eternità, dice s. Cipriano, non si fa cambiamento, poiché non si muta decreto. E questo pensiero raddoppierà immensamente la sua pena, facendogli sentire anticipatamente ed in ogni momento quel che ha da patire per sempre. Daniele, descrivendo la sorte dei beati e la miseria de' reprobi, dice: Evigilabunt alii in vitam aeternam, et alii in opprobrium, ut videant semper4. Vedranno sempre la loro eternità infelice; ut videant semper, sicché l'eternità affligge il dannato non solo col peso della pena presente, ma con tutto il peso della pena futura, la quale è eterna.

 

Queste non sono già opinioni


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controverse de' dottori, sono cose di fede e chiare nelle sacre scritture. Ma la scrittura, oppone un eretico, dice: Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum1; dunque il fuoco è eterno, non già la pena del dannato. Così parla questo incredulo, ma parla troppo scioccamente. A che fine avrebbe Iddio creato questo fuoco eterno, se non servisse per castigare i reprobi che sono eterni? Ma per togliere ogni ombra di dubbio, molte altre scritture poi dicono che non solo il fuoco, ma la pena del dannato è eterna. Una dice: Ibunt hi in supplicium aeternum2. Un'altra dice: Ubi vermis eorum non moritur, et ignis non extinguitur3. Un altra dice: Et fumus tormentorum eorum ascendet in saecula saeculorum4. Un'altra: Qui poenas dabunt in interitu aeternas5.

 

Dice un altro incredulo: ma come Dio può castigare giustamente un peccato che dura un momento con una pena eterna? Si risponde che la gravità di un delitto non si misura colla durazione del tempo, ma col peso della malizia; la malizia del peccato mortale è infinita, come dice s. Tommaso6, onde il dannato meriterebbe una pena infinita; ma perché una creatura non è capace di una pena infinita nell'intensione, perciò dice lo stesso dottore, che Dio la rende infinita nell'estensione e la fa eterna. Inoltre è giusto che mentre il peccatore persiste nel suo peccato non cessi la pena che si merita; e perciò siccome in cielo, perché la virtù de' beati sempre dura, sempre è premiata; così nell'inferno la colpa de' dannati, perché sempre dura, sempre è castigata. Scrive Eusebio Emisseno: Quia non recipit causae remedium, carebit fine supplicium. Durando la causa della volontà perversa, non avrà mai fine il castigo. Il dannato è così ostinato nel suo peccato, che se anche Dio gli offerisse il perdono, lo ricuserebbe per l'odio che verso Dio conserva. Parla il reprobo in Geremia e dice: Quare factus est dolor meus perpetuus, et plaga mea desperabilis renuit curari7? Dice: la piaga mia è insanabile, perché io non voglio esser curato. Or come Dio può sanar la piaga della di lui mala volontà, quando egli ricusa il rimedio, ancorché gli fosse offerto? E perciò il castigo de' reprobi si chiama una spada, una vendetta che è irrevocabile: Ego Dominus eduxi gladium meum de vagina sua irrevocabilem8.

 

Quindi è che dove in questa terra la morte è così spaventosa, nell'inferno è desiderata dai dannati, ma non mai la trovano: Et in diebus illis quaerent homines mortem, et non invenient eam; et desiderabunt mori, et fugiet mors ab eis9. Desidererebbero per rimedio della loro eterna ruina di essere sterminati e distrutti, ma Non est in illis medicamentum exterminii10. Se un condannato alla forca è stato già buttato dalla scala, e il boia non finisce di ucciderlo; fa egli compassione al popolo. Poveri dannati! Vivono essi continuamente morendo tra quelle pene, ma la morte loro il tormento della morte, non già però il rimedio di toglier la vita. Prima mors, dice s. Agostino, animam nolentem pellit de corpore, secunda mors nolentem tenet in corpore. La prima morte estrae dal corpo l'anima


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del peccatore, che non vorrebbe morire; ma la seconda morte, che è la morte eterna, ritiene nel corpo l'anima che vorrebbe morire. Dice Davide: Sicut oves in inferno positi sunt, mors depascet eos1. La pecora, pascendo l'erba, strappa le frondi e lascia la radice, per cui l'erba non muore, ma torna a crescere; così fa la morte ne' dannati: li tormenta colla pena, ma non toglie loro la vita, che può dirsi la radice della pena.

 

Ma giacché per quei miseri non vi è più speranza di uscire dall'inferno, almeno potessero ingannare se stessi e lusingarsi con dire: chi sa se forse un giorno Dio si moverà a compassione di noi, e ci libererà da queste pene! No, nell'inferno non vi è lusinga, non vi è chi sa; il dannato è certo, come è certo di Dio, che il suo inferno non ha da finir mai: Existimasti, inique, quod ero tui similis; arguam te et statuam contra faciem tuam2. Egli si vedrà sempre avanti gli occhi i suoi peccati e la sentenza della sua dannazione eterna: statuam contra faciem tuam.

 

Concludiamo. Dunque, dilettissimi, il negozio della nostra eterna salute dee essere l'unico che dee premerci: Negotium, dice s. Eucherio, pro quo contendimus, aeternitas est. Si tratta di eternità, si tratta che se ci salviamo saremo sempre felici in una città di delizie; ma se ci danniamo, saremo sempre infelici in una fossa di pene. Non è questo negozio di poco peso, e un negozio che per noi importa tutto e per tutta l'eternità. Quando Tommaso Moro fu condannato a morte da Arrigo VIII., Luisa sua moglie andò a tentarlo di compiacere il re: dimmi, Luisa, egli le disse, io son vecchio, quanti anni potrei vivere? Rispose la moglie: potreste vivere altri venti anni. O sciocca mercantessa, esclamò allora Tommaso, e per venti altri anni di vita, vuoi ch'io mi condanni ad una eternità di pene?

 

Oh Dio, si crede l'inferno e si pecca! Uditori miei, non siamo ancor noi pazzi, come sono stati tanti che ora piangono nell'inferno. Miseri! Che si ritrovano dei piaceri presi in questa terra? Il Grisostomo, parlando de' ricchi e de' poveri, dice: O infelix felicitas quae divitem ad aeternam infelicitatem traxit. O felix infelicitas quae pauperem ad aeternitatis felicitatem perduxit! I santi si sono seppelliti vivi nella presente vita, per non trovarsi morti seppelliti nell'inferno per tutta l'eternità. Se questo punto dell'eternità fosse una cosa dubbia, pure dovremmo far tutti gli sforzi per evitare una eternità di pene; ma no che non è cosa dubbia; è verità di fede che ognuno dopo questa vita ha da entrare nell'eternità ad essere ivi o per sempre felice o per sempre disperato. Dice s. Teresa che per mancanza di fede tanti cristiani si dannano: ravviviamo dunque la fede, quando diciamo quelle parole del Credo, credo vitam aeternam, e ricordiamoci che dopo questa vita vi è un'altra vita che non finisce mai; e prendiamo tutti i mezzi, facciamo tutto, lasciamo tutto; e se bisogna lasciare il mondo per assicurare la salute eterna, lasciamolo; non vi è sicurtà che basti, dice s. Bernardo, dove si tratta di eternità: Nulla nimia securitas ubi periclitatur aeternitas




1 Hebr. 13. 14.

2 Eccl. 12. 5.

3 in ps. 118.

4 Ec. 11. 3.

5 De quat. noviss.

1 Psal. 76. 5. et 6.

2 S. Aug. in Soliloq.

3 Apoc. 1. 18.

1 In psal. 36.

2 Thren. 3. 18.

3 Deut. 32. 23.

4 Dan. 12. 2

1 Matth. 25. 41.

2 Matth. 25. 46.

3 Marc. 9. 43.

4 Apoc. 14. 11.

5 2. Thess. 1. 9.

6 1. 2. qu. 87. a. 4.

7 Ier. 15. 18.

8 Ezech. 21. 5.

9 Apoc. 9. 6.

10 Sap. 1. 14.

1 Psal. 48. 15.

2 Psal. 49. 21.




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