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S. Alfonso Maria de Liguori
Sermoni compendiati

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SERMONE LII. - PER LA DOMENICA XXIII. DOPO PENTECOSTE

 

Dell'impenitenza.

Domine, filia mea modo defuncta est. (Matth. 9. 18.)

 

Quanto è buono Dio! Se noi abbiamo da avere il perdono da un uomo che da noi fosse stato disgustato, quanto ci abbiamo da stentare! Iddio no, quando un peccatore va a' piedi suoi umiliato, pentito di averlo offeso, subito gli perdona e lo abbraccia: Convertimini ad me, ait Dominus exercituum, et convertar ad vos1. Peccatori, dice Dio, io vi ho voltate le spalle, perché voi le avete voltate prima a me; rivoltatevi a me, ed io mi rivolterò a voi e vi abbraccierò. Ed in effetto quando Davide fu ripreso dal profeta Natan del suo peccato, egli si ravvide e disse: Peccavi Domino, ho peccato, ho offeso Dio; e Dio subito lo perdonò, mentre il profeta nello stesso punto gli avvisò che Dio già l'avea perdonato: Dominus quoque transtulit peccatum tuum2. Ma veniamo al corrente vangelo, ove si dice che un certo principe, essendogli morta la figlia, subito ricorse a Gesù Cristo, acciocché le avesse restituita la vita, e gli disse: Domine, filia mea modo defuncta est, sed veni, impone manum tuam super eam, et vivet. S. Bonaventura parlando su questo testo si rivolge al peccatore e gli dice così: Filia tua est anima, per culpam modo defuncta est, festina conversionem. Fratello, l'anima tua è questa figlia, che per il peccato poco fa è morta; presto convertiti a Dio. Ma fa presto, perché se tardi e vai differendo da giorno in giorno, verrà subito l'ira di Dio, e ti manderà all'inferno: Non tardes converti ad Dominum et ne differas de die in diem, subito enim veniet ira illius et in tempore vindictae disperdet te3. Ecco il sermone d'oggi in cui vi farò vedere in due punti:

 

Nel punto I. Il pericolo di chi si trova in peccato e differisce di convertirsi;

 

Nel punto II. Il rimedio di chi si trova in peccato e vuol salvarsi.

 

PUNTO I. Il pericolo di chi si trova in peccato e differisce di convertirsi.

 

S. Agostino considera tre stati di cristiani, il primo di coloro che han conservata sempre dopo il battesimo l'innocenza: il secondo di coloro che un tempo han commessi peccati, ma poi si son convertiti a Dio, ed han perseverato in grazia: il terzo di coloro che sempre son caduti e ricaduti, ed in tale infelice stato li trova la morte. Parlando de' primi e de' secondi, li per sicuri della loro salute; parlando poi dei terzi, dice: Non dico, non praesumo, non promitto4. Non dice che si salvino, né lo presume, né lo promette: parole che dinotano il suo sentimento, cioè che sia molto difficile che tali peccatori si salvino. Insegna s. Tommaso5, che chi sta in peccato mortale non può mantenersi senza commetter nuovo peccato. E prima lo disse s. Gregorio: Peccatum quod poenitentia non deletur, mox suo pondere ad aliud trahit; unde fit quod non solum est peccatum, sed causa peccati6. Un peccato è causa dell'altro peccato; e ciò avviene, perché stando nel peccatore disordinata la ragione che lo inclina


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al male, non può egli per lungo tempo poi resistere alla tentazione. Così scrive s. Anselmo: Quando quis manet in peccato, ratio iam est deordinata, et ideo veniente tentatione faciet id quod est facilius agere. Onde poi dice s. Antonino che il peccatore, benché conosca il bene che è lo stare in grazia di Dio, essendo però privo della grazia, quantunque si sforzi di non cadere sempre ricade: Per peccatum non potest prosequi bonum quod cognoscit, conatur et labitur. Ma come può render frutto quel tralcio che sta diviso dalla vite? Disse il Signore: Sicut palmes non potest ferre fructum a semetipso, nisi manserit in vite: sic nec vos nisi in me manseritis1.

 

Ma io, dice quel giovane, appresso mi voglio dare a Dio. Ecco quella falsa speranza de' peccatori, la quale li conduce a stare in peccato sino alla morte, e dalla morte all'inferno. Che dici, che appresso ti darai a Dio? Ma dimmi, chi ti promette che avrai tempo di darti a Dio? E che non ti venga una morte improvvisa che ti levi dal mondo prima di darti a Dio? Scrive s. Gregorio: Qui poenitenti veniam spopondit, peccanti diem crastinum non promisit2. Il Signore ha promesso il perdono a chi si pente delle sue colpe, ma non ha promesso di dare il tempo di convertirsi a chi vuol persistere in peccato. Dici, appresso? Ma Gesù Cristo dice che il tempo non è in nostro potere, ma di Dio: Non est vestrum nosse tempora vel momenta quae Pater posuit in sua potestate3. Scrive s. Luca che il nostro Salvatore vide un albero di fico che per tre anni non avea portato frutto: Ecce anni tres sunt ex quo venio, quaerens fructum in ficulnea hac et non invenio4. Onde disse al cultor della vigna: Succide ergo illam: ut quid etiam terram occupat? Dimmi tu che dici, appresso mi darò a Dio. dimmi, il Signore perché ti mantiene in vita? Acciocché seguiti a peccare? No, ti la vita acciocché lasci il peccato e ti emendi: Ignoras quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit5? Quando poi tu non vuoi emendarti e dici, appresso se ne parli; allora Iddio dirà: Succide ergo illam, ut quid etiam terram occupat? Che ci sta a fare questo iniquo sopra la terra? Per seguire ad offendermi? Su via si tagli quest'albero che non frutto, e si mandi al fuoco: Omnis ergo arbor quae non facit fructum bonum excidetur et in ignem mittetur6.

 

Ma facciamo che appresso il Signore ti dia tempo di convertirti; se ora non ti converti ti convertirai appresso? I peccati sono come tante funi che stringono il peccatore: Funibus peccatorum suorum constringitur7. Fratello mio, se non ti fidi di spezzar queste funi che al presente ti legano, come ti fiderai di spezzarle appresso, quando saranno raddoppiate per mezzo de' nuovi peccati che farai? Questo stesso dimostrò il Signore un giorno all'abate Arsenio, come si narra presso Rosw. nelle vite de' padri, per fargli intendere dove giunge la pazzia degli impenitenti; gli fece vedere un etiope, che non poteva alzare un fascio di legna, ed egli ve ne aggiungeva altre, onde rendeasi sempre più impotente ad alzarle.


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E poi gli disse: così fanno i peccatori, vorrebbero sgravarsi de' peccati fatti, e ne fanno dei nuovi. Questi nuovi peccati poi tireranno a commettere altri eccessi di maggior numero e maggior malizia. Caino prima peccò d'invidia contro il suo fratello, poi l'odiò e poi l'uccise, e finalmente disperò della divina misericordia, dicendo: Maior est iniquitas mea, quam ut veniam merear1. Così anche Giuda prima peccò d'avarizia, poi tradì Gesù Cristo, e poi si diede esso stesso la morte. Questo operano i peccati, legano il peccatore, e lo rendono talmente loro schiavo, che il misero conosce la sua rovina e la vuole: Iniquitates suae capiunt impium2.

 

Inoltre i peccati talmente aggravano il peccatore, che non gli fanno più mirare il cielo e la salute eterna. Iniquitates meae, piangeva Davide, supergressae sunt caput meum, et sicut onus grave gravatae sunt super me3. Onde il misero perde la ragione, e resta a guardare solamente i beni di questa terra, e con ciò si dimentica dei divini giudizj: Et everterunt sensum suum, et declinaverunt oculos suos, ut non viderent coelum neque recordarentur iudiciorum iustorum4. Giunge sino ad odiare la luce, temendo che la luce gl'intorbidi i suoi indegni piaceri: Qui male agit odit lucem5. E quindi nasce che tali infelici divenuti ciechi girano sempre da peccato in peccato: In circuitu impii ambulant6. E disprezzano tutto, ammonizioni, chiamate divine, inferno, paradiso e Dio: Impius, cum in profundum venerit peccatorum, contemnit7.

 

Scrive Giobbe: Concidit me vulnere super vulnus, irruit in me quasi gigas8. Quando l'uomo vince una tentazione acquista maggior fortezza per vincere le altre in avvenire, e il demonio perde di forza. Così all'incontro, quando cede alla tentazione, il demonio diventa gigante, e l'uomo resta così debole, che non ha quasi più forza di resistergli. Se uno riceve una ferita dal nemico, gli mancano le forze: se poi ne riceve altre di più, resterà così indebolito che non potrà più difendersi; ciò avviene a quei pazzi che dicono: Appresso mi darò a Dio; come potessero resistere al demonio quando han perdute le forze e le loro piaghe son divenute cancrene: Putruerunt et corruptae sunt cicatrices meae a facie insipientiae meae9. Le piaghe a principio è facile il sanarle; ma quando son fatte cancrene è difficilissimo; vi bisogna il fuoco, e con tutto il fuoco molte neppure si sanano.

 

Ma padre, dice s. Paolo che Dio vuol salvi tutti: Omnes homines vult salvos fieri10. E Gesù C. è venuto in questa terra per salvare i peccatori: Christus Iesus venit in hunc mundum peccatores salvos facere11. Rispondo: Dio vuol salvi tutti, chi lo nega? Ma coloro che vogliono salvarsi, non coloro che vogliono perdersi. Gesù C. poi è venuto per salvare i peccatori, ma non gli ostinati. Per salvarci vi bisognano due cose, in primo luogo la grazia di Dio, in secondo la nostra cooperazione: perciò dice il Signore: Ecce sto ad ostium et pulso; si quis audierit vocem meam et aperuerit mihi ianuam intrabo ad illum12. Dunque, acciocché Dio entri in noi colla sua grazia è necessario


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che noi ubbidiamo alle sue voci e gli apriamo il nostro cuore. Parimente scrive l'apostolo: Cum metu et tremore vestram salutem operamini1. Dice operamini, dunque anche noi colle buone opere dobbiamo cooperarci; altrimenti il Signore ci darà la sola grazia sufficiente, colla quale restando ella sufficiente, e non giungendo ad essere efficace, come dicono i teologi, potremmo salvarci, ma certamente non ci salveremo. Ecco la ragione: chi sta in peccato e seguita a peccare, più si attacca alla carne e si allontana da Dio; or come Dio può colle sue grazie più avvicinarsi a noi, quando noi più ci allontaniamo da Dio? Allora egli più si ritira e stringe la mano ai suoi favori: Et ponam eam desertam... et nubibus mandabo, ne pluant super eam imbrem2. Quando l'anima seguita a disgustare Dio, Dio l'abbandona e la priva de' suoi aiuti; onde mancherà alla misera il rimorso di coscienza, mancherà la luce, e se ne accrescerà la cecità della mente e la durezza del cuore; e resterà fatta insensibile alle chiamate divine, alle massime della fede ed agli esempj funesti di altre simili anime ribelli che sono andate a finire nell'inferno.

 

Ma chi sa, dice quell'ostinato, forse Dio avrà pietà di me, come già l'ha avuta di certi grandi peccatori. Gli risponde il Grisostomo: Fortasse dabit, inquis: cur dicis fortasse? Contigit aliquando; sed cogita quod de anima deliberas3. Dici: Ma forse Dio mi darà la grazia della salvazione. Ma perché dici forse? Perché talvolta è succeduto il caso; ma pensa, dice il santo, che si tratta di anima, che perduta una volta, è perduta per sempre. Ripiglio io: sì signore, è vero che Dio con certe grazie straordinarie ha salvati alcuni peccatori enormi; ma questi son casi rarissimi, son prodigj, son miracoli della grazia, con cui Dio ha voluto dimostrare dove giunge la sua misericordia; ma ordinariamente con quei peccatori che non vogliono finirla la finisce Iddio con mandarli all'inferno, secondo le tante sue minacce fatte nelle sacre scritture: Despexistis omne consilium meum, et increpationes meas neglexistis; ego quoque in interitu vestro ridebo et subsannabo4. Aggiunge: Tunc invocabunt me, et non exaudiam5. Io, dice Dio, gli ho chiamati e tornati a chiamare, ed essi non han voluto sentirmi: Et non audierunt, nec inclinaverunt aurem suam: sed induraverunt cervicem suam ne audirent me6. Ora che mi chiamano è ragione che io non li senta. Iddio sopporta, ma non sopporta sempre; quando giunge il tempo del castigo, punisce le colpe passate e presenti: Altissimus enim est patiens redditor7. E quanto più ha aspettato il peccatore negligente, tanto più, dice s. Agostino, lo punirà gravemente: Quanto diutius expectat Deus ut emenderis, tanto gravius iudicabit, si neglexeris8. Chi promette di convertirsi e non si converte per sua negligenza, si rende indegno della grazia di una vera conversione.

 

Ma Dio è pieno di misericordia. È pieno di misericordia, ma non è stupido che operi senza ragione; l'usar misericordia a chi vuol seguire ad offenderlo non sarebbe bontà, ma stupidezza. Dice il Signore: An oculus


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tuus nequam est, quia ego bonus sum1? Perché io sono buono, perciò tu vuoi essere cattivo? Iddio è buono, ma è anche giusto, e per tanto ci esorta ad osservar la sua legge, se vogliamo salvarci: Si autem vis ad vitam ingredi serva mandata2. Se Dio avesse misericordia così de' buoni, come degli empj, sì che desse la grazia a tutti di convertirsi prima di morire, ciò sarebbe anche ai buoni una gran tentazione di peccare; ma no, quando è giunto il termine delle sue misericordie, castiga, e più non perdona: Et non parcet oculus meus super te, et non miserebor3. E perciò ne avvisa: Orate autem ut non fiat fuga vestra in hyeme vel sabbato4. Nell'inverno non si può operare per il freddo, e nel sabbato per la legge; ciò significa che per i peccatori impenitenti verrà tempo in cui vorrebbero darsi a Dio, e dai loro mali abiti si vedranno impediti a farlo. Di tal disgrazia ve ne sono innumerabili esempj funesti. Narra il Cataneo nei suoi sermoni della buona morte, che un giovane dissoluto quando era ammonito a lasciar la mala vita rispondeva: io ho una santa la quale è onnipotente, e questa è la misericordia di Dio. Venne il miserabile a morte, chiamò il confessore, e mentre volea prepararsi alla confessione, il demonio gli fece vedere scritti avanti gli occhi tutti i suoi peccati. Allora pieno di terrore disse: oimè! E che lista lunga di peccati! e così prima di confessarsi l'infelice spirò. Di più narra il Campadelli nel suo Domenicale, che un altro giovane nobile immerso in peccati di senso, fu avvisato da Dio e dagli uomini ad emendarsi, ma egli disprezzò tutto. Cadde poi gravemente infermo, allora si confessò e promise di mutar vita; ma guarito che fu, ritornò al vomito. Ecco il castigo di Dio: stando egli un giorno in un campo ove si vendemmiava, lo prese la febbre, si ritira in casa, manda a chiamare di fretta un religioso che stava vicino, perché il male si avanzava: viene il religioso, entra nella camera, lo saluta, ma lo vede con un viso orrido, cogli occhi aperti e la bocca spalancata, nero come un carbone, lo chiama, e si accorge che è morto. Uditori miei, non siate anche voi esempj infelici della giustizia di Dio; lasciate il peccato, ma lasciatelo presto, perché se durate a lasciarlo, lo stesso castigo accaduto a tanti accadrà anche a voi. Veniamo al rimedio.

 

PUNTO II. Il rimedio di chi si trova in peccato e vuol salvarsi.

 

Gesù Cristo un giorno fu interrogato se erano pochi quelli che si salvano: Domine, si pauci sunt qui salvantur? Rispose: Contendite intrare per angustam portam, quia multi, dico vobis, quaerent intrare et non poterunt5. Disse che molti cercano d'entrare in cielo, ma non entrano, e perché? Perché vogliono entrarvi, ma senza scomodo, senza farsi forza per astenersi da' piaceri illeciti; e perciò disse: Contendite intrare per angustam portam; la porta del cielo è stretta, bisogna faticare, farsi forza per entrarvi. E bisogna persuadersi che quello che possiamo fare oggi non potremo farlo sempre appresso. Questo è l'inganno che manda tante anime all'inferno; perché appresso, come abbiamo detto di sopra, l'anima sarà fatta più debole, più ottenebrata,


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più dura, e saranno mancati gli aiuti divini; e così resterà morta nel suo peccato. Dici: appresso lo farò; dunque già conosci che per salvarti bisogna che lasci il peccato; e giacché bisogna lasciare il peccato, perché non lo fai ora che Dio ti chiama? Si aliquando, dicea s. Agostino, cur non modo? Quel tempo che al presente hai di rimediare, appresso non l'avrai, e quella misericordia che ora ti usa Dio, appresso non te l'userà; e così, se ti vuoi salvare, quel che hai da fare fallo presto. Confessati quanto prima puoi, e trema che ogni dilazione che prendi, non sia la ruina eterna dell'anima tua.

 

Scrive s. Fulgenzio: Nullus sub spe misericordiae debet diutius in peccatis remanere, cum nolit in corpore sub spe salutis diutius aegrotare1. Dice il santo: se tu stessi infermo, e il medico ti offerisse un rimedio sicuro per sanarti, diresti, non voglio sanarmi ora, perché spero di sanarmi appresso? E per la salute dell'anima poi vuoi restare in peccato, con dire, spero che Dio anche appresso mi userà misericordia? E se il Signore secondo i suoi giusti giudizj non vorrà usartela, che ne sarà di te, non sarai dannato? Dunque, dice l'apostolo, facciamo il bene or che abbiamo tempo di farlo: Ergo dum tempus habemus operemur bonum2. Perché appresso forse non avremo più questo tempo. Perciò ci esorta il Signore a star vigilanti in custodire le anime nostre, perché non sappiamo l'ora quando il Signore ha da venire a prendere i conti della nostra vita: Vigilate itaque, quia nescitis diem neque horam3.

 

Anima mea in manibus meis semper4. Uno che tiene al dito un anello con un diamante di gran valore, sempre lo mira per vedere se vi è il diamante; così anche noi dobbiamo custodire l'anima. E se per disgrazia la vediamo perduta per qualche peccato, dobbiamo subito usar tutta la diligenza per ricuperarla, con ricorrere a Gesù nostro Salvatore, come fece la Maddalena, la quale, ut cognovit5, corse a' piedi di Gesù Cristo, e colle sue lagrime ne ottenne il perdono. Scrive s. Luca: Iam enim securis ad radicem arborum posita est6. A chi si trova in peccato sta vicina la scure della divina giustizia per torgli la vita, quando giunge il tempo della vendetta. Via su, anima cristiana, se mai ti ritrovi legata da qualche mal abito, presto sciogliti, non volere più essere schiavo del demonio: Solve vincula colli tui, captiva filia Sion7. Aggiunge s. Ambrogio: Posuisti vestigium supra voraginem culpae, cito aufer pedem. Hai posto il piede sopra la bocca della voragine, qual è il peccato, che è la bocca dell'inferno; levalo, ritirati in dietro, altrimenti cadrai in un precipizio irreparabile.

 

Ma io mi trovo col mal abito. Ma se tu vuoi lasciare il peccato, chi ti sforza a peccare? Tutti i mali abiti e tutte le tentazioni dell'inferno colla grazia di Dio si vincono; raccomandati di cuore a Gesù Cristo, ed egli ti darà forza di vincere. Ma se mai stessi in qualche occasione prossima di peccare, bisogna che subito la tagli; altrimenti ritornerai a cadere. Scrive s. Geronimo: Potius praescinde, quam solve. Non ti trattenere


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a scioglierla a poco a poco, recidila subito in un colpo; il demonio questo va cercando, che pigli tempo. Va a trovare un buon confessore, che egli ti dirà come hai da fare. E se per disgrazia in avvenire cadessi in qualche peccato mortale, subito va a confessartelo, lo stesso giorno se puoi, la stessa notte. Senti finalmente quel che ora ti dico: Dio è pronto a soccorrerti; a te sta, se vuoi salvarti. Trema, fratello mio, che queste mie parole, se tu le disprezzi, non abbiano da esserti tante spade all'inferno per tutta l'eternità.

 




1 Zacch. 1. 5.

2 2. Regum 12. 13.

3 Eccl. 5. 8. et 9.

4 Hom. 41. int. 50.

5 2.2. qu. 109. a. 8.

6 L. 3. Mor. c. 9.

1 Ioan. 15. 4.

2 Hom. 12. in evang.

3 Act. 1. 7.

4 Luc. 13. 7.

5 Rom. 2. 4.

6 Matth. 3. 10.

7 Prov. 5. 22.

1 Gen. 4. 13.

2 Prov. 5. 22.

3 Psal. 37. 5.

4 Dan. 13. 9.

5 Ioan. 3. 20.

6 Psal. 11. 9.

7 Prov. 18. 3.

8 Iob. 16. 15.

9 Psal. 37. 6.

10 1. Tim. 2. 4.

11 1. Tim. 1. 15.

12 Apoc. 3. 20.

1 Philip. 2. 12.

2 Isa. 5. 6.

3 Hom. 22. in 2. Cor.

4 Prov. 1. 25. et 26.

5 Ib. v. 28.

6 Ier. 17. 23.

7 Eccl. 5. 4.

8 L. de util. ag. poen.

1 Matth. 20. 15.

2 Matth. 19. 17.

3 Ezech. 7. 4.

4 Matth. 24. 20.

5 Luc. 13. 23. et 24.

1 S. Fulg. ad Petr. Diac.

2 Gal. 6. 10.

3 Matth. 25. 13.

4 Psal. 118. 119.

5 Luc. 7. 37.

6 Luc. 3. 9.

7 Isa. 52. 2.




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