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S. Alfonso Maria de Liguori
Stimoli ad una religiosa

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Testo


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La santa carità o sia l'amor divino è quello che fa sante le anime. Quando viene la carità in un'anima, vengono seco insieme tutte le virtù: Venerunt autem mihi omnia bona pariter cum illa1. E quando in una monaca manca il divino amore, subito mancano le virtù e crescono i difetti. Quindi diceva s. Agostino: Ama et fac quod vis; ama Dio e fa quel che vuoi; sì, perché chi ama veramente Dio procura di compiacerlo quanto può e sfugge di dargli ogni minimo disgusto. E questa è la ragione perché si vedono tante monache ne' monasteri e tanto poche monache sante; perché


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poco si ama Gesù Cristo, il quale ama tutti ed è morto per tutti; ma specialmente ama ed è morto per quelle anime ch'egli ha liberate dai pericoli del mondo per farle tutte sue. S. Maria Maddalena de' Pazzi, dimandata dalle sorelle perché tanto baciasse le mura del monastero, rispose: Perché queste mura mi liberano dai pericoli del mondo.

 

Ma, sorella benedetta, se mai siete voi una di quelle monache che vivono imperfette e non cercano di emendarsi, pensate che voi co' santi voti avete rinunziato al mondo: col voto della povertà avete rinunziato a' vostri comodi; col voto della castità ai diletti del senso; e col voto dell'ubbidienza alla propria volontà. Avete in somma rinunziato a tutti i beni che potea darvi il mondo. Non vogliate ora tornare al mondo col mettere affetto a qualche cosa di terra con tanto disgusto di Gesù Cristo, al quale molto dispiace che una sua sposa, dedicata al suo amore, ami qualche cosa fuori di lui.

 

Voi avete lasciato il mondo ed i suoi spassi; vi siete carcerata fra quattro mura, vi siete privata della vostra libertà, vi siete separata da' vostri parenti; di più, nel monastero portate i pesi della comunità: dico ciò, non già affinché vi gloriate di aver fatta qualche gran cosa per Dio, perché tutto è poco a confronto di quella gloria immensa che Dio vi tiene apparecchiata nel paradiso ed anche a confronto di quella dolce pace ch'egli ancora in questa vita fa provare alle sue spose che han lasciato tutto per amore di lui; ma perché reca più consolazione ad una monaca divota il dire con affetto un Deus meus et omnia, o pure al sacramento nella chiesa con un sospiro infocato: Gesù mio, te solo voglio e niente più; o con un'occhiata amorosa al crocifisso: E se non amo te, chi voglio amare? tutto (replico) è poco, ma basta. Ora, per vivere secondo il vostro stato, avete necessariamente molto da patire. E che volete fare? volete forse, dopo aver lasciato il mondo, la casa ed i parenti, mettervi a pericolo di dannarvi nel monastero? Una santa religiosa così si animava a soffrir con pazienza le molestie della vita presente: E che? forse (diceva) io ho lasciato il mondo e son venuta al monastero per dannarmi? Ed in fatti a questo pericolo sta una monaca che non vive da monaca, vivendo in una deliberata ed abituata tepidezza.

 

Non è già tepidezza quella che pensano di avere alcune buone religiose, le quali nell'orazione e nella comunione non sentono più divozione sensibile e perciò sembra loro di essere abbandonate da Dio; ma non lasciano i loro santi esercizj, benché paia loro tutto perduto. No: non è perduto; seguitino elle costantemente le loro solite divozioni, perché Gesù Cristo di tutto le rimunererà; e quanto più gravi saranno state le pene sofferte, tanto più grandi saranno le consolazioni ed i giorni di pace che loro farà provare il Signore. La vera tepidezza è quella di coloro che commettono i difetti deliberatamente, ad occhi aperti, e non facendone conto, poco pensano ad emendarsi. Queste sono in gran pericolo di dannarsi; perché, trovandosi poco strette con Dio e molto deboli nello spirito, non è difficile che il demonio le faccia poi cadere in colpe gravi e restino perdute.


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E che? forse non vi sono monache all'inferno? Oimè, quante ne vedremo dannate nel giorno del giudizio! poiché abbandonandosi molte ad una vita piena di peccati, almeno veniali, si dee giustamente temere che Dio non le vomiti e le abbandoni, secondo quella minaccia fatta nell'Apocalisse: Sed, quia tepidus es, incipiam te evomere1. Una tazza d'acqua calda mischiata con acqua fredda a che serve, se non se per muovere a vomito? e tale appunto è a rispetto di Dio la vita di una monaca tepida che dorme ne' suoi difetti abituati e mischia divozioni e peccati, orazioni e discorsi di mondo, comunioni e affetti terreni. Tutte le sue parole son piene di superbia: dice ch'è la peggiore di tutte, e poi vuol essere preferita a tutte e stimata da tutte; e se le viene detta qualche parola di disprezzo si stizza come una tigre; spesso butta parole contra del prossimo; spesso vantasi della nobiltà di sua casa e de' suoi parenti; è molto gelosa della sua stima e dice: La stima mia non la cedo a niuno; e perciò vuol superare ogni punto che imprende, e ne cada il mondo. Questa maledetta stima è la ruina di molte monache.

 

Dice che merita mille inferni per le sue colpe, e poi non può soffrire un'infermità, un dolore, una cosa contraria, perché si rende impaziente con tutte. Dice che vuol solo Dio, e poi vuol sentire e vedere cose curiose di mondo. Vuole solo Dio, e poi non vuol lasciare di perdere il tempo alle grate in discorsi inutili e talvolta pericolosi. Vuole solo Dio, e poi non vuol fare quell'ubbidienza, quantunque pregata e ripregata dalla badessa. Una monaca che vive così imperfetta e mischia mondo e Dio, divozioni e peccati, che altro fa che burlare Dio? ma Dio non si lascia burlare: Deus non irridetur.

 

Bisogna dunque chi si trova in questo misero stato che si risolva di darsi tutta a Dio. Altrimenti molto dee temere di perdersi; tanto più se ha fatti più volte gli esercizj, se ha ricevute speciali chiamate e lumi da Dio, per li quali avrà più volte proposto di emendarsi, avrà anche più volte cominciato ad emendarsi, ma poi sempre è tornata agli stessi difetti. Sorella mia, se mai per disgrazia voi vi trovate in questo miserabile stato, non diffidate, perché Dio è pronto a darvi la mano per alzarvi dalla vostra tepidezza, se volete. Ma se volete, bisogna che vi facciate forza e preghiate assai Gesù Cristo a soccorrervi. La preghiera è onnipotente: Qui petit, accipit; chi prega, ottiene: è promessa di Dio, non può mancare. Pregate dunque e seguitate a pregare; ma bisogna ancora che voi vi facciate forza: Violenti rapiunt illud: dice il vangelo che il paradiso non si acquista se non se da coloro che si fan violenza per ottenerlo. Risoluzione ci vuole. Una forte risoluzione di finirla col mondo e di darvi tutta a Dio senza riserva può farvi santa. Non vi spaventino i vostri mali abiti; anima risoluta vince tutto. Ho detto una forte risoluzione, non già quella di alcune, che vorrebbero, ma restano irresolute: Il demonio non ha paura di anime irresolute, dicea s. Teresa. E che volete aspettare? che Dio vi mandi la morte, e la morte vi ritrovi così inquieta di coscienza come ora state, dopo tanti lumi ed aiuti ricevuti negli esercizj spirituali ed in


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tante altre occasioni, ai quali sinora avete mal corrisposto?

 

Fatevi animo e dimandate a voi stessa come dicea s. Bernardo stando nel suo monastero: Bernarde, ad quid venisti? E perché mi son fatta monaca? per perdere l'anima? E se mai alcuna dicesse: Ma io mi son fatta monaca di mala voglia, solo per non disgustare i parenti; a questa io risponderei: Ma ora già vi trovate fatta monaca; che volete fare? volete patire un inferno di qua ed un inferno di ? fate ora (come suol dirsi) della necessità virtù.

 

Ho detto un inferno di qua; sì, perché una monaca che vive in una deliberata ed abituata tepidezza, come ho dichiarato di sopra, fa una vita molto infelice. Poverella! io le direi, tu hai lasciato il mondo per essere più unita con Dio; ma, poverella te! ora stai senza mondo e senza Dio. E chi non si moverebbe a compassione d'una tal religiosa che vive in questo sì misero stato?

 

Ma vi è il rimedio, s'ella vuol liberarsene: proponga risolutamente di darsi tutta a Dio; Dio è pronto ad abbracciarla, purché voglia ella prenderne i mezzi. Per farsi santa una persona non basta dire: mi voglio far santa; bisogna che pigli i mezzi. Prima di tutto è necessario che rimuova gl'impedimenti: bisogna togliere dal cuore tutt'i rancori contra del prossimo, bisogna dar bando a tutte le affezioni verso qualunque persona che sta fuori o dentro del monastero: Gesù Cristo è uno sposo geloso, e specialmente del nostro cuore; il cuore delle sue spose egli lo vuole tutto per sé. Bisogna in somma abolire tutte quelle cose che impediscono all'anima di avanzarsi nel divino amore, come sono le grazie e tutte le conversazioni ed applicazioni inutili. Tutte quelle religiose che amano di cuore Gesù Cristo, amano la solitudine; i luoghi da esse più amati sono il coro e la cella, perché ivi più spesso loro parla Gesù Cristo.

 

Bisogna inoltre nudrire nel cuore questo santo amore; ed i mezzi per nudrirlo sono: per 1. l'orazione mentale: ad una monaca non basta l'orazione sola della comunità per giungere alla perfezione, vi vuole molta orazione. L'orazione è la fornace ove si accende e si conserva il fuoco dell'amore divino; tutti i santi per mezzo dell'orazione si son fatti santi; e per cavar gran profitto dall'orazione dee sempre tenersi davanti gli occhi la passione di Gesù Cristo: L'amore che non nasce dalla passione è debole, dicea s. Francesco di Sales. Per 2. la lezione spirituale, ch'è la compagna fedele dell'orazione: nell'orazione noi parliamo a Dio, nella lezione Dio parla a noi: la lezione poi delle vite de' santi forse è la più giovevole di tutte le altre. Per 3. la comunione frequente; questo è il mezzo più efficace di tutti. Ma, dirà quella monaca, per comunicarsi spesso bisogna fuggire tutte le imperfezioni: come farò io che sono così imperfetta? Sorella mia, non v'ha dubbio che per comunicarsi spesso bisogna togliere i difetti; ma ciò s'intende de' difetti pienamente volontarj e difetti abituati: del resto, se alcuna che frequenta la comunione cade qualche volta per debolezza in qualche colpa veniale, non dee lasciar la solita comunione; basta che se ne penta di cuore, proponga di più non cadervi, se ne confessi, se ne ha il comodo, e se no, si comunichi. Chi poi volesse


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leggere distesamente queste cose che qui stanno solamente accennate, può leggere il mio libro intitolato: La vera Sposa di Gesù Cristo, cioè la monaca santa.

 

Per ultimo, la monaca che vuol farsi santa dee star sempre e tutta uniformata alla divina volontà, abbracciando con pace tutte le infermità e tutte le cose dispiacenti che le avvengono: Fiat voluntas tua; questo è quel detto che sta sempre nel cuore e nella bocca de' santi, poiché qui sta il vero amore a Dio, il voler tutto quel che vuole Dio. Termino. Diamoci animo e facciamci santi; Gesù Cristo è pronto ad aiutarci. Né ci debbono atterrire i peccati fatti; egli ha promesso di scordarsi di tutte le nostre iniquità, quando ci applichiamo ad amarlo di cuore. E chi vogliamo amare, sorelle mie, se non amiamo Gesù Cristo, che ci ha dato tutto il suo sangue nella passione e ci le sue carni in cibo nella santa comunione? Che ha da fare di più un Dio per essere da noi amato? Caritas Christi (dice s. Paolo) urget nos; l'amore che ci porta Gesù Cristo ci spinge, ci sforza (per così dire) ad amarlo. Amiamolo dunque da ogg'innanzi ed amiamolo senza riserva: chi va con riserva con Dio e non si tutta a Dio, sta sempre in pericolo di lasciarlo. Una monaca che si è data tutta a Dio di nulla si lamenta; si contenta di esser povera; non vuol comparire, ama di star posta a puntone (come suol dirsi), ama le regole, accetta ubbidiente ogni officio che le danno ed accetta anche i disprezzi, le malattie e tutte le cose contrarie con pace. La monaca poi che non si è data tutta a Dio disprezza le regole, non può soffrire alcuna cosa contraria, di tutto si lamenta, vuole che non le manchi niente, vuol comparire la migliore di tutte, vuol essere onorata cogli officj più decorosi, altrimenti inquieta tutto il monastero. Or questa, in cui abitualmente fan nido le passioni, sta in gran pericolo di perdersi; perché ogni passione viziosa, quando piglia possesso di un'anima, le toglie la luce; e chi cammina all'oscuro sta in gran pericolo di cadere in qualche precipizio. E così ripeto: Sorelle mie, se vogliamo assicurar la nostra salute eterna, diamoci risolutamente tutte a Gesù Cristo e replichiamogli spesso quelle parole: Gesù mio, te solo voglio e niente più. E raccomandiamoci ancora alla sua divina Madre, pregandola sempre così: Regina e madre mia, fatemi amare Gesù Cristo, e niente più vi dimando.

 




1 Sap. 7. 11.



1 Apoc. 3. 16.




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