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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. II. Dell'eresia di Pelagio.

5. Origine dell'eresia di Pelagio. 6. Suoi errori e sutterfugj. 7. Celestino e sua condanna. 8. Pelagio imperversa. 9. Concilio di Diospoli. 10. e 11. È condannato da s. Innocenzo papa. 12. Nuova condanna di Zosimo. 13. Di Giuliano seguace di Pelagio. 14. De' Semipelagiani. 15. Loro condanna fatta da Celestino I. 16. De' Predestinaziani. 17. 18. e 19. Di Gotescalco.

 

5. Pelagio nacque nella gran Brettagna da parenti poco considerabili, in modo che in sua giovinezza poco era stato istruito nelle lettere. Abbracciò egli la professione monastica, ma da semplice laico; onde non aveva altro pregio, che di esser monaco. Dimorò lungo tempo in Roma, ove acquistò da molti gran fama di virtù; e fu amato da s. Paolino2, e stimato da s. Agostino. Acquistò anche nome di dotto per alcune opere utili da lui composte3, cioè tre libri della Trinità, ed una raccolta di passi di scrittura per la morale cristiana. Ma l'infelice nel suo soggiorno in Roma cadde nell'eresia contro la grazia, per la dottrina appresa da un certo prete siro, chiamato Ruffino (distinto dal Ruffino di Aquileia, che disputò con s. Girolamo): mentre questo errore erasi già sparso nell'oriente4; poiché Teodoro vescovo di Mopsuestia insegnava la stessa dottrina di Pelagio, riferendosi la sorgente della medesima ai principj di Origene5. Essendo dunque il mentovato Ruffino capitato a Roma sotto papa Anastasio verso l'anno 400, fu il primo a portarvi questa eresia. E perché era uomo destro, non ardì pubblicarla da se stesso, per non rendersi odioso, ma si valse di Pelagio, il quale verso l'anno 405 cominciò a disputare contro la grazia di Gesù Cristo. Specialmente un giorno, avendo un vescovo riferite le parole di s. Agostino nelle sue confessioni: Domine, da nobis quod iubes, et iube quod vis, Pelagio non poté soffrirle, e si riscaldò quasi ancora con chi le avea proferite. Del resto egli stava attento a dissimulare i suoi errori, e solo da' suoi discepoli faceali proporre, per vedere come venissero ricevuti, e per approvarli poi, o condannarli, secondo giovava a' suoi disegni6. Ma di poi si diede da se stesso a spargere la sua eresia. Vediamo quali furono i suoi errori.

 

6. Gli errori di Pelagio furono, per 1. che Adamo ed Eva furono creati mortali, e che col lor peccato non nocquero a' posteri, ma solo a se stessi; per 2. che gl'infanti nascono ora in quello stato in cui fu Adamo prima di peccare; per 3. che gl'infanti, morendo, non entrano già in cielo, ma hanno la vita eterna; cosi attesta di Pelagio s. Agostino7. Ma l'errore principale di Pelagio e de' suoi seguaci fu circa la grazia ed il libero arbitrio, mentre diceano che l'uomo colle forze naturali del libero arbitrio può adempire tutti i divini precetti, può superare tutte le tentazioni e passioni, e giungere alla perfezione senza l'aiuto della grazia8. Quando Pelagio cominciò a seminare questo errore così pernicioso, che distrugge tutto il sistema della nostra fede, scrive s. Agostino che i cattolici ne inorridirono, e cominciarono ad esclamar contro: onde egli ed i suoi discepoli di poi s'industriarono a trovar sutterfugi per nascondere o mitigare l'orrore d'una bestemmiaorrenda. Il primo sutterfugio fu questo: disse Pelagio che egli non negava la necessità della grazia, ma che la grazia fu lo stesso libero arbitrio concesso gratuitamente da Dio agli uomini senza lor merito. Ecco le sue parole riferite da s. Agostino9: arbitrium sufficiens est, ut iustus sim, non sine gratia dico. Ma i cattolici replicavano che

 


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bisognava distinguere la grazia dal libero arbitrio. Rispose Pelagio, ed ecco il secondo sotterfugio, che in nome di grazia s'intendea la legge, o sia dottrina, con cui il Signore faceva a noi la grazia d'insegnarci come abbiam da vivere. Aiunt, scrive s. Agostino1: hominem Deus creavit cum libero arbitrio, et dando praecepta docet quemadmodum homini sit vivendum; et in eo utique adiuvat, quod docendo aufert ignorantiam. Ma opponeano a ciò i cattolici, che, facendo consistere la grazia nella sola legge data agli uomini, sarebbe stata inutile la passione di Gesù Cristo. I Pelagiani, che fu il terzo sutterfugio, risposero che la grazia di Gesù Cristo fu il darci il buon esempio della sua vita, affinché noi lo imitiamo; e come Adamo ci nocque col mal esempio, così il Salvatore ci giovò col buono: Nobis in eo Christum ad non peccandum praebuisse adiutorium, quia ipse pie vivendo reliquit exemplum2. Ma risponde s. Agostino che tal grazia dell'esempio di Cristo non era distinta dalla dottrina; giacché il Signore insegnava così colle parole, come coll'esempio. I Pelagiani, vedendosi in ciò convinti, ai riferiti tre sutterfugj del libero arbitrio, della legge data e dell'esempio di Cristo, aggiunsero il quarto sutterfugio, cioè la quarta specie di grazia, ch'è la grazia del perdono de' peccati: Dicunt etiam, scrive s. Agostino3, gratiam Dei ad hoc tantum valere, ut peccata praeterita dimittantur, non ut futura vitentur. E così diceano non esser inutile la venuta di Gesù Cristo, poiché la grazia del perdono vale a rimettere i peccati fatti; e l'esempio di Cristo ad evitare i futuri. II quinto sutterfugio dei Pelagiani fu questo: essi ammisero la grazia interna della illustrazione, come scrive s. Agostino4; ma bisogna avvertire col santo dottore che essi ammisero questa illustrazione solamente ex parte obiecti, cioè la grazia interna di conoscere il pregio delle opere buone e la deformità delle cattive; ma non ex parte intellectus, in modo che tal grazia dia forza all'uomo di abbracciare il bene, e di fuggire il male. Veniamo al sesto ed ultimo sutterfugio. Finalmente Pelagio ammise la grazia interna non solo per parte dell'oggetto, ma anche per parte della potenza umana confortata dalla grazia a fare il bene; ma l'ammise non già come necessaria secondo noi crediamo, ma solo come utile a fare più facilmente il bene, siccome ci fa sapere s. Agostino5: (Pelagius) propterea dari gratiam, ut quod a Deo praecipitur, facilius impleatur. Dunque, replicava s. Agostino, Pelagio dice etiam sine illa, etsi minus facile, fieri tamen quod divinitus praecipitur. Ma la nostra fede insegna, che la grazia non solo è utile, ma è assolutamente necessaria per fare il bene e per fuggire il male.

 

7. L'eresia di Pelagio in breve tempo molto si estese. Celestio fu il di lui principal discepolo. Era egli di nobile stirpe ed eunuco dalla nascita. Dopo avere per qualche tempo esercitata la professione di avvocato, entrò in un monastero. Quindi si unì con Pelagio, e cominciò a negare il peccato originale. Pelagio era più riserbato; ma Celestio fu più libero ed ardito. Ambedue uscirono di Roma, poco prima che fosse presa da' goti nell'anno 409. Passarono insieme, come si crede, in Sicilia e di nell'Africa, ove Celestio andava procurando di farsi ordinar sacerdote in Cartagine; ma scopertasi l'eresia che insegnava, fu dal vescovo Aurelio e dal concilio da esso convocato in Cartagine condannato e scomunicato. Dalla quale sentenza egli appellò alla sede apostolica; in vece poi di portarsi in Roma a proseguir la sua appellazione, andò in Efeso, dove per sorpresa fu innalzato al sacerdozio. Ma essendosi palesati anche ivi i suoi errori, fu discacciato da quella città con tutti i suoi seguaci6. Ciò non ostante, dopo cinque anni egli andò in Roma a


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seguir la causa dell'appellazione; ma ivi fu di nuovo condannato, come appresso vedremo.

 

8. Pelagio all'incontro invece di ravvedersi colla condanna di Celestio, più si ostinò ne' suoi errori; anzi cominciò più apertamente a spargerli. Fra questo tempo accadde in Africa la gloriosa risoluzione che fece la nobil vergine Demetriade dell'antica famiglia degli Anicj romani. Erasi ella rifugiata ivi da Roma, per causa della desolazione fatta colà da' goti. Or mentre i suoi parenti stavano per collocarla in matrimonio con un altro nobile, ella, rinunziando allo sposo ed al mondo, consacrò la sua verginità a Gesù Cristo, coprendosi con una veste vile, come scrive s. Girolamo1. A questa divota vergine applaudì s. Girolamo, s. Agostino ed anche s. Innocenzo papa, congratulandosi con lei del santo stato eletto. Pelagio volle anche egli scriverle una lettera, in cui nello stesso tempo che lodavala, cercava d'insinuarle il suo veleno, dicendole così: In his merito ceteris praeferenda es, quae nisi ex te, et in te esse non possunt2. S. Agostino subito conobbe il veleno che era sparso in quella lettera; onde poi spiegando quelle parole: Nisi ex te, et in te, in quanto alla seconda parte nisi ex te, scrisse il santo3: optime dictum est; ma in quanto alla prima parte nisi ex te, disse: hoc omnino virus est; mentre era secondo l'errore di Pelagio che l'uomo tutto ciò che opera di bene, l'opera affatto da sé, senza l'aiuto della grazia. Nello stesso tempo s. Girolamo, fatto inteso di quella lettera di Pelagio, scrisse alla mentovata vergine4 che si guardasse dalla dottrina di Pelagio; ed indi imprese a combattere la di lui eresia con più libri, e specialmente con quello de' dialoghi di Attico e Critobulo. E dall'altra parte s. Agostino per dieci anni si affaticò a confutare gli errori di Pelagio, come ben fece ne' libri de natura et gratia - De gratia Christi - De peccato originali etc.

 

9. Vedendo poi Pelagio la poca accoglienza che avea ritrovata nell'Africa, se ne andò alla Palestina, ove fu accolto da Giovanni vescovo di Gerusalemme, il quale in un concilio tenuto ivi col suo clero, in vece di condannar come dovea Pelagio e la sua dottrina, non fece altro che imporre silenzio ad ambe le parti5. Indi nell'anno 415 si tenne un altro concilio di 14 vescovi in Diospoli città della Palestina, dove riuscì a Pelagio d'ingannare quei buoni prelati: poiché finse di accettare, come riferisce il cardinale Baronio6, i seguenti dogmi, ch'erano tutti cattolici e contrarj agli errori da lui e da Celestio promulgati, cioè 1. che Adamo non sarebbe morto, se non peccava; 2. che il peccato di Adamo si trasfuse in tutto il genere umano; 3. che gl'infanti non sono tali, quale fu Adamo prima della sua colpa; 4. che siccome in Adamo tutti muoiono, secondo l'apostolo, così per Cristo saranno vivificati; 5. che gl'infanti non battezzati non possono ottener la vita eterna, 6. che Dio dona a noi gli aiuti per operare il bene, giusta quel che dice s. Paolo7; 7. che Dio è quegli che la grazia per fare ogni buon atto, e che questa grazia non si secondo i nostri meriti; 8. che la grazia ci viene donata da Dio gratuitamente per la sua misericordia; 9. che i figli di Dio sono quei che giornalmente dicono: Dimitte nobis peccata nostra; il che non potrebbero dire, se fossero affatto senza peccato; 10. che vi è il libero arbitrio, ma che questo ha bisogno del divino aiuto; 11. che la vittoria delle tentazioni non proviene dalla propria volontà, ma dalla grazia di Dio; 12. che il perdono de' peccati non si secondo i meriti di chi lo domanda, ma secondo la divina misericordia. Pelagio confessò tutte queste verità, ed il concilio di quei vescovi ingannati dalla di lui simulazione lo ammise alla comunione della chiesa8. Ma con molta poca prudenza: poiché, sebbene furono ivi condannati gli errori di Pelagio, restò

 


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nondimeno giustificata la sua persona; il che gli giovò a seguire d'indi in poi a seminare con maggiore baldanza le sue false dottrine. Onde s. Girolamo chiamò quel concilio di Diospoli un sinodo miserabile, in illa miserabili synodo1. E s. Innocenzo papa non volle ammettere Pelagio alla comunione, quantunque fosse stato informato che Pelagio aveva in quel sinodo abiurati i suoi errori, sospettando giustamente che fosse tutta finta la sua confessione. Ed in fatti Pelagio, scioltosi dalla soggezione di que' vescovi, ritornò al vomito, dando mille taccie alle verità confessate; e specialmente circa il punto della necessità della grazia, egli diceva, come notò s. Agostino2, che la grazia divina bisognava per fare il bene più facilmente; ma il bene direttamente dipendeva dal nostro libero arbitrio, chiamando tal grazia, Grazia di possibilità. Contro la qual falsa novità scrisse s. Agostino3 quella gran sentenza: Deus cooperando in nobis perficit quod operando incipit; sine illo enim, vel operante ut velimus, vel cooperante cum volumus, ad bona pietatis opera nihil valemus. Di più Pelagio, sperando che gli atti del concilio di Diospoli restassero sepolti nelle tenebre, scrisse poi contro i dialoghi di s. Girolamo quattro libri, che intitolò: Del libero arbitrio4.

10. Ma nell'Africa non si operò cosi benignamente intorno a Pelagio, come si fece nella Palestina. Poiché nell'anno seguente 416 il vescovo Aurelio radunò un altro concilio in Cartagine, in cui fu condannato di nuovo Celestio ed anche Pelagio, e si determinò di mandare una lettera sinodale al papa s. Innocenzo, affinché colla sua autorità apostolica avesse confermato il loro decreto5. Verso lo stesso tempo tennesi in Milevi un concilio di 61 vescovi della Numidia, i quali scrissero un'altra lettera al pontefice per la condanna di tale eresia6. Nell'anno 417 il papa s. Innocenzo rispose, e nella risposta alle due lettere sinodali confermò la dottrina cattolica tenuta da' suddetti due concilj intorno alla grazia7, e condannò Pelagio e Celestio con tutti i loro seguaci, dichiarandoli divisi dalla comunion della chiesa. Nello stesso tempo rispose ancora a cinque vescovi, che parimente gli aveano scritto contro Pelagio, del medesimo tenore; dicendo fra le altre cose che nel libro di Pelagio nulla avea trovato che gli fosse piaciuto, e quasi nulla che non gli fosse dispiaciuto, e che non meritasse di esser riprovato da tutti8. Ed allora fu che sant'Agostino, come egli stesso9 ne fa menzione, venuta la risposta di s. Innocenzo papa, ove condannava gli errori di Pelagio, disse: Iam de hac causa duo concilia missa sunt ad sedem apostolicam: inde etiam rescripta venerunt; causa finita est.

 

11. Si noti inoltre che s. Prospero10 scrive, Innocenzo papa essere stato il primo a condannar l'eresia di Pelagio:

Pestem subeuntem prima recidit

Sedes Roma Petri, quae pastoralis honoris

Facta caput mundi, quidquid non possidet armis

Religione tenet.

Ma come poté dire s. Prospero che s. Innocenzo fu il primo a condannar tale eresia, quando ella era stata già condannata nel 412 dal concilio cartaginese, e nel 416 dal cartaginese secondo e dal milevitano? Risponde il Graveson11 che i nominati concilj stimarono doversi riferire alla sede apostolica la condanna fatta di Pelagio e di Celestio: Unde ab Innocentio papa, son le parole del citato autore, tanquam a Christi vicario, et supremo totius ecclesiae capite ultimam illius causae definitionem expectabant. E perciò s. Prospero disse poi che la prima condanna di Pelagio fu fatta dal papa. Del resto scrive Garnerio12 che l'eresia di Pelagio fu condannata da 24 concilj, e finalmente


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anche dal concilio generale di Efeso nell'anno 4311; poiché sino a quel tempo i Pelagiani non cessavano di disturbare la chiesa.

 

12. Pelagio e Celestio, avendo saputa la sentenza fulminata contro di essi da s. Innocenzo, gli scrissero una lettera tutta equivoca e piena di bugie, dove appellavano al di lui tribunal supremo dalla condanna fatta loro da' vescovi dell'Africa. Ed essendo frattanto morto s. Innocenzo, gli fu sostituito s. Zosimo, al quale, subito dopo la sua assunzione, ricorse Celestio in Roma per guadagnarlo a suo favore. Santo Zosimo a principio stette sospeso di ciò che dovesse fare: ma fu avvisato da' vescovi dell'Africa ch'egli non dovea metter mano in un giudizio già fatto dal suo predecessore; onde il santo pontefice, fattosi meglio consapevole degli inganni di Pelagio e di Celestio, e specialmente della fuga che Celestio prese da Roma, in sentir che il papa volea meglio esaminar la sua causa, si accertò della loro mala fede, e condannò la loro dottrina2.

13. Scrive l'autore del Dizionario portatile3 che Pelagio dopo la sua condanna fatta dal papa Zosimo, e dopo il bando che indi gli fu dato dall'imperatore Onorio da Roma, si ritirò nella sua diletta Palestina, che un tempo lo aveva accolto; ma essendosi anche ivi troppo fatte palesi le sue empietà e simulazioni, anche di fu discacciato. E non si sa poi quello che di esso ne avvenne, ma si giudica probabilmente che fosse ritornato in Inghilterra a seminare i suoi falsi dogmi; dal che s'indussero i vescovi delle Gallie a mandarvi s. Germano d'Auxerre per confutarli. Si noti finalmente che l'eresia Pelagiana restò sopita in poco tempo, e niuno ardì di chiamarsene protettore, a riserva di Giuliano figlio e successore di Memorio nel vescovado di Capua. Giuliano avea talento; ma la sua naturale incostanza e la gran vivacità d'ingegno servirono a rovinarlo, e a far che si dichiarasse apertamente fautore dell'eresia di Pelagio. Il suo nome è divenuto assai celebre per le famose dispute ch'ebbe con s. Agostino, il quale da principio fu suo amico, ma poi per difendere la religione fu obbligato a dichiararsi suo avversario, ed a fortemente perseguitarlo come eretico. Fu poi Giuliano scacciato dall'Italia e costretto a ritirarsi in Oriente; e dopo esser andato da povero vagabondo per molto tempo e per molti paesi, fu obbligato per aver modo di vivere a far il mestiere di maestro di scuola. Dicono che finalmente morisse nella Sicilia a tempo dell'imperatore Valentinano4. La confutazione dell'eresia di Pelagio si troverà in fine dell'opera.

 

14. Erano passati molti anni dappoiché s. Agostino combattea felicemente contro l'eresia de' Pelagiani, quando nel medesimo seno della chiesa venne a formarsi contro del santo una specie di congiura di molti personaggi di credito per dottrina e per pietà, i quali verso l'anno 428 si dichiararono Semipelagiani. Il capo di costoro fu Giovanni Cassiano, che nato, come attesta Gennadio, nella piccola Scizia, passò una parte di sua vita nel monastero di Betlemme. Di andò a Roma e da Roma a Marsiglia, dove fondò due monasterj, l'uno di uomini l'altro di donne, e prese a governarli secondo le regole che egli aveva osservate, o vedute osservare ne' monasterj della Palestina e dell'Egitto. Esso poi scrisse queste regole ne' primi quattro libri dei dodici che pubblicò sotto il titolo d'istituzioni monastiche. Ma più di proposito si applicò a mettere in luce, ed a stabilire i suoi erronei sentimenti sulla necessità della grazia nella conferenza, o sia collazione decimaterza; e per dare in quella maggior peso ai suoi errori, la pose in bocca di Cheremone, uno dei solitarj di Panefiso luogo di Egitto, fingendolo ben informato delle dispute sulla grazia; delle quali, dice Orsi5, non mai si era inteso


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parlare quando Cassiano fu in Egitto, né allora poteva umanamente prevedersi, che quelle un tempo dovessero insorgere nella chiesa. Nondimeno ei vi costituisce quel santo monaco come giudice tra s. Agostino e Pelagio, e gli fa proferir la sentenza contro ambedue, come se s. Agostino avesse errato in attribuir troppo alla grazia, con attribuirle anche i primi movimenti della volontà verso il bene; e Pelagio avesse errato in attribuir troppo al libero arbitrio, col negare la necessità della grazia ad eseguir le opere buone. Credette pertanto Cassiano di aver trovato il modo di conciliare i due contrarj partiti degli eretici e de' cattolici, riprovando un errore per mezzo di un altro errore; il quale fu abbracciato da più persone anche di pietà nelle Gallie, e specialmente in Marsiglia, bevendo questo veleno temperato con molte verità cattoliche scritte da Cassiano ne' suoi libri. Ammetteano dunque i Semipelagiani la necessità della grazia; ma erravano perniciosamente nel dire che il principio della salute spesso viene da noi senza la grazia. Aggiungeano poi a questo altri errori, dicendo che la perseveranza e l'elezione alla gloria può ottenersi colle sole forze naturali e coi meriti proprj. Diceano di più che alcuni bambini muoiono prima ed altri dopo il battesimo per la previsione del bene o male che sarebbero per fare, se vivessero1.

15. Cassiano morì con fama di santo verso l'anno 4332. Ma i Semipelagiani furono condannati a richiesta di s. Prospero e di s. Ilario nell'anno 432 da Celestino I. papa nella lettera da esso scritta a' vescovi dell'Italia. Di poi furon similmente condannati nell'anno 529 da Felice IV papa nel sinodo d'Oranges, ed appresso nel sinodo di Valenza; e questi due concilj, come attesta Natale,3, furono confermati da Bonifacio II. papa. Questo errore de' Semipelagiani si troverà anche confutato in fine dell'opera dopo la confutazione de' Pelagiani.

 

16. Nell'anno 417, secondo Prospero Tireno, oppure nell'anno 415, secondo Sigeberto, si vuole che uscisse fuori l'eresia de' Predestinaziani4, i quali diceano che a' presciti non giovano le opere buone per la salute, e che agli empj, se sono stati predestinati alla gloria, non nuocono i peccati, come si legge presso il nominato Sigeberto5: Asserebant nec pie viventibus prodesse bonorum operum laborem, si a Deo ad damnationem praesciti essent; nec impiis obesse, etiamsi improbe viverent, si a Deo praedestinati fuissent ad vitam. Il p. Natale Alessandro6 dice che nell'eresia de' Predestinaziani cadde un certo prete per nome Lucido, gli errori del quale essendosi manifestati, Fausto di Ries per l'autorità del concilio tenuto in Arles nell'anno 475 l'obbligò a ritrattarsi. Lucido ubbidì, e ritrattò i seguenti errori: 1. Laborem humanae obedientiae divinae gratiae non esse iungendum; 2. qui dicit post primi hominis lapsum ex toto arbitrium voluntatis extinctum: 3. qui dicit quod Christus Dominus mortem non pro omnium salute susceperit; 4. qui dicit quod praescientia Dei hominem violenter compellat ad mortem, vel quod Dei pereunt voluntate, qui pereunt; 5. qui dicit quod post acceptum legitime baptismum, in Adam moriatur quicunque deliquerit; 6. qui dicit alios deputatos ad mortem, alios ad vitam praedestinatos. Quest'eresia, o siano tutti questi errori nell'anno 475 furono condannati nel concilio di Lione. Del resto tra gli eruditi si questiona se vi sia stata o no quest'eresia de' Predestinaziani. Il Cardinal Orsi e Berti7 col Contensone, Cabassuzio, Giansenio e altri negano esservi stata; ma l'afferma il Tournely8 col Baronio, Spondano e Sirmondo, e il Graveson cita anche il cardinal de Noris per questa sentenza9, che Natale Alessandro


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stima più probabile1.

17. Nel secolo nono vi fu Gotescalco Alemanno monaco benedettino, il quale da molti fu incolpato come vero Predestinaziano. Fu per altro egli un uomo inquieto e turbolento. Andò a Roma senza licenza dei superiori per motivo di pietà, e senza legittima missione usurpandosi l'officio di predicare, sparse per molti luoghi le sue massime, per le quali fu condannato in Magonza dall'arcivescovo Rabano in un sinodo, che per sua causa tenne ivi nell'anno 848. Indi lo mandò ad Incmaro arcivescovo di Reims suo superiore. Incmaro in un altro sinodo tenuto in Quercy lo fece di nuovo condannare, e lo privò della dignità sacerdotale, e di più, costringendolo a gittar di sua mano i suoi scritti nel fuoco, lo fece chiudere in una stretta prigione nel monastero di Haut-Villiers in diocesi di Reims. Anzi due concilj si tennero per quest'affare in Quercy, uno nell'anno 849, in cui Gotescalco fu condannato; l'altro nell'anno 853, in cui furono contro di essi stabiliti quattro capitoli, che appresso descriveremo. Avvenne finalmente che, trovandosi Incmaro in Haut-Villiers, ed essendo stato avvisato da' monaci di quel monastero che Gotescalco stava in fine di vita, affin di aiutarlo in quell'estremo, gli mandò una formola di fede, che dovea sottoscrivere per ricevere l'assoluzione ed il viatico. Ma Gotescalco la rigettò con isdegno. Incmaro si ritirò senza far altro, e scrisse a' monaci, che se Gotescalco si convertiva, lo trattassero nel modo, come loro avea comunicato a voce; altrimenti che non gli desserosacramenti, né sepoltura ecclesiastica. Gotescalco ricusò sino alla fine di ritrattarsi; onde morì privo de' sacramenti, e non gli fu data sepoltura2.

18. Gli errori, de' quali fu incolpato, furono tre, come riferisce Van-Ranst nel luogo citato: 1. Sicut Deus quosdam ad vitam aeternam praedestinavit, sic etiam alios ad mortem aeternam praedestinavit, cogitque homines interire. 2. Deus non vult omnes homines salvos fieri, sed eos dumtaxat qui salvantur. 3. Christus tantum pro electorum salute mortuus est, non autem pro redemptione omnium hominum. Queste tre proposizioni di Gotescalco trovansi ancora notate nella lettera che scrisse Incmaro a Nicola I. presso il Tournely3 nel seguente modo: 1. Dicit quod et veteres Praedestinatiani dixerunt: quoniam sicut Deus quosdam ad vitam aeternam, ita quosdam praedestinavit ad mortem aeternam. (Aggiunse a questa prima proposizione Rabano nella lettera sinodica ad Incmaro queste altre parole presso il Tournely4: Et tales sint in hoc mundo quidam, qui propter praedestinationem Dei, quae eos cogat in mortem ire, non possint a peccato se corrigere; quasi eos Deus fecisse ab initio incorrigibiles esse, et poenae obnoxios in interitum ire). 2. Dicit quod non vult Deus omnes homines salvos fieri, sed tantum eos qui salvantur. 3. Dicit quod non pro omnium salute D.N. Iesus Christus sit crucifixus et mortuus, sed tantum pro his qui salvantur. I quattro capitoli poi stabiliti nel secondo concilio di Quercy contro Gotescalco, come scrive il cardinal Gotti5, furono i seguenti: 1. che una solamente è la predestinazione di Dio, cioè alla vita eterna; 2. che il libero arbitrio dell'uomo vien sanato per mezzo della grazia; 3. che Dio vuole che tutti gli uomini si salvino; 4. che Gesù Cristo ha patito per tutti.

 

19. Parlando poi del giudizio da farsi circa la fede di Gotescalco, più scrittori moderni, come sono Cristiano Lupo, il Berti, il Contensone ed anche il Roncaglia6 lo difendono spiegando le sue tre proposizioni così: in quanto alla prima della predestinazione alla morte, dicono potersi intendere della predestinazione che fa Dio alla pena dopo la previsione del peccato. In


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quanto alla seconda del non volere Iddio salvi tutti, dicono intendersi del non voler efficacemente. Ed in quanto alla terza di non esser morto Gesù Cristo per tutti, dicono parimenti intendersi di non esser morto per tutti efficacemente. All'incontro, come scrive il Tournely nel luogo citato di sovra, comunemente i dottori cattolici, che furono prima di Giansenio (eccettuati alcuni pochi, cioè Prudenzio vescovo di Troia in Francia, Pandalo vescovo di Lione e Lupo abate di Ferrieres), lo condannarono come eretico. E con ragione dello stesso sentimento sono poi molti autori moderni di grave autorità; come sono il Sirmondo, il cardinal de Noris, il Mabillon, il Tournely, il cardinal Gotti e Natale Alessandro1. In quanto al nostro giudizio, diciamo che se Gotescalco intese parlare secondo hanno spiegato poi i suoi difensori, non sarà già stato eretico, ma almeno è stato colpevole in non dichiararsi abbastanza. Ma, come ben soggiunge il Van-Ranst, le sue proposizioni, secondo si adducono e secondo suonano, par che non possano scusarsi dalla nota d'eresia. Del resto il non essersi egli spiegato secondo lo difendono i suoi fautori, e più la sua durezza nel ricusare d'uniformarsi a' suoi superiori, e la morte infelice riferita di sopra almeno fan molto dubitare della sua buona fede e della sua salute eterna.

 




2 S. Aug. de Gest. Pelag. c. 22.



3 Gennad. de Scriptor. c. 42.



4 Orsi t. 11. l. 25. n. 42. Fleury t. 4. l. 25. n. 1. et 2.



5 Fleury ib. n. 1. ex Mercat.



6 Orsi ib.



7 L. de Gest. Pelag. c. 34. et 35.



8 Nat. Alex. t. 10. c. 3. a. 3. §. 1. Fleury loc. cit. n. 48. Tournely Comp. theol. t. 5. part. 1. disp. 1. a. 3.



9 Serm. 26. al.11. de verb. apost.

1 S. Aug. l. de spirit. et litt. c. 2.



2 Apud s. Aug. l. de grat. Christi c. 2.



3 De grat. et arb. c. 13.



4 Id. l. de grat. c. 7. et 10.



5 L. de grat. Christi c. 26.



6 Orsi t. 11. l. 25. n. 44. Fleury l. 23. n. 3.

1 Ep. 8. ad Demetr.



2 Ep. 143.



3 Ibid.



4 S. Hier. ep 8. ad Demetr.



5 Orsi lib. 25. n. 111. Fleury l. 23. n. 18.



6 An. 415. n. 23.



7 1. Tim. 6. 17.



8 Fleury l. 23. n. 20.

1 S. Hier. ep. 79.



2 De Haeres. c. 88.



3 De grat. et l. arb. c. 17.



4 Orsi l. 25. n. 117. ex s. Aug. l. de Gest. Pel. c. 33 .



5 Nat. Al. t. 10. c. 3. a. 4. §. 4. Fleury ib. n. 30. Orsi t. 11. l. 25. n. 121.



6 Nat. ib. §. 5. Fleury loc. cit. Orsi n. 122.



7 S. Innoc. ep. 181. n. 8. et 9. et ep. 182. n. 6.



8 Fleury t. 4. l. 23. n. 34. Orsi t. 11. l. 25. n. 129.



9 S. Aug. ser. 131. n. 10.



10 In Carmin. de Ingratis.



11 T. 3. colloq. 2.



12 Ap. Danes temp. not. p. 240.

1 Act. 5. et 7. can. 1. et 4. ap. Danes ib. p. 241. et Fleury l. 25. n. 33.



2 Hermant t. 1. c. 124. Orsi l. 26. n. 16. et 17.



3 Diz. Port. verb. Pelagio.



4 Herm. l. 1. c. 124.



5 L. 17. n. 59.

1 Nat. Alex. t. 10. c. 3. a. 7. et 8. Orsi loc. cit. n. 60. et 61. Fleury t. 4. l. 24. n. 56.



2 Natal. loc. cit. a. 7. §. 4.



3 Loc. cit. a. 10.



4 Natal. Alex. t. 10. c. 3. a. 2.



5 In Chron. an. 415.



6 Natal. loc. cit.



7 Orsi t. 15. lib. 35. n. 83. Berti hist. t. 1. sec. 5. c. 4.



8 T. 4. p. 1. D. 3. concl. 3.



9 Graves. hist. t. 3. colloq. 2. p. 19.

1 Natal. Al. t. 10. c. 3. a. 2. p. 144. et diss. 5. prop. 4. p. 461.



2 Fleury t. 7. l. 48. n. 41. et 49. et l. 50. n. 48. Van-Ranst sec. 9. p. 153.



3 Theol. comp. t. 5. p. 1. disp. 4. a. 1.



4 Loc. cit.



5 T. 2. Vict. adv. Haer. c. 84. §. 2.



6 Lupus Not. ad conc. 1. Rom. Berti theol. lib. 6. c. 14. prop. 3. et Hist. sec. 9. c. 4. Contens. theol. l. 8. append. un. de praedest. §. 3. et Roncaglia animad. ap. Nat. Alex. t. 13. dis. 5.



1 Sirmund. tract. de praedest. Haer. Card. de Noris l. 2. hist. Pelag. c. 15. Mabillon ad sec. 4. Bened. Tournely theol. t. 5. loc. cit. p. 142. Gotti. loc. supracit. c. 84. §. 2. Nat. Al. loc. cit. t. 13. dis. 5.






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