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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. III. Eresia di Nestorio.

20. Errori di Nestorio e sua assunzione al vescovado. 21. Approva l'errore predicato dal suo prete Anastasio: sua crudeltà. 22. Contraddizioni fatte a Nestorio ed altre sue crudeltà. 23. Lettera scrittagli da s. Cirillo e sua risposta. 24. I Cattolici da lui si separano. 25. Lettere a s. Celestino e sue risposte. 26. Ammonizione a Nestorio ed anatematismi di s. Cirillo. 27. Intimazione della sentenza del papa. 28. Citazione a Nestorio di venire al concilio. 29. Condanna di Nestorio. 30. Intimazione della sentenza del concilio. 31. Conciliabolo di Giovanni Antiocheno. 32. Conferma del concilio fatto da' legati in nome del papa. 33. Condanna de' Pelagiani. 34. Turbolenze presso l'imperator Teodosio. 55. Teodosio approva la condanna di Nestorio e lo manda in esilio, dove muore. 56. Legge contro i Nestoriani. 37.e 38. Sforzi de' Nestoriani. 39. II dire esser Gesù Cristo Figlio adottivo di Dio è eresia condannata. 40. 41. 42. e 43. Si risponde a Basnagio che ingiustamente ha preso a difender Nestorio.

 

20. Appena era stata condannata ne' concilj dell'Africa l'eresia di Pelagio, che la chiesa videsi obbligata a radunarsi di nuovo, per opporsi all'eresia di Nestorio, il quale ebbe la temerità d'impugnare la maternità della madre di Dio, chiamandola madre, non di Dio, ma di Cristo, il quale, come egli bestemmiava, era puro uomo; secondo già prima aveano bestemmiato Ebione, Paolo Samosateno e Fotino, dicendo che il Verbo non era ipostaticamente con Cristo unito, ma solo estrinsecamente; sì che Dio abitava in Cristo come nel suo tempio. Nestorio nacque in Germanicia piccola città della Siria. Fu egli nipote del Samosateno, come scrive il Suida presso il Baronio, e fu allevato nel monastero di s. Euprepio nel sobborgo di Antiochia2. Fu ordinato sacerdote da Teodoto3, il quale gli diede la carica di catechista a spiegar la fede a' Competenti, e a difenderla contro gli eretici. Ed in verità Nestorio mostrò grande zelo contro gli eretici che allora erano più odiati in oriente, cioè gli Ariani, gli Apollinaristi e gli Origenisti, facendo professione di essere ammiratore e imitatore di s. Giovanni Grisostomo. Si distinse poi talmente colla sua eloquenza (ma vana, atta solo a tirare applausi) ed apparente pietà, mentre compariva macilente, pallido e poveramente vestito, che fu posto sulla sede di Costantinopoli in luogo di Sisinnio nell'anno 427, come vuole il p. Natale Alessandro, ma nel 428, come vogliono Hermant e il cardinal Orsi. Fu per altro la sua promozione legittima e per lui gloriosa poiché dopo la morte del patriarca Sisinnio formaronsi in Costantinopoli diversi partiti intorno al successore: onde Teodosio il giovane, che in quel tempo era imperatore, sapendo


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che gli animi eran diversi, volle egli stesso scegliere il vescovo; ed acciocché niuno avesse motivo di lagnarsi della sua elezione, chiamò da Antiochia Nestorio, e lo fece consacrar vescovo di Costantinopoli con gran contento di tutto il popolo1. Narrasi di poi2 che Nestorio nel suo primo sermone, rivolto all'imperatore, disse queste parole: Datemi, signore, la terra purgata da eretici, ed io vi darò il cielo: esterminate meco gli eretici, ed io esterminerò con voi i persiani.

 

21. Sperava Teodosio che questo patriarca avesse a seguire in tutto le orme del Grisostomo suo predecessore; ma le sue speranze andarono fallite. La virtù di questo vescovo era una virtù da fariseo; mentr'egli sotto una maschera esterna di mortificazione occultava un gran fondo di superbia. È vero che da principio dimostrò zelo, perseguitando con fortezza gli Ariani, i Novaziani ed i Quartodecimani; ma in ciò il suo fine principale fu di apparecchiar la via ad insegnare i suoi errori, come scrisse Vincenzo Lirinese3: Omnibus haeresibus bellum indixit, ut uni suae haeresi aditum patefaceret. Ed in fatti avendo egli condotto seco un sacerdote di Antiochia per nome Anastasio, ed avendo questi un giorno, per di lui insinuazione, bestemmiato in un sermone che niuno avesse chiamata Maria madre di Dio, perché ella era creatura, e che era impossibile nascere Dio da una creatura umana, Nestorio (al quale il popolo era ricorso, acciocché avesse punita la temerità del predicatore) non si arrossì di approvare ciò che quegli aveva detto; e di poi ebbe la sfacciataggine di salire egli stesso in pulpito, e difender la proposizione predicata da Anastasio. In quel sermone poi, chiamato da s. Cirillo il compendio d'ogni bestemmia, trattò4 da ciechi e da ignoranti i Cattolici che si erano scandalizzati del discorso di Anastasio, in cui avea detto che la santa Vergine non potea chiamarsi madre di Dio. Stava sospeso il popolo ad ascoltare quel che dicesse il vescovo, quando salì sul pulpito; ed allora egli alzò la voce e disse: Come? Ha Dio una madre? Dunque sono degni di scusa i gentili che introducono sulle scene le madri de' loro Dei; ed è bugiardo l'apostolo, che, parlando della divinità di Cristo, dice esser ella senza padre, senza madre e senza genealogia. No, Maria non ha partorito un Dio. Quel che nasce dalla carne non è che carne; e quel che nasce dallo spirito è spirito. La creatura non partorì il creatore, ma partorì un uomo, istrumento della divinità.

 

22. Fu sempre costume ed arte degli eretici, affin di sostenere i loro errori, l'incolpare di eresia i Cattolici nei dogmi. Ario li chiamava Sabelliani, perché confessavano il Figliuolo di Dio esser Dio come il Padre: Pelagio li chiamava Manichei, perché confessavano la necessità della grazia: Eutiche li chiamò Nestoriani; perché confessavano essere in Cristo due nature distinte, la divina e l'umana: e così Nestorio li chiamava Ariani ed Apollinaristi, perché confessavano in Cristo una persona, ch'era vero Dio e vero uomo. Ma avendo detto Nestorio quelle ed altre bestemmie in quello ed in altri discorsi seguenti, de' quali era sempre il principale scopo di lacerare l'antica dottrina della chiesa, confondendola cogli errori di Ario e di Apollinare, si eccitò una tal commozione nella città di Costantinopoli, che il popolo, vedendo il suo pastore convertito in lupo, giunse a minacciare di farlo in pezzi, e gettarlo nel mare. Ma perché a Nestorio non mancavano partigiani, questi, benché pochi, erano sostenuti dal favore della corte e dei magistrati: e perciò vi fu pericolo più volte che la chiesa per le contese non fosse riempiuta di sangue5. Con tutto ciò ben vi fu uno, che in pubblico un giorno, predicando Nestorio nella chiesa6, e negando le due generazioni del


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Verbo, l'una eterna e l'altra temporale ebbe il coraggio di dirgli in faccia: Così è: lo stesso Verbo che prima de' secoli nacque dal Padre, nacque poi di nuovo da una vergine secondo la carne. Nestorio irritato a tali parole lo caricò d'ingiurie, chiamandolo un miserabile ed un ribaldo; e non potendo maltrattarlo co' fatti, mentre quegli che avea parlato così, benché semplice laico, era nondimeno uomo di lettere, avvocato ed agente negli affari del principe (costui fu fatto poi vescovo di Dorileo, e fu, come vedremo nell'articolo seguente, l'invitto oppositore di Eutiche), sfogò la sua rabbia contro di alcuni buoni monaci archimandriti, che vennero ad interrogarlo se fossero vere le cose che di lui si diceano, cioè di aver detto che Maria non partorì se non un uomo, perché dalla carne non potea nascer se non carne, e poi soggiunsero che tali cose non si accordavano colla fede. Nestorio senza dar loro risposta li fece chiudere nelle carceri della chiesa, dove i suoi ministri, dopo averli spogliati de' loro abiti, e percossi con calci e pugni, li legarono ad un palo, ed appresso loro lacerarono crudelmente le spalle, e stesi per terra li batterono sul ventre.

 

23. I sermoni di Nestorio si sparsero per tutte le provincie di oriente e di occidente ed anche per i monasterj di Egitto, dove si erano eccitate le contese. Fu di ciò informato s. Cirillo vescovo di Alessandria; e temendo che l'errore non prendesse radice, scrisse1 una lettera a tutti i monaci di Egitto, in cui gli esortò a non intricarsi in tali questioni, e nello stesso tempo gli istruì con bel modo nella vera credenza. Questa lettera fu portata a Costantinopoli; e s. Cirillo ne fu ringraziato da molti magistrati. Ma Nestorio n'ebbe un gran dispetto, e gli fece rispondere per un certo chiamato Fozio; e cercò all'incontro ogni mezzo per vendicarsi di s. Cirillo. Il quale avendo ciò penetrato gli scrisse cosi2: «Questo tumulto non è cominciato per la mia lettera, ma per gli scritti che si sono sparsi, siano o non siano vostri; per i quali nacque tanto disordine, che fui costretto a porvi rimedio. Non avete dunque ragione di lagnarvi di me; voi piuttosto che foste la cagione di questo rumore, correggete i vostri discorsi, fate cessare questo scandalo universale, e chiamate madre di Dio la ss. Vergine. Per altro assicuratevi che io sono disposto a soffrir tutto per la fede di Gesù Cristo, fosse anche prigione e morte». Rispose Nestorio; e la sua risposta non fu altro che un minaccioso risentimento alla di lui lettera, dicendogli3: La sperienza farà vedere il frutto che ne trarremo. Quanto a me son ripieno di pazienza e di carità, quantunque voi non l'abbiate osservata verso di me, per non dir cosa che vi sia più acerba. Questa lettera diede a conoscere a s. Cirillo che da Nestorio nulla vi era più che sperare; e ben lo dimostrò quel che di poi avvenne.

 

24. In Costantinopoli si trovò un vescovo chiamato Doroteo, tale adulatore di Nestorio, che stando Nestorio in una piena assemblea assiso nella sua sedia, Doroteo levandosi gridò: Se alcuno dice che Maria è madre di Dio, sia scomunicato. In sentir questa empietà il popolo diede un alto grido ed uscì dalla chiesa4, non volendo più comunicare con coloro che dicevano tali empietà5; giacché in fatti lo scomunicare chi chiamava la santa Vergine madre di Dio, era scomunicare tutte le chiese, tutti i vescovi e tutti i santi defunti che aveano detto lo stesso. Né potea dubitarsi che Nestorio non approvasse l'anatema pronunciato da Doroteo; poiché non solo in quel fatto tacque, ma di più l'ammise alla participazione de' sacri misteri. Alcuni suoi sacerdoti all'incontro, dopo aver più volte avvertito Nestorio pubblicamente nella loro assemblea, vedendo che persisteva

 


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a non voler chiamare la santa Vergine madre di Dio, e Gesù Cristo vero Dio per natura1, si divisero alla scoperta dalla sua comunione. Ma a costoro, come anche agli altri che avean predicato nella chiesa contro il nuovo dogma, Nestorio proibì il predicare; onde il popolo restato privo delle solite istruzioni, esclamava: Noi abbiamo un imperatore, ma non abbiamo vescovo. Alcuni ebbero animo di riprenderlo nella stessa chiesa; ma questi furono posti in prigione e maltrattati con battiture. Un monaco spinto da zelo, mentre Nestorio voleva entrare in chiesa, giunse ad impedirgli il passaggio, trattandolo da eretico; ma il povero monaco fu percosso, e dato in mano de' prefetti, che lo fecero pubblicamente frustare e poi lo mandarono in esilio2.

25. S. Cirillo scrisse un'altra lettera a Nestorio; ma vedendolo ostinato, e sapendo che la di lui eresia andava crescendo in Costantinopoli per il favore della corte, scrisse più lunghe lettere, o piuttosto trattati circa la fede così all'imperator Teodosio, che alle principesse sue sorelle3. Scrisse ancora un'altra lettera a s. Celestino papa, rendendogli conto di tutto l'accaduto e della necessità che avea avuta di opporsi a Nestorio4. Nello stesso tempo il perfido Nestorio ebbe l'ardire di scrivere al medesimo s. Celestino una lettera, dove gli esagerava le grandi fatiche fatte da lui contro gli eretici; ma voleva insieme sapere perché alcuni vescovi del partito di Pelagio aveano avuto ad essere privati delle loro chiese. Scrisse ciò, perché egli avea ben accolti quei vescovi Pelagiani in Costantinopoli, e nell'editto procurato da Teodosio contro gli altri eretici non avea fatti includere i Pelagiani; mentr'esso loro aderiva nel punto che la grazia si dona da Dio a noi secondo i proprj meriti, come riferisce il cardinal Orsi. Di poi gli scrisse che alcuni chiamavano la Vergine madre di Dio, quando ella non potea chiamarsi che madre di Cristo; e che perciò gli mandava alcuni suoi libri. Quest'altra lettera si legge presso il Baronio5. S. Celestino, avendo lette ambedue le lettere, nel mese di agosto dell'anno 430 radunò un concilio in Roma, ove fece esaminare gli scritti di Nestorio, ed ivi non solo furono condannate le di lui bestemmie, ma ancora fu egli deposto dal vescovado, se passati dieci giorni dopo l'intimazione di questa sentenza non avesse pubblicamente ritrattati i suoi errori; ed a s. Cirillo fu dal papa data l'incumbenza di far eseguir la sentenza6.

26. Quindi s. Cirillo per soddisfare alla commissione datagli da s. Celestino convocò in Alessandria un concilio di tutti i vescovi di Egitto, e poi in nome di questo concilio scrisse a Nestorio una lettera sinodale, che valesse come la terza ed ultima ammonizione, dichiarandogli che se nel termine di dieci giorni dopo il ricevimento della lettera non riprovava i suoi sermoni, non volean quei padri comunicare più seco, e che non l'avrebbero più in conto di vescovo, ed avrebbero comunicato con tutti i chierici e laici da lui deposti e scomunicati7. La lettera sinodale conteneva in seguito la professione di fede, e terminava con i dodici famosi anatematismi opposti alle eretiche proposizioni di Nestorio8, i quali contengono in sostanza gli anatemi contro chi nega esser la santa Vergine vera madre del Verbo incarnato; o nega essere Gesù Cristo unico Figliuolo di Dio vero uomo e vero Dio, non già secondo la sua dignità, ma per l'unione ipostatica della persona del Verbo colla sua santissima umanità; ma questi anatemi sono a lungo e distintamente ivi espressi.

 

27. S. Cirillo deputò quattro vescovi di Egitto per portare la mentovata lettera a Nestorio, insieme con altre


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due, una al clero e popolo di Costantinopoli, e l'altra agli abati de' monasterj, ed insieme colla lettera di s. Celestino scritta allo stesso Nestorio. Giunsero i vescovi mandati da s. Cirillo a Costantinopoli ai 7 del seguente mese di dicembre del 4301, ed intimarono a Nestorio la sentenza del papa di deposizione, se fra dieci giorni non si ritrattava. Passò il termine de' dieci giorni, e Nestorio non diede alcun segno di ravvedimento. All'incontro l'imperator Teodosio già prima di giungere i suddetti deputati a Costantinopoli aveva ordinata la convocazione di un concilio generale, sollecitato a ciò cosi da' cattolici, secondo la supplica datagli da' monaci maltrattati da Nestorio, come dallo stesso Nestorio che domandò il concilio, sperando di prevalervi per mezzo de' vescovi del suo partito e pel favore della corte. Onde san Cirillo scrisse di nuovo a s. Celestino, e dimandogli2 se, nel caso che Nestorio si fosse ritrattato, dovesse il concilio riceverlo come vescovo nella sua comunione, perdonandogli i suoi falli, o piuttosto dovesse eseguire la sentenza già fulminata contro di lui di deposizione. S. Celestino rispose che, non ostante l'essere scorso il tempo prescritto, si contentava che la deposizione si fosse sospesa, acciocché Nestorio avesse tempo di ravvedersi. E così restò Nestorio nel suo vescovado sino alla definizione del concilio. Questa condiscendenza di s. Celestino fu poi altrettanto commendata nel concilio da' legati, quanto fu vituperata l'ostinazione di Nestorio3.

28. Non potendo s. Celestino intervenir in persona al concilio, v'inviò Arcadio e Proietto vescovi, e Filippo prete, i quali insieme con s. Cirillo, stabilito per primo presidente, tenessero il suo luogo; avendo loro ordinato4 di non permettere per loro parte che la sua sentenza contro Nestorio nel sinodo si mettesse in disputa, ma che procurassero di far quella eseguire. E lo stesso scrisse al concilio, notificandogli l'incarico dato a' suoi legati, e che non dubitava che i padri gli avrebbero in ciò aderito, senza porre in dubbio le cose da lui definite. E così appunto felicemente il tutto riuscì, come vedremo. Celebrata la Pasqua, non tardarono i vescovi a portarsi in Efeso per trovarsi al concilio ivi destinato per il settimo giorno di giugno. Nestorio fu dei primi ad arrivarvi con molti della sua comitiva; ed appresso vi giunse s. Cirillo con 50 vescovi di Egitto; e di poi vi si aggiunsero altri prelati sino al numero di 200, i quali per la maggior parte erano metropolitani, e molto esperti nella dottrina. Che s. Cirillo presedesse nel concilio di Efeso come vicario di s. Celestino papa, non può mettersi in dubbio; mentre appunto con questo titolo in più luoghi si vede appellato negli atti di quel sinodo, ed anche dopo la venuta de' legati apostolici, come consta dall'azione IV, dove i legati di sopra mentovati son nominati subito dopo s. Cirillo innanzi degli altri vescovi. Anzi prima della venuta de' legati che s. Cirillo abbia ivi preseduto invece di Celestino apparisce dall'azione I, ove si legge aver egli tenuto il luogo del santissimo arcivescovo di Roma. Onde scrive il Graveson5: Procul igitur abludunt a vero, qui negant Cyrillum, tanquam vicarium Caelestini papae, praefuisse concilio ephesino. Pertanto s. Cirillo come presidente6 intimò la prima sessione del sinodo, per il giorno 22 di giugno nella chiesa di s. Maria, ch'era la principale di Efeso; ma nel giorno precedente furon deputati quattro vescovi, i quali citarono Nestorio a comparire nel concilio nel giorno seguente. Rispose egli che sarebbe venuto, se avesse giudicata necessaria la sua presenza; ma nello stesso giorno 21 di giugno antecedente alla sessione Nestorio fece presentare una protesta sottoscritta da 68 vescovi contro l'apertura del concilio, finché fossero giunti gli altri vescovi


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che si aspettavano1. S. Cirillo però ed i suoi colleghi non si rimossero dall'appuntamento di congregarsi nel seguente.

 

29. Ed in fatti in tal giorno si aprì il concilio. Il conte Candidiano mandato da Teodosio si adoperò per distornare la sessione: ma i padri, essendosi accertati che il conte non aveva altra autorità ed incumbenza dall'imperatore che di mantenere il buon ordine, e di evitare i tumulti, vollero in ogni conto dar principio al sinodo; e il conte si ritirò dalla sua impresa. Prima però di cominciare stimaron bene di far la seconda ed anche la terza citazione (secondo i canoni) a Nestorio per mezzo di altri vescovi mandati dal concilio. Ma essi non ricevettero che ingiurie e maltrattamenti dai soldati, che Nestorio tenea per sua custodia. Onde i padri, essendosi già adunati nel giorno destinato de' 22 di giugno, fecero la prima sessione, dove si lesse prima la seconda lettera di s. Cirillo a Nestorio, e poi la risposta di Nestorio a s. Cirillo; e tutti generalmente ad una voce esclamarono2: Quicumque Nestorium non anathematizat, anathema sit. Hunc recta fides anathematizat. Quicunque cum Nestorio communicat, anathema sit. Omnes Nestorii epistolas et dogmata anathematizamus. Indi fu letta la lettera di s. Celestino, ove stava fulminata la sentenza della deposizione di Nestorio, se in termine di dieci giorni non si rivocava3. E finalmente fu dal concilio pronunziata contro il medesimo Nestorio la sentenza, in cui prima si enunziò l'esame fatto da' padri delle sue empie dottrine, ricavate da' suoi scritti e sermoni, e poi si disse: Forzati dai sacri canoni e dalla lettera del nostro santissimo padre e collega Celestino vescovo della chiesa romana, non senza lagrime siamo necessariamente venuti a pronunziare contro di lui questa lugubre sentenza. Adunque il nostro Signor Gesù Cristo, cui egli colle sue bestemmie ha insultato, per mezzo di questo s. concilio lo priva della dignità vescovile, e lo dichiara escluso da qualunque adunanza e collegio de' sacerdoti4. E questa sentenza fu sottoscritta da 188. vescovi. La sessione durò dalla mattina sino alla notte oscura5, quantunque fosse ne' giorni più lunghi, ed in Efeso, ove il sole ai 22 di giugno, giorno della sessione, tramonta a 7 ore di notte, cioè secondo l'oriuolo francese 7 ore dopo mezzo giorno. Il popolo della città stette dalla mattina alla sera aspettando la decisione del concilio; e quando seppero che Nestorio era stato colla sua dottrina condannato e deposto, e che la santissima Vergine era stata dichiarata vera madre di Dio, cominciarono tutti ad una voce a benedire il concilio ed a lodare Dio, che fosse stato abbattuto il nemico della fede e di Maria. Nell'uscire i vescovi dalla chiesa furono accompagnati dalle genti con i torchi accesi sino ai loro alberghi, e le donne andavano dinanzi di loro con turiboli di profumi, e comparvero tutte le strade di quella città risplendenti di lumi in segno della comune allegrezza6.

30. Nel seguente la predetta sentenza fu intimata a Nestorio con una carta del seguente tenore.

S. synodus in ephesinorum metropoli coacta Nestorio novo Iudae.

Agnosce te propter nimias conciones tuas, obstinatamque adversus sacros canones contumaciam, 22 mensis iunii iam decurrentis secundum ecclesiasticarum sanctionum decreta a s. synodo exauctoratum, atque adeo ab omni ecclesiasticae dignitatis gradu amotum esse7. Fu insieme pubblicata la sentenza nello stesso giorno per tutta la città di Efeso a suon di tromba, ed anche fu affissa in luogo pubblico. Ma Candidiano la fece togliere, e presto cacciò fuori un editto, dichiarando nulla la sessione celebrata dal concilio. Indi scrisse all'imperatore che la definizione del sinodo era avvenuta per via di


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sedizioni e violenze. E lo stesso poi scrisse a Teodosio il perfido Nestorio, lagnandosi delle ingiustizie a lui usate dal sinodo, e cercando che si facesse un altro concilio generale, da cui fossero esclusi tutti i vescovi suoi nemici1.

31. Dopo ciò molti vescovi del partito di Nestorio, e che aveano sottoscritta la protesta, accortisi dell'empietà di Nestorio e della giusta determinazione fatta contro di lui, si unirono al concilio2. Ma quando si sperava essersi rassodate le cose, sorse un'altra tempesta per mezzo di Giovanni vescovo di Antiochia; il quale3 insieme con altri vescovi scismatici in numero di 40, o per favorire Crisafio primario ministro dell'imperatore e molto affezionato a Nestorio, o perché gli rincrescea di veder condannato Nestorio suo amico e cittadino di Antiochia, ebbe l'ardire di fare un conciliabolo nella stessa città di Efeso, ed ivi condannare e deporre s. Cirillo e s. Menone vescovo di Efeso, e di scomunicare tutti gli altri vescovi del sinodo, per aver conculcati, come diceano, e disprezzati gli ordini imperiali. Ma s. Cirillo e gli altri non fecero alcun conto di tali temerarj attentati, anzi valendosi il concilio della sua autorità, furono dal medesimo deputati tre vescovi a citare il nominato Giovanni, come capo di quel conciliabolo a dar conto della sua insolenza, e di poi fu citato due altre volte, e finalmente non comparendo nella quinta sessione, il concilio dichiarò Giovanni e gli altri suoi colleghi alieni dalla ecclesiastica comunione, finché non riconoscessero il loro fallo; e che persistendo essi nella loro ostinazione, avrebbe proceduto secondo i canoni all'ultima sentenza4. Ma nell'anno 433. finalmente Giovanni e gli altri suoi vescovi sottoscrissero la condanna di Nestorio, e s. Cirillo li ricevette nella sua comunione; e così fu ristabilita la pace fra queste due metropoli di Alessandria e di Antiochia5.

32. Ma torniamo al concilio, e vediamo quel che si stabilì nelle seguenti sessioni, da noi posposte, affin di conchiudere tutto quel che avvenne d'intorno al conciliabolo del patriarca Antiocheno. Giunsero qualche tempo dopo la prima sessione ad Efeso i tre legati di s. Celestino, Filippo, Arcadio e Proietto, i quali vennero così in nome del papa, come anche de' vescovi occidentali; onde allora si fece la seconda sessione nel palagio vescovile di s. Mennone pastore della città, ove i legati presero i primi posti. E primieramente vollero6 che si fosse letta la lettera di s. Celestino per essi inviata al concilio si lesse la lettera, e tutti i padri acclamarono ai sentimenti del pontefice in quella esposti; onde Filippo ne ringraziò il concilio, dicendo: Voi con queste acclamazioni vi siete uniti, come sante membra. col vostro capo, ed avete dato a conoscere che ben sapete essere il b. apostolo Pietro il capo di tutta la fede e degli apostoli. Quindi Proietto fece istanza che il concilio desse compimento all'affare secondo la mentovata lettera di s. Celestino. Rispose Fermo vescovo di Cesarea nella Cappadocia, che il sinodo, seguendo già la formola delle lettere antecedenti scritte dal pontefice a s. Cirillo ed alle chiese di Costantinopoli ed Antiochia, l'avea già eseguita, pronunziando il canonico giudizio contro il contumace Nestorio. Onde nel seguente furono letti tutti gli altri atti del concilio colla sentenza di deposizione di Nestorio: ed allora disse il prete Filippo quelle parole: «Niuno dubita essere il bb. Pietro capo degli apostoli, colonna della fede e fondamento della chiesa cattolica, ed aver esso ricevuto dal N. S. Gesù Cristo le chiavi del regno; ed egli sin oggi vive ed esercita ne' suoi successori questo giudizio. Pertanto avendoci mandati a questo santo concilio il bb. papa Celestino, che tiene il luogo di Pietro, affin di supplirvi la sua presenza, noi in nome di lui confermiamo


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il decreto pronunziato dal sinodo contro l'empio Nestorio, e lo dichiariamo alieno dal sacerdozio e dalla comunione della chiesa cattolica. Poiché avendo egli disprezzata la correzione, abbia parte con colui, di cui sta scritto: Et episcopatum eius accipiat alter». E lo stesso. fecero il vescovo Arcadio e il vescovo Proietto. Indi volle il concilio che tutti gli atti delle due sessioni fossero uniti a quei della prima, acciocché fosse manifesto l'assenso di tutti i padri ai medesimi atti; ed infine sottoscrissero i mentovati legati1.

33. Fatto ciò il concilio scrisse all'imperatore una lettera sinodale, ove gli diede parte della sentenza fulminata contro Nestorio e suoi seguaci; essendo che s. Celestino papa avea già definite le stesse cose, e significatele ai suoi legati, a cui per l'esecuzione avea commesse le sue veci. Soggiunse poi la conferma della sentenza fatta dai legati del papa in nome così del pontefice, come del concilio celebrato in Roma da' vescovi occidentali2. Scrisse di più il concilio un'altra lettera a s. Celestino, ove gli diede contezza di tutto l'operato contro Nestorio e contro Giovanni patriarca di Antiochia. Insieme ivi avvisarono la condanna fatta contro i Pelagiani e Celestiani; enunciando che i vescovi Pelagiani aveano inquietato l'oriente per ottenere un concilio ecumenico, ove fosse di nuovo esaminata la loro causa; ma che essi padri, avendo letti nel sinodo i commentarj degli atti nella deposizione di quei vescovi, aveano giudicato dover persister nel lor vigore i decreti pontificj contro di loro stabiliti. Scrive il cardinal Orsi3 che a rispetto delle memorie spettanti al sinodo efesino, si ritrova una gran confusione. Del resto non si dubita che i Pelagiani in questo concilio furon condannati come eretici da' vescovi di tutto il mondo. In questo sinodo fu anche proscritto il simbolo composto da Teodoro di Mopsuestia, e si proibì generalmente di professare altra formola di fede fuori di quella del sinodo di Nicea4. Ma ben soggiunge il cardinal Orsi5 che ciò non impedì alla chiesa, che quando si condanna qualche eresia che formalmente non si vede condannata dal simbolo niceno, vi si aggiunga quel che è necessario per più schiarire la verità, come già fece prima il concilio di Costantinopoli, ed altri concilj han fatto dopo quello di Efeso. Fu ancora nel medesimo concilio efesino condannata l'eresia de' Messaliani, come si disse sopra all'art. 3. del cap. IV. num. 88., e fu insieme anatematizzato un loro libro intitolato l'ascetico6.

34. Dato compimento a tutte le cose del concilio, i padri scrissero a Teodosio, cercandogli licenza di ritornare alle loro chiese. Ma così questa lettera, come tutte le altre scritte a Costantinopoli furono intercettate per opera del conte Candidiano, che a questo fine avea posto le guardie ai passi7. All'incontro le lettere di Giovanni di Antiochia e de' suoi vescovi scismatici, piene di calunnie e menzogne contro le procedure del concilio, erano già da molto tempo giunte a Costantinopoli: onde l'imperatore imbevuto da una parte di tali false notizie, e dall'altra adirato contro i padri del concilio, per non avergli, come esso credea, scritto e dato conto dell'operato circa la causa di Nestorio, scrisse che tutti gli atti del sinodo, come fatti contro i suoi ordini, si riputassero invalidi, e le cose fossero tutte esaminate da capo. E perciò Palladio, che ad Efeso avea portata la lettera di Teodosio, giunto che vi fu, ordinò che niuno de' padri di si partisse8. Restarono i padri molto confusi in vedersi così calunniati, ed impediti di far sapere all'imperatore la verità di tutte le cose operate nella causa di Nestorio e del patriarca Antiocheno; onde presero il consiglio di mandare9 un uomo fedele in abito di mendico,


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colle lettere chiuse dentro una canna solita a portarsi per bastone da' poveri pellegrini; e per colui inviarono all'imperatore le copie di tutte le lettere già prima scritte, ma soppresse per opera de' contrarj. Scrissero ancora ad altre persone in Costantinopoli; onde essendo ivi intesa l'oppressione che i nemici aveano tramata contro il concilio, tutti i buoni della città e specialmente s. Dalmazio monaco, che per 48 anni non era mai uscito dal monastero1, con tutti i suoi archimandriti, accompagnati da molto popolo, e cantando inni e salmi, andarono a parlare all'imperatore a favor dei cattolici. Teodosio volle sentirli nella chiesa di s. Mocio. Ivi salito in pulpito s. Dalmazio disse all'imperatore con fortezza: Diasi, o Cesare, fine ormai alle miserie ed alle imposture dell'eresia; prevalga una volta la giusta causa de' cattolici. E poi si stese a dichiarare la rettitudine degli atti del concilio e le insolenze degli scismatici. Teodosio mosso da tali ragioni rivocò gli ordini dati2, e circa la dissensione che passava tra s. Cirillo e l'Antiocheno, volle egli stesso udire le parti; e perciò comandò che l'una e l'altra parte mandassero a Costantinopoli i loro vescovi.

 

35. Andarono i legati del concilio a Costantinopoli: ma nel mentre che stavano per acquietarsi le cose, sorse un'altra tempesta; poiché venne da Efeso il conte Ireneo fautore degli scismatici, il quale attestò all'imperatore che non meno era eretico Nestorio, che Cirillo e Mennone, e che per la concordia delle chiese d'oriente l'unico mezzo era di deporre tutti i tre mentovati vescovi. Nello stesso tempo Acacio vescovo di Berea, uomo retto e di credito, ma ingannato da Paolo vescovo Emisseno, che si era unito al partito di Giovanni, scrisse all'imperatore contro s. Cirillo e s. Mennone; onde Teodosio3 mosse a mandare ad Efeso il conte Giovanni suo limosiniere, a fine di metter pace fra le due parti. Il conte giunto ad Efeso ordinò che Nestorio Cirillo e Mennone si fossero posti in prigione, come fu già eseguito. Ma i vescovi del concilio rescrissero all'imperatore, e il pregarono che avesse renduti loro ambedue i vescovi cattolici, protestando ch'essi non avrebbero mai comunicato cogli scismatici. Frattanto gl'interessi dell'imperio andavano male; poiché l'esercito romano fu tagliato a pezzi da' goti nell'Africa, e que' pochi ch'erano restati vivi, erano già stati fatti schiavi da' nemici. All'incontro il clero di Costantinopoli strepitava a favore de' cattolici. Si aggiunse allora al loro zelo il favore di Pulcheria la quale fece conoscere a Teodosio suo fratello l'inganno a lui fatto per mezzo de' conti Nestoriani4. Finalmente l'imperatore, accertatosi dell'empietà degli scismatici e della bontà de' cattolici, ordinò la liberazione di s. Cirillo e s. Mennone, e diede licenza a' vescovi cattolici di ritornare alle loro chiese; ed ordinò insieme a Nestorio, confermando la sua deposizione, che andasse a chiudersi nel suo antico monastero di s. Euprepio, per vedere se forse egli si fosse ravveduto. Ma perché il medesimo in vece di ravvedersi, seguitava ad infettare i monaci di quel monastero, lo rilegò poi ad Oasi, città posta ne' deserti che sono tra la Libia e l'Egitto, donde appresso, come scrive Fleury5, fu trasportato a Panopoli, e da Panopoli ad Elefantina, e da Elefantina in altro luogo vicino a Panopoli; e finalmente il misero morì oppresso dagli anni e dalle infermità infelicemente. Altri vogliono ch'egli per disperazione si ruppe la testa; altri dicono che la terra gli si aprì sotto i piedi e l'inghiottì; altri poi dicono che morì di un canchero che gli rose la lingua, mangiata poi da vermi prodotti dallo stesso morbo; degna pena di quella lingua, che aveva proferite tante bestemmie contro Gesù Cristo e la sua divina madre6.


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36. Indi fu sostituito a Nestorio nella sede in Costantinopoli Massimiano monaco di costante fede; e Teodosio privò il conte Ireneo della sua dignità1. Fece poi lo stesso imperatore nell'anno 435 una legge molto rigorosa contro i Nestoriani, ordinando ch'essi portassero il nome di Simoniani, e che non potessero tener fra loro alcuna conventicola né dentro, né fuori della città. Di più ordinò che se alcuno desse loro il comodo di adunarsi, fosse punito colla confiscazione de' beni. Proibì ancora tutti i libri di Nestorio trattanti di religione. Scrive il Danes2 che l'eresia di Nestorio non finì colla sua morte; poiché si sparse non solo nell'oriente, ma anche per altre parti, e giunse sino alle Indie, e dura anche ne' nostri tempi.

 

37. Giova qui notare inoltre che i Nestoriani, vedendo il loro capo riprovato da tutto il mondo, e condannate le sue opere dal concilio di Efeso e dall'imperatore, si industriarono di andare spargendo gli scritti di Teodoro e Diodoro, vescovi morti nella comunione della chiesa, e che aveano lasciata una grande riputazione in oriente3. I Nestoriani cercarono di far valere gli scritti di questi due vescovi, pretendendo di mostrare che Nestorio non avea detto nulla di nuovo, ma avea seguita la dottrina degli antichi: onde per dar corso a questi libri, li tradussero in diverse lingue4. All'incontro più vescovi cattolici e zelanti, come Teodoro di Ancira, Acazio di Meretina e Rabbola di Edessa si mossero contro i libri di Teodoro di Mopsuestia. Di più s. Cirillo avvisato di ciò scrisse ancora contro questi libri, e compose a posta una dichiarazione del simbolo di Nicea, ove principalmente si estese a spiegare il mistero dell'Incarnazione5.

38. Si noti ancora che Teodoreto, essendo stato in appresso dal concilio di Calcedonia ristabilito nella sua sede, dopo aver sottoscritta la condanna degli errori e della persona di Nestorio; e parimente Iba riposto nel suo vescovado, dopo aver riprovati gli errori che gli venivano imputati, ed anatematizzato Nestorio; da ciò i Nestoriani pretesero dare ad intendere che dal concilio di Calcedonia fosse stata approvata la loro dottrina, e così sedussero molte persone e formarono un numeroso partito. Ma per grazia del Signore trovarono un forte oppositore, cioè Teodoro vescovo di Cesarea, il quale impegnò l'imperator Giustiniano a far condannare gli scritti di Teodoreto contro s. Cirillo e la lettera d'lba sulla stessa materia. Ed in fatti Giustiniano condannò le opere di questi vescovi con quella di Teodoro di Mopsuestia; e poi si adoperò a farle condannare da Vigilio papa, come già fece Vigilio nel suo Costituto, dopo che si accertò della verità, approvando quanto era stato deciso nel concilio generale II. e V. di Costantinopoli tenuto nell'anno 5336, come si dirà a lungo nel capo VI. num. 14. e segg. E così colla condanna di dette opere, che poi hanno avuto il nome de' Tre Capitoli, s'impedì il progresso de' Nestoriani7. Sebbene non vi sono mai mancati appresso molti nell'oriente ed anche nell'occidente che hanno cercato di sostenere l'infame dottrina di Nestorio.

 

39. Specialmente vi furono nella Spagna due vescovi Felice vescovo di Urgel ed Elipando arcivescovo di Toledo, i quali sostennero che Gesù Cristo secondo la natura umana non fu figliuolo naturale di Dio, ma solamente adottivo o noncupativo, cioè di solo nome. Quest'errore insorse circa l'anno 780. Elipando sparse questa eretica dottrina nelle Asturie e nella Galizia, e Felice sparsela nella Settimania, paese della Gallia Narbonese. Elipando trasse ancora al suo partito Ascarico arcivescovo di Braga, ed alcuni altri di Cordova8. Molti si opposero a quest'errore; e più degli altri Paolino patriarca di Aquileia, Beato sacerdote e monaco


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ne' monti delle Asturie, Eterio suo discepolo e poi vescovo di Osima; ma principalmente si oppose Alcuino, il quale scrisse sette libri contro Felice e quattro contro Elipando. Quindi Felice prima fu condannato in Narbona nell'anno 788, di poi in Ratisbona nell'anno 792, appresso in Francfort sul Reno nel sinodo tenuto da' vescovi della Francia nell'anno 794, dove, come nota Natale Alessandro1, condannarono la detta opinione colla seguente riserba: Reservato per omnia iuris privilegio summi pontificis domini et patris nostri Adriani primae sedis beatissimi papae. Finalmente nell'anno 799 l'errore fu condannato due volte in Roma sotto Adriano e sotto Leone III2. Felice nel concilio di Ratisbona dell'anno 792 abiurò l'errore; ma fu incostante, poiché ritornò di poi a disseminarlo. Nell'anno poi 799. essendo stato convinto da Alcuino in un altro sinodo tenuto in Aquisgrana, confessò di aver errato, e diede buoni segni di essere ritornato all'unità della chiesa. Ma essendosi ritrovata dopo sua morte una certa scrittura da lui fatta, lasciò dubbia la sua conversione e la sua salute. Non così Elipando; poiché questi dopo aver lungamente resistito alla verità, alla fine si unì alla definizione della chiesa romana, e morì nella comunione della chiesa, secondo attestano più autori riferiti dal nominato Natale Alessandro3.

40. Or dopo aver veduto condannato Nestorio da un concilio generale, celebrato con tanto numero di vescovi, con tanta solennità ed accuratezza, ed accettato poi da tutte le chiese cattoliche, chi mai crederebbe che vi fosse chi difende Nestorio per innocente, e chiama la di lui condanna vana ed ingiusta? Chi parla così, non può essere che del numero degli eretici, lo studio principale de' quali è stato sempre di abbattere l'autorità dei concilj e dei papi, affin di seguire a sostenere i loro errori. Giova qui per compimento della storia di Nestorio sapere chi sono costoro che lo difendono, e come lo difendono. Tali furono Calvino (che alzò la bandiera), e poi il suo discepolo Albertino, Egidio Gaillard, Giovanni Croio e Davide da Rodone. Nell'anno 1645 si aggiunse a costoro un altro autor Calvinista, che stampò un libro (ma senza il suo nome), ove imprese a dimostrare che Nestorio non doveva annoverarsi tra gli eretici, ma tra i dottori della chiesa, e venerarsi come martire, e che debbono riconoscersi come Eutichiani i padri del concilio Efesino, con s. Cirillo, s. Gregorio Taumaturgo, s. Dionisio Alessandrino, s. Atanasio, s. Giovanni Grisostomo e s. Ilario, che tanto lo lodarono. Questo libro fu confutato dal dottissimo Dionisio Petavio nell'anno 1646 nel libro sesto della sua opera de' teologici dogmi. Ultimamente poi Samuele Basnagio nell'opera de' suoi annali4 ha voluto farsi onore con unirsi a Calvino ed agli altri miscredenti nominati di sopra in patrocinare Nestorio; ed ha avuto l'ardire di dire che il concilio di Efeso ha riempiuto il mondo di lagrime: Infelicem sane synodi ephesinae exitum, qui terrarum orbem lacrymisimplevit.

 

41. Udiamo ora che dice Basnagio. Dice che il concilio di Efeso non fu generale, ma particolare; asserendo che i vescovi del concilio non vollero aspettare né i legati del papa, né gli altri vescovi dell'oriente. Ma in quanto a' legati, come notammo di sopra al num. 28, al concilio fin da principio assistette s. Cirillo, che dal papa era stato già prima destinato a presiedervi; e fra giorni appresso vi si aggiunsero gli altri legati, che confermarono il concilio. In quanto poi a' vescovi di oriente, è vero che a principio non vi assistettero tutti, poiché 89 vescovi allora si divisero, ed insieme con Giovanni patriarca di Antiochia fecero un conciliabolo nella stessa città di Costantinopoli, ove deposero s. Cirillo, ma pochi giorni dopo gli 89 si ridussero

 


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a 37, tra i quali vi erano i vescovi Pelagiani e molti ch'erano già stati prima deposti; e gli altri, avendo poi conosciuta la verità si unirono ai padri del concilio: tanto che Teodoreto, il quale si era unito prima al partito di Giovanni, scrisse ad Andrea Samosateno: Pars maxima Israelis consentit inimicis; pauci vero valde sunt salvi, ac sustinent pro pietate certamen. Ma di poi lo stesso Giovanni e lo stesso Teodoreto cogli altri che si erano ravveduti soscrissero il concilio, il quale indi fu riconosciuto per ecumenico da tutte le chiese. Come dunque può dire Basnagio che il concilio di Efeso fu particolare, non generale?

 

42. Dice poi Basnagio1 esser falso quel che suppone Natale Alessandro, cioè che Nestorio volesse in Cristo due persone, e negasse che Maria era vera madre di Dio; e dice che Nestorio fu condannato, perché non fu ben inteso. E come lo prova? Lo prova, per quel che spetta alla maternità della beata Vergine, con dire che Nestorio in una certa lettera a Giovanni Antiocheno scrisse queste parole: Circa Evangelii voces volentibus concessi, ut pie Genitricem, vel Paritricem Dei Virginem nominarent; parole che poi Nestorio le intendeva a suo modo. Ma a che trattenerci noi ad interpretare queste sue parole così oscure ed equivoche, quando egli espressamente più volte dichiarò che Maria non era madre di Dio? Altrimenti dicea, dovressimo scusare i gentili che adoravano la madre degli dei: Habet matrem Deus? disse Nestorio; ergo excusabilis est gentilitas. Maria non peperit Deum; peperit hominem deitatis instrumentum. Queste erano sue parole, che le riferisce lo stesso Basnagio. Riferisce ancora che i monaci di Basilio Archimandrita nella supplica data all'imperatore Teodosio2, esposero che Nestorio dicea: Mariam nihil aliud peperisse, quam hominem: nihil rursum ex carne nasci posse, nisi carnem. E perciò domandavano che in un concilio ecumenico si lasciasse intatto il fondamento della fede cristiana, cioè che il Verbo colla carne presa da Maria ha patito ed è morto per redimere gli uomini. Di più abbiamo3 che lo stesso Nestorio nella lettera scritta a s. Celestino papa si lamentò che i chierici aperte blasphemant Deum Verbum tanquam originis initium de Cristotocho Virgine sumsisse... Sed hanc Virginem Christotochon ausi sunt cum modo quodam Theotocon dicere, cum sanctissimi illi patres per Niceam nihil amplius de Sancta Virgine dixissent, nisi quia Iesus Christus incarnatus est ex Spiritu sancto de Maria Virgine. E soggiunse che la parola Theotocon ferri potest propter inseparabile templum Dei Verbi ex ipsa, non quia ipsa mater sit Verbi Dei; nemo enim antiquiorem se parit. Onde s. Celestino poi rescrisse a Nestorio4: Suscepimus epistolas tuas, apertam blasphemiam continentes. E soggiunse che questa verità di esser nato da Maria l'unigenito Figlio di Dio nobis totius spem vitae salutisque promittit.

 

43. Vediamo ora quel che disse Nestorio di Gesù Cristo. Egli dicea che ogni natura non può sussistere senza la propria sussistenza; da ciò nascea poi il suo errore di dare due persone in Gesù Cristo, l'una divina e l'altra umana; onde dicea che il Verbo divino erasi unito a Cristo dopo essere stato formato uomo perfetto colla propria umana sussistenza e personalità: Si Christus, erano le sue parole, perfectus Deus, idemque perfectus homo intelligitur, ubi naturae est perfectio, si hominis natura non subsistit5? Dicea di più che l'unione delle due nature si era fatta secondo la grazia, o secondo la dignità o sia l'onore dato di figliazione alla persona di Cristo; e perciò tale unione più usualmente, non chiamavala unione, ma propinquità ed inabitazione. Sicché Nestorio ammettea due nature unite, o per meglio dire congiunte, ma non con vera unità di persona. Egli per due nature intendea due personalità; onde non potea soffrire

 


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il dire, parlando di Gesù Cristo, che Dio è nato, ha patito ed è morto. Nella lettera scritta a s. Cirillo, come rapporta lo stesso Basnagio, disse: Verum propter hanc appropriationem divino Verbo adscribere nativitatem, passionem, mortem, id, mi frater, mentis est aut ethnicorum, aut certe insani Apollinarii. Queste parole accertano che Nestorio non credea le due nature unite in una persona. E perciò avvenne che quando il suo prete Anastasio predicò al popolo e disse: Mariam nemo Deiparam vocet; fieri non potest ut ex homine nascatur Deus, e il popolo essendosi commosso all'errore di questa bestemmia, ricorse a Nestorio, acciocché avesse rimediato al detto di Anastasio, Nestorio salito in pulpito, ecco come rimediò: Ego illum, qui bimestris ac trimestris factus est, nunquam Deum appellaverim. E perciò egli non chiamava Dio Gesù Cristo, ma solo tempio ed abitazione di Dio, come scrisse a s. Cirillo: Rectum evangelicaeque traditioni consentaneum est ut Christi corpus divinitatis templum esse fateamur, illudque nexu usque adeo sublimi divinoque ipsi coniunctum, ut dicamus divinam naturam ea sibi vindicare, quae corporis alioquin sunt propria. Ecco i testi di Nestorio ne' quali non potea più chiaramente spiegare che Cristo, come egli volea, non era che un tempio di Dio talmente congiunto a Dio per mezzo della grazia, che potea dirsi la divina natura aversi appropriate le qualità, che sono proprie dell'umanità. Ora Basnagio non ricusa di confessare che queste lettere e queste espressioni sono realmente di Nestorio; e come poi può dire che Nestorio ha parlato piamente e da cattolico? Sensus pius est, et hoc catholice dictum. E dire che il concilio efesino per aver condannato Nestorio lacrymis terrarum orbem implevit, dopo che Sisto III, s. Leone Magno ed un altro concilio generale, qual fu il concilio V., con tanti altri dottori e dotti scrittori, tutti han ricevuto il concilio di Efeso come certo ecumenico, e tutti hanno stimato e chiamato Nestorio eretico? Ma conveniva meglio a Basnagio seguitar Calvino ed altri suoi compagni, che il concilio di Efeso, il concilio V., i sommi pontefici e tutti i dottori cattolici. Leggasi su questo punto il Selvaggi nella nota 82 che aggiunge all'istoria ecclesiastica di Mosheim, dove fa sei belle riflessioni e rapporta altre utili notizie contro Lutero ed altri eretici moderni, che han cercato di mettere in discredito s. Cirillo e il concilio di Efeso. Importa per altro a tutti gli eretici lo snervare l'autorità de' concilj affinché non vi sia chi possa condannare e far palesi a tutti i loro errori. Ma io osservo che il demonio ha posto particolare studio di far perdere per mezzo di questi suoi partigiani il credito al concilio efesino, per toglierci davanti gli occhi questa gran prova dell'amore immenso che ci ha dimostrato il nostro Dio nell'avere voluto farsi uomo e morire per nostro amore. Gli uomini non amano Dio, perché trascurano di pensare che questo Dio è morto per amore di essi; il demonio procura non solo che non ci pensino, ma che né pure ci possano pensare.

 




2 Nat. Alex. t. 10. c. 3. a. 12. §. 1. Baron. an. 428. n. 1. et seq. Orsi t. 12. l. 28. ex n. 1. et Fleury t. 4. l. 24. n. 54.



3 Evagr. hist. l. 1. c. 5.

1 Orsi t. 12. l. 28. n. 1.



2 Fleury t. 4. l. 24. n. 54. Nat. l. cit.



3 Ap. Nat. Al. t. 10. c. 3. a. 12.



4 Orsi. loc. cit. n. 8. serm. 1. ap. Merc.



5 Orsi l. 28. n. 9.



6 Orsi n. 10. Fleury l. 25. n. 6.

1 S. Ciril. ep. ad Mon. n. 3. ap. Fleury l. 25. n. 3. Orsi l. 28. n. 14.



2 Epist. ad Nestor. c. 6. ap. Fleury ib n. 4.



3 Fleury ibid.



4 S. Cirill. ep. ad. Nest. c. 10. ap. Fleury l. 25.



5 S. Cirill. ad Acac. c. 22.

1 Libell. Basil. c. 30. n. 2.



2 Natal. Alex. t. 10. c. 3. a. 12. §. 2. Fleury l. 25. n. 3. Orsi l. 28. n. 37.



3 Conc. Ephes. part. 1. c. 3. n. 6.



4 Ibid. c. 14.



5 Baron. an. 430. n. 7.



6 Fleury t. 4. l. 25. n. 10. et seq. Nat. cit. a. 12. §. 3.



7 Concil. Ephes. part. 1. c. 26.



8 Apud. Bernin. t. 1. sec. 5. c. 4. p. 452. et Orsi t. 12. l. 28. n. 48.

1 Orsi t. 13. l. 29. n. 1. e 2.



2 Caelestin. ep. 161.



3 Orsi al luogo cit. n. 1.



4 Caelest. ep. 17. ap. Orsi ib. n. 2.



5 Graves. t. 3. sec. 5. Coll. 4.



6 Orsi l. 29. n. 12.

1 Orsi nel cit. n. 12.



2 In actis conc. Eph. ap. Bernin. sec. 5. c. 4.



3 Orsi t. 13. l. 29. n. 18.



4 Orsi n. 21. Fleury t. 4. l. 25. n. 42.



5 Ep. Cyr. t. 3. conc.



6 Fleury ed Orsi loc. cit.



7 Apud Bernin. sec. 5. c. 4. Nat. Alex. t. 10. c. 3. a. 12. §. 6.

1 Orsi l. 29. n. 23.



2 Orsi n. 25.



3 Cabassut. not. conc. sec. 5. n. 17. et Orsi n. 33.



4 Orsi al cit. n. 49.



5 Orsi t. 13. l. 30. n. 28.



6 Orsi n. 42.

1 Orsi l. 29. n. 42.



2 Orsi loc. cit. n. 44.



3 L. 29. n. 52.



4 Baron. an. 431. n. 98. et 99.



5 N. 58.



6 Baron. n. 101. Orsi n. 61.



7 Baron. an. 431. n.104.



8 Baron. n. 105. et 106.



9 Baron. an. 431. num. 108. Cabass. sec. 5. 17. Fleury t. 4. l. 26 n. 6.



1 Orsi t. 13. l. 30. n. 28.



2 Baron. an. 431. n. 113.



3 Baron. n. 126. et 127.



4 Bar. n. 159.



5 T. 4. l. 26. n. 34.



6 Baron. an. 520. n. 67. Cabass. sec. 5. n. 18. Orsi l. 30. n. 74. Natal. t. 10. c. 3. a. 12. §. 10. Hermant t. 1. c. 148.

1 Baron. n. 177. et 181.



2 Temp. not. p. 247.



3 Liberat. brev. c. 10.



4 Coll. Lup. c. 199.



5 Fleury t. 4. l. 26. n.36.



6 Berti sec. 6. c. 2.



7 Hermant t. 1. c. 202.



8 Fleury l. 44. n. 50.

1 T. 12. sec. 8. c. 2. a. 3. §. 2.



2 Graves. t. 3. colloq. 3. p. 55.



3 Loc. cit. c. 2. a. 3. §. 4.



4 Ad an. 444. num. 13.

1 Ad an. 430.



2 Habetur in sess. 4. conc. col. 1105.



3 Sess. 4. conc. col. 1021.



4 T. 4. conc. col. 1023.



5 T. 5. conc. col. 1004.




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