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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. II. DE' TRE CAPITOLI.

13. Condanna de' tre capitoli di Teodoro, Iba e Teodoreto. 14. e 15. Difesa per Vigilio. 16. Si risponde all'obbiezione d'un eretico che oppone essere stati i due concilj l'uno contrario all'altro.

 

13. In questo medesimo secolo VI. vi fu la controversia de' tre capitoli, cioè per 1. de' libri di Teodoro di Mopsuestia, ne' quali pareva chiaramente insegnarsi l'eresia di Nestorio, come notammo nel capo V. num. 48.; per 2. della lettera d'Iba a Mari di Persia, in cui riprendea s. Cirillo nello stesso modo, con cui riprendea Nestorio, e lodava Teodoro di Mopsuestia; per 3. degli scritti di Teodoreto vescovo di Ciro contro i dodici anatematismi di s. Cirillo. Tal controversia turbò grandemente la chiesa; ma fu poi sopita colla condanna che si fece de' mentovati tre capitoli all'anno 553. nel concilio V. generale e costantinopolitano II; in cui colle grandi premure fattene dall'imperator Giustiniano fu condannata la persona di Teodoro con i suoi scritti e la lettera d'Iba a Mari Persiano e gli scritti di Teodoreto contro s. Cirillo, e questa condanna fu ben anche finalmente approvata da Vigilio Papa nel suo celebre Costituto. Il Danes3, parlando di Vigilio su questa materia, dice così: Celebrationi huius synodi obnoxius fuit Vigilius; sed impedire non valens, praevidensque quam exitiale secuturum esset schisma, si obsistere pergeret, tandem assensum praebuit, suumque inter oecumenicas locum habuit ex quo romanae sedis assensione firmata fuit.

 

14. Essendo stato poi incolpato il papa Vigilio sovra tale condotta e sovra diverse mutazioni de' suoi giudizj intorno a questa condanna de' tre capitoli, il cardinal de Noris, dopo aver narrate le sua variazioni, lo difende con Pietro di Marca dicendo che la sua incostanza fu più presto prudenza, che debolezza. Ecco le sue parole: Fuit Vigilius pontificiae auctoritatis usque ad principis contemptum tenacissimus assertor, ut ex rebus ab eo gestis inclaruit. Animi inconstantia, mutandaeque sententiae facilitas vitio eidem vertitur; nam in causa trium capitulorum varius atque a seipso diversus non semel apparuit. Initio quidem, cum adhuc in Sicilia esset, tria capitula defendebat; at illa se damnaturum dudum Theodorae Augustae promiserat, si Victori fides est. Cum Byzantium advenisset, ob damnata tria capitula Mennam sacris interdixit; at paulo post Mennae conciliatus eadem et ipse in iudicato damnavit. Deinde post triennium a sententia iudicati discedens, emisso novo constituto, eadem damnari posse, negavit. Sed paucis mensibus in hac sententia stetit; nam, data ad Eutychium epistola, vim constituti infregit, atque ad synodum accedens tria capitula proscripsit. Vir doctissimus Petrus de Marca4 hanc Vigilii inconstantiam a doctis prudentiam appellari testatur, quam ipse dispensationem vocat, qua nunc iuris et canonum rigore agebat, nunc illorum remissione fidei ac publicae quietis studio5.

15. Dice dunque Pietro de Marca che i sommi pontefici nelle questioni spettanti alla disciplina sempre hanno usata la prudenza ora di far valere il rigore de' canoni, ove bisognava, ed ora di dar luogo alla remissione chiamata da' greci Economia e da' latini Dispensazione, per mantener l'unione dei fedeli e la pace nella chiesa. Questa prudenza appunto fece che Vigilio cacciasse fuori i suoi pareri tra di loro sì


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diversi nella questione de' tre capitoli. Del resto avverte il cardinal Orsi1 che solamente questo ultimo costituto, o sia giudicato, fu da Vigilio proposto alla chiesa come decreto perentorio, e pronunciato, secondo dicono i teologi, dalla cattedra. Fu egli a principio renitente a condannare i tre capitoli, perché temette di dar motivo a' Nestoriani di mettere in discredito il concilio di Calcedonia, che si diceva aver approvati i predetti capitoli; ma quando poi si accorse che dal non vedersi condannati i tre capitoli, da una parte gli Eutichiani avean preso più animo ad impugnare il sinodo calcedonese, da cui diceano, ma falsamente, essere stati quelli approvati; e dall'altra parte i Nestoriani si abusavano del concilio di Calcedonia, come favorevole alla dottrina di Nestorio; allora Vigilio si persuase essere necessario che i detti capitoli restassero assolutamente condannati, come in effetto li condannò, secondo gli avean condannati i padri del concilio costantinopolitano, il quale, come scrive il Tournely2, in tanto fu stimato ecumenico, in quanto fu approvato da Vigilio e da altri suoi successori, come Pelagio II., Leone II. ec.: e lo stesso scrisse Fozio, come nota Orsi.

 

16. Ma come va, dice l'eretico Archibaldo Maclaine glossatore di Mosheim3, che nel concilio di Calcedonia gli scritti d'Iba e di Teodoreto non furono censurati, e fu lodata la fede delle loro persone; ed all'incontro il concilio di Costantinopoli condannò i loro scritti? Ecco quel che poi ne ricava l'eretico Maclaine: dice: La decisione del concilio di Costantinopoli in opposizione a quello di Calcedonia dimostra che i concilj egualmente che i dottori differiscono tra loro. Sicché secondo lui anche i sinodi ecumenici della chiesa cattolica sono fallibili, mentre vuole che questi due sinodi generali uno sia contrario all'altro. Ma ciò è falso, come bene avverte il Selvaggi nella nota 16. che ivi aggiunge: poiché non è vero che i tre capitoli furono approvati dal concilio calcedonese; essi non furono né approvatiriprovati, come anche prova il Tournely nel luogo citato; ma solamente in quel sinodo si tralasciò di condannarli, per non accrescere più rumori nella chiesa, così agitata allora da' Nestoriani. Ecco quel che scrisse su questo punto il nominato Pietro di Marca nello stesso luogo di sopra citato4, adducendo l'autorità di s. Cirillo: Cyrillus prudenter docet saepe deflectendum a tenore regularum dispensationis causa, et ut evenire solet periclitantibus in mari, qui iacturam faciunt aliquarum mercium, ut reliquae serventur... prudentia huius oeconomiae causa usum a synodo ephesina usurpatum ostendit idem Cyrillus in epistola ad Proclum constantinopolitanum. Etenim impietatem quidem haereticam damnavit synodus; sed a nomine Theodori damnando temperavit oeconomiae causa, ne plerique viri eius auctoritate moti in alia omnia abriperentur, et ab ecclesia potius quam a Theodoriani nominis communione recederent.

 

17. In questo medesimo concilio poi, come scrive Giovenino5, furono condannati i libri d'Origene, e furono condannati specialmente i seguenti suoi errori: per 1. che le anime sono state create prima di unirsi coi corpi, e che quelle si sono unite ai corpi in loro castigo; per 2. che il cielo, il sole, la luna, le stelle e le acque che sono sovra de' cieli, sono certe virtù animate e ragionevoli; per 3. che nella comune risurrezione i corpi umani risorgeranno in forma rotonda, e che le pene de' dannati e de' demonj avranno fine in qualche tempo; per 4. che Gesù Cristo ne' secoli futuri sarà crocifisso per i demonj, e soffrirà questa sua passione dagli spiriti maligni che sono in cielo. Avverte il mentovato Giovenino che la condanna di tali errori non


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si trova chiaramente fatta negli atti originali del concilio costantinopolitano II., siccome ora si trova nell'edizione di Labbè; ma che il cardinal de Noris dimostra essere ivi condannati tali errori di Origene: e ciò è contro Garnerio, il quale vuole che Origene non sia stato condannato in questo concilio, ma nell'altro costantinopolitano celebrato sotto Menna.

 




3 Temp.no. p. 255.



4 L. 3. de Concordia Sacerdotii et Imperii c. 13.



5 De Noris Diss. hist. de syn. 5. c. 8.

1 L. 39. n. 84.



2 Theolog. Comp. tom. 3. append. a. 2. de conc. Constant. 2. pag. 298.



3 Hist. eccl. Centur. 6. part. 2. c. 3. p. 839.



4 De Marca de Conc. Sac. et Imp. l. 3. c. 15.



5 Theol. t. 1. diss. 4. a. 5. §. 2. vers. 5.




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