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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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CAP. IX. ERESIE DEL SECOLO IX.

 

ART. I. Dello scisma de' Greci cominciato da Fozio.

1. S. Ignazio per opera di Bardas zio dell'imperator Michele, è discacciato dalla sede di Costantinopoli. 2. Gli è sostituito Fozio. 3. Ed è ordinato. 4. Strazi fatti a s. Ignazio ed a' vescovi suoi difensori. 5. Legati mandati dal papa per tal causa. 6. Sant'Ignazio appella al papa dal giudizio dei legati. 7. È deposto nel conciliabolo. 8. Il papa difende s. Ignazio. 9. Il papa depone i legati e Fozio, e conferma nella sede s. Ignazio. 10. Bardas è ucciso dall'imperatore, il quale associa all'imperio Basilio. 11. Fozio condanna e depone il papa Nicola II., e poi promulga il suo errore contro lo Spirito santo. 12 L'imperatore Michele è ucciso, ed è eletto Basilio, il quale discaccia Fozio.

In questo secolo vi fu Godescalco che fu incolpato di essere Predestinaziano. Ma di costui già si parlò nel capo V. art. 2. n. 17.; onde ivi ci rimettiamo. Passiamo pertanto a parlare dello scisma de' greci, del quale si avrà da trattare a suo luogo.

 

1. Nel tempo che regnava l'imperator Michele, governava la chiesa di Costantinopoli il patriarca s. Ignazio. Questo gran prelato, figlio dell'imperator Michele Curopalate, dopo che il suo padre fu scacciato dal trono, fu rilegato in un monastero, ove fu educato fra le austerità della vita monastica e penitente. Crebbe in tanta virtù e merito, che, essendo morto Metodio vescovo di Costantinopoli, esso gli fu sostituito con applauso comune. Ma la sua fortezza in difendere la fede e i diritti della sua. chiesa gli concitò molti nemici, tra' quali vi furono tre uomini


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scellerati che fieramente lo perseguitarono, Bardas zio dell'imperatore, Fozio e Gregorio Asbestas vescovo di Siracusa. Bardas volendo esser solo a dominare nell'imperio di Michele suo nipote, avea fatto uccidere, o almeno allontanar dalla corte coloro che gli faceano ombra. Egli era ancora fratello di Teodora l'imperatrice; ma perché quella non l'ubbidiva, come esso desiderava, la fece chiudere in un monastero, e poi si applicò a perseguitar s. Ignazio, perché ricusava di darle il velo1. Ma ciò che maggiormente l'irritò contro il santo patriarca, fu che, avendo egli ripudiata la sua moglie, teneasi pubblicamente in luogo di lei la sua nuora rimasta vedova. Sant'Ignazio l'ammonì di questo scandalo; ma Bardas, senza farne conto, un giorno si presentò alla chiesa, per essere partecipe de' santi misterj; ed allora il santo lo separò dalla comunione. Bardas gli minacciò di trapassarlo con una spada, e da indi in poi procurò di renderlo odioso all'imperatore; e gli riuscì finalmente nel giorno 23. di novembre dell'anno 858 di farlo discacciare dal palazzo patriarcale, e rilegare nell'isola Terebinta2; dove fece andare poi più vescovi insieme coi patricj e giudici più riputati, per costringere s. Ignazio a rinunziare il suo vescovado. Ma essendo riuscito vano il loro viaggio, Bardas promise a ciascuno di que' vescovi la sede di Costantinopoli, se voleano deporre s. Ignazio; e quei miserabili prelati, con tutto che aveano precedentemente fatto giuramento scritto di non deporlo senza una canonica condanna, vergognosamente acconsentirono a Bardas. Ma restarono delusi: perché Bardas promise loro che l'imperatore avrebbe a ciascuno di essi accordato il vescovado, ma lor persuase essere conveniente che quando l'imperatore mandasse ad offerirlo, ciascuno di essi per modestia facesse dimostranza di ricusarlo. E così avvenne: perché l'imperatore mandò a ciascuno l'offerta, e ciascuno la ricusò; e così restarono tutti ingannati e senza frutto3.

2. Quegli che venne eletto dalla corte per patriarca di Costantinopoli fu l'empio Fozio, eunuco, il quale era di nascita illustre; ma la sua ambizione era maggiore della sua nascita. Era per altro di talento, e da esso coltivato collo studio, nel quale spendea le notti intiere; e perché era opulento, non gli mancavano tutti i libri che desiderava. Così divenne il più dotto del suo secolo ed anche de' precedenti. Possedea la grammatica, la poetica, la rettorica, la filosofia, la medicina e tutte le scienze profane: e non avea trascurata la scienza ecclesiastica; ma quando si vide fatto patriarca, ne diventò dottissimo. Era egli semplice laico e nella corte aveva grandi cariche: era protospatario, era Protasecretis, cioè primo scudiere e primo segretario. All'incontro in quanto alla pietà era scismatico; poiché stava unito a Gregorio vescovo di Siracusa, il quale era stato incolpato di più delitti; onde quando s. Ignazio fu eletto vescovo di Costantinopoli, non volle che Gregorio intervenisse alla sua ordinazione; e Gregorio n'ebbe tanto sdegno, che in quell'atto gettò via il cereo che teneva in mano per l'ordinazione d'Ignazio, e pubblicamente lo caricò d'ingiurie, dicendo ch'entrava nella chiesa non un pastore, ma un lupo. Quindi tirò seco altri, e formò un scisma contro di s. Ignazio; onde il santo fu obbligato finalmente verso l'anno 854. a giudicar Gregorio in un concilio, e a deporlo dal suo vescovado4. Scrive il p. Natale che s. Ignazio intanto depose Gregorio dalla sede di Siracusa, in quanto allora la Sicilia era parte dell'imperio orientale, e perciò le chiese di quella provincia prestavano ubbidienza al patriarca di Costantinopoli. Ma affinché quella sentenza contro Gregorio fosse più ferma, il santo ne domandò la conferma dal papa Benedetto III.; il quale avendo fatta di nuovo esaminar la causa, ben la confermò, come attestò Nicola


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I. nella sua epistola 6. ad Photium, e nell'epistola 10. ad clerum constantinopolitanum1.

3. Tal'era Gregorio, al cui partito stava unito Fozio; il quale non essendo stato eletto vescovo di Costantinopoli secondo i canoni, ma solo per autorità di Bardas, a principio fu rigettato da tutti i vescovi, e ne fu eletto un altro di comune consenso. E stettero essi forti in questa risoluzione per molti giorni: ma Bardas a poco a poco li guadagnò, trattine cinque, i quali tirati dalla corrente degli altri, anche si arresero, ma colla condizione che Fozio desse uno scritto giurato di sua mano, per cui rinunziasse allo scisma di Gregorio, e ricevesse Ignazio nella sua comunione, onorandolo come padre, e senza far nulla contro il suo sentimento. Fozio promise tutto, e con questi patti ricevette l'ordinazione per mano dello stesso Gregorio, e si pose in possesso del vescovado2.

4. Ma non passarono sei mesi dalla sua ordinazione, che Fozio, dispregiando tutte le sue promesse e giuramenti, si pose a perseguitare s. Ignazio e tutti gli ecclesiastici a lui aderenti, sino a farli lacerare co' flagelli, e procurando con doni e promesse soscrizioni, di cui potesse valersi affin di perdere Ignazio. Ma non trovando cose atte al suo disegno, procurò per mezzo di Bardas che l'imperatore mandasse a prendere informazioni, affin di provare che Ignazio avesse ordite segretamente congiure contro lo stato. Andarono subito magistrati e soldati all'isola Terebinta, ove stava s. Ignazio, e fecero tutte le diligenze per provare quell'accusa, adoperando anche i tormenti; ma non trovando alcuna prova, non potendo far altro, condussero seco s. Ignazio ad un'altra isola, cioè a Jerio, dove lo fecero stare in una stalla di capre, e di poi lo trasportarono al borgo di Prometo, vicino a Costantinopoli; nel qual luogo maltrattarono il santo patriarca, gli posero i ceppi a' piedi con due sbarre di ferro, e lo rinchiusero in una stretta prigione; e fra questo tempo il capitano delle guardie gli diede tali guanciate che gli svelse due denti di bocca. Tutti questi strazj ad altro non tendeano, che ad indurre il santo a fare un atto espresso di rinunzia, per cui apparisse ch'egli spontaneamente avesse abbandonato il patriarcato. I vescovi della provincia di Costantinopoli, vedendo questa violenza così barbara, si adunarono nella chiesa della Pace di detta città, e dichiararono Fozio deposto, anatematizzando così lui, come tutti coloro che lo riconosceano per patriarca. All'incontro Fozio sostenuto da Bardas raccolse un altro concilio nella chiesa degli apostoli, in cui depose ed anatematizzò s. Ignazio. E perché molti vescovi gli rimproveravano questa sua ingiustizia, egli depose ancor essi, e poi li fece mettere in prigione insieme con Ignazio; il quale finalmente nel mese di agosto dell'anno 859. fu mandato in esilio a Mitilene nell'isola di Lesbo, e furono sbanditi da Costantinopoli tutti i suoi aderenti, molti dei quali furono lacerati colle percosse, e ad uno fu tagliata la lingua, perché biasimava un così ingiusto procedere3.

5. Vedendo poi Fozio che molti lo tacciavano, mandò a Roma alcuni suoi partigiani a Nicola papa, e gli dimandò che avesse mandati i suoi legati in oriente sotto pretesto di estinguere tutte le reliquie dell'eresia degl'Iconoclasti; ma in effetto per autenticare colla presenza de' legati la deposizione d'Ignazio. E l'imperatore nello stesso tempo scrisse la stessa cosa al papa4. Giunse indi a Roma l'ambasciatore dell'imperator Michele, insieme coi legati di Fozio. Il papa Nicola in quanto agl'Iconoclasti deputò due legati, Rodaldo vescovo di Porto e Zaccaria vescovo di Anagna, con ordine di decidere in un concilio tutto ciò che facea d'uopo per l'esecuzione del settimo concilio; in quanto


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poi all'affare di Fozio, perché non avea ricevuta alcuna lettera, o persona per parte di s. Ignazio, che l'avesse informato de' fatti (mentre ciò l'aveano impedito i suoi nemici), ordinò a' suoi legati, che ne prendessero le informazioni giuridiche, e riferissero. Essendo poi giunti i legati in Costantinopoli1, furono trattenuti per tre mesi dall'imperatore e da Fozio, e fu lor negato di poter parlare con altri fuor di coloro che mandavano ad essi, per timore che non fossero informati della verità circa la deposizione d'Ignazio. Indi si fece lor sentire che se non si soggettavano al voler dell'imperatore2, sarebbero stati esiliati in luogo, ove si sarebbero fatti morire di miseria. I legati resistettero; ma finalmente dopo otto mesi cederono: ed indi a poco tempo Fozio raccolse un concilio in Costantinopoli, ove intervennero i legati del papa con 318 vescovi. Ma i legati scrive Natale Alessandro3 che di legati apostolici ebbero il solo nome; sì che quel congresso non ebbe forma di concilio ecumenico: poiché quegli che vi presedeva era l'imperatore, a' cenni del quale tutto si facea, siccome Fozio suggeriva.

 

6. Radunato che fu il concilio, si mandarono ad Ignazio alcuni a dirgli che fosse venuto in quello a difender la sua causa. Tosto Ignazio vestissi dell'abito patriarcale, ed andò a piedi, accompagnato da' vescovi e sacerdoti e da molti monaci, e laici. Ma quando fu per via incontrò il patrizio Giovanni, che da parte dell'imperatore gli proibì sotto pena della vita di andare in altro abito, che di monaco. S. Ignazio ubbidì, e giunse al concilio nella chiesa degli Apostoli, ove fu separato da tutti coloro che l'accompagnavano, e fu condotto solo davanti all'imperatore, che in vederlo caricollo d'ingiurie. Ignazio gli cercò licenza di parlare, e poi domandò a' legati del papa perché mai erano venuti in Costantinopoli. Risposero quelli che erano venuti per giudicar la sua causa. Replicò il santo se avessero lettere del papa per lui; ed avendo inteso che no, per ragione ch'egli non era più considerato come patriarca, ma come deposto dal concilio della sua provincia, e che perciò voleano giudicarlo, Ignazio rispose: Discacciate dunque prima l'adultero, cioè Fozio: e se non potete scacciarlo, non siate giudici. I legati risposero che l'imperatore volea che fossero tali. Il santo tuttavia ricusò di stare al loro giudizio, ed appellò al papa, allegando il canone 4 del concilio sardicense, ove si decretò: Si quis episcopus fuerit depositus, dicatque se habere defensionem, non prius sufficiatur in loco eius alius, quam de eo romanae ecclesiae pontifex decernat.

 

7. Ma ciò non ostante si esaminarono 72 testimonj falsi, corrotti con doni, i quali deposero che il santo avea governata la chiesa tirannicamente, e che in quella era stato intruso dalle potestà secolari, onde doveva essere deposto secondo il canone apostolico: Si quis episcopus secularibus potestatibus usus, per ipsas ecclesiam obtineat, deponatur. E su queste calunnie i vescovi di quel conciliabolo (fuori di Teodulo di Ancira, che detestò questa ingiustizia) insieme co' legati deposero s. Ignazio, gridando tutti: Indegno, indegno4. Quindi lo consegnarono ai manigoldi, acciocché lo tormentassero, finché il santo non soscrivesse la sua deposizione; e quelli lo chiusero in una carcere, dove gli fecero patir l'inedia per due settimane, e poi lo sospesero co' piedi sopra di una profonda fossa, ch'era il sepolcro di Copronimo, e di faceanlo sbattere ne' prossimi marmi, che rimasero tinti del suo sangue. Stando poi Ignazio sfinito di forze, che appena respirava, un certo sgherro di Fozio, Teodoro, gli prese la mano, e per violenza gli fece formare un segno di croce su di una carta, e quella consegnò a Fozio, il quale vi soggiunse di sua mano: Io Ignazio indegno vescovo di Costantinopoli confesso di non


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essere stato legittimamente creato, ma di aver usurpato il trono della chiesa, e di averla tirannicamente governata. Con tutta questa falsità Fozio non si tenne sicuro; onde di consiglio con Bardas mandò i soldati a prendere s. Ignazio, che allora uscito dalla carcere si trovava in casa di sua madre. Ma il santo ebbe il comodo di scappare dalle loro mani, vestendosi da povero, e caricandosi due sporte sulle spalle appese ad una pertica; e così fuggì. Furon mandati sei cursori con ordine di ucciderlo, ove lo trovassero; ma Dio lo difese dalle loro mani, ed in quel tempo Costantinopoli fu afflitta da tremuoti per quaranta giorni. Onde l'imperatore e Bardas permisero al santo di andarsene al suo monastero, ed ivi vivere in pace1: benché poi di nuovo fu rilegato.

 

8. Frattanto i legati ritornarono a Roma carichi de' presenti di Fozio, e dissero solamente a voce al papa essere stato Ignazio deposto dal concilio, e confermata l'ordinazione di Fozio. Giunse dopo due giorni Leone, segretario dell'imperatore, e presentò al papa una lettera di lui, ove il principe distesamente difendea la causa di Fozio e gli atti del concilio: onde papa Nicola si accorse che i suoi legati l'aveano tradito; e perciò subito convocò tutti i vescovi che trovavansi in Roma, e tutto il clero romano, ed in presenza del detto segretario Leone dichiarò di non aver mai egli mandati i legati per la deposizione d'Ignazio, né per la promozione di Fozio, e che non mai aveva acconsentito, né acconsentirebbe né all'una, né all'altra2. Lo stesso poi scrisse all'imperatore3 ed a Fozio. Scrisse anche un'altra lettera a tutti i fedeli dell'oriente4, dove particolarmente ordinò agli altri tre patriarchi colla sua autorità apostolica di tener lo stesso sentimento intorno ad Ignazio e Fozio, e di pubblicar da per tutto quella epistola. Fozio all'incontro, senza far conto della lettera del papa, tramò di far comparire in Costantinopoli un certo monaco chiamato Eustrate, il quale, fingendo di essere stato mandato al papa da Ignazio con una lettera, ove spiegava la sua persecuzione sofferta, disse che il papa non si era degnatopure di guardarla; all'incontro gli avea data un'altra lettera per Fozio, nella quale l'assicurava della sua amicizia. Fozio portò subito queste due lettere all'imperatore ed a Bardas: ma essendosi fatta esaminar la cosa, trovossi che il tutto era una mera impostura tramata per mezzo di Fozio, onde Bardas sdegnato di ciò fece aspramente flagellare il monaco Eustrate5.

9. Parlando poi de' legati che aveano tradita la romana chiesa, il papa convocò un concilio da molte provincie, che prima tenne in s. Pietro e poi nella chiesa di Laterano ne' principj dell'anno 863. Ivi essendosi presentato un solo de' legati, cioè il vescovo Zaccaria (poiché Rodoaldo allora trovavasi in Francia), ed essendo stato convinto, per la stessa sua confessione, di aver dato una mano alla deposizione d'Ignazio contro gli ordini del papa, fu dal concilio scomunicato e deposto; e lo stesso fu decretato in un altro concilio tenuto in Laterano nell'anno seguente contro il vescovo Rodoaldo, con minaccia di anatema se mai avesse comunicato con Fozio, o si fosse opposto ad Ignazio. Inoltre nello stesso primo concilio lateranese fu privato Fozio di ogni officio ed onore sacerdotale, come reo di tanti delitti, singolarmente per essersi fatto ordinare, essendo laico, da Gregorio, scismatico, vescovo di Siracusa, e per aver usurpata la sede d'Ignazio, osando di deporlo ed anatematizzarlo in un concilio; di più per aver corrotti i legati della s. sede a trasgredire gli ordini del papa, per aver rilegati i vescovi che non avean voluto con lui comunicare; e finalmente come colui che avea perseguitata, e tuttavia seguiva a perseguitar la chiesa. Indi si disse che se in avvenire Fozio avesse


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voluto ritenersi la sede di Costantinopoli con impedire ad Ignazio di governarla, o avesse esercitata qualunque funzione sacerdotale, restasse anatematizzato ed escluso da ogni speranza di comunione, fuorché in articolo di morte. E nello stesso modo fu condannato Gregorio vescovo di Siracusa, per aver osato dopo la sua deposizione di esercitare funzioni sacerdotali, e consacrare Fozio per vescovo. In fine si dichiarò che Ignazio non era mai stato deposto dalla sua sede; onde fosse deposto in avvenire ogni chierico, ed anatematizzato ogni laico che gli si fosse opposto1.

10. L'imperator Michele, fatto consapevole del decreto del concilio romano, scrisse una lettera piena d'ingiurie al papa Nicola, minacciandogli il suo sdegno, se non rivocava il giudizio fatto2. Il papa rispose3, che gl'imperatori pagani erano principi e pontefici; ma dopo la venuta di Gesù Cristo sono state divise le due potestà, come sono divisi gli affari eterni da' temporali. Ed in questa lettera nota Natale Alessandro che Nicola papa scrisse quelle parole: Patet profecto sedis apostolicae, cuius auctoritate maior non est, iudicium a nemine fore retractandum. Neque cuiquam de eius liceat iudicare iudicio: siquidem ad illam de qualibet mundi parte canones appellari voluerunt, ab illa autem nemo sit appellare permissus. Del resto per quel che spettava ad Ignazio e Fozio, scrisse ch'essi fossero venuti in Roma, o avessero mandati i loro deputati, perché allora avrebbe di nuovo esaminate le loro ragioni4. Dopo ciò avvenne che, essendosi l'imperatore posto in campagna per andare a prender l'isola di Creta, gli si rendette così sospetto in materia di stato il zio Bardas, il quale accompagnavalo in quel viaggio, che risolse di torlo di vita. Bardas trovavasi nella tenda dell'imperatore. Or quando egli vide entrare ivi i soldati colle spade alla mano, si gittò a' piedi del nipote, cercando pietà; ma fu allora di strascinato fuori, ed indi fu fatto in pezzi, in modo che per derisione si portò in cima di un'asta un pezzo del suo cadavere; e nell'anno 866 il perfido Bardas terminò la sua vita. Succeduto questo fatto, l'imperatore interruppe il viaggio, e ritornò a Costantinopoli, e dichiarò maestro degli officj Basilio Macedone, che avea avuta gran parte nella morte di Bardas; e perché l'imperatore non si conoscea bastante a governare per se stesso, poco appresso lo associò all'imperio e solennemente l'incoronò5.

11. Fozio, non ostante che avesse perduto il suo protettore, non si avvilì, ed attese a mantenersi la grazia di Michele, e guadagnarsi quella di Basilio. E perché molti l'aveano abbandonato, dopo la sentenza fatta contro di lui dal papa, egli si applicò a perseguitarli, quanto potea, altri spogliando delle loro dignità, ed altri mettendo in prigione; discacciò anche gli eremiti dal monte Olimpo, facendo abbruciare le loro celle6. Il papa ai 13. di novembre dell'anno 866 mandò tre suoi legati a Costantinopoli, affin di placar l'imperatore, e sedare la discordia che vi era per causa di Fozio. Ma quando i legati si trovarono nella Bulgaria in cammino per Costantinopoli, furono arrestati da un officiale dell'imperatore, il quale trattandoli indegnamente, disse loro che l'imperatore non avea che fare di essi; onde i medesimi, vedendosi trattati in quel modo per ordine dell'imperatore, se ne tornarono in Roma7. All'incontro Fozio, avendo saputo che alcuni altri legati spediti dal papa ai bulgari aveano riprovata la cresima, che esso Fozio avea stabilita con una nuova unzione, ne prese tanto sdegno, che risolvette di vendicarsi del papa; ed a tal fine fece adunare un concilio, chiamato da lui ecumenico, ove fece presedere gl'imperatori Michele e Basilio con i legati delle


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tre sedi patriarcali e più vescovi dipendenti da Costantinopoli. Comparvero ivi gli accusatori contro il papa Nicola. Fozio ricevette le loro accuse, ed esaminata la causa, finalmente condannò il papa per molti supposti delitti, deponendo, e scomunicando così lui, come tutti gli altri che con lui comunicassero. E si trovarono ventuno vescovi di sì bello spirito, che approvarono e soscrissero questa sacrilega sentenza. Ma Fozio vi aggiunse poi circa mille altre soscrizioni tutte false1. Con ciò Fozio avendo perduto già ogni rispetto al papa, e fatto più insolente, mandò una lettera circolare da lui composta al patriarca di Alessandria, in cui riprovò più cose della chiesa latina, come il digiuno del sabato, il celibato de' sacerdoti, ma sovra tutto detestò la dottrina insegnata dalla chiesa romana, che lo Spirito santo procede non solo dal Padre, ma ancora dal Figliuolo2. Aggiunge il Baronio3 che Fozio tra gli altri errori dicea che ogni uomo tiene due anime. Di più ottenne Fozio dall'imperatore la facoltà di convocare in Costantinopoli un altro conciliabolo; ed avendolo già convocato, di nuovo scomunicò e depose il papa4.

12. Nell'anno 867. avvenne poi la morte dell'imperator Michele; il quale avendo cercato di fare uccidere Basilio per disgusti con lui passati, per opera di Basilio stesso fu ucciso dalle sue proprie guardie, mentre si trovava ubbriaco. Basilio poi, essendo solo a regnare, discacciò Fozio dalla chiesa di Costantinopoli, e lo rilegò in un monastero lontano5; e nel giorno seguente mandò a prendere il patriarca s. Ignazio colla galera imperiale dall'isola, dove stava rilegato; e quando venne, lo ricevette con grande onore, e lo ripose solennemente nel possesso della Chiesa di Costantinopoli6. All'incontro mandò a dire a Fozio che subito restituisse tutte le carte che tenea, colle soscrizioni di esso imperatore, siccome ne l'avea richiesto. Fozio rispose che, partendo subito secondo il di lui comando dal palazzo imperiale, avea lasciate ivi tutte quelle carte; ma nell'atto ch'egli ciò diceva al prefetto inviatogli da Basilio, le genti del prefetto videro che i domestici di Fozio procuravano di nascondere più sacchi di quelle carte suggellate col piombo. Furono portati questi sacchi pertanto all'imperatore, e, aprendoli, vi ritrovò tra le altre cose due libri di bel carattere. Uno contenea gli atti di un concilio ideale contro Ignazio, e l'altro una lettera sinodica contro il papa Nicola, piena d'ingiurie e calunnie contro il papa7. Scrisse poi l'imperator Basilio al papa Nicola l'espulsione da lui fatta di Fozio e il ristabilimento di s. Ignazio; ma quest'avviso giunse in Roma nell'anno 868 in mano del papa Adriano II. ch'era succeduto a Nicola papa morto nell'867. Adriano rispose ch'egli avrebbe eseguito tutto quel che Nicola avea disposto circa Ignazio e Fozio8; e nello stesso anno in un concilio in Roma condannò il conciliabolo di Fozio; ed ivi fu bruciato il mentovato libro di Fozio, dopo essere stato gittato a terra con questo anatema: Tu maledictus Constantinopoli, sis Romae iterum maledictus9.




1 Hermant t. 1. c. 344.



2 Van-Ranst p. 162.



3 Fleury t. 7. l. 50. n. 2.



4 Fleury loc. cit. n. 3.

1 Nat. Al. t. 15. dis. 4. §. 2.



2 Nat. Alex. loc. cit. §. 2. Fleury t. 7. l. 50. n. 3. Baron. an. 858. n. 52.



3 Baron. an. 859. n. 54. Fleury loc. cit. n. 3. e 4. Nat. Al. loc. cit..



4 Fleury loc. cit. n. 4. cum Anastas. in Nicol. IV.

1 Nat. Al. t. 13. diss. 4. §. 3. ex ep. 6. Nicol.



2 Nicol. ep. 9.



3 Loc. cit. §. 4.



4 Baron. an. 861. n. 1. Nat. Alex. cit. §. 4. et Bernin. sec. 9. c. 9. ex Niceta in vita s. Ignat.



1 Nat. Alex. cit. §. 4. et Fleury t. 7. c. 50. n. 12. 13. e 14.



2 Nicol. ep. 13.



3 Ep. 9.



4 Ep. 4.



5 Fleury loc. cit. n. 15. 18. e 19. nat. Al. t. 13. dis. 14. §. 6.

1 Baron. an. 663. n. 3. Fleury t. 7. l. 50. n. 19. e 26.



2 Nicol. ep. 8.



3 Ep. 70.



4 Fleury loc. cit. n. 41. Nat. Al. cit. §. 6.



5 Fleury n. 42.



6 Fleury loc. cit. n. 42.



7 Nat. Al. t. 13. diss. 4. §. 7. Fleury n. 52. e 53.

1 Baron. an. 663. n. 13. Nat. cit. §. 7.



2 Fleury l. 50. n. 55. e 56.



3 An. 869. n. 49.



4 Nat. Alex. loc. cit. et Graves. t. 5. sec. 9. col. 4.



5 Baron. an. 867. n. 92. Niceta in vit. s. Ignat. p. 1226.



6 Fleury l. 51. n. 1. e 2.



7 Nat. Al. loc. cit. §. 9. et Fleury loc. cit.



8 Fleury loc. cit. n. 18.



9 Baron. an. 868. n. 38. Nat. Al. cit. §. 9. et Fleury loc. cit. n. 19.




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