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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. II. CONDANNA DEGLI ERRORI DE' GRECI IN TRE SINODI GENERALI

13. 14 e 15. Concilio 8. contro Fozio sotto Adriano papa e Basilio imperatore. 16. Fozio guadagna Basilio, e frattanto muore s. Ignazio. 17. Fozio ripiglia le sede. 18. Conciliabolo di Fozio, riprovato dal papa. Morte infelice di Fozio. 19. Il patriarca Cerulario rinnova ed accresce gli errori. 20. Morte infelice del Cerulario. 21. e 22. Gregorio X. ad istanza di Michele imperatore convoca il concilio in Lione, e quello si aduna. 23. Professione di fede scritta da Michele ed approvata dal concilio. 24. I Greci confessano e giurano la definizione del concilio. 25. Di nuovo si disuniscono. 26. Concilio di Firenze sotto Eugenio VI., ove di nuovo si discutono gli errori. Definizione della processione dello Spirito santo. 27. Della consacrazione in azimo. 28. Delle pene del purgatorio. 29. Della gloria de' beati. 30. Del primato del papa. 31. Istruzione data agli Armeni, Giacobiti ed Etiopi. I Greci ricadono nello scisma.


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13. Il pontefice medesimo Adriano1 dispose che si celebrasse in Costantinopoli un concilio generale che fu celebrato poi nell'anno 869 sotto l'imperio dello stesso Basilio; ed a tal fine il papa vi mandò tre suoi legati, Donato vescovo di Ostia, Stefano di Nepi e Marino uno de' sette diaconi della chiesa romana, che poi fu papa. Andarono i legati in Costantinopoli, e furono ricevuti dall'imperatore con grandi onori, avendo loro mandate incontro tutte le compagnie degli officiali del palazzo sino alla porta della città, con tutto il clero in pianeta; e poi egli li ricevette all'udienza nel suo palazzo con gran cortesia e riverenza, baciando le lettere del papa, che gli furono presentate. Disse poi loro: Noi con tutti i vescovi d'oriente attendiamo da due anni il giudizio della chiesa romana nostra madre; perciò vi preghiamo di applicarvi efficacemente a ristabilire qui l'unione e la pace. Indi si destinò il giorno per l'apertura del concilio.

 

14. In questo concilio presedettero i legati in nome del papa; e benché nelle azioni 8 e 10 si chiamino presidenti Basilio e i due suoi figli Costantino e Leone, nondimeno scrive Natale Alessandro2: Praefuisse dicitur imperator, non auctoritate, sed honore, quem ipsi detulit synodus, ut ecclesiae protectori, non ut causarum ecclesiasticarum iudici. La prima sessione si fece ai 5 di ottobre dell'anno 869; indi se ne tennero otto altre, e l'ultima terminò nella fine di febbraio dell'anno 870. Nella sessione quinta comparvero i vescovi e sacerdoti che si erano uniti allo scisma; e questi furono ricevuti a misericordia. Comparve ancora Fozio, il quale essendo stato interrogato da' legati se ricevea l'esposizione del papa Nicola, e quel che avea determinato Adriano papa suo successore, e dimandato più volte di ciò, non volle rispondere3. Finalmente pressato a rispondere disse: Dio intende le mie voci, senza ch'io parli. I legati gli dissero: Ma il silenzio non vi libererà dalla condanna. Fozio rispose: Anche Gesù Cristo col suo silenzio fu condannato. Dissero i legati che se Fozio volea riconciliarsi colla chiesa, bisognava che confessasse i suoi delitti ed i torti fatti ad Ignazio, promettendo di riconoscerlo per suo pastore in avvenire. Fozio seguitava a tacere. Il patricio Baanes gli disse: Signor Fozio, la confusione vi ha turbata la mente; onde il concilio vi tempo di pensare alla vostra salvezza: andate, e poi sarete richiamato. Nella sessione 7 comparve di nuovo Fozio con bastone alla mano; ma questo gli fu tolto, dicendosi nel concilio che egli era lupo, non pastore. Domandato di nuovo se volea abiurare i suoi errori, rispose che egli non riconosceva i legati per suoi giudici. Alla fine dopo altre dimande e risposte superbe di Fozio, fu dal concilio anatematizzato egli con questi anatemi: Anatema a Fozio invasore, tiranno, scismatico, nuovo Giuda, inventore di dogmi perversi e simili. Insieme con lui fu anatematizzato anche Gregorio di Siracusa e tutti i loro seguaci che restavano ostinati4.

15. In questo concilio VIII. poi furono stabiliti varj canoni sino al numero di 27. Fra le altre cose si dichiarò che tutte le ordinazioni fatte da Fozio erano invalide, e che tutte le chiese ed altari da lui consacrati doveano consacrarsi di nuovo. Di più che tutti i vescovi e chierici che rimaneano nel partito di Fozio, restassero deposti, e che tutti quelli che sosteneano con Fozio esservi due anime nell'uomo, restassero anatematizzati. Di più si proibì di ordinare vescovi per comando del principe sotto pena di deposizione5. Furono poi nel concilio bruciate tutte le opere di Fozio in mezzo all'assemblea, e furon ricevute tutte le definizioni degli altri 7 concilj generali, e così restò terminato il concilio, il quale di poi fu confermato da Adriano papa dopo la richiesta de' padri, che gli scrissero in


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questi termini1: Universalis huius synodi consonantiam veluti propriam confirma... ut per magisterium vestrum etiam aliis universis ecclesiis suscipiatur veritatis verbum et iustitiae decretum. È degno qui di notarsi quel che scrive Niceta2, cioè che i padri soscrissero il decreto colla penna intinta del sangue di Gesù Cristo. I legati poi del papa nel ritorno a Roma, per la poca attenzione tenuta di loro dall'imperator Basilio, in far loro fare il viaggio con poca sicurezza, caddero in mano degli schiavoni, che loro tolsero quanto aveano, ed anche l'originale degli atti del concilio colle soscrizioni dei padri. Ma per opera poi del papa e dello stesso imperatore furono liberati, ed ai 22 di dicembre dello stesso anno 870 giunsero in Roma; dove giunse ancora per altra via sicura in mano del papa la copia autentica de' predetti atti conciliari, e così il papa confermò il concilio3. La causa poi della collera dell'imperatore co' legati fu per non aver essi voluto accordare agli ambasciatori del re de' Bulgari venuti in Costantinopoli la lor pretensione di esser soggetti, non alla chiesa romana, ma a quella di Costantinopoli, siccome pretendeano ancora i legati delle chiese patriarcali di oriente4.

16. Fozio intanto non lasciava di tacciare il concilio. Scrisse di ciò più lettere a' suoi amici: in una specialmente ad un certo Teodosio monaco5 scrisse così: Perché vi maravigliate voi che i condannati pretendano di giudicare gli innocenti? Ne avete gli esempj: Caifa, Pilato giudicavano, e Gesù mio Dio era interrogato. Aggiunge poi gli esempj di s. Stefano, s. Giacomo e s. Paolo e di tanti martiri, che comparivano dinanzi a' giudici che meritavano mille morti. Iddio, diceva Fozio, tutto dispone per nostro bene. Del resto scrivono il p. Natale e Fleury6 che Fozio per tutti, o quasi tutti i dieci anni del suo esilio non cessò di meditare e macchinare il danno del santo patriarca Ignazio, e di tentare il proprio ristabilimento, inventando tutti i modi possibili per arrivarvi. Specialmente trovò una invenzione molto atta per acquistarsi la grazia dell'imperatore Basilio. Scrisse egli in una vecchia carta con caratteri antichi Alessandrini una genealogia e profezia insieme sovra il nome di Beclas, che appropriava al padre di Basilio; ed in questa scrittura dava ad intendere che Basilio (quandoché il padre era di bassi natali) discendea da Tiridate re degli Armeni, e che il regno di Basilio doveva essere il più felice e più lungo di tutti gli altri imperatori. Questa favola scritta l'avvolse poi in un codice antico, e la fece intromettere nella biblioteca del palazzo imperiale; indi fece insinuare a Basilio da un certo suo aderente, furbo come lui e confidente dell'imperatore, che quella scrittura niuno altro meglio poteva spiegarla che Fozio. Onde l'imperatore mandò a chiamarlo dall'esilio, e lo fece venire alla corte; e così l'impostore s'intromise nella di lui grazia, e pretendea col favore di Basilio che s. Ignazio gli accordasse di poter esercitare le funzioni vescovili. Ma il santo se gli oppose, dicendo che egli, essendo stato scomunicato dal concilio, non potea far alcuna funzione senza la permissione di un nuovo concilio. Ciò però non ostante seguitò Fozio ad ordinare e ad esercitare le facoltà di vescovo7. Frattanto il patriarca Ignazio in età di 80 anni passò alla vita eterna nell'anno 878; e non fu leggiero il sospetto che Fozio gli avesse macchinata la morte, come scrivono il p. Natale e Van-Ranst: e Fleury8 riferisce che Stiliano metropolitano di Neocesarea scrisse assolutamente a Stefano papa che Fozio procurò la morte del patriarca per mezzo di alcuni empj. Del resto così la chiesa greca, come la latina onorano s. Ignazio ai 23 di ottobre qual santo canonizzato.


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17. Non era poi ancor passato il terzo giorno dalla morte di s. Ignazio, che Fozio ebbe la grazia di riprendere la sede di Costantinopoli; e da allora cominciò a perseguitare tutti gli amici e i servi di s. Ignazio con esilj, carceri e battiture. Ristabilì alcuni vescovi deposti, e quei che ricusarono la sua comunione per ubbidire al concilio, furon dati in mano di un suo cognato, Leone Catacalo, il quale molti guadagnò co' tormenti, e molti che furon costanti, fece morire1. Indi Fozio, per ristabilirsi nel patriarcato coll'autorità pontificia, adoperò mille frodi. Tra le altre mandò una lettera al papa, allora Giovanni VIII., dicendo che gli era stata fatta violenza per farlo risalire su quella sede; e fece soscrivere a questa sua lettera i metropolitani dell'oriente col pretesto di un certo contratto di acquisto che dovea farsi con segretezza. Mandò di più un'altra lettera finta in nome di s. Ignazio, già morto, e di altri vescovi, che supplicavano il papa a ricever Fozio. A queste lettere unì anche quelle che avea carpite all'imperatore in suo vantaggio2. Giunte queste lettere in Roma nell'anno 879, il papa sollecitato specialmente dalle lettere dell'imperatore, gli rispose che pel bene della chiesa e della pace si contentava di dispensare ne' decreti del concilio VIII. e de' suoi predecessori in ricever Fozio nella comunione, ma purché avesse dimostrati segni di penitenza alla presenza del concilio da celebrarsi avanti a' suoi legati, che stavano in Costantinopoli; e per tal fine inviò ivi Pietro cardinale, acciocché presedesse in suo nome al concilio. Il cardinal Baronio, Natale Alessandro e Fleury3 molto biasimano questa condiscendenza del papa; ma lo scusa Pietro di Marca4, dicendo che Giovanni papa, vedendosi pregato dall'imperatore, ed appoggiato anche alle autorità de' pontefici Leone, Gelasio e Felice e del concilio africano, che aveano insegnato a temperar le regole in tempo di angustie, non fuor di ragione stimò bene per utile della chiesa di cedere alla necessità; e così col consenso degli altri patriarchi concesse a Fozio il ritener la sede.

 

18. Ma Fozio, a fine di compire i suoi disegni, giunto che fu il cardinal legato in Costantinopoli, lo ingannò col farsi dare le lettere del papa, col pretesto di volerle tradurre in greco; e così le troncò, e le aggiustò a suo piacere, come dimostra il cardinal Baronio. E con questa frode celebrò il concilio, chiamato al presente da' Greci scismatici ottavo ecumenico; ma in verità fu un vero conciliabolo, poiché in esso, benché vi furono 480 vescovi, tutti nondimeno furono aderenti di Fozio, il quale ne fu il presidente, facendo ogni cosa a suo genio contro il sentimento dei legati e del papa. Con cinque azioni fu terminato il conciliabolo, e l'empio Fozio a nome del papa fu ristabilito nella chiesa di Costantinopoli. Ma il papa Giovanni, avendo saputo quanto si era fatto in tal conciliabolo, mandò, come scrive Natale Alessandro5, Marino suo nuovo legato a Costantinopoli, affinché coll'autorità apostolica annullasse quanto si era fatto in quel perverso concilio. Tutto adempì con fortezza Marino, e confermò in nome del papa la condanna di Fozio fatta nel concilio generale. Ciò dispiacque tanto all'imperatore, che fece mettere in carcere il legato Marino, ed ivi lo tenne per trenta giorni. Ciò non ostante il papa confermò i decreti fatti contro Fozio da' suoi predecessori Nicola I. ed Adriano II., e di nuovo solennemente lo scomunicò. Soggiunge il cardinal Gotti6 che questa sentenza di Giovanni VIII. dopo la morte di Basilio, che successe nell'anno 886, fu mandata ad effetto dal suo figlio e successore Leone VI. nominato il Saggio. Questo imperatore, come narra ancora il Fleury7, mandò a s. Sofia due dei


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suoi principali officiali, che ascesi sulla tribuna lessero pubblicamente le scelleraggini di Fozio, e poi lo discacciarono dalla sede patriarcale, e lo condussero in esilio nel monastero degli armeni, ove morì, ma non si sa in qual tempo, né in qual modo. Narra nondimeno Cedreno ne' suoi annali1 essere stati a Fozio fatti cavare gli occhi dal medesimo Leone VI. imperatore, per sospetto di ribellione. Di più scrive il p. Natale nel luogo citato che il misero Fozio morì ostinato nel suo scisma e separato dalla comunione della chiesa.

 

19. Dopo la morte di Fozio, dice Natale Alessandro2 che si estinse lo scisma, e che poi ripullulò; ma il Danes3 scrive che colla morte di Fozio non finì lo scisma, anzi prese maggior vigore a tempo di Nicola Crisobergo patriarca di Costantinopoli verso l'anno 981., e maggiore a tempo di Sisinnio suo successore nell'anno 995., e maggiore a tempo di Sergio anche patriarca, che a suo nome mandò a' vescovi orientali la lettera enciclica fatta da Fozio contro il papa. Di poi lo scisma prese nuove forze nel secolo XI. a tempo di Michele Cerulario. Costui era di nobile stirpe, ma superbo e macchinante: onde l'imperator Michele Paflagonio lo tenne chiuso in un monastero per causa di una ribellione contro sé tramata; e di non uscì che a tempo di Costantino Monomaco imperatore, e nell'anno poi 1043. egli indegnamente, contro il prescritto dei canoni, prese il patriarcato di Costantinopoli. Ma temendo con ragione di esser punito dal papa per questo suo attentato, egli si affaticò a fomentare i semi già sparsi dagli altri della divisione della chiesa romana, e diede principio alla guerra contro i latini con iscrivere una lettera a Giovanni vescovo di Trani nella Puglia, caricando la sede romana di più errori, cioè che insegnava proceder lo Spirito santo dal Padre e dal Figliuolo: che le anime uscite dal purgatorio godono piena beatitudine in cielo, anche prima della comune risurrezione: che il papa ingiustamente si assumeva l'autorità di pastore universale: e precisamente incolpava poi i latini nel valersi del pane azimo per l'eucaristia, dicendo che ciò era un attenersi ai giudei, i quali celebravano la pasqua in azimo. Ma ingiustamente tacciava in ciò la chiesa romana; mentre non può dubitarsi che Gesù Cristo celebrò la pasqua nel primo giorno degli azimi, allorché, secondo il precetto dato da Dio nell'Esodo al capo 12. era proibito a tutti i giudei di tenere in casa alcun pane fermentato: Septem diebus azyma comedetis; in die primo non erit fermentum in domibus vestris... a primo die usque ad diem septimum4. Oltreché poi era antichissima la tradizione sin dal tempo di s. Pietro, come scrive Cristiano Lupo5, che Cristo avesse sacrificato in azimo; e tale certamente era stata la costumanza dei primi secoli in tutto l'occidente, eccetto quel poco tempo per cui ne' principj bisognò interromperla, per togliere lo scandalo, e non dare a vedere che i cristiani comunicassero coi giudei. È vero che i greci han sempre usato in oriente il pane fermentato; e ciò senza offender la fede, giacché una chiesa non ha mai riprovato il costume dell'altra: ma Cerulario ingiustamente notava di eresia la chiesa latina, perché celebrava in azimo.

 

20. Il papa Leone affine di spegnere il fuoco dello scisma che allora andava sempre più dilatandosi, mandò in oriente Umberto vescovo di Selva-Candida, col cardinal arcidiacono di Roma e Pietro arcivescovo di Amalfi: essi legati portarono all'imperator Monomaco la lettera del papa, ove si minacciava al Cerulario la scomunica, se non cessava di condannare l'uso della chiesa romana nel celebrar la messa. Indi in Costantinopoli si discusse la questione, e restò giustificata la pratica de' latini. Ma Michele Cerulario non volle conferire co' legati; anzi in quel tempo non fece altro che sparlare contro i medesimi.


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Onde i legati disperando del suo ravvedimento, un giorno nella chiesa di s. Sofia dopo celebrata la messa lasciarono pubblicamente sull'altare la carta della scomunica contro il medesimo. Egli maggiormente irritato poi da ciò, tolse da' dittici il nome del papa, e per rendere la pariglia scomunicò i legati, e poi mandò per l'Asia e per l'Italia molti fogli pieni di calunnie e d'ingiurie contro la chiesa romana. Visse insomma il misero, e morì ostinato nel suo scisma, e rilegato nel Proconeso; poiché l'imperatore Isacco Comneno nell'anno 1058., vedendolo così ostinato, lo depose dal patriarcato, e lo mandò in esilio, dove terminò la vita1.

21. Ma dopo ciò, in vece di cessare, lo scisma restò non poco dilatato. E sebbene molte chiese greche nel secolo XI. e nel seguente conservavano la comunione colla chiesa romana, non però la divisione tuttavia crebbe sino alla presa di Costantinopoli fatta dai regnanti latini. Ma poi sotto Baldovino, che fu il primo imperator latino di Costantinopoli, e sotto i monarchi francesi dall'anno 1204. sino al 1261. ebbe tregua la discordia. Ma quando Costantinopoli fu presa da Michele Paleologo, di nuovo i greci ripigliarono lo scisma, a cui parea che almeno esternamente avessero rinunziato; e così regnò per quattro secoli la dissensione della chiesa greca colla latina, finché, atterriti i greci da' castighi che Dio facea loro provare, l'imperator Michele Paleologo mandò2 a Gregorio X. Giovanni de' Frati Minori, professore, con sue lettere, domandando di voler co' suoi sudditi ritornare alla chiesa romana ed unirsi nella professione della fede: e perciò scrisse anche a s. Luigi re di Francia, acciocché egli si fosse adoperato per concludere questa concordia tra la chiesa greca e romana. Il papa all'incontro, che sommamente desiderava questa riunione, mandò all'imperatore quattro religiosi dell'ordine francescano (benché altri vogliono due francescani e due domenicani) per concludere questa pace. E nello stesso tempo, che fu nell'anno 1272., convocò un sinodo generale per celebrarsi dopo due anni in Lione; e questo concilio per tre fini: per concertare co' principi l'acquisto della Terra santa; per la riforma di più cose spettanti alla disciplina; ma principalmente per istabilire l'unione della chiesa greca colla latina; onde per mezzo de' mentovati religiosi mandò all'imperatore la formola della fede, ch'esso coi vescovi della Grecia dovea professare. L'esortò pertanto di venire al concilio, o di mandarvi i suoi oratori; ed insieme chiamò al concilio il patriarca di Costantinopoli e gli altri prelati greci.

 

22. Si adunò già poi nel tempo determinato il sinodo in Lione, ove intervennero, oltre i patriarchi latini, due patriarchi dei greci, Pantaleone di Costantinopoli ed Opizione di Antiochia, con molti altri vescovi greci; sì che vi si trovarono uniti 500. vescovi, settanta abati e mille prelati inferiori. Vi fu ancora s. Bonaventura, che tenne il primo luogo dopo il papa Gregorio X., il quale v'intervenne, ed a lui diede la cura di proporre le cose che doveano trattarsi. Il papa vi avea chiamato s. Tommaso d'Aquino; ma il santo morì per via nel monastero di Fossanova. Intervennero ancora gli oratori de' re di Francia, d'Inghilterra e di Sicilia. Molti autori, come Tritemio, Platina ed altri, vogliono che vi fosse venuto anche l'imperator Michele; ma Natale Alessandro3 con gravissimi argomenti prova che vi furono solamente gli oratori dell'imperatore, sì perché nel concilio fu letta e dal concilio approvata la lettera dell'imperatore, sì perché gli oratori giurarono la riunione in nome dell'imperatore e sì anche perché Gregorio subito dopo terminato il concilio scrisse al medesimo come ignaro di tutto ciò che nel


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concilio si era stabilito; cose che tutte chiaramente provano che l'imperatore non fu presente al concilio.

 

23. Nella sessione IV. si lesse nell'assemblea la lettera dell'imperator Michele Paleologo: ove si protestava di professar la fede insegnata dalla chiesa romana, secondo la formola già prescrittagli dal papa; onde dichiarava di credere la processione dello Spirito santo dal Padre e dal Figliuolo, l'esistenza delle pene del purgatorio, la validità del sacramento dell'eucaristia fatta col pane azimo; e finalmente concludea la lettera confessando il primato del pontefice romano colle seguenti parole, che si notano presso Natale Alessandro1 e presso il Rainaldo2: Ipsa quoque s. romana ecclesia summum et plenum primatum et principatum super universam ecclesiam catholicam obtinet; quem se ab ipso Domino in b. Petro apostolorum principe, cuius rom. pontifex est successor, cum potestatis plenitudine recepisse veraciter recognoscit. Et sicut prae ceteris tenetur fidei veritatem defendere, sic et si quae de fide subortae fuerint quaestiones, suo debent iudicio definiri. Ad quam eccl. rom. potest gravatus quilibet in negotiis ad ecclesiasticum forum pertinentibus appellare. Sed in omnibus causis ad examen ecclesiasticum spectantibus, ad ipsius potest iudicium recurri; et idem omnes ecclesiae sunt subiectae, ipsorumque praelati obedientiam et reverentiam sibi debent; apud quem sic plenitudo potestatis consistit, quod ecclesias ceteras ad sollicitudinis partem admittit; quarum multas, et patriarchales praecipue, diversis privilegiis eadem ecclesia romana honoravit, sua tamen praerogativa, tam in generalibus conciliis, quam in quibuscumque aliis, semper salva. E poi soggiungea: Primatum quoque eiusdem sanctae romanae ecclesiae ad ipsius s. ecclesiae obedientiam spontaneam venientes, confitemur, et recognoscimus, acceptamus, et sponte suscipimus. In fine l'imperatore prega il papa di contentarsi che sia lecito alla chiesa greca di recitare il simbolo, siccome lo recitava prima dello scisma, e di osservare gli stessi riti che non sono contro la fede o i divini precetti, né contro l'antico o nuovo testamento, né contro la dottrina de' concilj generali, o de' s. padri, ricevuta dai concilj celebrati dalla potestà spirituale della romana chiesa. Di poi si lessero le lettere degli altri prelati greci, che scriveano di sottomettersi alla potestà della chiesa romana, ed abbracciavano tutte le cose di soggezione spirituale, che prima dello scisma i loro padri prestavano alla sede apostolica.

 

24. Lette queste lettere, Giorgio, Acropolita e Grande Logoteta, oratore dell'imperatore, in di lui nome rinunziò allo scisma, professando la fede della chiesa romana, e riconoscendo il primato del romano pontefice; di più promise con giuramento che l'imperatore non si sarebbe mai partito da quella fede ed ubbidienza. Lo stesso fecero i legati de' vescovi greci; ed allora, dopo essersi dal concilio approvata ed accettata la riferita professione di fede, si formò la costituzione sinodica, in cui si disse: Fideli ac devota professione fatemur quod Spiritus sanctus aeternaliter ex Patre et Filio, non tanquam ex duobus principiis, sed tanquam ex uno principio, non duabus spirationibus, sed unica spiratione procedit. Hoc professa est hactenus, hoc firmiter tenet et docet sacrosancta romana ecclesia, mater omnium fidelium et magistra: hoc habet orthodoxorum patrum, atque doctorum latinorum pariter et graecorum incommutabilis et vera sententia. Sed quia nonnulli, propter irrefragabilis praemissae, ignorantiam veritatis, in errores varios sunt prolapsi, nos huiusmodi erroribus viam praecludere cupientes, sacro approbante concilio, damnamus, et reprobamus omnes, qui negare praesumserint aeternaliter Spiritum sanctum ex Patre et Filio procedere, sive etiam temerario ausu asserere quod Spiritus sanctus ex Patre et Filio, tanquam ex duobus principiis et non tanquam ex uno, procedat. Finalmente


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terminato il concilio, Gregorio rimandò i greci con molti doni, e scrisse all'imperator Michele e ad Andronico suo figlio, congratulandosi con loro del sinodo già compito. L'imperatore del tutto restò contento; e vedendo che Giuseppe patriarca di Costantinopoli, il quale avea oppugnata l'unione, tuttavia seguiva ad oppugnarla, lo costrinse a rinunziare la sua dignità, ed a ritirarsi in un monastero, e procurò che nella di lui sede fosse sostituito Giovanni Vecco, punendo colla carcere e coll'esilio ed anche colla morte gli ecclesiastici ed i magnati che ripugnarono di accettare il concilio1.

25. Indi in Costantinopoli si celebrarono due sinodi nell'anno 1276 sotto Giovanni XXI. papa, ove il patriarca Vecco cogli altri vescovi greci professarono la fede secondo la norma data loro dalla chiesa romana, e l'imperatore Michele ed Andronico suo figlio scrissero al pontefice ch'essi avean confermato tutto ciò che della fede tiene ed insegna la chiesa romana. E nell'anno 1278 lo stesso imperatore scrisse al papa Nicola III., successore di Giovanni, ch'egli con tutte le sue forze avea procurato di promuovere l'unione; ma che tali e tanti erano i tumulti e le congiure contro di lui suscitate, che stava in pericolo di esser deposto, se fosse cresciuto il fuoco: onde pregava il papa che non si rammaricasse, se egli in questo affare usasse un certo economico governo. Ma la conclusione fu che d'indi in poi i greci, eccettuatine alcuni pochi, si allontanarono dall'unione giurata colla chiesa romana; il che mosse Martino IV. successore di Nicola III. nell'anno 1281 a scomunicare l'imperatore Michele Paleologo, come fautore dello scisma e dell'eresia dei greci; e vietò a tutti i principi, signori ed università delle città e castelli, sotto pena di scomunica alle persone e d'interdetto alle terre, il congregarsi col medesimo, finché stesse scomunicato. Scrive Natale Alessandro, citando due autori, che il papa scomunicò Michele, incitato da Carlo re di Sicilia, sperando che ritrovandosi l'imperatore destituto di sussidj, l'avesse potuto più facilmente scacciare dal soglio, e collocarvi di nuovo il genero del re. Ma avverte il padre Roncaglia nella sua nota a Natale che Martino IV. avendo nell'anno seguente rinnovata la scomunica (come riferisce Rainaldo anno 1282. num. 8. ) dimostrò che volea scomunicato il Paleologo non per altra causa, se non perché si era partito dall'unione da lui giurata e confermata2.

26. Seguitò pertanto lo scisma per 160 altri anni in circa dal concilio di Lione sino all'anno 1439, nel quale i greci, ritrovandosi afflitti per giusto castigo di Dio da' turchi, che dopo aversi usurpata una gran parte del loro imperio, ne minacciavano il totale esterminio, dimostraron desiderio di volersi riunire colla chiesa romana; onde il papa Eugenio IV, che sommamente desiderava questa unione, principalmente a questo fine convocò un concilio generale, che prima si tenne in Ferrara e poi in Fiorenza, per cagion della peste venuta in Ferrara, e mandò ad invitarvi l'imperatore, i patriarchi e gli altri vescovi greci. L'imperator Giovanni Paleologo accettò l'invito, ed in effetto intervenne al concilio in persona, e vennero seco il patriarca di Costantinopoli con due primarj metropolitani, cioè Basilio Bessarione arcivescovo di Efeso con altri prelati greci e 700 altre persone, che trovaronsi già unite nella città di Fiorenza con 160 vescovi latini. In questo concilio3 di nuovo si discussero i punti della discordia, ch'erano gli stessi che furono già prima discussi e definiti nel concilio di Lione. Di nuovo si discusse il punto della parola Filioque aggiunta da' latini al simbolo, per ispiegare che lo Spirito santo procede insieme dal Padre e dal Figlio, come da un solo principio. L'arcivescovo greco di Efeso,


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Marco, fu in ciò il più pertinace oppositore. Diceva egli esser illecita ogni aggiunta che si faceva agli antichi simboli della chiesa. Ma da' nostri si rispose che la promessa fatta alla chiesa da Gesù Cristo di assisterla, non era ristretta a' tempi antichi, ma comprendea tutti i tempi sino alla fine del mondo: Et ecce ego vobiscum sum... usque ad consummationem saeculi1. E con ciò diceasi che né pure nel simbolo vi era prima la parola Consostanziale, e il concilio Niceno stimò bene di aggiungerla per togliere ogni sotterfugio agli Ariani, e spiegare che il Verbo è della stessa sostanza del Padre, e tutto eguale al Padre. Così anche i sinodi efesino e calcedonese aggiunsero al simbolo niceno che Gesù Cristo esisteva in due nature divina ed umana per ispiegare che il Salvatore è vero Dio e vero uomo contro Nestorio che lo volea semplice uomo, e contro Eutiche il quale volea che nell'incarnazione di Cristo la divinità avesse assorbita l'umanità. Da tutto ciò concludeasi che la parola Filioque erasi aggiunta, non già per dar nota d'imperfetti ai simboli antichi, ma per maggiormente far chiara la verità della fede; la dichiarazione di una verità non dee chiamarsi aggiunta, ma spiegazione, o sia spianazione. Onde su questo punto fu fatta la definizione dal concilio in questo modo: Definimus, ut haec fidei veritas ab omnibus christianis credatur, quod Spiritus sanctus ex Patre et Filio aeternaliter est, et essentiam suam, suumque esse subsistens habet ex Patre simul et Filio, et ex utroque aeternaliter tanquam ab uno principio et unica spiratione procedit, declarantes quod id quod Ss. patres dicunt ex Patre per Filium procedere Spiritum sanctum, ad hanc intelligentiam tendit ut per hoc significetur Filium quoque esse secundum graecos quidem caussam, secundum latinos vero principium subsistentiae Spiritus sancti, sicut et Patrem. Et quoniam omnia quae Patris sunt Pater ipse unigenito Filio suo gignendo dedit, praeter esse Patrem; hoc ipsum quod Spiritus sanctus procedit ex Filio, ipse Filius a Patre aeternaliter habet a quo etiam aeternaliter genitus est. Definimus insuper, explicationem verborum illorum Filioque, veritatis declarandae gratia, et imminente tunc necessitate ac rationabiliter, symbolo fuisse appositam.

 

27. Di poi si parlò della questione se validamente si consacrasse il sacramento dell'eucaristia col pane azimo: ma in ciò presto convennero le parti, mentre non potea dubitarsi che il pane triticeo è la materia essenziale di tal sacramento, l'esser poi azimo o fermentato s'appartenea alla sola disciplina: onde si definì che ciascun sacerdote seguisse la consuetudine della sua chiesa occidentale, ovvero orientale: Item in azymo sive fermentato pane triticeo corpus Christi veraciter confici; sacerdotesque in altero ipsum Domini corpus conficere debere, unumquemque scilicet iuxta suae ecclesiae sive occidentalis, sive orientalis consuetudinem.

 

28. Indi si parlò del purgatorio e dello stato di beatitudine che godono le anime salve prima della risurrezione de' corpi. Ed in ciò presto ancora convennero; poiché in quanto al purgatorio, non già si negava dai greci l'esistenza del purgatorio, ma solo diceasi che ivi le macchie dei peccati si purgavano colla pena della tristezza, non già col fuoco; onde ben si accordarono alla definizione del concilio, con cui si disse che le anime erano purgate nell'altra vita dalle macchie de' peccati colle pene da cui venivano poi sollevate da' suffragi de' fedeli, e specialmente dal sacrificio della messa, ma senza specificare la pena del fuoco, o della tristezza: e lo stesso si decise poi nel concilio di Trento nella sessione 25 nel decreto del purgatorio; benché più santi padri, come s. Ambrogio, s. Agostino, s. Gregorio, Beda e s. Tommaso l'Angelico parlano precisamente della pena del fuoco, come si può osservare nella mia opera dogmatica contro i novatori sul concilio di


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Trento1, fondandosi sul testo di s. Paolo2. La definizione pertanto del Fiorentino fu la seguente: Item (definimus) si vere poenitentes in Dei charitate decesserint, antequam dignis poenitentiae fructibus de commissis satisfecerint et omissis, eorum animas poenis purgatorii post mortem purgari; et ut a poenis huiusmodi releventur, prodesse eis fidelium vivorum suffragia, missarum scilicet sacrificia, orationes et eleemosynas et alia pietatis officia, secundum ecclesiae instituta.

 

29. Circa poi la questione se le anime già purgate prima della risurrezione godessero in cielo la chiara visione divina, fu anche volentieri da' greci accettata la definizione del concilio, con cui si disse: Illas (animas) etiam quae post contractam peccati maculam, vel in suis corporibus, vel eisdem exutae corporibus, prout superius dictum est, sunt purgatae, in coelum mox recipi, et intueri clare ipsum Deum trinum et unum sicuti est, pro meritorum tamen diversitate, alium alio perfectius; illorum autem animas qui in actuali mortali peccato, vel solo originali decedunt mox in infernum descendere, poenis tamen disparibus puniendas. Del resto è comune la sentenza tra' teologi che il compimento della felicità ne' beati si avrà dopo il giudizio finale, quando ripiglieranno i loro corpi. S. Bernardo3, parlando delle due stole de' beati, dice: Stola prima ipsa est felicitas et requies animarum: secunda vero, immortalitas et gloria corporum.

 

30. Il maggior dibattimento fu poi circa il primato del pontefice romano, specialmente con Marco arcivescovo di Efeso, il quale si dimostrò ostinato sino alla fine del concilio; e dopo terminato il concilio, come diremo, riuscì all'empio di pervertire gli altri greci. Essi per altro confessavano che il papa era capo della chiesa, ma non di tale autorità che potesse ricevere le appellazioni da' giudizj fatti dalle quattro sedi patriarcali di oriente, e senza l'assenso di essi convocare alcun sinodo generale. In questo punto fu tale il contrasto che ebbesi quasi per disperata la concordia, se l'arcivescovo di Nicea Basilio Bessarione non avesse ritrovato il modo di conciliare le parti colla formola: Salvis privilegiis et iuribus graecorum; che finalmente fu ricevuta dai greci, perché così restava loro salvo il privilegio, ed all'incontro con tal clausula ben confessavano la soggezione alla chiesa romana, mentre la parola privilegio importa concessione della potestà del superiore, e veniva con ciò confermato esser il papa sovra tutte le chiese cristiane. Onde si fece la definizione: Definimus sanctam apostolicam sedem et romanum pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem successorem esse b. Petri principis apostolorum, et eorum patrem, ac doctorem existere; et ipsi in b. Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem ecclesiam a D.N. Iesu Christo plenam potestatem esse traditam; quemadmodum etiam in gestis oecumenicorum conciliorum et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium patriarcharum, ut patriarcha constantinopolitanus secundus sit post ss. rom. pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus, et quintus ierosolimitanus, salvis, videlicet, privilegiis omnibus et iuribus eorum.

 

31. Dopo ciò, e prima di terminare il concilio, sopravvennero in Fiorenza gli armeni, anch'essi chiamati dal papa, giacché si trovava infetta di errori anche la loro provincia. Il loro patriarca mandò quattro personaggi, i quali furono accolti con tenerezza dal papa. E perché gli armeni erano estremamente ignoranti, il papa stimò bene di fare dar loro un compendio di tutta la dottrina cattolica, affinché ivi la professassero con giuramento, ed indi la portassero in Armenia, per ammaestrarne quei popoli. Questa istruzione, o sia decreto fu già accettato dagli armeni, e giurato: egli si legge steso presso il


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cardinal Giustiniano ed anche il Bernino1. Comparvero ancora nel concilio i Giacobiti invitati pure dal papa, per mezzo dell'abate di s. Antonio spedito dal patriarca armeno. E vennero ancora gli ambasciatori dell'imperatore di Etiopia, detto il Prete-Gianni, a ricevere l'ubbidienza dalla chiesa romana, a' quali fu dato un altro libello2 d'istruzione, quando il concilio dal papa fu trasportato da Fiorenza in Roma. Del resto, parlando dei greci, la loro pace poco durò; poiché giunti in Grecia, specialmente per opera dello scellerato Marco di Efeso, ritornarono al vomito. Ma presto fu loro sovra il castigo di Dio; mentre nell'anno 1453 da Maometto II. fu presa Costantinopoli per assalto, e da lui fu abbandonata al sacco ed all'eccidio; onde i soldati uccisero senza pietà quanti lor si pararono dinanzi, demolirono gli altari, profanarono i monasterj, e spogliarono i cittadini di tutti i loro beni. Così cadde il trono d'oriente, dopo aver durato più di undici secoli con tanto splendore. E sin d'allora sono rimasti i greci ostinati ne' loro errori, e sieguono ad esser tali, vivendo schiavi infelici de' medesimi turchi. Ed ecco che quella fioritissima chiesa, che diede al mondo gli Atanasj, i Grisostomi, i Gregorj, i Basilj e tanti altri dottissimi personaggi che illuminarono il mondo, ora giace avvilita e dissipata; mentre alle virtù son succeduti i vizj ed alla scienza l'ignoranza. In somma la Grecia, dopo essere stata la madre de' santi e de' dottori della chiesa, per essersi separata dalla sede romana, è caduta in una deplorabile barbarie ed in una misera schiavitù3.




1 Nat. Al. §. 11. et Graveson t. 3. coll. 3. p.153.



2 T. 13. diss. 4. §. 12.



3 Bar. an. 869. n. 28.



4 Ib. n. 37. et Fleury t. 7. l. 51. n. 29.



5 Nat. Al. §. 22. et Fleury l. 51. n. 55.

1 Nat. Alex. cit. §. 22.



2 Apud Fleury loc. cit. n. 46.



3 Hermant t. 1. c. 347.



4 Fleury t. 7. l. 51. n. 44. e 49.



5 Fleury loc. cit. n. 41.



6 Nat. Al. t. 7. diss. 4. §. 25. Fleury t. 8. l. 53. n. 1. ex Niceta.



7 Nat. Alex. §. 25. Baron. an. 878. n. 53. Fleury t. 8. l. 53. n. 1. et seq. Van-Ranst p. 154.



8 Cit. loc. 53. n. 52.

1 Nat. Alex. loc. cit. §. 25.



2 Fleury loc. cit. n. 3. e 4. Natal. Alex. eod. §. 25.



3 Baron. t. 10. an. 879. Nat. Alex. t. 13. diss. 4. §. 26. et Fleury t. 8. l. 53. n. 7.



4 De concord. Sac. et Imp. l. 3. c. 14.



5 Loc. cit. §. 28.



6 Ver. Rel. t. 2. c. 85. §. 1.



7 L. 53. n. 51.

1 Apud Gotti loc. cit..



2 Nat. §. 29.



3 Temp. not. p. 271.



4 Exod. 12. 15.



5 Part. 3. conc. diss. de Act. s. Leon. VII.

 



1 Bernin. t. 3. sec. 11. c. 6. Van-Ranst sec. 10. p. 171. Berti t. 2. sec. 11. c. 3.



2 Natal. Alex. t. 17. diss. 7. de concil. lugd. 2. a. 1. Graves. l. 4. colloq. 4. p. 116.



3 Cit. art. 2. n. 1.

1 Loc. cit. n. 2.



2 An. 1274 n. 14.

1 Nat. Alex. loc. cit. a. 2. n. 6. ex Niceph. l. 5. et aliis.



2 Nat. Alex. t. 17. dissert. 7. 2. per totum.



3 Spondan. ad an. 1438. n. 28.

1 Matth. 28. 20.

1 In cit. sess. 25. n. 7. e 27.



2 1. Cor. 3. 12.



3 T. 1. p. 1033. serm. 3. omn. ss. n. 1.

1 Card. Iustin. in conc. flor. part. 3. p. 263. et ap. Bernin. t. 4. sec. 5. 6. p. 134.



2 Rainald. an. 1442. n. 1. e 2.



3 Hermant t. 2. c. 201. Bert. Br. H. t. 2. sec. 15. c. 5.






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