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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. II. ERESIE DEL SECOLO XII.

6. De' Petrobrusiani. 7. Di Errico e de' suoi discepoli. 8. Condanna di essi. 9. Di Pietro Abailardo e de' suoi errori circa la Trinità. 10. Sua condanna. 11. Sua conversione e morte. 12. Suoi particolari errori. 13. Di Arnaldo di Brescia e de' suoi errori: sua condanna. 14. Sua sedizione e morte di fuoco. 15. Di Gilberto Porretano e de' suoi errori: sua emenda. 16. Di Folmaro Tanchelino e dell'abate Gioachimo; di più degli Apostolici e de' Bogomili. 17. Di Pietro Valdo e de' suoi seguaci, ch'ebbero diversi nomi. 18. Loro particolari errori e condanna.

 

6. In questo secolo vi furono i Petrobrusiani. Ebbero questi per capo Pietro de Bruis, il quale fu monaco, ma poi per desiderio di libertà apostatò, e se ne fuggì nella provincia di Arles. Ivi ed in altri luoghi vicini cominciò verso l'anno 1118 a seminare i suoi errori, i quali si riducono a cinque, come scrisse Pietro abate di Cluny5. Per 1. riprovava il battesimo de' fanciulli prima dell'uso di ragione. Per 2. riprovava gli altari e le chiese, e volea che le fabbricate si diroccassero. Per 3. proibiva che si onorasse la croce. Per 4. riprovava la messa e il sacramento dell'eucaristia. Per 5. riprovava tutte le orazioni e gli altri suffragi pei morti. Dice il Graveson6 esser molto verisimile che tali errori sieno stati condannati nel can. 3. del concilio di Tolosa tenuto l'anno 1119, in cui presedette Calisto II. papa, e che appresso di nuovo furon condannati nel concilio lateranese II. nell'anno 1139 sotto il papa Innocenzo II. Alcuni han creduto che Pietro di Bruis abbia professata la setta de' Manichei. Ma Natale Alessandro e il cardinal Gotti7 lo negano; poiché Pietro battezzava coll'acqua, mangiava carne, e venerava il vecchio e nuovo Testamento, cose che non faceano i Manichei. Ma ecco qual


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fu poi la fine infelice di questo eretico. Egli in un giorno di venerdì santo fece una gran raccolta di croci nella villa di s. Egidio in diocesi di Nimes, e postovi fuoco, fece cuocere su quella bragia molta carne, e poi la dispensò ai suoi seguaci. Ma l'arcivescovo di Arles dopo ciò lo fece bruciar vivo in quelle stesse fiamme, facendolo passare da quelle alle fiamme eterne1.

7. Dopo la morte di Pietro di Bruis vi fu un certo monaco per nome Errico, italiano, come vogliono alcuni, o secondo altri, della Provenza2, il quale circa l'anno 1140 aumentò la setta, ma con qualche mutazione e nuovi errori. Egli era tenuto in grande stima di santità e dottrina; onde gli riuscì d'infettare più luoghi, e specialmente la diocesi di Mans. Ma prima di giungere a Mans, mandò avanti due suoi discepoli, che andavano, come esso, con un bastone, in cima di cui eravi una croce di ferro. Questi ottennero dal vescovo Ildeberto la licenza per Errico di predicare nella città. Venne poi Errico, e cominciò a predicare; e perché era eloquente, tirò molta gente ad udirlo. L'effetto delle sue prediche fu il muovere a furore il popolo contro i chierici, ed a mirarli come scomunicati; avrebbero voluto bruciar le loro case, spogliarli de' loro beni ed anche lapidarli, se i grandi non si fossero opposti alla lor violenza. Anche il vescovo fu malmenato da' seguaci di Errico; onde Ildeberto lo scacciò dalla sua diocesi, ed accolse due suoi discepoli, che l'aveano abbandonato conoscendo i suoi errori3. Errico scacciato da Mans andò prima a Poitiers, poi a Bordeaux e poi a Tolosa, dove maggiormente sparse le sue false dottrine. S. Bernardo descrive4 le rovine che vi fece, dice che ivi per causa delle sue prediche erano disprezzati i sacerdoti, le chiese, le feste, i sacramenti e tutte le cose sacre; le persone morivano senza confessione e senza viatico, ed a' fanciulli si negava il battesimo. Aggiunge s. Bernardo che Errico quanto lucrava colle prediche non si vergognava impiegarlo nel giuoco ed in usi più turpi; poiché spesso dopo la predica andava la notte ad abitare con donne, anche di mondo. Crescendo in Tolosa il numero degli eretici, il papa Eugenio III. vi mandò per suo legato Alberico cardinale o vescovo di Ostia. Questi prese per suoi compagni Goffredo vescovo di Chartres e s. Bernardo, il quale colle sue prediche, conferenze e miracoli ne ridusse molti a convertirsi; onde il santo scrisse poi nell'anno 11475 a' tolosani: Gratias agimus Deo, quia non fuit otiosus adventus noster apud vos; et mora quidem brevis apud vos, sed non infructuosa.

 

8. Il legato Alberico con una sentenza dichiarò scomunicati tutti coloro che avessero comunicato cogli Erriciani e fautori di essi. S. Bernardo avea promesso ad Errico di riceverlo monaco in Chiaravalle, se avesse voluto ritirarsi ivi a far penitenza6; ma Errico sempre fuggì da s. Bernardo. Nondimeno il santo non lasciò di seguitarlo, dov'egli andava, e predicava nei luoghi che da Errico erano sedotti. Finalmente fu l'eretico talmente inseguito, che fu preso e messo in ferri; fu dato nelle mani del vescovo, e poi, come scrive Natale Alessandro, fu consegnato al legato apostolico, dal quale convien credere essere stato condannato ad un perpetuo carcere, affinché cessasse di corrompere gli altri7.

9. Pietro Abailardo nacque all'anno 1079 nel villaggio di Palais tre leghe discosto da Nantes. Questi prima insegnò la filosofia e poi la teologia con qualche credito; ma la passione da lui presa per Eloisa, nipote di Fulberto canonico di Parigi, lo riempì di tanta confusione, che andò a farsi religioso nell'abazia di s. Dionigi per nascondersi dal mondo, essendo già in età di 40 anni in circa8. Ma ivi non perseverò, poiché di si portò nelle terre


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del conte di Sciampagna, ove stabilì una scuola che divenne celebre, e poi cacciò fuori un libro sparso di varj errori sovra il mistero della Trinità. Questo libro fu condannato dal legato del papa, Conone, vescovo di Palestrina nel concilio tenuto in Soissons nell'anno 1121; anzi fu ivi chiamato lo stesso Abailardo, e fu costretto a gittar di sua propria mano il suo libro nel fuoco; ed indi fu consegnato egli all'abate di s. Medardo di Soissons a tenerlo chiuso e custodito in un monastero1.

10. Ciò però non ostante Abailardo seguì per 18 anni ad insegnar teologia, ed a scriver libri infetti degli stessi suoi errori. Avvisato di ciò s. Bernardo, cercò di farlo ravvedere, senza confusione delle due false dottrine. Abailardo gli promise di correggersi; ma poi nulla eseguì: e sapendo che dovea tenersi un concilio a Sens, andò a trovar l'arcivescovo, e, lamentandosi che il santo abate in segreto dicea male dei suoi libri, lo pregò di far chiamare s. Bernardo al concilio, mentr'egli era pronto a difender pubblicamente i suoi scritti. Il santo si scusò al principio; ma poi vinse la ripugnanza, e v'intervenne, benché poco preparato alla disputa nel giorno assegnato, che fu ai 2 di giugno dell'anno 1140. S. Bernardo produsse nell'assemblea il libro di Abailardo e gli errori ch'egli vi avea notati. Abailardo non volle rispondere; ma prevedendo che il concilio gli sarebbe stato contrario, prima che il concilio proferisse alcuna sentenza, egli appellò al papa, e si partì dall'assemblea. I vescovi, benché non giudicassero canonica quell'appellazione, nondimeno per rispetto del papa si astennero dal condannare Abailardo in quanto alla persona. Ma avendo s. Bernardo dimostrato che più proposizioni nel libro eran false ed eretiche, essi le condannarono, e poi mandarono al pontefice Innocenzo II. una relazione dell'accaduto, e lo pregarono a confermare colla sua autorità la condanna di quegli errori, con punire coloro che volessero difenderli2. Scrisse anche s. Bernardo ciò ad Innocenzo; e il papa condannò non solo gli scritti di Abailardo, ma anche la persona, imponendogli, come eretico, perpetuo silenzio, e scomunicando coloro che avessero ardito di difenderlo3.

11. Abailardo si partì per andare a Roma a proseguir la sua appellazione; ma passando per Cluny si abboccò ivi coll'abate Pietro il venerabile, ed anche coll'abate di Cistello, il quale erasi portato a Cluny per farlo riconciliare con s. Bernardo. In ciò si adoperò anche l'abate di Cluny, e lo persuase di andare a trovar s. Bernardo, ed anche di ritrattarsi degli errori che il santo avea notati. In effetto Abailardo così fece: andò a Cistello, si pacificò con s. Bernardo, e, correggendosi degli errori, ritornò a Cluny; dove avendo saputo che dal papa era stata confermata la condanna fatta dal concilio, risolse di abbandonar la sua appellazione e di fermarsi ivi nel restante di sua vita. L'abate l'accolse con piacere, purché il papa non vi avesse ripugnato; onde Abailardo ne scrisse al papa, ed il papa gli diede il suo consenso: e così Abailardo restò a vivere nel monastero di Cluny. Visse pertanto ivi per due anni vestito coll'abito cluniacense con edificazione di que' monaci, ai quali fece anche delle lezioni; ma essendo caduto in una grave infermità, fu mandato a mutar aria nel priorato di s. Marcello nella Borgogna, ed ivi morì ai 21. di aprile dell'anno 1142. in età di 63. anni, lasciando buona speranza di sua salute4.

12. Gli errori attribuiti a Pietro Abailardo furono i seguenti. Per 1. dicea che in Dio i nomi di Padre, Figliuolo e Spirito santo sono impropri; ma che sono un descrivere la pienezza del sommo bene; per 2. che il Padre ha la plenipotenza, il Figliuolo una


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certa potenza, e lo Spirito santo non ha veruna potenza; per 3. Che il Figliuolo è della sostanza del Padre, ma lo Spirito santo non è della sostanza del Padre e del Figliuolo; per 4. che senza l'aiuto della grazia possiamo fare il bene; per 5. che Gesù Cristo, come Dio ed uomo, non è una terza persona della Trinità; per 6. che gli uomini traggono da Adamo la sola pena, ma non la colpa del peccato originale; per 7. che non si commette verun peccato col desiderio né colla dilettazione né coll'ignoranza1. Aggiunge il Graveson2 che Abailardo in una sua apologia scrisse che tali errori a torto gli erano stati imputati per altrui malizia o ignoranza: inoltre Berengario vescovo di Poitiers, discepolo di Abailardo, diede fuori un'altra apologia in difesa del suo maestro. Nondimeno, più che a queste apologie, dee darsi credito a s. Bernardo, a' vescovi del concilio e ad Innocenzo II., i quali condannarono i detti errori. Del resto giustamente dicono lo stesso Graveson e Natale Alessandro, che, sebbene sia certo essere stato Abailardo autore degli errori notati, nondimeno non può chiamarsi eretico; mentr'egli si corresse e gli abiurò. Onde il cardinal Gotti3 parlando di Abailardo conclude: Hoc certum est, in rebus fidei exponendis suspectum (Abailardum) se reddidisse, ut modo Arianus, modo Sabellianus, modo Macedonianus, modo Pelagianus, modo novarum haeresum conditor merito videretur, omnium tamen maculam finali retractatione abstersit.

 

13. In questo secolo vi fu anche Arnaldo della città di Brescia d'Italia. Questi andò a Parigi a studiare, ed ebbe per maestro Pietro Abailardo, degli errori del quale restò infettato. Ritornò poi in Brescia, e per acquistare più credito di santità vestissi da monaco; e da tale nell'anno 1138.4 cominciò a predicare e dogmatizzare contro le verità della fede. Egli era abbondante di parole, più che di ragioni, ed amava le nuove opinioni; non avea sentimenti cattolici intorno all'eucaristia ed al battesimo dei fanciulli: soprattutto si pose a declamare contro i monaci, i chierici ed i vescovi, e contro ancora il papa. Diceva ch'erano dannati quei monaci che possedeano beni stabili, e quei chierici che aveano beni in proprietà, e quei vescovi che teneano signorie e feudi, dovendo il clero, come dicea, vivere delle decime e delle oblazioni del popolo. Per questi discorsi di Arnaldo cadde il clero in Brescia ed altre città in tale avvilimento, che gli ecclesiastici da per tutto erano vilipesi. Laonde il suo vescovo ed altri l'accusarono al concilio lateranese II., che nell'anno 1139 teneasi da Innocenzo II. papa, il quale condannò Arnaldo e gli impose perpetuo silenzio5. Arnaldo, vedendosi condannato, fuggì in Zurigo nella diocesi di Costanza, ed ivi facea gran danno, sì per la vita austera, che gli conciliava gran concetto per insinuare i suoi errori, sì anche perché era spalleggiato da quei nobili. Ciò inteso da s. Bernardo, scrisse una lettera6 al vescovo di Zurigo, avvisandolo a ben guardarsi da un uomopernicioso; e l'esortò a chiuderlo in qualche luogo, come già aveva ordinato il papa: perché se solamente lo cacciava dalla sua diocesi, non avrebbe il perverso cessato d'infettare altri luoghi. Scrisse ancora il santo7 a Guido, legato del papa, presso cui si diceva essersi ricoverato Arnaldo, acciocché sotto la sua autorità non succedesse maggior male.

 

14. Arnaldo poi nell'anno 1145, che fu il primo del pontificato di Eugenio III., si portò in Roma, ed ivi fomentò la sedizione che vi stava accesa. Andò spargendo che bisognava ristabilir la dignità del senato e l'ordine de' cavalieri; dicea di più che il governo di Roma non apparteneva al papa, il quale dovea contentarsi della sola giurisdizione ecclesiastica. I romani eccitati


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da questi ragionamenti abborrirono la dignità del prefetto di Roma, e si avanzarono anche ad atterrare alcune case de' nobili e de' cardinali; maltrattando di più e ferendo alcuni di costoro1. Arnaldo mentre seguiva ad aumentare il fuoco della sedizione, fu preso da Gerardo cardinal di s. Nicola; ma gli fu tolto dai viceconti di Campagna, e venne in mano di Federico Barbarossa, allora re de' romani, il quale, portandosi in Roma, fu incontrato da tre cardinali, mandati ad incontrarlo dal papa Adriano IV.: e questi tra le altre cose in nome del papa gli domandarono che restituisse loro Arnaldo. Federico subito lo rimise nelle mani de' cardinali, ed Arnaldo fu mandato a Roma, dove secondo il giudizio fatto da' giudici fu pubblicamente bruciato, e le sue ceneri furon gittate nel Tevere. Avvenne la morte di Arnaldo (chiamato dal Van-Ranst il perturbatore di Roma e del mondo) nell'anno 11552.

15. Gilberto Porretano, o sia di Poirea, nacque in Poitiers: fu prima canonico, e poi vescovo di questa città nel 1141. Gilberto da che studiò la filosofia, si attaccò talmente alle sottigliezze della dialettica, che, avendo poi studiata la teologia scolastica, il cui studio in questo secolo cominciò a prender vigore, volea colle ragioni filosofiche investigare i misterj della fede, onde cadde in molti errori. Dicea per 1. che la divina essenza non è Dio; per 2. che la proprietà della persone non sono le stesse persone; per 3. che le persone divine non sono attributo in veruna proposizione; per 4. che la divina natura non si è incarnata, ma la sola persona del Figlio; per 5. che niuno merita fuori di Gesù Cristo; per 6. che non si riceve il battesimo, se non dai predestinati alla gloria. Egli fu accusato di tali errori nell'anno 1145. ad Eugenio III. pontefice. Il papa ordinò agli accusatori che il tutto si esaminasse in Parigi in un concilio; il quale già si tenne, e vi assistette s. Bernardo, che molto si affaticò a riprovare gli errori di Gilberto. Ma l'affare non si terminò in quel sinodo; bensì in quello di Reims tenuto nell'anno seguente, al quale assistette il papa, e condannò gli articoli di Gilberto. Gilberto all'incontro con umiltà si acquietò al giudizio del papa, abiurò i suoi errori, ricevette in grazia i suoi accusatori, ch'erano due suoi arcidiaconi, e con onore fece ritorno alla sua diocesi3.

16. In questo secolo si videro altri eretici. Per 1. vi fu Folmaro preposto della chiesa di Trieffnstein nella Franconia. Questi disse che nell'eucaristia sotto la specie del vino si consumava il solo sangue di Gesù Cristo senza la carne, e sotto la specie del pane la sola carne senza le ossa e membra; anzi volea che si consumasse non il Figliuolo dell'uomo, ma la sola carne del Figliuolo dell'uomo. Folmaro parimente si ritrattò appresso, ed abiurò gli errori nella lettera che scrisse a' vescovi della Baviera e dell'Austria4. Per 2. vi fu Tanchelino, che asseriva niente giovare alla salute eterna il ricevere l'eucaristia. Dicea di più che il ministero de' vescovi e sacerdoti era vano, né era istituito da Cristo. Egli infettò la città di Anversa, che fu purgata poi da s. Norberto, fondatore dei Premonstratesi ed arcivescovo di Magdeburgo5. Per 3. vi fu Gioachimo abate della Calabria, il quale scrisse un piccolo libro contro Pietro Lombardo, ed errò circa il mistero della ss. Trinità, negando che le tre divine persone siano la stessa cosa colla divina natura. Diceva in un suo libello che in Trinitatis mysterio essentia generat essentiam, accennando con ciò che ciascuna persona ha una particolare essenza. Dal che si rinnovava il Triteismo insegnato da Giovanni Filopono (infetto dell'errore di Eutiche), il quale bestemmiava


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dicendo che nella Trinità vi sono tre nature, confondendo le tre ipostasi, cioè persone, con tre nature. Questo libello fu condannato come eretico dal concilio lateranese IV., celebrato da Innocenzo III. nell'anno 1215. Ma ciò avvenne dopo la morte di Gioachimo, il quale morì nel 1201., e morendo sottopose tutti i suoi scritti al giudizio della chiesa. Pertanto Onorio III. successore d'Innocenzo non volle che questo autore fosse riputato eretico1. Per 4. comparvero ancora certi eretici, chiamati Apostolici: questi, oltre altri errori, condannavano le nozze, e si obbligavano alla continenza con voto; ma poi coabitavano colle donne2. Per 5. i Bongimili, dei quali si parlò nel capo IV. num. 81 dopo l'eresia de' Messaliani. Per 6. uscirono i Waldesi; ma di costoro dee parlarsi qui appresso più a lungo.

 

17. Pietro Waldo autore della setta de' Waldesi principiò a spargere la sua eresia nell'anno 1160. coll'occasione della morte di un certo principal personaggio di Lione, defunto improvvisamente davanti più persone. Pietro ne restòatterrito, che subito distribuì ai poveri una gran somma di danaro; dal che molti per divozione gli si diedero per discepoli. Era egli alquanto letterato, ed allora volle spiegar loro il nuovo testamento, e lor propose varj dogmi alieni dalla dottrina cattolica. Gli ecclesiastici se gli opposero; ma esso, non facendone conto, diceva a' suoi seguaci che il clero era ignorante e corrotto ne' costumi, ed invidiava alla loro buona vita e dottrina. Così vien riferita l'origine dei Waldesi da Fleury, da Natale Alessandro e dal cardinal Gotti3. Nondimeno il p. Graveson4 vuole che Pietro Waldo, avendo inteso, o letto nel vangelo di s. Matteo al capo 19., che per comando del Signore debbon vendersi tutti i nostri beni, e darsi a' poveri, si persuase di voler rinnovare questa vita apostolica; e perciò vendette tutti i suoi beni dispensandoli a' poveri, e si pose a viver da povero. Quindi volle imitarlo un certo Giovanni, che, spaventato dalla morte subitanea di quel personaggio di Lione, vendette il suo patrimonio e si fece compagno di Pietro; e così acquistando essi più seguaci, si dilatò la setta di questi eretici. In breve tempo essi crebbero tanto, che nella sola diocesi di Poitiers tennero 41. scuole. E da queste uscirono poi più sette, numerate da Rainero5 il quale visse prima tra i Waldesi per 17. anni, ma poi conosciuta la loro empietà, ritornò a seguir la chiesa, e si fece Domenicano. Quelle sette che si divisero ebbero varj nomi, cioè Waldesi da Pietro Waldo: Lionisti e poveri di Lione, da questa città onde essi uscirono: Piccardi, Lombardi, Boemi, Bulgari, dalle provincie che scorsero: Arnaldisti, Josefisti, Lollardi, da diversi dottori della loro setta: Cathari, dalla mondezza del cuore che vantavano: Buoni uomini, dall'apparente e finta bontà de' costumi: Sabatati ed Insabatati, dal loro particolare calzamento, o da zoccoli o scarpe tagliate in croce di sopra che portavano, o pure perché non celebravano i sabati, cioè i giorni festivi6.

18. I Waldesi caddero in molti errori, riferiti dal mentovato Rainero presso il padre Alessandro7: de' quali basta qui rapportare i più principali. Diceano per 1. che la chiesa romana mancò a tempo di s. Silvestro papa, quando cominciò ella a possedere beni temporali; e che perciò la vera chiesa era la loro, mentre seguivano gli apostoli e il vangelo in nulla possedere. Per 2. Che il papa è il capo di tutti gli errori. Per 3. che i prelati sono gli scribi, ed i religiosi sono i farisei. Per 4. Che solo a Dio deve ubbidirsi, non a' prelati. Per 5. che non debbono pagarsi le decime, giacché non si pagavano nella chiesa primitiva. Per 6. credeano


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a due soli sacramenti: al battesimo ed all'eucaristia. Per 7. diceano che il battesimo niente giova a' fanciulli. Per 8. diceano che il sacerdote peccando mortalmente perde la potestà di consecrare e di assolvere i peccati; e che all'incontro i buoni laici ben possono assolvere. Per 9. ributtavano le indulgenze e le dispense della chiesa, i digiuni comandati, e tutte le cerimonie usate dalla chiesa romana. Per 10. abbominavano le sacre immagini ed anche il segno della croce. Per 11. diceano che tutti i peccati son mortali, né vi sono veniali; e che non mai è lecito giurare, né pure in giudizio. I Waldesi prima furon condannati da Alessandro III. papa nell'anno 1163. nel sinodo di Tours, nell'anno 1175. o 76. nel sinodo di Lombes, nell'anno 1178. in quello di Tolosa ivi tenuto da Pietro, cardinale e legato del papa, nell'anno 1179. nel concilio ecumenico lateranese III., e poi nell'anno 1215., nel lateranese IV. anche ecumenico, e finalmente nella costituzione di Gregorio IX. registrata nel capo Excommunicamus 15. de Haeret., ove si leggono anatematizzati tutti gli eretici delle sette nominate di sopra1.




5 Bibl. Clun. p. 1120.



6 Hist. t. 3. sec. 12. colloq. 3.



7 Nat. Al. t. 14. sec. 12. c. 4. a. 7. Gotti Ver. rel. t. 2. c. 89. §. 1.

1 Gott. loc. cit. n. 10. l. 69. n. 24. Nat. Alex. loc. cit. et Graves. loc. cit.



2 Gotti c. 79. §. 2.



3 Nat. Alex. cit. a. 7. Fleury cit. n. 24.



4 Ep. 241.



5 Ep. 242.



6 Fleury n. 25.



7 Nat. Al. loc. cit.



8 Fleury l. 67. n. 22.

1 Fleury loc. cit. n. 21. Natal. Alex. t. 15. diss. 7. a. 7.



2 Fleury l. 68. n. 61. e 62. Nat. Alex. loc. cit. n. 8.



3 Fleury loc. cit. n. 67. Nat. Alex. a. 8.



4 Nat. Alex. loc. cit. a. 12. et Fleury loc. cit.

1 Fleury n. 61. Nat. Al. a. 5. ex ep. s. Bern.



2 T. 3. sec. 12. colloq. 3.



3 Ver. relig. t. 2. c. 90. §. 3. cum Baron. an. 1140. n. 11.



4 Nat. Al. sec. 12. c. 3. a. 8.



5 Fleury l. 68. n. 55. Gotti loc. cit. §. 1. Nat. Alex. loc. cit.



6 Ep. 195.



7 Ep. 146.

1 Nat. Alex. loc. cit. Fleury l. 69. n. 10. Gotti loc. cit.



2 Van-Ranst hist. p. 198. Fleury l. 70. n. 1. Nat. Alex. et Gotti loc. cit.



3 Nat. Alex. sec. 12. c. 4. a. 9. Graves. hist. eccles. sec. 12. colloq. 3. Fleury l. 69. n. 23.



4 Nat. Alex. sec. 12. c. 4. a. 12.



5 Nat. loc. cit. a. 6.

1 Graveson sec. 12. colloq. 3. Fleury l. 77. n. 46. Berti sec. 12. c. 3. Van-Ranst p. 214.



2 Nat. Alex. loc. cit. a. 11.



3 Fleury l. 73. n. 55. Nat. Alex. c. 4. a. 13. Gotti c. 93. §. 1.



4 Sec. 12. coll. 3.



5 Opusc. de haereticis.



6 Graves. loc. cit. et Nat. Alex. loc. cit.



7 Nat. Alex. cit. art. 13. §. 2.

1 Nat. Alex. loc. cit. §. 7.






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