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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. III. ERESIE DEL SECOLO XIII.

19. Degli Albigesi e de' loro errori. 20. Loro costumi corrotti. 21. Conferenze con essi tenute e loro ostinazione. 22. Creano un antipapa. 23. Opere gloriose di s. Domenico e suoi stupendi miracoli. 24. Crociata sotto il comando del conte Montfort e sua vittoria. 25. Morte gloriosa del conte e distruzione degli Albigesi. 26. Sentenza del concilio Lateran. 4., ove si stabilirono i dogmi contrarj agli errori de' medesimi. 27. Di Almerico e della sua eresia; degli errori aggiunti da' suoi discepoli, e poi condannati. 28. Di Guglielmo di Santamore e de' suoi errori. 29. De' Flagellanti e loro errori. 30. De' Fraticelli e loro errori condannati da Giovanni XXII.

 

19. In questo secolo uscirono gli eretici Albigesi discendenti da' Waldesi, e chiamati così perché sparsero i loro errori nella provincia di Albi e poi in quella di Tolosa2. Scrive il Graveson3 che in questa eresia si radunò l'immondezza di tutte le altre. Ella era principiata prima che fosse papa Innocenzo III. nell'anno 1198.; ma allora prese tal vigore, che scrisse Cesario4, autor contemporaneo: Cuius vires erant tam validae, ut omne triticum fidei gentis illius versum videretur in lolium erroris. Gli errori degli Albigesi vengon riferiti dallo Spondano5. Per 1. essi riceveano il solo Testamento nuovo, e rigettavano l'antico, eccettuate le sole testimonianze addotte da Gesù Cristo e dagli apostoli; e rigettavano anche tutti i dottori cattolici: domandati poi della loro fede, diceano non essere tenuti a rispondere. Per 2. diceano esservi due Dei: uno buono autor del nuovo Testamento e creatore delle sole cose invisibili, e l'altro cattivo, autor del Testamento antico, creator dell'uomo e delle cose visibili. Per 3. diceano che niente giova il battesimo a' fanciulli. Per 4. Che non si consacra l'eucaristia da un sacerdote indegno. Per 5. che il matrimonio è un meretricio, in cui niuno può salvarsi; e poi erano immersi nelle disonestà più detestabili. Per 6. che non deve ubbidirsi a' vescovi e preti che non hanno le qualità richieste dall'Apostolo, mentr'essi non hanno alcuna potestà nei sacramenti e nelle altre cose divine, e perciò debbon loro negarsi le decime. Per 7. che non debbon dedicarsi chiese né a' santi né a Dio; e che i fedeli non sono tenuti a fare orazione, né a far limosine a' poveri o alle chiese. Per 8. che basta confessare i peccati ad ognuno, né vi bisogna la penitenza. Oltre di questi errori ne nota altri Natale Alessandro6, de' quali sono i principali: che i padri del vecchio Testamento son tutti dannati: che il Battista era un demonio: che la chiesa romana è la meretrice dell'Apocalisse; ch'è una menzogna la risurrezione della carne: che sono falsi i sacramenti, e superstizione l'eucaristia, la cresima, l'ordinazione e la messa: che le anime nostre sono quegli spiriti ribelli che caddero dal cielo: negavano il purgatorio:


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per ultimo bestemmiavano dicendo che Maria Vergine era una meretrice.

 

20. Erano poi gli Albigesi corrotti ne' costumi in estremo segno. Basta udirne solamente quel che scrive Luca Tudense1, il quale attesta averlo inteso da alcuni prima infettati di questa eresia e poi convertiti. Erano dediti agli omicidj, alle frodi, a' furti ed alle usure. Erano impudicissimi, non lasciando alcuna sordidezza per abbominevole che fosse, abusando il figlio della madre, il fratello del fratello, il padre delle figlie. I vecchi sono bestemmiatori e crudeli: i giovani sono preparati ad ogni scelleraggine: i fanciulli non avendo certo padre, sin dalla puerizia sono impudici: gli infanti succiano col latte della madre il veleno dell'errore: le donne sfacciate e senza vergogna scorrono per le case, e son loquaci per ingannare gli altri. Dimostrarono poi abbastanza questi eretici dove giungesse la loro empietà, mentre stava assediata da' Cattolici la loro città di Besiers; poiché allora, scrive Cesario2, Super volumen sacri evangelii mingentes, de muro illud contra christianos proiecerunt, et sagittis post illud missis, clamaverunt: Ecce lex vestra, miseri!

 

21. Gli Albigesi si affaticarono ad acquistar seguaci non solo col persuader loro gli errori, ma ancora colla forza delle armi; e perciò affin di abbatter la loro setta uopo fu di valersi non solo della santa predicazione, ma insieme della potenza dei principi. Pietro di Castelnuovo e Radulfo monaci di Cistercio col loro abate Arnaldo, avvalorati colla legazione apostolica del papa Innocenzo III., furono i primi ad opporsi loro. Vi si aggiunse il celebre vescovo d'Osma; e tutti essi uniti senza accompagnamento e senza denari, ma all'apostolica andarono a piedi ad abboccarsi cogli eretici. Tennero il primo Congresso in Montereale diocesi di Carcassona. Ivi davanti a' giudici eletti si disputò per 15. giorni. Gli eretici restaron convinti; ma i giudici per favorire gli eretici sospesero la sentenza, e non vollero dare gli atti della disputa. I predicatori restarono in quella città per istruire la povera gente, contentandosi di mendicare il pane da porta in porta. L'abate Cistello con dodici del suo ordine ed altri monaci col vescovo d'Osma si sparsero in diversi luoghi per predicare, e conferire cogli ostinati. In Pamiers si tenne poi un'altra conferenza dal detto vescovo di Osma e da altri prelati ivi concorsi cogli Albigesi, i quali restaron talmente confusi, che il giudice della disputa, ch'era un nobile della città, volle abiurare l'eresia, e d'indi in poi impugnò fortemente gli eretici3. All'incontro Pietro di Castelman, anche cisterciense e legato apostolico, il quale avea scomunicato Raimondo conte di Tolosa, principal difensore degli eretici, fu chiamato dal medesimo per discaricarsi dalle accuse fattegli. Vi andò; ma nel colloquio niente si conchiuse, anzi il conte lo minacciò nel licenziarlo, e lo fece accompagnare da due suoi servi; uno de' quali poi, mentre il legato stava per passare il fiume Rodano, lo ferì con una lancia. Pietro vedendosi ferito a morte, gli disse più volte: Dio ti perdoni, come ti perdono io; e poco appresso morì. E il papa Innocenzo saputa la sua morte gli diede il titolo di martire, e scomunicò l'uccisore e i suoi complici; di più ordinò che i vescovi della provincia di Narbona, di Arles e di altri luoghi avessero di nuovo scomunicato il conte di Tolosa4.

22. Gli Albigesi dopo alcuni anni crearono per antipapa un certo Bartolomeo, che soggiornava ne' confini della Bulgaria e Dalmazia, e si era fatto il consultore degli Albigesi. Questo antipapa creò un suo vicario chiamato pure Bartolomeo, il quale, stando pel territorio di Tolosa, mandava poi in giro le lettere del falso papa col titolo: Bartolomeo servo de' servi della s. Fede


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a n. n. salute. Questo vicario quindi creava vescovi, e pretendea di regolare la chiesa1. Ma Dio presto vi rimediò; mentre poco tempo dopo tolse dal mondo l'antipapa2.

23. Veniamo ora a parlare delle gloriose opere di s. Domenico, che può dirsi con ragione l'espugnatore degli Albigesi. Egli s'impiegò per nove anni, come dice il Graveson, o almeno, secondo il Van-Ranst, per anni 7. in confutarli; ed a tal fine istituì il sacro ordine de' predicatori per richiamare i traviati al grembo della chiesa cattolica. Il santo ritrovossi già presente, come compagno del vescovo di Osma, alla conferenza fatta cogli eretici; e gli impugnò con fortezza colla voce e cogli scritti, che furono comprovati da Dio stesso coi miracoli seguenti. Pietro di Vallesernai monaco cisterciense3, il quale attesta di averlo inteso da quell'uomo stesso che ebbe la carta, come appresso si dirà, riferisce che dopo la conferenza tenuta a Montereale, s. Domenico stese in iscritto i testi da lui citati, e li consegnò ad uno degli eretici, affinché li considerasse. Nella notte seguente, mentre stavano molti Albigesi assisi dintorno al fuoco, quegli che avea la carta, la mostrò agli altri, che gli dissero: Gittala sul fuoco, se si abbrucia, la nostra credenza è vera; se no, è vera la loro. Tutti annuirono; la carta fu gittata sulle fiamme, e dopo esservi stata qualche tempo saltò fuori intiera, come vi fu posta. Tutti restarono sorpresi, ma uno di loro più increduli disse: Gittatela di nuovo sul fuoco, e si vedrà meglio la verità. Così si fece, e la carta di nuovo saltò illesa. Replicò l'eretico: si butti la terza volta. Si buttò la terza, e ne uscì sana come prima. Ma che pro? Conclusero di tener secreto il miracolo, e rimasero ostinati. Nondimeno un soldato che trovavasi fra loro, e che inclinava alla nostra fede, lo palesò a molti4. Fu poi pubblico l'altro miracolo che fece Dio per s. Domenico in Fanio città vicina a Carcassona. Predicando ivi il santo disfidò gli Albigesi ad una disputa formale, ed ambe le parti convennero di porre in iscritto i dogmi e le ragioni allegate da ciascuna parte. S. Domenico stese la sua scrittura, e stesero la loro anche gli eretici. Ciò fatto vollero questi che gli scritti si fossero posti sul fuoco, e che il fuoco fosse il giudice della parte per cui stesse la ragione. S. Domenico ispirato da Dio, buttò il suo scritto sui carboni, e gli eretici il loro: ma questo subito fu ridotto in cenere, e quello del santo fu respinto in alto da' carboni, e ciò avvenne anche per tre volte5.

24. Ma gli Albigesi, non facendo alcun conto né de' miracoli né delle missioni, cresceano tuttavia in potenza colla protezione di alcuni principi e specialmente di Raimondo conte di Tolosa. Onde il papa Innocenzo III. pensò di reprimer la loro pertinacia coll'aiuto de' principi cattolici; e perciò scrisse a Filippo re di Francia ed agli altri principi di quel regno ed anche a' vescovi ed a tutti i fedeli, affinché si fossero armati alla distruzione di tali eretici, concedendo a coloro che avessero presa la croce contro i nemici le stesse indulgenze concesse prima a' crociati per l'acquisto di Terra santa. Pubblicata la bolla nell'anno 1210., tosto molti della Francia e di altri regni si arruolarono alla sacra crociata sotto il comando del conte Simone di Monfort. Gli Albigesi erano uniti in numero di cento mila, ed i crociati non erano più che mille e duecento. Onde fu avvertito il Monfort a non arrischiar la battaglia, ma egli rispose: Noi siamo molti; mentre combattiamo per Dio, e Dio combatte per noi. Divise pertanto le sue poche truppe in tre corpi, e facendo mostra di marciare verso Tolosa, si gittò sulla vanguardia de' nemici con grand'empito, e gli atterrì in modo, che prima cominciarono a cedere, e poi si diedero alla fuga.


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Animato da ciò il Monfort, unì insieme i suoi tre piccoli corpi, e senza perder tempo assalì il grosso dell'esercito nemico, in cui si trovava il re di Aragona. Il Monfort, rompendo le ordinanze, si avanzò sin dove stava il re, e gli fu sopra. Il re gli vibrò un colpo di lancia, ed egli coraggiosamente con una mano riparò il colpo, e coll'altra prese il re, e lo gittò da cavallo; e subito il suo scudiere uccise il re posto a terra. Alla morte del re seguì lo sbigottimento, la confusione, la fuga e la strage così grande degli eretici, che si contarono morti sul campo ventimila tra Albigesi ed Aragonesi, e de' Cattolici appena morirono sei o sette persone1. Di sì glorioso e stupendo successo si conservano le lettere scritte da' prelati della Francia a tutte le chiese cristiane2.

25. Il conte di Monfort dopo tante opere gloriose in bene della fede, morì gloriosamente nel secondo assedio di Tolosa, come un altro Giuda Maccabeo. Imperocché essendo stato avvisato che i nemici stavan celati nelle fosse della fortezza, egli si vestì delle sue armi, e andò alla chiesa a sentir la s. messa, e raccomandarsi a Dio. Mentre già sentiva la messa, gli fu detto che i Tolosani assalivano i custodi delle macchine. Egli rispose: Lasciatemi udir la messa e vedere il ss. sacramento. Sopraggiunse un altro avviso che i suoi soldati stavano per essere disfatti. Ed esso replicò: Voglio vedere il mio Redentore. Quando poi ebbe adorata la sacra ostia, alzò le mani al cielo, esclamando: Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace; quia viderunt oculi mei salutare tuum. E soggiunse: Andiamo, e moriamo, se bisogna, per colui che ha voluto morire per noi. Il suo arrivo animò la sua gente; ma essendosi poi ritirato verso le macchine, fu colto nella testa da una pietra con tal violenza, che appena essendosi raccomandato a Dio ed alla b. Vergine cadde ivi morto: e ciò avvenne ai 25. giugno 1218.3. Dopo la morte di questo gran campione del Signore e martire di Cristo, come lo chiamò Pietro di Vallesernai4, Luigi VIII. re di Francia proseguì la guerra contro gli Albigesi; e nell'anno 1226. tolse loro la piazza di Avignone dopo l'assedio di tre mesi, con molti altri luoghi da loro tenuti. E fu ripigliata poi la guerra da s. Luigi IX. ad esortazione di papa Gregorio IX.; ed essendo stata presa la città di Tolosa, il conte Raimondo il giovine (giacché l'empio padre era morto improvvisamente) concluse la pace colle condizioni prescritte dal re e dal legato apostolico; tra le quali era la principale, che si fosse adoperato ad estirpare dalla sua contea l'eresia degli Albigesi. Questi vedendosi privi d'ogni aiuto, a poco a poco si distrussero, come scrive il Graveson5: benché Natale Alessandro e il cardinal Gotti dicono che non restarono totalmente distrutti6.

26. Questi eretici dopo essere stati condannati in varj sinodi particolari, di Montilly, Avignone, Montpellier, Parigi e di Narbona, furono condannati nel concilio generale lateranese IV. celebrato nell'anno 1215. dal papa Innocenzo III., che vi presedette. Nel capo I. di questo concilio si stabilisce l'opposto a varj errori di detti eretici colle seguenti parole: Unum universorum principium, creator omnium invisibilium et visibilium, spiritualium et corporalium, sua omnipotenti virtute simul ab initio temporis utrumque de nihilo condidit creaturam, spiritualem et corporalem, angelicam videlicet et mundanam, ac deinde humanam quasi communem ex spiritu et corpore constitutam. Diabolus enim et daemones alii a Deo quidem natura creati sunt boni; sed ipsi per se facti sunt mali: homo vero diaboli suggestione peccavit. Haec sancta Trinitas secundum communem essentiam individua, et secundum proprietates


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personales discreta, per Moysen et sanctos prophetas, aliosque famulos suos, iuxta ordinatissimam dispositionem temporum, doctrinam humano generi tribuit salutarem. Et tandem unigenitus Dei Filius Iesus Christus, a tota Trinitate communiter incarnatus, ex Maria semper Virgine Spiritus sancti cooperatione conceptus, verus homo factus ex anima rationali et humana carne compositus, una in duabus naturis persona, viam vitae manifestius demonstravit. Qui cum secundum divinitatem sit immortalis et impassibilis, idem ipse secundum humanitatem factus est passibilis et mortalis: quin etiam pro salute humani generis in ligno crucis passus et mortuus, descendit ad inferos, resurrexit a mortuis, et ascendit in coelum. Sed descendit in anima, resurrexit in carne, ascenditque pariter in utroque: venturus in fine saeculi iudicare vivos et mortuos, et redditurus singulis secundum opera sua, tam reprobis, quam electis. Quia omnes cum suis propriis corporibus resurgent quae nunc gestant, ut recipiant secundum merita sua, sive bona fuerint sive mala: illi cum diabolo poenam perpetuam, et isti cum Christo gloriam sempiternam. Una vero est fidelium universalis ecclesia, extra quam nullus omnino salvatur. In qua idem ipse sacerdos et sacrificium Iesus Christus: cuius corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continetur, transubstantiatis pane in corpus et vino in sanguinem, potestate divina, ut ad perficiendum mysterium unitatis accipiamus ipsi de suo, quod accepit ipse de nostro. Et hoc utique sacramentum nemo potest conficere, nisi sacerdos, qui fuerit rite ordinatus secundum claves ecclesiae, quas ipse concessit apostolis et eorum successoribus Iesus Christus. Sacramentum vero baptismi, quod ad invocationem individuae Trinitatis Patris et Filii et Spiritus sancti consecratur in aqua, tam parvulis, quam adultis, in forma ecclesiae a quocumque rite collatum, proficit ad salutem. Et si post susceptionem baptismi quisquam prolapsus fuerit in peccatum, per veram poenitentiam semper potest reparari. Non solum autem virgines et continentes, verum etiam coniugati per fidem rectam et operationem bonam placentes Deo ad aeternam merentur beatitudinem pervenire1.

27. In questo medesimo secolo XIII. vi fu Almerico chierico, nativo della villa di Bene nel paese di Chartres, il quale studiò in Parigi, e prima fu dedito alla logica, che insegnò per molto tempo colle belle lettere. Poi s'applicò allo studio della sacra scrittura e della teologia; e perché era amico di opinioni particolari, ebbe l'ardire d'insegnare che ogni cristiano doveva credere esser membro (intendendo membro naturale) di Gesù Cristo, e che niuno potea salvarsi senza questa credenza. L'accademia di Parigi condannò quest'eresia nell'anno 1204, al quale giudizio non volle Almerico sottoporsi, ed appellò al papa Innocenzo III. portandosi a questo effetto in Roma. Ma il papa confermò la sentenza di Parigi, e l'obbligò ad abiurare pubblicamente il suo errore alla presenza dell'accademia. Almerico ubbidì nel 1207; ma perché nel cuore ritenea l'errore, fu tanto il suo rammarico, che poco dopo se ne morì. I suoi discepoli aggiunsero nuovi errori a quello del maestro, dicendo 1. che la potenza del Padre durò solo nella legge mosaica. 2. Che la legge nuova era durata sino a quel tempo, cioè per 1200 anni; e che da allora in poi cominciava la legge dello Spirito santo, nella quale cessavano tutti i sacramenti e gli altri sostegni della salute; e che ciascuno potea salvarsi colla sola grazia dello Spirito santo senza altro atto. 3. Diceano che la virtù della carità facea che i peccati non fossero più peccati, quando son fatti per carità; e così commetteano col pretesto della carità gli atti più impudici. Diceano di più che il corpo di Gesù Cristo sta così nell'ostia consacrata, come in ogni pane; e che Dio ci avea parlato così per


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mezzo di Ovidio, come per mezzo di s. Agostino. Negavano la risurrezione, il paradiso e l'inferno, dicendo che chi pensava di Dio come essi pensavano, aveva in sé il paradiso; e che chi aveva un peccato mortale, aveva in sé l'inferno1. Si affaticarono a scoprire questi eretici Raulo di Nemours, ed un altro sacerdote per più diocesi della Francia; ed avendoli ritrovati (altri erano sacerdoti, altri chierici ed altri laici), uomini e donne, li condussero al vescovo di Parigi, che li pose nella sua carcere. Indi si fece un concilio di vescovi e di dottori nell'anno 1209, dove alcuni di questi miscredenti si ritrattarono; altri che si ostinarono a sostenere i loro errori furono degradati e consegnati alla potestà del re, che fuori delle porte di Parigi li fece bruciare; nello stesso tempo si fecero disotterrare le ossa di Almerico, e gettare ne' letamaj. Di più allora si ordinò che si bruciassero i libri della metafisica di Aristotile, che avea dato l'incentivo a quest'eresia, proibendosi con pena di scomunica di leggerli, o ritenerli. Furono in questo concilio condannati ancora i libri di Davide di Nanzio, che aveva asserito Dio esser la materia prima. Contro costui scrisse s. Tommaso2 nell'anno 1215. Indi nel concilio generale lateranese IV. capo 2. fu condannata espressamente l'eresia di Almerico3.

28. In questo secolo uscì Guglielmo di Santamore dottor della Sorbona e canonico di Beauvais. Questi scisse contro i frati che viveano sotto il voto di povertà un libro intitolato: De periculis adversus mendicantes ordines. In questo insegnò per 1. non esser opera di perfezione seguitar Cristo in povertà, e mendicando; 2. che per la perfezione dopo aver lasciato tutto, bisogna vivere colle opere delle mani, o pure entrare in un monastero che somministri tutto il necessario alla vita; 3. che i regolari mendicanti, mendicando, operano contro la sacra scrittura; 4. che i religiosi non possono insegnare a' laici il predicare, né possono esser ascritti a' collegi de' maestri, né prendere le confessioni de' secolari. Questo libro di Guglielmo fu condannato da Alessandro IV. papa nell'anno 1252 e pubblicamente bruciato. E nell'anno seguente Guglielmo fu bandito da tutto il regno della Francia; onde il misero morì tra pochi anni esule e pieno di miserie4.

29. Nell'anno 1274 nacque la setta de' Flagellanti. Questa cominciò prima in Perugia, e prese piede poi anche in Roma. Era in quel tempo l'Italia inondata da' peccati; onde si mosse uno spirito nuovo di divozione, per cui i vecchi ed i giovani, i plebei ed i nobili, anche le dame, per il timore de' castighi divini, andavano per le vie quasi tutti nudi (salvando l'onestà) in processione flagellandosi colle sferze sino al sangue, ed implorando pietà. Anche la notte e d'inverno andavano ciò facendo uniti insieme a migliaia, preceduti da sacerdoti, da croci e da stendardi. Talvolta si videro adunati sino a 12 mila: onde le città, i villaggi e le campagne rimbombavano delle grida, che da per tutto mandavano questi penitenti. A principio questa commozione partorì molto profitto nei costumi. Si riconciliarono i nemici, i ladri restituivano i beni male acquistati, e tutti colla confessione si riconciliarono con Dio. Dicesi che questi penitenti flagellavansi due volte al giorno per 33 giorni, in onore de' 33 anni ch'era vivuto Gesù Cristo, ed allora cantavano alcuni cantici sulla sua passione. Questa penitenza dall'Italia passò anche alla Germania, alla Polonia e ad altri regni. Ma finalmente questa pubblica penitenza, perché non era stata approvata né dal papa, né da' vescovi, presto degenerò in superstizione, ed indi in eresia. Poiché questi Flagellanti per 1. asserivano che niuno poteva essere assoluto da' peccati, se


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non usava questa lor penitenza per lo spazio di un mese. Per 2. Essi confessavansi gli uni cogli altri, e si davano l'assoluzione, benché laici; e scioccamente pretendeano che la lor penitenza giovasse anche a' dannati. Il papa Clemente VI. condannò formalmente questa setta, e scrisse a' vescovi della Germania, Polonia, Svezia, Inghilterra e Francia (vedasi che piede avea preso questa setta!); scrisse anche ai principi secolari, esortandoli a dissipare la razza di questi ipocriti, e sciogliere le loro conventicole, e precisamente a mettere in prigione i maestri degli errori1.

30. In questo medesimo secolo XIII. vi fu una simil setta di falsi divoti, chiamati Fraticelli. Ne furon capi un certo Pietro di Macerata e Pietro di Fossombrone, frati apostati dell'ordine de' minori di s. Francesco, i quali, abusandosi della semplicità del papa Celestino V., ottennero da lui la permissione di menar vita eremitica, con osservar letteralmente la regola di s. Francesco. Ma Bonifacio VIII. successore, scorgendo che questi eremiti andavano seminando errori, e cresceano di giorno in giorno, condannò espressamente il loro istituto. Pur essi, non ostante la condanna, seguirono a moltiplicarsi ed a spargere le loro false massime. Onde Giovanni XXII. poi nell'anno 1318 pubblicò contro loro una bolla, ove furono condannati i seguenti loro errori in tal forma, come la rapporta Natale Alessandro: I. Error duas fingit ecclesias: unam carnalem effluentem deliciis, sceleribus maculatam, cui romanum pontificem, aliosque praelatos dominari asserunt: aliam spiritualem virtute decoram, paupertate succinctam, in qua ipsi soli eorumque complices continentur; cui etiam ipsi spiritualis vitae merito principantur. II. Error venerabiles ecclesias, sacerdotes, aliosque ministros sic iurisdictionis et ordinis clamitat auctoritate desertos, ut nec sententias ferre, nec sacramenta conficere, nec populum instruere valeant: illos fingentes omni ecclesiastica potestate privatos, quos a sua perfidia viderunt alienos; quia apud ipsos solos, ut somniant, sicut spiritualis vitae sanctitas, sic et auctoritas perseverat. III. Error tandem istorum est ut evangelium Christi in se solis hoc tempore asserant esse completum, quod hactenus abiectum fuerat, imo prorsus extinctum2.




2 Nat. Alex. c. 3. a. 1.



3 T. 3. sec. 12. colloq. 3.



4 Caesar. Heisterb. Dial. Mirac. Dist. 5. c. 2.



5 Ep. Baron. ad. an. 1181.



6 Loc. cit. §. 2.

1 L. 3. adv. Albig. c. 5.



2 L. 5. de Daemon. c. 21.



3 Gotti Ver. rel. c. 94. §. 3. Nat. Alex. c. 3. §. 3.



4 Fleury l. 76. n. 36. Gotti loc. cit. Nat. Alex. loc. cit.

1 Parisius Hist Anglic. an. 1223.



2 Fleury l. 78. n. 60. Gotti loc. cit. Nat. Alex. loc. cit. §. 2.



3 Petr. Vallestern. Hist. Albiges. c. 7.



4 Nat. Alex. t. 16. c. 3. Gotti ver. rel. t. 2. c. 94. §. 3.



5 Gotti loc. cit. §. 3.

1 Nat. Alex. loc. cit. §. 4. Gotti loc. cit. §. 4. Bernin. sec. 13. c. 1. Graves. sec. 13. colloq. 3.



2 Rainald. an. 1213. n. 60.



3 Fleury l. 78. n. 18. Nat. Al. et Gotti loc. cit.



4 Hist. Albig. c. 86.



5 Loc. cit.



6 Nat. Al. loc. cit. §. 4. et Gotti loc. cit.

1 Nat. Alex. t. 16. c. 3. §. 5. Gotti t. 2. c. 94.

1 Fleury l. 66. n. 59. Nat. Alex. t. 16. c. 3. a. 2. Graveson sec. 13. colloq. 3.



2 1. Part. quaest. 3. a. 8.



3 Fleury, Natalis, Graveson loc. cit.



4 Fleury l. 84. n. 30. Nat. Alex. t. 16. c. 3. a. 7. Berti brev. hist. sec. 13. c. 3.



1 Nat. Alex. sec. 13. a. 5. Fleury l. 84. n. 62.



2 Nat. Alex. loc. cit. a. 19.






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