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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. III. DELL'ERESIA DI CALVINO

 

§. 1. De' principj e progressi dell'eresia di Calvino.

58. Nascita e studj di Calvino. 59. Comincia a spargere la sua eresia; è cercato per carcerarlo, e scappa per una finestra. 60. In Engolemme principio alle sue empie istruzioni. 61. Va in Germania a trovar Bucero, e si abbocca con Erasmo. 62. Ritorna in Francia, dove acquista seguaci, ed introduce la sua cena; e poi va a Basilea, ove termina le sue istruzioni. 63. Viene in Italia donde anche fugge, e va in Ginevra, ove fu fatto maestro di teologia. 64. Imbarazzi che ivi passa. 65. Fugge da Ginevra e ritorna in Germania, ove sposa una vedova. 66. Ritorna in Ginevra, ove è fatto capo della repubblica. Opere empie che ivi fuori. Sua contesa con Bulseco. 67. Fa morir bruciato Michele Serveto 68. Missione infelice de' Calvinisti al Brasile. 69. Sedizioni e mali cagionati in Francia per opera di Calvino; e colloquio di Poissy. 70. Morte funesta di Calvino. 71. Qualità personali e pravi suoi costumi.

 

58. Giovanni Calvino nacque nell'anno 1509., a' 10. di Luglio, in Noion, città della Piccardia, e proprio nel borgo del Ponte, o pure secondo altri nella stessa città di Noion in una casa che appresso, come porta il Varillas2, fu diroccata dal popolo; ed avendola poi rifabbricata un uomo, questi fu impiccato alla porta della stessa casa. Giovanni fu figlio terzogenito di Gerardo Caudino (cognome che poi esso Giovanni, mutata una lettera, lo cambiò in Calvino) il quale fu figlio di un sellaio fiammingo, ed era procurator fiscale del vescovo di Noion, e ricevitor del capitolo. Egli ottenne a Giovanni suo figlio in età di 12. anni prima una cappellania, e poi una cura di campagna nel villaggio di Martevilla, che poi gli fu cambiata con quella del Ponte del vescovo3. Per cagione di questi due beneficj Giovanni sin dalla prima età si applicò allo studio, in cui presto cominciò a dimostrare il talento che Dio gli avea donato per suo bene; ma egli se ne avvalse per la ruina sua e di tanti regni da lui pervertiti. Terminata ch'ebbe l'umanità, il padre lo mandò in Burges a studiar la legge sotto Andrea Alciati; ma ivi essendosi invogliato Calvino di saper la lingua greca, si pose ad impararla da Melchiorre Volmaro tedesco, che di tal lingua era professore in quella città; e perché era nascosto Luterano, scorgendo lo spirito ardito di questo nuovo scolare, a poco a poco l'infettò del suo veleno, e facendogli lasciare la giurisprudenza, l'indusse a prender lo studio della teologia4; ma, come confessò Beza, Calvino non istudiò e nulla seppe mai di teologia.

 

59. Frattanto Calvino, essendogli morto il padre di subito, ritornò a Noion, ove vendé senza farsene alcuno scrupolo i due suoi beneficj; ed indi passò a Parigi, nella quale città in età di anni 18. cominciò a spargere i primi semi della sua eresia5. Ivi cacciò fuori un certo suo libretto intitolato, Della Costanza, ove animava tutti a patire per la difesa della verità, qual egli chiamava la nuova dottrina che già andava spargendo. I suoi amici diedero gran lode a questa operetta, la quale non meritava che vituperio e


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derisione, poiché altro non contenea che certe erudizioni mal digerite, invettive ed ingiurie contra la chiesa cattolica, ed encomj grandi a quegli eretici ch'erano stati bruciati (chiamandoli gran martiri della chiesa), e poi tanti errori insoffribili. Intanto così per quest'opera puzzolente, come per gli altri indizj che avea dati Calvino del suo mal talento, il luogotenente criminale Giovanni Morino lo mandò a prendere dagli sbirri nel collegio del cardinal di Moyne, ove allora alloggiava. Ma stando Calvino in sospetto, e sentendo urtare la porta che stava chiusa, non avendo altro modo di scappare, prese le lenzuola del letto, le tagliò in pezzi, e con quelle si calò dalla finestra1, e si rifugiò (come aggiunge il Varillas2) in casa di un vignaiuolo, col quale cambiò le vesti per non esser conosciuto uscendo di ; ma essendo uscito con una zappa ed una vanga sulle spalle da quella casa, si incontrò con un canonico di Noion, che lo conobbe e gli domandò perché si era così travestito; e Calvino gli confidò la causa della nuova dottrina, per cui dicea di esser perseguitato. Allora il canonico l'esortò di far ritorno alla chiesa cattolica, e non perdersi. Rispose: se avessi ora a cominciare, non lascierei la fede de' miei maggiori; ora però mi trovo impegnato nelle mie nuove massime, e non lascerò di difenderle sino alla morte. E ben attese la parola; ma caro gli costò, mentre la morte che gli toccò fu troppo funesta ed orrenda, come vedremo. Giova a questo proposito qui notare quel che scrive Varillas, che stando Calvino in Ginevra, un suo nipote gli domandò, se restando nella chiesa romana potea salvarsi; Calvino non ebbe animo di negarlo, e rispose che ben si potea salvare.

 

60. Se ne fuggì pertanto in Engolisma o sia Engolemme, ove per tre anni insegnò la lingua greca per quella poca scienza che ne aveva appresa dal suo Volmaro. Ed ivi i suoi amici l'accomodarono in casa di Luigi di Tillet, curato di Claix, uomo studioso che teneva una libreria ricca di quattromila buoni libri, la maggior parte manoscritti. In questa casa Calvino compose quasi tutti i quattro libri delle sue istruzioni pestifere, raccogliendo la maggior parte di esse dagli scritti di Melantone, di Ecolampadio, e simili settarj, ma stendendole con nuovo metodo e con lingua latina più pura ed elegante3. E siccome stendeva i capitoli, gli andava leggendo al suo curato Tillet, il quale a principio ricusò di abbracciare quell'empie novità, ma a poco a poco si fece tirare da Calvino a farsi della sua setta; e Calvino si offerì ad accompagnarlo in Alemagna, dove lo persuase, che conferendo co' dottori germani, maggiormente si sarebbero fortificati in quella credenza. Ed in fatti partirono già ambedue per la Germania; ma quando furono in Ginevra di passaggio, ivi giunse il fratello del curato, il quale era buon cattolico, ed era capo registratore del parlamento di Parigi, e gli riuscì di distoglierlo da quel viaggio, e dalle massime false di cui l'aveva infettato Calvino; onde ritornato che fu poi al suo paese, egli fu il primo a declamare contra il calvinismo4.

61. Calvino nonperò non volle lasciar di seguire il suo viaggio alla Germania; si partì da Ginevra, ed andò a Strasburgo, ove trovò Bucero, il quale allora stava affaticandosi per unire nel sistema della fede i Luterani coi Zuingliani, nel quale impegno non vi poté mai riuscire, perché né gli uni né gli altri vollero mai cedere nel punto della presenza reale di Gesù Cristo nell'eucaristia. Calvino, vedendo Bucero in tale affare molto imbarazzato, gli suggerì un mezzo termine per conciliare le parti, dicendo, che quando si proponesse che nella comunione del sagramento si riceve, non già la carne,


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ma la sostanza, o sia la virtù di Gesù Cristo, a questa proposizione ambedue vi sarebbero convenute. Bucero ricusò di mettere in piazza questo mezzo termine, o perché pensava che non mai Lutero l'avrebbe accettato, o più facilmente perché quantunque fosse stato accettato, non volea che Calvino avesse riportato il vanto di questa concordia. Allora fu che Bucero mandò Calvino ad Erasmo con una sua lettera in cui gli raccomandava di sentirlo; Erasmo lo sentì, e vi un lungo colloquio, ed essendosi partito da lui Calvino, disse ad un altro: Vedo che in questo giovine si apparecchia una peste che farà un immenso danno alla chiesa: Video hoc in iuvene magnam oriri pestem, plurimum ecclesiae nocituram1.

62. Vedendo poi Calvino che difficilmente potea acquistar seguaci in Alemagna alla sua setta sagramentaria, verso l'anno 1535. ritornò in Francia, ed andò a Bitiers, dove prima cominciò in un orto segretamente a pervertire alcuni, ma poi avendo acquistato gran numero di seguaci, pose cattedra de' suoi errori nella sala dell'università, chiamata Ministreria, onde poi nacque il nome di ministri, che si appropriò a' discepoli di Calvino, siccome i discepoli di Lutero ebbero il nome di predicanti; e di Calvino mandò questi suoi ministri per più paesi e villaggi d'intorno, per mezzo de' quali aumentò il suo partito2. Ivi formò 40. articoli della sua setta: ivi introdusse anche la sua cena o sia manducazione, come la chiamava, che allora celebravano segretamente in luoghi nascosti in questo modo: prima uno leggeva qualche parte del Testamento nuovo dove si parla dell'eucaristia; appresso faceasi dal ministro un piccolo discorso su questa materia, ma il discorso per lo più riduceasi ad ingiurie contro del papa e contro la messa, esclamando sempre Calvino, che nelle scritture non si legge altro sagrificio che quello della croce. Indi si mettea del pane e del vino sulla tavola, ed in luogo della consagrazione il ministro proferiva queste sole parole: Fratelli miei, mangiamo il pane, e beviamo il vino del Signore, in memoria della sua passione e morte. Dipoi sedeano tutti i congregati dintorno alla tavola, e lo stesso ministro rompendo il pane ne dispensava un pezzetto per uno che si mangiava in silenzio; e così anche distribuiva il vino. Finalmente terminata la cena col rendimento di grazie che il ministro faceva a Dio, per aver loro fatta conoscer la verità ed avergli liberati dagli errori dei papisti, aggiungeano la recitazione del Pater noster, e del Credo, e poi giuravano di non palesar nulla di ciò che si era fatto. Ma per quanto si studiassero di operar segretamente, cominciò a farsi palese la nuova chiesa che si formava in Poitiers. All'incontro erano molto rigorosi gli ordini reali contro i novatori; perloché Calvino non vedendosi più sicuro nel Poitù si ritirò a Nerac, città dell'Aquitania, nella quale stava Margarita regina di Navarra, sorella del re di Francia, che patrocinava la nuova dottrina. Ma ivi non poté star nascosto per molto tempo, mentre gli editti del re di giorno in giorno si rinnovavano. Pertanto andò a Basilea; dove cercò di pulire i quattro libri delle sue istituzioni della religion cristiana, come li chiamava, ed ivi nell'anno 1535. (essendo egli allora in età di anni 26.), li pubblicò con questo micidiale emblema: Non veni pacem mittere, sed gladium; significando da infausto profeta il gran danno che con quell'opera dovea cagionare alla Francia, ed a tanti altri regni, dove entrò poi la peste della sua dottrina3.

63. Stando poi Calvino in Basilea, gli venne il pensiero di entrare colla sua eresia in Italia, dove Lutero non avea potuto metter piede; e perciò sapendo che Renata, figlia di Luigi XII.


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re di Francia e moglie del duca di Ferrara Ercole d'Este, era d'ingegno sollevato, ed intesa delle scienze della filosofia e matematica, ed anche della teologia, andò a ritrovarla, e gli riuscì dopo qualche tempo di farla calvinista; in modo che segretamente nella sua camera Calvino tenne diverse conferenze con lei e con altri del partito. Ma essendo già venuto a notizia del duca, n'ebbe egli gran rammarico, molto riprese la duchessa, e la obbligò ad abbandonare l'esercizio della nuova religione; e Calvino tutto il favore che poté ottenerne fu di poter uscir libero dal suo stato; e così egli partì subito da Ferrara, per timore di non esser consegnato dallo stesso duca in mano dell'inquisizione, che allora stava in gran vigore per causa delle nuove eresie che si andavano spargendo1, e se ne ritornò in Francia. Di andò nell'anno 1536. alla città di Ginevra, la quale dall'anno antecedente si era ribellata dal dominio del duca di Torino, e dalla religione cattolica per opera di Guglielmo Farello; del che i Ginevrini ne stesero, a loro perpetua memoria ed infamia, una pubblica iscrizione in una tavola di bronzo, che diceva2: Quum anno Dom. MDXXXV., profligata romani Antichristi tyrannide, abrogatisque eius superstitionibus, sacrosancta Christi religio hic in suam puritatem, ecclesia in meliorem ordinem singulari beneficio reposita, et simul pulsis fugatisque hostibus, urbs ipsa in suam libertatem non sine insigni miraculo (vi manca Sathanae) restituta fuerit; S. P. Q. G. monumentum hoc perpetuae memoriae causa fieri, atque hoc loco erigi curavit, quo suam erga Deum gratitudinem testatam faceret. Vedendo poi il Farello che Calvino gli era un buon aiuto per mantener in Ginevra la nuova eresia, s'impegnò a ritenervelo; e perciò procurò che il magistrato lo destinasse ivi per predicatore e professore di teologia3. Allora avvenne, che sotto l'aura di questo nuovo maestro di fede dagli eretici nella chiesa maggiore di Ginevra furono bruciate le immagini de' santi e rotti gli altari: nell'altar maggiore vi era una tavola di gran prezzo, che serviva di pietra sagra; un certo empio chiamato Perrino prese quella sagra tavola e la portò in piazza al luogo de' giustiziati, acciocché servisse per coloro che doveano decollarsi; ma per giusto giudizio di Dio, e per opera dello stesso Calvino (non si sa la causa) avvenne che fra poco tempo il medesimo Perrino su quella stessa tavola vi lasciò la testa4.

64. Calvino pertanto si fermò in Ginevra: ma nell'anno 1537. fu ivi accusato insieme col Farello, ch'essi sentissero male circa il mistero della Trinità e circa la divinità di Gesù Cristo. L'accusatore fu Pietro di Carlo, il quale, da dottore della Sorbona, erasi per sua disgrazia fatto sagramentario e divenuto ministro in Ginevra. Egli contra Calvino ne prendea l'argomento dall'aver detto Calvino, che la parola trinità non gli piacea come barbara, e così ne inferiva, ch'egli negasse l'unità in tre persone. In quanto poi a Gesù Cristo avea Calvino scritto nel suo catechismo, che il Salvatore sulla croce era stato abbandonato dal Padre e si era disperato, e di più ch'era stato condannato a patir le pene dell'inferno, ma che la sua dannazione poco durò, a differenza degli altri dannati la cui dannazione è eterna; e ciò facea credere ch'egli negasse la divinità di Gesù Cristo. Ma Calvino si discaricò da queste accuse, in modo che ne restò dichiarato innocente insieme con Farello in un sinodo di Berna5, e fu condannato col bando da Ginevra l'accusator Pietro di Carlo, il quale per divina grazia allora si ravvide del suo errore, e andò a Roma per l'assoluzione, ed ivi morì da vero cattolico6. Ma dopo quest'imbarazzo, n'ebbe Calvino un altro più grande col Farello suo


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compagno: il Farello secondo l'uso di Berna facea far la cena col pane azimo; all'incontro Calvino sostenea fortemente che si dovesse adoperare il fermentato, dicendo esser abuso degli scolastici papisti l'usare l'azimo. Ma il magistrato di Ginevra non volle che si togliesse l'uso antico dell'azimo. Calvino, che cercava di allontanarsi dalle massime di Zuinglio, predicò al popolo, e l'indusse a sollevarsi in favor della sua sentenza, in modo che accostandosi la pasqua dissero quelli del suo partito, che non verrebbero alla cena, se non si adoperasse il pane fermentato. Il magistrato all'incontro stimò disonore della sua autorità, se si ubbidiva a Calvino, e pertanto destinò il ministro Marè, affinché nella chiesa di s. Pietro facesse far la comunione col pane azimo; ma Calvino pose tal timore al Marè, che quegli si nascose, e 'l magistrato ordinò che più presto in quel giorno si lasciasse la cena, e poi discacciò da Ginevra Calvino insieme col Farello1.

65. Calvino andò a Berna a difender la sua causa; ma ivi gli accadde un altro incontro, poiché trovandosi davanti a' giudici bernesi, un certo cattolico fiamingo chiamato Zaccaria, il quale allora disputava con Calvino sulla fede, cavò fuori una lettera di Calvino, e poi l'interrogò se conosceva quel carattere: Calvino confessò ch'era suo; si lesse di poi la lettera, ed ivi scrivea Calvino più rimproveri contra Zuinglio, in modo che l'assemblea subito si sciolse2; e Calvino allora vedendo che Berna non era più luogo per lui, ritornò a Strasburgo, dove fu accolto di nuovo dal suo amico Bucero; ed ivi fu professor di teologia, ed anche ministro di una nuova chiesa, nella quale Calvino raccoglieva tutti i francesi e fiaminghi che aveano abbracciata la sua dottrina. Ed ivi ancora nell'anno 1538. sposò una vedova di un anabattista, chiamata Ideletta, la quale gli visse per 14. anni senza dargli figliuoli, come scrive il Gotti; ma il Varillas scrive, che diè alla luce un figliuolo, che appena visse due soli giorni3.

66. Sospirava intanto Calvino di ritornare alla sua Ginevra, e già nell'anno 1541. ottenne l'intento di essere colà richiamato; e quando vi giunse, fu ricevuto con gran festa ed onore, e di più fu costituito capo della repubblica. Allora egli stabilì ivi tutta la disciplina della sua setta, e 'l senato genevrino decreto che tutti, ministri e cittadini, da quel tempo in poi non potessero allontanarsi dagli statuti formati da Calvino. Ivi ancora cacciò fuori il suo catechismo grande francese, che poi da' suoi settarj fu tradotto in diverse lingue, tedesca, inglese, fiaminga, scozzese, spagnuola ed anche ebraica. Ivi pubblicò altri suoi libri pestiferi intitolati, Defensio sacrae doctrinae, De disciplina, De necessitate reformandae ecclesiae, e poi un altro libro contra l'interim di Carlo V., ed un altro contra il concilio di Trento, chiamandolo Antidotum adversus conc. Tridentinum4. Nell'anno 1542. la facoltà della Sorbona per metter freno a tanti errori che allora pullulavano, cacciò fuori 25. capitoli sopra i veri dogmi della fede che doveano tenersi; e Calvino vedendo in quei capitoli condannate tutte le sue empie novità, si armò di ingiurie contra quella insigne università sino a chiamarla, Gregem porcorum5. Nell'anno 1543. riuscì a Calvino di collegare la sua setta con quella de' Zuingliani; e così fatto più audace da Ginevra, dov'egli si era chiuso e con gran cautela si guardava, animava i suoi seguaci, che stavano in Francia, a patire, ed anche dar la vita per la vera fede, come chiamava la sua eresia; e quei miseri, mentre in Francia i zelanti monarchi Francesco I. ed Errico II. castigavano con gran rigore gli eretici sin colla pena del fuoco, ingannati da Calvino, e da' suoi ministri che loro


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assistevano in Francia, disprezzavano tutte le pene, e la morte stessa sino a buttarsi da se medesimi dentro le fiamme; onde poi Calvino chiamò le loro ceneri, ceneri di martiri1. Verso l'anno 1551. Calvino ebbe una gran contesa in Ginevra con Girolamo Bolsecco, il quale, benché si trovasse per sua disgrazia apostata dalla sua religione carmelitana, e dalla chiesa cattolica, tuttavia non potea soffrire gli errori di Lutero e di Calvino, che toglievano all'uomo il libero arbitrio, e diceano che Iddio, siccome predestina alcuni alla grazia ed al paradiso, così predestina molti al peccato ed all'inferno; onde non volendo in ciò uniformarsi a Calvino, Calvino lo carcerare, e poi dal magistrato lo bandire come pelagiano così dalla città, come da tutto il territorio di Ginevra, colla minaccia della frusta, se mai ritornasse; e così fu eseguito; ma con grande utile di Bolseco, perché dopo questo bando egli si ravvide e ritornò al grembo della chiesa, e poi scrisse molte cose contro la falsa dottrina di Calvino; il quale all'incontro allora pubblicò l'altro suo empio libro, De aeterna Dei praedestinatione2.

67. Circa l'anno 1553. Calvino morir bruciato Michele Servet, cosa per cui tanto avea declamato (come si legge nella dedicatoria a Francesco I. delle sue istituzioni) contra i magistrati cattolici, che punivano gli eretici col fuoco, chiamandoli Diocleziani; ecco come egli medesimo con Serveto divenne anche diocleziano. Il fatto occorse così3. A Calvino dalla fiera di Francfort fu portato il libro de' dialoghi di Serveto, ove negava il mistero della ss. Trinità, e diceva altri errori, de' quali farem menzione appresso quando parleremo di proposito di questo perfido. Lo lesse Calvino e segnò la caccia, poiché già da tempo stava rotto con Serveto per averlo un giorno convinto (disputando) d'una falsa citazione. Giunse Serveto a Ginevra di passaggio, mentre il suo viaggio era per l'Italia; Calvino in quel giorno ch'era di domenica dovea predicare il dopo pranzo. Serveto ebbe curiosità di sentirlo nascostamente senza farsi vedere; ma Calvino nello scendere dal pulpito fu avvisato che ivi stava Serveto; onde subito corse alla casa di un console, affinché lo facesse carcerare per le sue eresie; ma la legge di Ginevra ordinava che non si ponesse alcuno in prigione, se insieme coll'accusato non vi entrasse ancora l'accusatore: Calvino pertanto fece far l'accusa da un suo servo, il quale entrò già in carcere insieme con Serveto, contra cui furono allora prodotti dal servo 40. capi di accuse. Un giorno mentre Serveto si stava esaminando sovra i suoi errori, e 'l medesimo stava sostenendo che il Verbo divino non era una persona sussistente, dal che ne discendea che Gesù Cristo fosse un puro uomo, fu chiamato Calvino, il quale vedendo che Serveto con quel parlare si condannava da se stesso, non volle che la sua condanna si facesse dalla sola chiesa di Ginevra, ma ancora da quelle di Basilea, di Zurigo e di Berna; e così avvenne; poiché da tutte queste chiese fu condannato Serveto a morir bruciato a fuoco lento, e fu già eseguita la giustizia a' 17. di ottobre del detto anno 1553.4. Un certo autore presso il Varillas narra, che Serveto, quando fu condotto al supplicio, gridò: Dio mio, salvate l'anima mia: Gesù figlio di Dio eterno, abbiate pietà di me. Si noti, dicea Figlio di Dio eterno, ma non già figlio eterno di Dio, dal che si vede che morì ostinato ne' suoi errori, con una morte troppo orribile, poiché fu attaccato al palo con una catena di ferro, ma quando si pose fuoco alla legna, uscì un vento così impetuoso che dissipava le fiamme, in modo che il misero condannato stette due o tre ore in mezzo al rogo a patire il fuoco senza morire, onde s'intese gridare: Povero me che non soviveremorire! E


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così infelicemente spirò in età di 36. anni1. E perciò poi Calvino nell'anno seguente 1554., per liberarsi dalla taccia di diocleziano, cacciò fuori un libro, ove difese colla scrittura e tradizione, e coll'uso de' primi secoli, esser ben lecito il dar morte agli eretici pertinaci; ed avendo poi Martino Bellio scritto contra questo libro di Calvino, Teodoro Beza lo difese con una lunga risposta. Ecco dunque che gli eretici non possono più lagnarsi della chiesa cattolica che consegna al braccio secolare gli eretici ostinati.

 

68. Nell'anno 1555. ebbero i Calvinisti la vanità di fare una missione all'America, per infettare quella povera gente della loro peste. A tal fine un certo Nicola Durant francese, zelante calvinista, col beneplacito del re ottenne tre vascelli, dove s'imbarcò con molti Calvinisti anche nobili, col pretesto di andare al Brasile per aprire il commercio in quelle parti; ma il vero fine era d'introdurre ivi il calvinismo. Di questo bel pensiero ne fu informato Calvino, ed egli vi mandò due suoi ministri, Pietro Richerio apostata carmelitano, e Guglielmo Carterio giovane che aspirava al ministerio. Al mese di novembre giunse al Brasile quest'empia missione di Calvinisti mossi da Lucifero; ma nulla ne cavarono; poiché i due ministri vennero a contesa fra di loro sul punto dell'eucaristia, mentre il Richerio dicea, non doversi adorarepure il Verbo fatto carne, servendosi di quelle parole di s. Giovanni: Spiritus est, qui vivificat, caro non prodest quidquam; e da ciò ne infieriva, che l'eucaristia non apporta alcun bene a chi la riceve; al sentire le quali bestemmie si dissipò quella maledetta missione e il nominato Durant nell'anno 1558. abiurò poi pubblicamente il calvinismo, e professò la fede cattolica che anche difese con egregi scritti2.

69. Nell'anno 1557. furono ritrovati di notte molti Calvinisti in Parigi, che nascostamente in una casa celebravano la loro cena, non ostante la rigorosa proibizione del re; ne furon presi da 120. in circa e posti in carcere. Ed allora si sparse la fama di molte scelleraggini che questi ribaldi commetteano in tali notturni congressi. E tutti furono poi puniti ed alcuni anche bruciati vivi3. Nell'anno 1560., essendo cresciuta in Francia l'eresia di Calvino, si scoprì la congiura di Amboise contra i principi di Ghisa e contra Francesco II. re di Francia, tramata principalmente da Luigi principe di Condè e fratello del re di Navarra. Di questa congiura ben ne diè argomento Calvino colle sue lettere scritte a Bolingero e Blauret, suoi amici, ove se ne dichiarava inteso, benché diceva per cautelarsi di aver cercato d'impedirla, ma abbastanza spiegava in quelle lettere il dispiacere che avea provato di non esser riuscita la trama. Ed allora vogliono gli scrittori, che in Francia i Calvinisti si fossero cominciati a chiamare Ugonotti4. Nel 1561. si fece il colloquio in Poissy, dove Calvino sperava di cantar la vittoria; ma i Calvinisti restaron confusi da' Cattolici: confusi, ma ostinati; anzi allora avendo presa più audacia, si posero a predicare pubblicamente per le strade di Parigi; dal che avvenne un giorno un grande scandalo contra la chiesa, poiché predicando il ministro Malozio vicino la chiesa di s. Medardo, in tempo che si suonavano le campane per le vespere, gli eretici mandarono ad impedire il suono, perché impediva il lor predicare; ma quelli della chiesa seguirono a suonare; onde i Calvinisti, lasciando la predica, andarono pieni di furore alla chiesa, ed ivi fracassarono le immagini, buttarono a terra gli altari, e giunsero sino a calpestare la ss. eucaristia, e nello stesso tempo ferirono molti ecclesiastici, e poi così insanguinati come stavano, ne portarono 36. legati con funi per mezzo della città, e li chiusero


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in carcere. Del che poi Beza ne scrisse con festa al suo Calvino, come d'un trionfo della nuova lor religione.

 

70. Ma ecco finalmente che giunse il giorno della divina vendetta contra il misero Calvino, il quale morì in Ginevra nell'anno 1564., ai 26. di maggio in età di 54. anni. Beza dice che Calvino fece una morte placidissima; ma Girolamo Bolesco, scrittore della sua vita, con altri presso Natale Alessandro e il cardinal Gotti1, scrivono, che egli morì chiamando i demonj, e detestando e maledicendo la sua vita, i suoi studj ed i suoi scritti, ed insieme mandando una puzza insoffribile dalle sue piaghe: Daemones invocatem (son le parole trascritte da Gotti), deierantem, execrantem, vitae suae diras imprecantem, ac suis studiis, scriptis maledicentem, denique ex suis ulceribus intolerabilem foetorem emittentem, in locum suum descendisse. E così pieno di meriti per l'inferno comparve in quel giorno davanti a Cristo giudice a rendergli conto di tante anime perdute, e che aveano da perdersi per opera sua.

 

71. Parlando poi delle qualità personali e pravi costumi di Calvino, egli, come scrive il Varillas2, fu dotato da Dio d'una gran memoria; quanto leggea, tutto riteneva a mente: fu insieme dotato d'un ingegno così perspicace ed acuto in penetrar le sottigliezze della logica e della teologia, che nei dubbj che proponeansi egli trovava subito il nerbo del punto. Era poi indefesso nello studiare, nel predicare, nell'insegnare e nello scrivere; ed è una maraviglia come quest'uomo poté far tanti libri nel tempo che visse; tanto più che egli predicava quasi ogni giorno, tra la settimana dava lezioni di teologia, nel venerdì teneva una lunga conferenza co' suoi discepoli circa i dubbj di fede, e per la maggior parte delle altre ore stava occupato in rispondere alle difficoltà fattegli da' suoi amici. In quanto poi a' suoi portamenti e costumi scrivono gli autori3, che egli fu molto parco nel cibarsi e nel bere, non tanto per virtù, quanto per la debolezza che pativa di stomaco, in modo che tal volta stava digiuno sino a due giorni. Pativa ancora d'ipocondria e di un frequente dolor di testa, onde per tanti suoi morbi era malinconico, macilente di corpo e di mal colore, sì che la sua faccia compariva abbronzita. Amava la solitudine e parlava poco; nel predicare avea poco garbo, e nelle sue prediche usciva spesso in trasporti ed invettive contra la chiesa romana ed i cattolici. Era pronto ne' consigli e nel rispondere, ma superbo e temerario e nel trattare era così feroce ed intrattabile, che facilmente rompeasi con ognuno, col quale praticava. Era poi molto vano di se stesso, e perciò affettava una estrema gravità; era insomma infettato quasi di tutti i vizj, ma specialmente dedito all'invidia, all'ira, all'odio e alla vendetta; e perciò Bucero, benché suo amico, in una lettera famigliare per correggerlo lo chiamò cane rabbioso, ed anche scrittore intento a dir male di tutti. In quanto poi al vizio impudico, almeno nella sua gioventù egli vi fu addetto, poiché scrive lo Spondano4, che fu accusato de crimine pessimo; ed il Bolseco narra nella di lui vita, che Calvino in Noion fu condannato alla morte per lo peccato nefando, e solo a preghiera del vescovo gli fu mutata la morte in esser bollato col ferro infuocato. Dice non però Varillas5, che nel registro di Noion si ritrova un foglio bianco di questa sua condanna, ma senza dichiararsene ivi la qualità del delitto; ma Bolseco scrive presso Natale Alessandro6, che di questa sua condanna e delitto nominato si conservava l'istrumento nella città di Noion, e che fu letto dal Bertelerio segretario della repubblica di Ginevra, mandato a posta ad appurare la verità di questo fatto. Di più scrive il card.


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Gotti1, che quando Calvino dimorò in Engolemme, o sia Engolisma, e si trattenne ivi tre anni ad insegnare la lingua greca, per quel poco che ne sapea, fu ivi accusato dello stesso delitto, e condannato per le querele che ne fecero gli stessi figliuoli da lui ammaestrati; e riferisce le parole di Remondo2, colle quali descrisse un tal fatto: Aiunt quidam, et a multis scriptum invenio, Calvinum magni et detestabilis flagitii a primario Boncurrensis collegii sodali fuisse accusatum, et ad puerorum querelas contumaciae damnatum. Queste sono le belle virtù de' falsi riformatori della chiesa.

 

§. 2. Di Teodoro Beza, degli Ugonotti, e di altri Calvinisti, che sconvolsero la Francia, la Scozia e l'Inghilterra.

72. Di Beza; sue qualità e vizj. 73. Sua dottrina, impieghi e morte. 74. e 75. Colloquj di s. Francesco di Sales con Beza. 76. e 77. Danni fatti dagli Ugonotti in Francia. 78. Strage fatta di essi e bando da Francia. 79. Altri danni fatti da' Calvinisti in Francia. 80. Danni fatti nella Scozia. 81. Maria Stuarda è sposata da Francesco II. 82. Maria torna alla Scozia, si sposa con Arley, e poi con Bothuel, e rinunzia per violenza fattale il regno al figlio. 83. Si rifugia in Inghilterra, e Lisabetta la chiude in carcere, e poi la condanna a morte. 84. Santa morte di Maria Stuarda. 85. Succedono poi a Lisabetta Giacomo I. figlio di Maria, e poi Carlo I. figlio di Giacomo, che muore decollato. 86. A Carlo I. succede Carlo II. suo figlio, ed a Carlo II. succede Giacomo suo fratello, che muore in Francia da buon cattolico.

 

72. Morì Calvino, e lasciò a dirigere quella misera città di Ginevra Teodoro Beza, degno suo successore così ne' perversi costumi, come nell'empia dottrina che seguì a promuovere. Nacque Beza, di nobil famiglia nella città di Vezelay in Borgogna a' 24. di giugno dell'anno 1519. Fu educato da un suo zio, che gli studiare le lettere umane in Parigi, e poi la lingua greca in Orleans sotto Melchior Volmaro, che prima fu già maestro di Calvino nel greco e nell'eresia. Beza era ben fatto, ed era ameno nel trattare, onde si faceva amare da tutti coloro con cui conversava. Era poi molto inclinato all'impudicizia, onde il suo genio era alla poesia amorosa, mentre stava impaniato nell'affetto verso d'una certa donna chiamata Claudia o Claudina, moglie di un sartore di Parigi, e verso di un certo giovine chiamato Audeberto. Il zio gli rinunziò un priorato che egli teneva, ed appresso gli lasciò anche la sua eredità; ma i vizj di Beza erano tanti, da non gli bastare quanto avea; egli dissipò il patrimonio paterno, dissipò l'eredità dello zio, e giunse anche a rubare i calici e gli ornamenti della chiesa della nazione borgognese che stava in Orleans, e di cui si trovava procuratore. Fu accusato di questo furto; e dopo qualche tempo ne restò liberato; ma poi si diede a pubblicare in Parigi un suo epigramma, dove spiegava l'affetto che portava a quel suo Audeberto: onde la corte di Parigi (alla quale Beza era già sospetto di delitto nefando), avendo esaminati quei versi abbominevoli, ne ordinò la carcerazione. Beza allora, conscio del suo vizio, si pose in gran timore, perché si trattava di pena di fuoco, se si provava il suo misfatto; all'incontro si trovava molto povero, mentre non solo avea già dissipato il patrimonio e l'eredità nominata di sopra, ma di più aveasi venduto il priorato per 1200. scudi; ed inoltre, dopo venduto il priorato, avea commesso un altro furto, poiché ingannando i renditori del suo beneficio si avea fatte dare le rendite prima che maturassero. Perloché vergognandosi egli di tante sue infamie, si mutò il nome in Teobaldo di Maio, e se ne fuggì in Ginevra, dove sposò la sua Claudia che avea condotta seco, benché ancor vivesse il marito. Andò ivi a trovar Calvino, e Calvino sentendo ch'egli avea studiato sotto Volmaro, subito l'accolse, e colla sua autorità lo destinar professore di lingua greca, e poi nell'accademia di Losanna fu posto Beza a spiegare anche la teologia. I ministri di quella città, benché fossero apostati, nondimeno sapendo le scelleraggini commesse da Beza, e vedendo il trattar inonesto che faceva, ricusavano di ammetterlo al ministero; ma Calvino ve lo sostenne: onde Beza lo venerava poi come un


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suo nume, adorando i suoi scritti, le sue parole ed i suoi pensieri, in modo che lo chiamavano l'idolatra di Calvino, Calvinolatram1.

73. In quanto poi alla dottrina, può dirsi che Beza fu più empio di Calvino; Calvino almeno oscuramente ammetteva il corpo di Cristo nell'eucaristia. Ma Beza nel colloquio di Poissy disse: Tanto è distante il corpo di Cristo dall'eucaristia, quanto il cielo dalla terra. E benché ivi fu costretto a disdirsi, nondimeno seguì appresso a dire lo stesso, siccome scrisse egli medesimo in una sua lettera2. E sapendo ciò uno degli stessi suoi socj, come riferisce lo Spondano3, disse: Qual meraviglia è, che Beza non creda ciò, mentre appena crede che vi sia Dio! Indi dopo il tumulto fatto da' Calvinisti contra i sacerdoti della chiesa di s. Medardo, come si disse al num. 69., Beza nella lettera che ne scrisse a Calvino si gloriò non solo delle ingiurie fatte alla chiesa ed a quei sacerdoti, ma specialmente del disprezzo fatto alla sacrosanta eucaristia. Scrisse di più alla regina d'Inghilterra, vantandosi di aver egli piantata la fede in Francia colle armi e colle stragi; onde allorché si trovò egli nel congresso di Vormazia, mandato ivi da Calvino a procurar patrocinio per la sua setta, Melantone gli domandò, perché mai i Francesi tanto vessavano la Francia colle sedizioni? rispose egli che non facevano altro essi, se non quel che aveano fatto gli apostoli. Replicò Melantone: E perché voi non sofferite poi gli strapazzi, come li sofferivano gli apostoli? Beza allora sdegnatamente gli voltò le spalle senza rispondere. Morta che fu la sua moglie Claudia, egli benché fosse già settuagenario, sposò un'altra giovinetta, ch'era rimasta vedova, e di costei di qui a poco faremo menzione. Scrive Floremondo4, che nell'anno 1600. ritornando da Roma un certo nobile di Aquitania (ora la Guienna), vide Beza che avea una barba bianca e lunga, e teneva in mano un librettino legato con pulizia; avendo curiosità il nobile di sapere che cosa vi fosse scritto, Beza gli dimostrò certi versi, e poi gli disse: Sic tempus fallo. Allora quegli rivolto ad un suo amico disse: Oimè così quest'uomo santo, che tiene già un piede nella barca di Caronte, passa la sua vecchiaia! Pertanto Beza dopo la morte di Calvino seguitò per 41 anni a regger la chiesa di Ginevra; diciamo meglio, seguì per 41 anni a perderla colla sua mala vita e dottrina. Morì finalmente nell'anno 1605. in età di 85. anni, mutando la morte temporale coll'eterna5. Non si ammiri il lettore di avere io scritti con modo particolare i tanti vizj di Lutero, di Calvino e di Beza; ciò mi è paruto giovevole, affinché ognuno intenda che Dio non manda tal fatta di uomini a riformar la sua chiesa, ma li manda il demonio per deformarla e distruggerla. A questo intento nonperò niuno eresiarca è giunto mai, né mai vi giungerà, mentre il Signore ha promesso di proteggere sino alla fine del mondo la sua chiesa: Et portae inferi non praevalebunt adversus eam.

 

74. Giova qui ora aggiungere il bel discorso ch'ebbe s. Francesco di Sales con Teodoro Beza verso l'anno 1597., come sta scritto nella vita del santo6. Ebbe s. Francesco l'incombenza dal papa Clemente VIII. di andare a trovar Beza a fine di convertirlo; andò il santo in Ginevra con pericolo già della vita, e lo trovò solo in sua casa; e s'introdusse, con pregarlo a non credere quel che gli avesser detto di lui i suoi nemici. Beza rispose di tenerlo per un uomo di merito e di dottrina, ma che gli dispiacea di vederlo impiegato a pro d'una causa così debole, qual era quella della religione cattolica. Da ciò s. Francesco prese motivo ad interrogarlo se era persuaso che nella chiesa romana l'uomo non


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possa salvarsi. Beza dimandò tempo a rispondere; ed entrando in un suo gabinetto, si pose a passeggiare; di quindi uscito dopo un quarto d'ora disse: Sì, io credo che nella chiesa romana possa l'uomo salvarsi. E perché, rispose s. Francesco, avete piantata la vostra pretesa riforma con tante guerre e rovine, giacché senza tanti pericoli ognuno di voi potea ritrovar la salute, senza separarsi dalla chiesa? Replicò Beza, che nella chiesa romana s'impediva la salute delle anime coll'insegnare la necessità delle buone opere, e ch'essi col dire che bastava a salvarsi la fede aveano spianata la via del cielo. Ma rispose il santo, che col negare la necessità delle buone opere venivano a distruggersi tutte le leggi naturali e divine, che minacciano pene a' trasgressori, e promettono premj a' fedeli: soggiunse che Cristo nel vangelo dichiara, che non solo quei che commettono il male, ma anche quei che ommettono il bene comandato saran mandati al fuoco eterno. Passò poi a provare, che per accertare le verità della fede era necessario un giudice inappellabile, al cui giudizio tutti doveano sottomettersi, altrimenti i contrasti sarebbero stati eterni, e non si sarebbe ritrovata mai la verità. Quindi Beza passò a parlare del concilio di Trento, e disse, che la sola regola della fede era la scrittura, che non si era seguitata dal concilio. Replicò il santo, che la scrittura ha diversi sensi, onde bisognava che nella chiesa vi fosse chi decidesse, quale sia il senso vero. Ma disse Beza: La scrittura è chiara, e lo Spirito santo dona a ciascuno l'interna intelligenza del vero senso. Ma se la scrittura è chiara, replicò s. Francesco, e lo Spirito santo ispira a tutti la vera intelligenza, donde è nato, che Lutero e Calvino, ambedue (a giudizio de' riformati) uomini ispirati da Dio, in tanti punti gravissimi della scrittura l'uno ha tenuto il contrario dell'altro? Lutero ha detto che nell'eucaristia vi è il corpo reale di Gesù Cristo; Calvino all'incontro ha detto che vi è solamente la virtù di Gesù Cristo? in tal contrarietà chi potrà discernere, a chi lo Spirito santo abbia fatta conoscere la verità: a Lutero o a Calvino? In oltre, soggiunse il santo, Lutero nega l'epistola di s. Giacomo, ed altri libri della scrittura per canonici; all'incontro Calvino gli ammette; a chi si dovrà credere? Ma Beza vedendosi stretto e convinto da queste ed altre ragioni del santo, mentre il colloquio durò per tre ore, non poté più mantener la pazienza, e diede di piglio alle ingiurie, facendo vedere che non faceva alcun conto delle parole del santo. Allora s. Francesco colla sua solita mansuetudine disse, che non era venuto per inquietarlo e così si licenziò.

 

75. Dipoi essendo passato qualche tempo, il santo, animato dal papa a ritornare a Beza, vi ritornò, e fra molti punti che si toccarono, si entrò specialmente nel punto della libertà dell'uomo, contra la bestemmia di Calvino, il quale voleva che ciascuno opera per necessità e fa il bene se è predestinato, o fa il male se non è predestinato: e dimostrò questa verità provarsi con tutte le scritture del vecchio e nuovo testamento con tanta chiarezza, che Beza, sentendosi convinto, prese confidentemente il santo per la mano, e stringendola disse, ch'egli ogni giorno pregava Dio che se non era sul buon sentiere, ve lo ponesse: parole che ben dimostravano le sue dubbietà nella nuova fede abbracciata; poiché chi ha la vera fede non prega Dio che lo ponga in altra fede se erra, ma sicuro e certo della sua credenza, altro non gli dimanda, che lo confermi sempre più in quella. Finalmente s. Francesco, dopo quell'atto familiare usatogli dall'eretico, gli parlò più chiaro, dicendo che la sua età così avanzata ben dovea persuadergli, che andava passando il tempo della misericordia per dar luogo a quello della giustizia; onde trovandosi egli vicino ad entrar nell'eternità, non dovea perder tempo a rientrar nella chiesa che avea lasciata; e che


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se temea la persecuzione de' Calvinisti, tutto dovea soffrire per la salute eterna. Ma, come dicea lo stesso Lutero, è molto difficile che un capo di qualche setta lasci le sue massime che ha insegnate agli altri e si converta. Beza rispose, che nella sua chiesa non disperava di fare la sua salvezza. Allora il santo, vedendo che il cuore di Beza era fatto di pietra, lo lasciò per vedere di ritornarvi appresso: ma non poté più tornarvi; mentre i Ginevrini posero le guardie al lor ministro, e determinarono di dar morte a s. Francesco, se vi tornava. Vi è chi scrive, aver Beza indi cercato di rivedere il santo, e di aver ritrattati i suoi errori, e che perciò i suoi amici avesser pubblicato, che la violenza del male l'avesse fatto uscir di cervello; ma di ciò non vi è cosa di certo; del resto verisimile apparisce, che i suoi mali abiti lo ritenessero nell'errore sino alla morte. Riferisce di più lo scrittore della vita del santo, che trovandosi in Ginevra il signor Des-Haies, governatore di Montargis, a parlar un giorno familiarmente con Beza, gli dimandò, qual motivo più forte lo ritenesse nella nuova setta; Beza allora chiamò una giovane, che teneva in casa, e poi disse: Ecco il motivo che mi fa vivere nella mia religione. E questa si suppone essere stata la seconda moglie ch'egli prese quando era già settuagenario.

 

76. Veniamo ai Calvinisti ugonotti, che furon chiamati così per la porta di Ugone in s. Germano, vicino alla quale faceano le loro conventicole, come più comunemente dicono gli scrittori; e questi di poi finirono di devastare la Francia. Per descrivere appieno le rovine che recarono Calvino ed i suoi seguaci, non solo alla Francia, ma a molti altri regni, bisognerebbero più volumi; io qui solamente voglio darne un breve ragguaglio, per far vedere il danno che può fare un uomo imperversato nell'eresia. A tempo di Francesco I. re di Francia, e di Errico II. suo figlio, ambedue zelanti della fede cattolica, con tutto il rigore ch'essi usarono contra i Calvinisti, sino a farli morir nel fuoco, pure l'eresia si era stesa fra tutte le provincie, in modo che appena vi era una città, in cui non si trovassero chiese e ministri di quest'empia setta. Ma poi nell'anno 1559., quando successe ad Errico Francesco II. suo figlio, in età di 16 anni, quella sboccò come un torrente, ed inondò tutto il regno di errori, di sacrilegj, di sedizioni e di stragi1. A questa rovina molto vi contribuì Giovanna, regina di Navarra; ella cercava con tutte le sue forze di estinguer la fede; ella animava tutt'i settarj a star forti; e se alcun di loro vacillava, ella non lasciava di assistergli. Ella stessa fu quella che incoraggì Luigi Borbone, principe di Condè, a prender le armi per la pretesa riforma nella prima occasione che gli si fosse presentata; e quegli l'inseguì nel farsi dipoi capo della congiura di Amboise, la quale poi non ebbe l'effetto ch'egli desiderava2. Appresso non però ben riuscì agli ugonotti di toglier la vita al giovine re Francesco II. in età di 17 anni per mezzo di un chirurgo calvinista, che gl'infuse il veleno nell'orecchio, mentre gli medicava una parotide, e così l'uccise3.

77. Dopo il colloquio di Poissy, quando a tempo di Carlo IX. nell'anno 1562. uscì l'editto regio, col quale fu permesso a' Calvinisti di radunarsi, e far le loro concioni fuori delle città della nuova religione, allora fu che il calvinismo prese gran piede, e cominciarono i tumulti più strepitosi. Il primo di questi tumulti accadde in Vassay, città della Sciampagna: essendo ivi stati uccisi sessanta Calvinisti, il principe di Condè fu il primo a dar il segno della guerra civile, in cui i Calvinisti presero l'armi contra il re e la patria. Più città furono da essi prese, dove furono diroccate le chiese, aperti i sepolcri de' santi e bruciate le loro reliquie. Seguirono indi molte battaglie, in cui i ribelli furono vinti, ma non domati.


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La prima fu in Dreux nel Vessin, nell'anno 1562. a' 19 di dicembre, dove il Condè fu preso da Francesco di Ghisa, comandante de' cattolici; e vi restò ferito Antonio, re di Navarra, che comandava l'esercito regio; per la qual ferita ne morì tra poco, lasciando Errico unico suo figlio, che poi fu re di Francia col nome di Errico IV. Nell'anno seguente 1563. il duca di Ghisa, comandante delle truppe reali, mentre stringea l'assedio ad Orleans, fu proditoriamente ferito da un certo Giovanni Poltrozio, subornato da Beza, e di quella ferita morì; ed allora la regina madre fe' una pace cogli eretici molto perniciosa per i cattolici, ma poi fu moderata con un altro editto1.

78. Ma nell'anno 1567. i Calvinisti ripigliarono la guerra, in cui furono essi di nuovo sconfitti. Nell'anno 1569. i Cattolici riportarono in Iarnac una vittoria più insigne, poiché vi restò ucciso il principe di Condè, duce de' Calvinisti. Nell'anno 1572. successe nel giorno di s. Bartolomeo un'altra gran battaglia, in cui fu fatta una immensa strage de' Calvinisti2. Fanno in somma gli scrittori il conto, che in questa guerra vi morirono da centomila Calvinisti; bel trionfo dell'inferno a tempo che Calvino già ivi avea preso possesso. In questo tempo poi furono incredibili gli eccessi che commisero gli Ugonotti contra le chiese, contra i sacerdoti, contra le sacre immagini, e specialmente contra la ss. eucaristia, fra gli altri sta notato negli annali di Francia all'anno 1563.3, che un Ugonotto invasato da spirito diabolico entrò nella chiesa di s. Genovefa, trovò ivi un sacerdote che celebrava, ed il perfido gli rapì davanti l'ostia sacrosanta; ma subito ne pagò la pena, poiché immediatamente fu preso, e gli fu troncata la mano, e poi fu appiccato e bruciato il corpo. Indi per onore della ss. eucaristia nello stesso mese si fece una processione, dove andò il re colla sua madre, i fratelli, i principi di sangue e 'l senato, dalla s. cappella reale alla chiesa di s. Genovefa, tutti colle torce accese in mano. Fra questo tempo ancora gli Ugonotti bruciarono il corpo di s. Francesco di Paola, che da 50 anni si conservava incorrotto nella chiesa di s. Gregorio Turonese ne' borghi della città di Tours. Sia data poi lode eterna a Luigi XIV., il quale prima per mezzo de' predicatori procurò di abbattere questa maledetta setta de' Calvinisti; e poi li punì con tal rigore, che molti ritornarono alla fede cattolica, ed i contumaci uscirono dal regno; onde Innocenzo XI. nel 1685. gli scrisse una lettera di congratulazione e di gran lode al suo zelo4.

79. Ma avesse Dio voluto che la peste de' Calvinisti non fosse uscita dalla Francia! ella uscì ad infettare più altri regni. Infettò anche i Paesi Bassi, ove cominciò l'eresia a pigliar piede colle truppe de' Luterani e Calvinisti, dei quali si avvalse la casa d'Austria per opporsi alle forze de' francesi: sicché le due sette faceano a gara, a chi facesse maggior partito nella Fiandra; ma Calvino vi mandò molti de' suoi discepoli, che accrebbero di gran lunga la fazione de' Calvinisti. All'incontro stando i fiamminghi mal contenti degli aggravj che riceveano dagli spagnuoli, ebbero campo i Calvinisti presso il re Filippo II. di far richiamare dalla Fiandra il cardinal Granvela ivi mandato per consigliere di Maria regina d'Ungheria, e sorella di Carlo V., la quale stava allora per governatrice de' Paesi Bassi: e questa ritirata del cardinale fu la causa della gran ruina che poi ne avvenne alla religione, poiché quel gran prelato coll'inquisizione che teneva in piedi e col suo gran zelo, molto impediva l'eresia che non si avanzasse; ma partito che fu il cardinale, nell'anno 1566. gli eretici si sollevarono con gran furore, saccheggiarono le chiese di Anversa, ruppero gli altari, le sagre immagini e ruinarono i monasterj; e la sedizione di passò nel Brabante ed


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in altre provincie già infettate dalla peste dell'eresia: onde la governatrice fu costretta a concedere per modo di provisione a' Calvinisti l'esercizio della lor falsa religione. Il re Filippo non avendo poi voluto ratificar tal concessione, gli eretici ripigliarono l'armi; e il re mandò il duca d'Alba con una grande armata per reprimerli, e per castigare i sollevati, ma avvisato di ciò il principe di Oranges, benché molto beneficato dal re di Spagna, si dichiarò capo de' ribelli e de' Calvinisti, e condusse nella Fiandra un'armata di trentamila alemanni; e dopo molte vicende di perdite e vittorie, ebbe in fine l'intento di veder quelle misere provincie tutte ribellate dal dominio di Spagna, e separate dalla chiesa cattolica1. Chi desidera intendere il progresso che in questa guerra fecero i Calvinisti nella Fiandra, legga il cardinal Bentivoglio, che ne descrive distintamente l'istoria. Quantunque poi in Olanda i Calvinisti da principio vi avessero avuta la maggior parte, tuttavia al presente ella è piena di mille sette, di Calvinisti, di Luterani, d'Indipendenti, di Anabattisti, di Sociniani, di Ariani e di altri simili. Vi sono ancora molti cattolici, e non in picciol numero, i quali benché non abbiano il libero esercizio di religione, nonperò si tollera ch'eglino si congreghino segretamente in alcune case di qualche città; e nelle ville hanno maggior libertà2.

80. Si distese anche il calvinismo nella Scozia, ed infettò tutto quel regno. La storia della Scozia in abbracciare il calvinismo sta scritta distesamente dal Varillas3; noi qui solo ne daremo un breve ragguaglio. La perversione di questo regno ebbe principio da un certo sacerdote scozzese apostata, chiamato Knok, o Knoz, uomo dissoluto, il quale prima fu luterano, dipoi capitando in Ginevra ed avendo presa amicizia con Calvino, mutò setta e si fece calvinista; e con tale affezione al calvinismo, che promise a Calvino di metter tutto a rischio per piantarlo nella Scozia. Onde con questo fine partendo da Ginevra si portò alla Scozia, per aspettar la congiuntura di eseguirlo a tempo opportuno. La congiuntura presto gli si presentò, e fu questa: Errico VIII., re d'Inghilterra, cercò d'indurre Giacomo V. suo nipote, re di Scozia, ad imitarlo nello scisma con separarsi dalla chiesa romana, e perciò mandò a pregarlo che venisse un giorno a tener seco una conferenza su questo affare; ma il re Giacomo sotto varj pretesti se ne scusò, ed Errico l'ebbe per un incontro così ingiurioso, che gli mosse la guerra. Giacomo pose in piedi il suo esercito, e ne diè il comando ad un suo favorito per nome Oliviero Singlair, al quale, essendo egli di bassi natali, la nobiltà sdegnò di ubbidire, e così la battaglia si perdé, e Giacomo ne morì di dolore4. Giacomo non lasciò altri figli che una bambina, la quale fu Maria Stuarda in età di soli otto giorni. Or questa minorità della regina porse la congiuntura aspettata dall'empio Knok di cominciare a spargere il suo calvinismo; e per disgrazia di quel regno ebbe tal progresso la sua empietà, che giunse a scacciar dalla Scozia la religione cattolica. Essendo dunque rimasta regina di Scozia la bambina Maria, Errico VIII. la chiese per futura sposa del principe di Galles suo figlio, che poi fu Eduardo VI., il quale allora non avea più che cinque anni. A questa richiesta nella Scozia si fecero due partiti; Giacomo Hamilton conte di Aran, potente nella Scozia, e dichiarato governatore del regno, guadagnato per la parte di Errico da Knok, il quale avea già infettato il conte del calvinismo, disse, che in ogni conto dovea contentarsi il re d'Inghilterra, perché unendosi questi due regni sarebbero cessate tutte le guerre. All'incontro l'arcivescovo di s. Andrea e poi cardinale, Davide Bethon, insieme


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co' cattolici1 ripugnò con tutte le sue forze ad un tal matrimonio col figlio di Errico, dicendo che in tal modo la Scozia diverrebbe provincia della monarchia d'Inghilterra. Ma quel che più lo riteneva era il danno della religione, poiché la Scozia con tali nozze s'impegnava nello scisma degl'inglesi.

 

81. Frattanto il governatore che favoriva gli eretici permise a' Calvinisti l'insegnar pubblicamente i loro errori, e generalmente concesse a tutti l'orare in privato ed in pubblico a lor modo; il che era lo stesso che concedere ad ognuno di professar la religion che volesse. L'arcivescovo cercò d'impedire questa concessione; ma i Calvinisti si sollevarono contra di lui e lo chiusero in una carcere, e fecero prometter la regina Maria al principe d'Inghilterra. Ciò tuttavia non ebbe effetto, perché l'arcivescovo prima di andar la regina ad Inghilterra la offerì coll'intelligenza della regina madre, Maria di Lorena, sorella de' signori di Ghisa, a Francesco I. re di Francia per lo Delfino suo nipote nato da Errico II., che fu figlio di esso Francesco I. Piacque al re di Francia l'offerta2, e mandò subito un buon corpo di truppe nella Scozia, che posero in timore i Calvinisti, e fecero che la madre reggente avesse la libera disposizione di mandar la sua figliuola in Francia. Ed in fatti nell'anno 1558. andò la figliuola in Francia in età di sette anni in circa ad educarsi in casa di Errico II., per farla sposare col figlio Francesco II. a tempo opportuno. Dopo la morte di Francesco I. e di Errico II., la regina Maria si sposò già con Francesco II., ma il matrimonio si sciolse presto per la morte del re senza prole. Onde la regina Maria ebbe da ritornare alla Scozia, dove trovò rovinati gli affari della religione; poiché i Calvinisti aveano assassinato l'arcivescovo, avendolo ucciso dentro la stessa sua camera, ed appeso il suo corpo ad una finestra3.

82. In questa sedizione poi i ribelli demolirono le chiese e costrinsero la madre reggente a conceder loro il libero esercizio del calvinismo. Ed in questo miserabile stato stava la Scozia, quando giunse da Francia la regina Maria Stuarda o sia Stuart; onde ella pose tutta l'applicazione a rimettere in piedi la religione cattolica nei suoi stati. Verso l'anno 1568. la regina sposò il Milord Arley4, il quale poi fu ucciso nella stessa casa reale5 per mano del conte Bothuel, lasciando un solo figliuolo, che poi fu Giacomo VI. Questo stesso conte dipoi acciecato dall'amore verso la regina, mentr'ella ritornava da Sterlino, dov'era andata a vedere il suo figlio, l'arrestò co' suoi congiurati, e la condusse in un castello, ed ivi la obbligò a sposarlo. I Calvinisti subito che ciò intesero, si sollevarono contra la regina, che principalmente odiavano come nemica del lor partito, accusandola d'intelligenza della morte del marito, per aver ella sposato il di lui uccisore, ma a torto, poiché lo stesso Bothuel, che nella sollevazione se ne fuggì in Danimarca, dichiarò ivi prima di morire, che la regina era stata affatto innocente della morte di Arley suo marito. I Calvinisti nonperò, che altro non andavano cercando se non un apparente pretesto di perseguitar la regina, giunsero a tale baldanza, che la presero e la confinarono in un castello, in cui stando ella chiusa, il perfido Knok nominato di sopra esclamava da per tutto, che si doveva uccidere: ciò non fu eseguito da' sollevati; ma da essi fu proposto alla regina, che se volea salvarsi la vita le bisognava contentarsi di esser rilegata in Francia o in Inghilterra, e prima di ciò rinunziar anche la corona al suo figliuolo. E perché la regina ripugnava, la condussero alla riva di un lago, minacciando di buttarvela dentro; e nello stesso tempo un temerario le presentò un pugnale al petto per costringerla a firmar la rinunzia del regno. Allora ella per evitar la morte cercò la penna e sottoscrisse il foglio, rinunziando il regno


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al suo figliuolo, ch'era allora di tredici mesi1.

83. Con tutta nondimeno la rinunzia fatta, l'afflitta regina non era stata liberata dalla prigione, ed allora si mossero alcuni per compassione a liberarnela, ond'ella ebbe la comodità di fuggire; ma non sapendo ove trovare un rifugio sicuro, l'andò a cercare in Inghilterra presso la regina Lisabetta, con cui si trattavano da sorelle, colla promessa di soccorrersi scambievolmente. Ma in mano di chi andò a rifugiarsi? in mano di colei, che altro non desiderava che di averla in suo potere per privarla del regno e della vita; mentre ella sola era allora la sua rivale che potea toglierle il regno, poiché questa fu la gran difficoltà del papa in accordare a Lisabetta il possesso d'Inghilterra, l'esser viva Maria, a cui per giustizia il regno apparteneva. Giunta che fu Maria Stuarda in Inghilterra, Lisabetta finse di accoglierla2, ma subito la chiuse in una prigione nella città di Carlile, e poi in Boldon, ove la custodire collo specioso pretesto che non fosse rapita da' suoi nemici. Ma gli Scozzesi, udendo che la lor regina stava carcerata in Inghilterra, non poteron soffrire quest'ingiuria della lor nazione; onde entrarono in Inghilterra con seimila soldati. Lisabetta, per isfuggire la guerra, che sarebbe stata per lui funesta, mentre avea poche forze da difendersi, promise a Maria, che se avesse quietati i suoi vassalli e rimandatigli alla Scozia, sarebbe stata poi sua cura di rimandarla nel suo regno con forze molto valide per abbattere i ribelli; altrimenti non avrebbe potuto ella sperar la libertà, se non dopo terminata la guerra. La regina Maria le diè credito, ed ordinò agli scozzesi che si ritirassero sotto pena di delitto di lesa maestà; onde i comandanti furono obbligati ad ubbidire. Ritiraronsi in fatti gli scozzesi alla loro patria, ma la regina restò carcerata; e Lisabetta per aver un altro pretesto colorato di ritenerla, fece impegnare il Mourray, fratello naturale della regina Maria, ed allor tutore del piccolo re di Scozia Giacomo VI figlio di Maria, e la contessa di Lenox madre del morto Arley, ad accusare essa Maria come rea della morte di suo marito. Lisabetta subito destinò i giudici di questa causa, nella quale non mancarono più personaggi di conto, che presero la difesa della regina scozzese e risposero con gran fortezza alle accuse fatte. Ma finalmente Maria Stuarda dopo 19. anni di carcere, poiché in Inghilterra fra questo tempo avea mutate sedici prigioni, fu condannata a perder la testa sovra d'un palco. La buona regina, allorché ricevé la nuova della sua condanna, intrepida e divota tutta si uniformò al divino volere. Domandò la penna, e scrisse a Lisabetta tre cose, 1. che dopo la sua morte desse la libertà a' suoi servi di andare ove lor piacesse: 2. di farla seppellire in qualche luogo sagro: 3. di non perseguitare chi vuol seguire la chiesa cattolica.

 

84. L'esecuzione della sentenza fu differita per due mesi; ma giunto poi il giorno destinato, che fu a' 18. di febbraio dell'anno 1587., vennero verso l'alba i ministri della giustizia per condurla al supplizio; cercò la regina un confessore per riconciliarsi, ma le fu negato; ed in vece di un confessore se le presentò un eretico per consolarla, che da lei fu rifiutato. Si riferisce3, che in quel punto ella si comunicò da se stessa con una particola consagrata che conservava seco per la facoltà concessale dal papa s. Pio V. Indi vestissi pomposamente, come se andasse a nozze; orò qualche tempo nel suo oratorio; e poi avviossi verso il palco che già stava preparato nella sala del palazzo di Fortringay, luogo dell'ultima prigione. Tutto era parato di negro, la sala, il palco, ed il pulpito, ove dovea leggersi la sentenza. Andava Maria Stuarda ricoperta da un lungo velo, che dalla testa scendeale sino a' piedi con una croce d'oro sovra del collo,


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portando la corona della s. Vergine alla cintura, il crocifisso in una mano, e l'officio della Madonna nell'altra. Andava ella tutta maestosa; passando vide ivi Melvino suo maestro di casa, lo salutò e con volto quasi ridente gli disse: Quando sarò morta, va, Melvino mio, e di' a mio figlio ch'io muoio nella fede cattolica; digli che per quanto ama sé e me, non siegua altra religione di questa; confidi in Dio, che Dio l'aiuterà; digli che condoni a Lisabetta la mia morte, mentre io l'abbraccio di buona voglia per la fede. Indi pregò il bargello a lasciare gli uomini della sua corte a star presenti alla sua morte, acciocché potessero attestare a tutti ch'ella moriva fedele alla chiesa romana. Dopo ciò si pose in ginocchio su d'un cuscino coverto anche di nero; si lesse la sentenza nel foglio sottoscritto già da Lisabetta, e poi porse ella la testa al carnefice, che non la recise al primo, ma al secondo colpo. Fu seppellito il suo cadavere presso a quello della regina Catterina moglie di Errico VIII., con questa iscrizione: Maria Scotorum regina virtutibus regiis et animo regio ornata, tyrannica crudelitate, ornamentum nostri saeculi extinguitur. Questa iscrizione però presto fu tolta per ordine di Lisabetta. La morte di Maria Stuarda diè orrore, e mosse a compassione tutto il mondo: la stessa Lisabetta, udendone il racconto, ne dimostrò un certo ribrezzo, e disse che l'esecuzione erasi troppo precipitata; ma da indi in poi seguì maggiormente a perseguitare i cattolici, con accrescere alla chiesa nuovi martiri1.

85. Giacomo VI. re di Scozia, e figlio della regina Maria, niente ubbidì alla madre, poiché dopo la morte della regina Lisabetta, che nominollo suo successore, fu egli innalzato al trono prima della Scozia, e poi a quello d'Inghilterra, onde fu chiamato dipoi Giacomo I., col titolo di re della gran Brettagna; e nell'anno seguente alla sua coronazione, che si fece nel 1603., ordinò che sotto pena di morte tutti i sacerdoti cattolici uscissero da Inghilterra. Egli poi nell'anno 1606. diresse la famosa confessione circa l'indipendenza del re d'Inghilterra dalla chiesa romana, nominata il giuramento di fedeltà. Morì Giacomo I. nel 1625. di anni 59., dopo averne regnato 22. in Inghilterra. Sicché ebbe egli la sorte di possedere tre regni con quello d'Irlanda; ma ebbe all'incontro la somma disgrazia di vivere e morire eretico: la regina sua madre visse 42. anni quasi sempre afflitta e perseguitata, ma visse da santa, e nella morte cambiò il regno terreno col regno eterno del cielo: Giacomo visse nel regno 22. anni in pace, ma sempre nell'errore, e poi colla morte ebbe a cambiare il regno d'Inghilterra colla carcere eterna dell'inferno. A questo infelice monarca successe Carlo I. suo figlio, che nacque nell'anno 1600., e possedé come il padre gli stessi tre regni, e seguì gli stessi errori nella religione, mentre leggo ch'egli mandò soccorsi a' Calvinisti di Francia per impedire la perdita della Roccella che stava nelle loro mani. Ma dopo qualche tempo provò il divin gastigo, poiché così gli scozzesi, come i parlamentarj d'Inghilterra presero le armi contra di lui, e dopo molti dibattimenti restò spogliato del regno. Allora egli si ricoverò tra gli scozzesi, ma quelli lo consegnarono agli inglesi, i quali per opera di Cromvello che voleva usurparsi il dominio d'Inghilterra, lo condannarono a morte, e lasciò la testa in un palco alli 30. di gennaio 1648., anno 25. del suo regno, essendo egli in età di 48. anni.

 

86. Il suo successore fu Carlo II. suo figlio, nato nel 1630., il quale fatto consapevole della morte data a suo padre, passò alla Scozia, dove fu proclamato re, non solo di quel regno, ma insieme d'Inghilterra e d'Irlanda. Il Cromvello all'incontro, che si era impadronito della suprema autorità col nome


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di protettore d'Inghilterra, marciò contra di lui con grande esercito, e vinse la battaglia; onde Carlo fu costretto a fuggirsene sconosciuto prima in Francia, poi in Colonia e poi in Olanda; dalla quale (essendo morto appresso Cromvello nell'anno 1658.) fu chiamato in Inghilterra, e fu coronato re nel 1661. e morì poi nel 1685. in età di 65. anni. Gli successe il suo fratello secondogenito col nome di Giacomo II. nato nel 1633. Giacomo II. fu proclamato re d'Inghilterra nello stesso giorno in cui morì il fratello, cioè a' 16. febbraio 1685., e dopo poco tempo fu proclamato re anche nella Scozia, quantunque egli si fosse dichiarato cattolico romano, ed avesse abbandonata la comunione della chiesa anglicana. Esso intanto, ardendo di zelo per la fede, nell'anno 1687. pubblicò un editto, ove promise a' cattolici il libero esercizio della religione; ma questo editto gli perdere la corona, poiché gl'inglesi allora chiamarono a quel reame Guglielmo principe di Oranges, il quale, benché fosse genero di Giacomo, prese possesso del regno, e Giacomo nell'anno 1689. andò a rifugiarsi in Francia. Di passò in Irlanda per avere almeno il dominio di quel regno; ma avendo perduta ivi la battaglia, ritornò in Francia, dove morì a s. Germano nell'anno 1701. in età di 68. anni. E così questo gran principe si contentò per la fede di essere spogliato della monarchia d'Inghilterra; onde dobbiam piamente credere che in morte non abbia lasciato Dio d'investirlo del regno del paradiso. Giacomo II. lasciò un solo figlio che fu Giacomo III., il quale visse poi da buon cattolico in Roma, e tale ivi morì pochi anni sono1. Al presente nella Scozia vi sono molti cattolici, anche tra' nobili, e vi sono vescovi e chiese; poiché quantunque i Calvinisti prima avesser fatto abolire ogni avanzo della religione cattolica, nondimeno gli ultimi re successori han fatto rimettere così i vescovi, come le chiese, ad uniformità del regno d'Inghilterra2.

§. 3. Degli errori di Calvino.

87. Calvino adottò gli errori di Lutero. 88. Errori di Calvino circa la Scrittura. 89. Circa la Trinità. 90. Circa Gesù Cristo. 91. Circa la divina legge. 92. Circa la giustificazione. 93. Circa le buone opere, e il libero arbitrio. 94. Dice che Dio predestina al peccato ed all'inferno; e che la sola fede in Gesù Cristo basta a salvarci. 95. Circa i sagramenti, e specialmente circa il battesimo. 96. Circa la penitenza. 97. Circa l'eucaristia, e la messa. 98. Nega il purgatorio, le indulgenze, con altri errori.

 

87. Calvino adottò quasi tutti gli errori più principali di Lutero, il quale prima adottati avea quasi tutti gli errori delle antiche eresie, come farò vedere nella confutazione degli errori di Lutero e di Calvino. Il Prateolo3 numera 207. eresie dette da Calvino; ed un altro autore4 ne numera sino a 1400. Per ora voglio qui solamente accennare gli errori più empj di Calvino riserbandomi a confutarli poi nella dissertazione particolare che ne farò alla confutazione undecima.

 

88. Circa la sacra scrittura, Calvino nel suo libro contra il concilio di Trento5 per 1. toglie alla chiesa l'autorità d'interpretare e di giudicare del vero senso delle scritture. Per 2. riprova il canone de' libri sacri approvato dal concilio. Per 3. dice non essere autentica l'edizione della Volgata. Per 4 nega esser canonici i libri dell'Ecclesiastico, della Sapienza, di Tobia, di Giuditta e de' Maccabei. Riprova poi tutte le tradizioni apostoliche6.

89. Circa le persone della ss. Trinità per 1. non piacciono a Calvino le voci consostanziale, ipostasi, ed anche di trinità. Utinam, egli scrive, sepulta essent! constaret modo haec inter omnes fides, Patrem et Filium et Spiritum sanctum esse unum Deum7. Ma la chiesa cattolica ha inserito nel breviario il simbolo composto da s. Atanasio, o da altro autore antico, dove rettamente si dice esser necessario il sapere che il


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Padre, il Figliuolo e lo Spirito santo non solamente sono un Dio, ma ancora che sono tre persone distinte; altrimenti alcun potrebbe cader nell'errore di Sabellio il quale dicea che questi erano semplici voci, ma che nella Trinità non vi è che una natura divina ed una persona; e perciò i ss. padri ed i sacri concilj si sono avvaluti delle voci d'ipostasi e di consostanziale, per farci intendere la distinzione, ed insieme l'eguaglianza delle persone divine. Per 2. dice essere una sciocchezza il fingere che l'eterno Padre di continuo genera attualmente il Figliuolo: Stulte fingitur continuus actus generandi1. Ma questa dottrina è comune fra i teologi2, e sta espressa nella scrittura ove si legge: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te3. Spiega s. Agostino, hodie id est semper ab omni aeternitate, et adhuc continuo omni instanti (poiché quel che è ab eterno è sempre ed è continuo) gignit me secundum divinam naturam meam, tamquam Verbum suum et Filium naturalem.

 

90. Parlando di Gesù Cristo, dice per 1. ch'egli è stato mediatore degli uomini appresso il Padre, prima che si facesse uomo e prima che peccasse Adamo; così scrisse Calvino in una sua lettera4 dicendo: Non modo post Adae lapsum Christum fungi mediatoris officio, sed quatenus aeternus Dei sermo est. Errore manifesto, mentre Cristo, quando prese carne umana nell'utero di Maria, allora si fece mediatore di riconciliazione di Dio cogli uomini, come scrive l'apostolo: Unus est mediator Dei et hominum homo Christus Iesus5. Dice per 2. una gran bestemmia, che Cristo quando discese all'inferno (ed intende Calvino l'inferno de' dannati) patì le stesse pene de' reprobi, dicendo che questo fu il maggior prezzo che nostro Signore offerì al Padre per la nostra redenzione: Maius pretium fuit quod diros in anima cruciatus damnati et perditi hominis pertulerit6. Di più scrive il card. Gotti7, che Calvino8 pose due persone in Gesù Cristo; ma qual altra fu l'eresia di Nestorio?

 

91. Circa la divina legge ed i peccati degli uomini, Calvino dice per 1. che la legge imposta a noi da Dio è impossibile a potersi da noi osservare. Dice per 2. che la concupiscenza originale, cioè l'appetito malvagio che ci spinge al male, è peccato, ancorché non vi consentiamo; mentre vuole che tali appetiti nascano dalla malizia che regna in noi: Ipsam pravitatem quae huiusmodi cupiditates nobis generat, asserimus esse peccatum9. Dice per 3. che non si danno peccati veniali, ma che tutti sono mortali10. Dice per 4. che tutte le opere anche de' giusti son peccati: Omnia hominum opera nihil nisi inquinamenta esse et sordes11. E quindi soggiunse che tutte le opere buone non hanno alcun merito appresso Dio, e che dire il contrario è superbia ed è voler oscurare la grazia12.

92. Circa la giustificazione, dice che ella non consiste già nell'infusione della grazia santificante, ma nell'imputazione della giustizia di Gesù Cristo, per la quale il peccatore vien riconciliato con Dio: Hunc esse fidei sensum, per quem peccator in possessionem venit suae salutis, dum agnoscit Deo se reconciliatum, intercedente Christi iustitia13. Dice in altro luogo14: Christi iustitiam per fidem apprehendit, qua vestitus in Dei conspectu, non ut peccator, sed tamquam iustus apparet. Sicché il peccatore anche giustificato resta peccatore qual era, ma per la giustizia di Cristo, dalla quale vien coperto (come da una veste di maschera) per mezzo della fede, apparisce come fosse giusto. Dice per 2. che l'uomo stando in peccato non si giustifica colla contrizione, ma colla sola fede, credendo di esser perdonato per le promesse


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fatte a riguardo de' meriti di Gesù Cristo; così appunto espressero questa dottrina di Calvino i Calvinisti di Francia nella celebre lor confessione di fede: Credimus nos sola fide fieri huius iustitiae participes... Hoc autem ideo fit, quod promissiones vitae nobis in Christo oblatae tunc usui nostro applicantur. Dice per 3. che i giustificati debbon credere con certezza di fede di stare in grazia; e vuole che tal certezza abbiasi anche per la perseveranza e per la salute eterna, in modo che ognuno debba tenersi per eletto, come si tenea s. Paolo per la rivelazione speciale che ne avea ricevuta da Dio1. Dicea per 4. che la fede e la giustizia è propria de' suoi eletti, e che ottenuta una volta da essi, non si può più perdere; e che se alcuno sembra averla perduta, questi non l'ha mai ricevuta2. Benché contro questa dottrina il sinodo de' Calvinisti di Dordrect disse che nelle azioni particolari ben può taluno perdere la divina grazia. Ma ciò, come scrisse Tertulliano, non è cosa rara fra gli eretici, anche della medesima setta, che siccome i loro capi si separano dalla chiesa, così i loro discepoli si separino da essi: Dum unusquisque proinde suo arbitrio modulatur, quae accepit... Idem licuit Valentinianis, quod Valentino de arbitrio suo innovare3.

93. Parlando delle opere umane circa il meritare o demeritare l'eterna salute, dice più orrende bestemmie. La prima è che l'uomo non ha libero arbitrio, e che questo nome di libero arbitrio est titulus sine re4. Egli dice che solamente il primo uomo ebbe l'arbitrio libero, ma peccando lo perdé esso con tutt'i suoi discendenti; ond'è che dipoi quanto opera l'uomo, tutto fa necessariamente, perché Dio così vuole, e Dio stesso lo muove a farlo, alla quale mozione l'uomo non può resistere. Ma (se gli oppone): se ogni uomo opera senza libertà, bensì per necessità, così quando fa il bene, che quando fa il male, come può meritare o demeritare? Risponde Calvino, ed ecco la seconda bestemmia, e dice che per meritare e demeritare basta che l'uomo operi spontaneamente, senza essere a ciò violentato da altri5, benché per necessità e senza libertà. Ma se Dio muove la volontà dell'uomo anche a peccare, dunque Dio è autor del peccato? No, risponde Calvino, e perché? perché autor del peccato (dice) è solamente chi lo commette, non già chi lo comanda e chi muove il peccatore a commetterlo. Perloché non si arrossisce Calvino di asserire la terza bestemmia, che tutt'i peccati si fanno per volontà ed autorità divina; e dice che si oppongono alla scrittura quei che vogliono che Dio permette solamente i peccati, ma non li vuole, né muove alcuno a commetterli: Ea permittere fingunt, quae scriptura non tantum eo volente, sed auctore fieri pronuntiat6. E si valse falsamente del testo di Davide: Omnia quaecumque voluit Dominus fecit7. Ma perché non vuol riflettere Calvino a quel che dice lo stesso profeta in altro salmo: Non Deus volens iniquitatem tu es8? Se Dio (dimando) muove l'uomo a peccare, come più esser poi esente da colpa? Calvino a questa difficoltà non sapendo rispondere, dice, che ciò da noi uomini di carne non può capirsi: Quomodo Deus in opere communi (cioè in quel peccato operato dall'uomo, e da Dio, anzi principalmente da Dio secondo il sistema di Calvino) ab omni culpa sit immunis, vix capit sensus carnis9.

94. Da ciò nasce poi la conseguenza, che il peccatore che si perde perdesi per divina ordinazione; e Calvino non ripugna di affermare quest'altra orribile bestemmia, dicendo: Nec probabile esse, sola Dei permissione, nulla ordinatione, hominem sibi accersisse interitum. E soggiunge che Dio intanto conosce la fine felice o infelice


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che farà ogni uomo, in quanto così egli l'ha ordinata con suo decreto pria di crearlo: Praesciverit Deus, quem exitum habiturus esset homo, antequam ipsum conderet; et ideo praesciverit, quia decreto suo sic ordinavit Onde conchiude che gli uomini son predestinati all'inferno da Dio per la sola sua volontà, e non già per i loro demeriti: Nudo Dei arbitrio, citra proprium meritum, homines in aeternam mortem praedestinari1. Ecco la bella teologia di questi nuovi riformatori della chiesa, Lutero e Calvino, che riducono Dio ad essere un tiranno, un ingannatore, un ingiusto, ed un iniquo: un tiranno il quale crea gli uomini per vederli tormentati in eterno: un ingannatore, mentre impone loro ad osservare una legge, che sa esser loro impossibile a poterla per alcun modo adempire: un ingiusto, mentre condanna gli uomini alle pene eterne, non essendo essi liberi ad evitar il male, ma necessitati a commetterlo: un iniquo, mentre egli stesso li muove a peccare e poi li punisce: per ultimo rendono Dio un mal rimuneratore che dona la sua grazia e 'l paradiso agli scellerati per la sola fede di credersi giustificati, ancorché non abbiano né pure pentimento de' loro peccati. Dice Calvino che questo è il beneficio della morte di Gesù Cristo. Ma (rispondo) posto che per salvarsi secondo il suo sistema le opere buone non sono necessarie, dunque Gesù Cristo è morto per distruggere tutti i precetti dell'antica e nuova legge? e per dar libertà ed animo a' cristiani di fare quel che vogliono, e commettere tutt'i peccati più enormi che vi sieno; giacché senza bisogno della lor cooperazione basta a salvarsi il credere certamente, che Dio non imputi loro le colpe fatte, e che li vuole salvi per li meriti di Gesù Cristo, quantunque essi sieno adoperati ad acquistarsi l'inferno? Dice poi che tal fede certa della propria salute (da lui chiamata fiducia) Dio non la dona che a' soli eletti.

 

95. Parlando poi de' sacramenti, dice Calvino per 1. ch'essi hanno effetto nei soli eletti, in modo che gli altri che non sono predestinati alla gloria, ancorché si trovino in grazia, non ricevono in effetto il sacramento. Per 2. che le parole de' ministri de' sacramenti non sono già consagratorie, ma concionatorie, cioè atte solamente a fare intendere le promesse divine: Cum de verbo sacramentali fieri mentionem audimus, promissionem intelligamus, quae a ministro praedicata plebem ducat, quo signum tendit2. Pertanto dice Calvino che i sacramenti non han virtù di conferir la grazia, ma solo di eccitar la fede, siccome fa la predicazione della divina parola3; e perciò si burla dei termini ex opere operato, come noi diciamo, dic'egli, esser questa un'invenzione di monaci ignoranti. Ma su tal punto esso si fa conoscere per ignorante, intendendo per opus operatum la buona opera del ministro4. Noi cattolici intendiamo per opus operatum, non l'opera del ministro, ma la virtù che Iddio al sacramento (se non trova l'obice del peccato) di operare nell'anima ciò che il sacramento significa, come il battesimo di lavare, la penitenza di sciogliere, l'eucaristia di nudrire. Per 3. dice, non esservi differenza tra i sacramenti dell'antica e nuova legge5; ma s. Paolo dice che gli antichi sacramenti non erano altro che infermi e poveri elementi ed ombre de' sacramenti futuri: Infirma et egena elementa6. Quae sunt umbra futurorum7. Per 4. deride il carattere sacramentale che s'imprime per lo battesimo, per la cresima, e per l'ordine8. Per 5. dice che i sacramenti istituiti da Gesù Cristo non sono più che tre, il battesimo, la cena, e l'ordinazione; i primi due egli l'ammette9; e quello dell'ordinazione l'ammette in altro luogo10, dicendo: Impositio manuum, quam in veris legitimisque ordinationibus sacramentum esse concedo. Del resto ributta


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i sacramenti della cresima, penitenza, estrema unzione e del matrimonio1. Ma in quanto al battesimo, quantunque egli l'ammetta, dice nonperò che non è necessario per la salute, poiché i fanciulli (egli insegna) se son prevenuti dalla morte, anche si salvano morendo senza battesimo, mentr'essi da che nascono sono già membri della chiesa; per la ragione (come dicea) che tutti i figli de' cristiani, nascendo nell'alleanza della nuova legge nascono tutti in grazia2. Dice per 6. che i laici e le donnepure in punto di morte possono battezzare3: e conferma questo errore (sì pernicioso alle anime de' bambini) col medesimo errore notato qui sopra, cioè che essi morendo senza battesimo anche si salvano. Dice di più che 'l battesimo del Battista avea la stessa virtù di quello di Gesù Cristo.

 

96. Intorno poi al sacramento della penitenza, oltre il negarlo, asserisce più errori: dice per 1. che i peccati commessi dopo il battesimo si rimettono colla sola memoria del battesimo, senza che vi si richieda il sacramento della penitenza4. Dice per 2. che l'assoluzione del confessore non ha forza di rimettere i peccati, ma solo serve ad attestare la remissione che Dio ne concede per la promessa fatta a noi da Cristo5. Dice per 3. che la confessione de' peccati non è de iure divino, ma di ius umano, come ordinata da Innocenzo III. nel concilio lateranese6. Dice per 4. non esser necessaria la soddisfazione del penitente, perché Dio non si placa colle nostre opere, anzi dice che tali soddisfazioni fanno ingiuria a quella data da Cristo per li nostri peccati7.

97. In quanto poi al sacramento dell'eucaristia (ch'egli principalmente imprese a distruggere, come si vede nel suo libro de Coena Domini) dice per 1. che la transustanziazione creduta dai Cattolici è una invenzione da essi finta. Per 2. dice che l'eucaristia non dee adorarsi, né conservarsi, poiché fuori dell'uso ella non è sacramento; asserendo che l'essenza di questo sacramento non est alia, quam fidei manducationem. Per 3. nega (e questo è il suo principale errore difeso da lui con tanto furore) nega, dico, la presenza reale di Gesù Cristo nell'eucaristia. Dice, che le parole della consagrazione, hoc est corpus meum, hic est sanguis meus, debbono prendersi figuratamente, non già realmente, come noi crediamo, in modo che il pane e 'l vino importino quel che significano, cioè la conversione nel corpo e sangue di Cristo. Egli asserisce, che il pane ed il vino in tal sacramento sono solamente segni del corpo e sangue del Signore: Respondebimus, panem et vinum signa esse visibilia, quae corpus et sanguinem nobis repraesentant8. Dice, che nella comunione riceviamo noi sì bene la sostanza di Gesù Cristo, e la sua vita, ma non già la propria carne: Propriam in nos vitam diffundere, quamvis in nos non ingrediatur ipsa Christi caro9. E perciò egli ammette già colle parole che il fedele riceva Gesù Cristo: ma poi nega che il peccatore lo riceva10: il che fa vedere ch'egli affatto non ammette esservi nell'eucaristia la presenza reale di Cristo. Dice di più essere un gran disordine, il divider la cena con dare solo il corpo senza il sangue11. reca poi una gran maraviglia il vedere che i calvinisti nel loro celebre sinodo di Sciarenton del 1631 sapendo che i Luterani confessavano la presenza reale di Gesù Cristo nell'eucaristia, dissero, che dovessero ammettersi alla loro comunione, assegnando la ragione, perché gli uni e gli altri ben convenivano negli articoli fondamentali. Dice Dalleo, parlando di questo decreto12, che in tale ammissione non v'è niente di male né contra la pietà né contra l'onore di Dio: Huic opinioni nihil inest veneni, neque aliquid contrarium pietati, vel honori Dei. Dunque


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domandiamo a' signori Calvinisti, come? non è contra l'onore di Dio il commettere un'idolatria, adorando i Luterani il pane per Dio? Circa poi la messa, nega Calvino esser ella sacrificio istituito da Gesù Cristo in espiazione de' vivi, e de' morti1; asserendo, che il dire ciò è un'ingiuria che si fa al sacrificio della croce. Dice di più nello stesso luogo, che le messe private si oppongono direttamente all'istituzione di Cristo.

 

98. In oltre Calvino nega il purgatorio2. Nega il valore delle indulgenze3. Nega l'intercessione de' santi4 e 'l culto delle sacre immagini5. Dice che s. Pietro fu superiore agli apostoli, honore ordinis, non potestatis; sicché nega il primato della chiesa a s. Pietro ed a tutti i pontefici6. Nega in oltre alla chiesa ed a' concilj generali l'infallibilità nelle definizioni di fede e la potestà d'interpretar la scrittura7. Riprova tutte le leggi ecclesiastiche e i riti spettanti alla disciplina8, dicendo che tali riti sono perniciosi ed empj. Riprova il digiuno quaresimale9, il celibato de' sacerdoti10. Riprova ancora tutti i voti dei digiuni, dei pellegrinaggi, e dice che i tre voti religiosi sono superstiziosi11. Di più ardisce di permettere le usure, dicendo che non si trovano proibite con alcun testo di scrittura12. Vi sono altri errori di Calvino, che son notati presso Natale Alessandro, e 'l cardinal Gotti13. In somma Calvino predicò, e scrisse tali bestemmie, che in morte ebbe gran ragione di maledire la sua vita, i suoi studj, ed i suoi scritti, e d'invocare i demonj che se lo prendessero, come si scrisse di sovra al num. 70.

§. 4. Delle diverse sette de' Calvinisti.

99. Delle sette calviniste che si divisero. 100. De' Puritani. 101. Degl'Indipendenti e Presbiteriani. 102. Differenza tra gli uni e gli altri. 103. De' Quacheri, o Tremolanti. 104. Degli Anglo-Calviniani. 105. De' Piscatoriani. 106. Degli Arminiani e Gomaristi.

 

99. La setta di Calvino si divise in molte sette, anzi può dirsi che d'ogni setta se ne fecero mille; poiché parlando de' Calvinisti, specialmente in Inghilterra, difficilmente si troverà una famiglia che creda lo stesso che credono l'altre. Parleremo qui delle sette più principali descritte da Natale Alessandro e dal card. Gotti14, le quali sono de' riformati che vivono in Francia, nel Palatinato, negli Svizzeri e nella Fiandra, i quali sieguono puntualmente la dottrina di Calvino. Questi poi nella Scozia ed in Inghilterra, si chiamano Puritani; inoltre vi sono le sette degli Indipendenti, de' Presbiteriani, degli Anglo-calviniani, de' Piscatoriani, degli Arminiani, e de' Gomaristi, e di altri che qui appresso diviseremo.

 

100. I Puritani sono, come abbiamo detto, i Calvinisti più rigidi, i quali odiano tutti coloro che non sieguono la lor religione, e specialmente abborriscono i cattolici, guardandosi anche di orare ne' templi da essi consacrati. Essi rigettano l'ordine episcopale, tutt'i riti della chiesa così cattolica, come anglicana, ed ogni loro liturgia, non ammettendone né pur l'orazione domenicale. Osservano poi esattamente la domenica, come i Giudei il giorno di sabato. Son nemici della dignità regale, ed essi furono i motori della morte disgraziata che fece su d'un palco il re Carlo I., come si disse al num. 85., nell'anno 1649.

101. Gl'Indipendenti ed i Presbiteriani aderiscono a' Puritani circa i dogmi di fede, ma non già nel governo della chiesa. A costoro si unì Oliviero Cromvello, il quale chiamarsi protettore d'Inghilterra, come si disse al num. 86. E questi nel suo governo preferì a tutte la setta degli Indipendenti, e quindi concesse a tutte le altre sette di credere ciò che loro piacesse, liberandole da ogni obbligo di sottoporsi


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al giudizio di altro superiore; onde a ciascuna setta attribuì quella potestà suprema che negava poi a' concilj della chiesa universale. Gl'Indipendenti non ammettono a predicare veruno che non siegua la loro dottrina. Frequentano la cena nelle domeniche, ma non ammettono né alla cena né al battesimo, altri fuori del loro ceto. Praticano la cena colla testa coperta, senza catechismo, senza predica e senza canto. Questa setta è quella, che aprì di poi la porta in Inghilterra a tutte le altre sette, che vi s'introdussero, come di Anabattisti, di Antinomi (cioè di coloro che rifiutano ogni legge, come si disse al num. 35.) il capo de' quali fu Giovanni Agricola; ed in oltre di Antiscritturiani, che disprezzano tutte le scritture, gloriandosi di aver essi lo spirito de' profeti e degli apostoli.

 

102. I Presbiteriani, che son potenti in Inghilterra, si discostano dagl'Indipendenti; mentr'essi sottopongono le chiese particolari alle classi, le classi a' sinodi provinciali, e questi al sinodo nazionale, a' decreti del quale dicono dover tutti ubbidire per legge divina. Chiamansi Presbiteriani, perché vogliono che la chiesa dee governarsi dai laici seniori (detti in greco presbyteri), asserendo, che i vescovi non hanno maggiore autorità di tali presbiteri. Quindi è che da' Presbiteriani si eleggono al governo i secolari più vecchi, e solamente qualche giovane che ha qualche dono speciale.

 

103. Vi sono i Quaqueri o sieno Tremolanti, che si stimano in tutto perfetti in questa vita. Essi fingono di avere spesse estasi, ed in quel tempo tremano con tutto il corpo, dicendo di non poter soffrire l'abbondanza della luce divina che godono. Questi fantastici ributtano tutte le cerimonie religiose ed anche le civili, in modo che per via non salutano alcuno. Non orano nelle chiese, anzi dicono esser per loro inutile l'orazione, poiché son giustificati colla propria giustizia. Bestemmiano che Gesù Cristo si disperò stando sulla croce, e che ebbe altri difetti umani. Errano poi ne' primi dogmi della fede, mentre negano la ss. Trinità e la venuta di Cristo. Tengono che dopo questa vita non vi è né paradisoinferno per le anime. Il lor capo fu un certo Inglese, per nome Giovanni Fox, ch'era stato sartore. Vi sono poi i Randeri (facilmente della stessa setta), che dicono niuna cosa esser turpe ed illecita, che la natura appetisce. I Revelleri son nemici dell'ordine politico, e questi vogliono che tutti gli uomini debbano esser uguali nelle robe e negli onori; e perciò costoro sono stati frequenti a muover sedizioni contra i magistrati.

 

104. Gli Anglo-calviniani differiscono così da' Puritani, come dagl'Indipendenti, e da' Presbiteriani, così nella disciplina, come ne' dogmi. Essi, a differenza di tutte le altre sette, conservano l'ordine vescovile, non solo come distinto dagli altri officj, ma ancora come superiore di ius divino; ritengono pertanto una spezie della consacrazione de' vescovi ed anche dell'ordinazione de' sacerdoti, e della confermazione de' battezzati, ed onorano il segno della croce; cose tutte dalle altre sette rigettate. I loro vescovi hanno cancellieri, arcidiaconi, decani e pastori di parrocchie rurali; hanno ancora le chiese cattedrali con canonici prebendati, che celebrano le preci matutine e vespertine, e nelle loro funzioni adoperano le cotte. Presso loro il diaconato è grado al sacerdozio. Essi riconoscono il re per capo supremo della chiesa, giusta le leggi di Errico e di Lisabetta, ed al re attribuiscono tutta l'autorità ecclesiastica. Dicono che il re può far nuove leggi ed anche nuovi riti col consiglio del metropolitano o de' commessarj ecclesiastici, ma sempre spetta al re il giudizio delle cause dedotte al suo tribunale. Il re delibera ancora co' suoi consultori sovra i dogmi di fede, e ne promulga gli editti e fulmina le censure. Tutto ciò si ricava dal trattato de politia ecclesiae anglicanae pubblicato in Londra nell'anno 1683.


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105. I Piscatoriani ebbero principio da un certo Giovanni Piscatore calvinista, professore di teologia nella scuola Herbonese, uomo arrogante e molto vano di se stesso. Egli nella dottrina discrepava da' Calvinisti. Divise per 1. la giustizia di Cristo in attiva, cioè quella che ebbe per la sua vita santa, e nella passiva, che ebbe per li suoi patimenti: e diceva che l'attiva giovò solo a sé, la passiva giovò a noi, e che per questa giustizia noi venghiamo giustificati. Ma noi diciamo che Cristo e colle buone opere e co' patimenti meritò per sé e per noi, secondo scrive l'apostolo: Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem..., propter quod Deus exaltavit illum etc.1. Iddio dunque l'esaltò così per la santità della vita, come per la sua passione. Per 2. dicea che la frazione del pane nella cena era necessaria di essenza; e questa opinione fu abbracciata nell'accademia di Marpurgo, ma non dalle altre calviniste. Per 3. insegnò che la legge mosaica deve osservarsi in quanto a' precetti giudiziali. Per 4. egli si scostò quasi in tutto da' dogmi di Calvino circa la predestinazione, la soddisfazione di Cristo, la penitenza ed altri punti, e compose un nuovo catechismo. Fece ancora una nuova versione della bibbia piena di mille errori. I riformati di comun consenso condannarono di eresia così la dottrina, come la persona di Piscatore.

 

106. Nell'Olanda poi sorsero due altre sette di Calvinisti, degli Arminiani, e de' Gomaristi. Arminio e Gomaro erano due professori di teologia nell'università di Leyden, detta in latino Lugdunum Batavorum. Arminio nel 1609. propose in Olanda uno scritto chiamato remostrante, che perciò i seguaci di Arminio furono detti Remostranti. In questo scritto o sia catechismo, che in più cose uniformavasi a' dogmi cattolici, riprovava cinque errori di Calvino. Impugnava il primo errore, che Dio voglia dare a' soli predestinati la fede, la giustificazione e la gloria; e dicea che Dio vuol salvi tutti gli uomini, e che a tutti i mezzi sufficienti a salvarsi, se vogliono avvalersene. Riprovava il secondo, che Dio con decreto assoluto ha destinati molti all'inferno prima di crearli; dicea, che la riprovazione non si fa che a riflesso del peccato in cui muore il peccatore. Contra il terzo, che Gesù Cristo ha redenti i soli eletti, dicea, che niuno viene escluso dal frutto della redenzione, se si dispone a riceverlo come si dee. Contro il quarto, che alla grazia non si può resistere, dicea, ciò non esser vero, perché l'uomo colla sua malizia ben può rigettarla. Contra il quinto errore, che chi ha ricevuta la grazia non può più perderla, dicea, che la grazia in questa vita ben può perdersi da chi l'ha ricevuta e può ricuperarsi colla penitenza2. Ma vi fu Gomaro, professore nella stessa accademia di Leyden, il quale adorava tutt'i dogmi di Calvino, e perciò si oppose con gran furia ad Arminio ed ai suoi Remostranti; e quindi i suoi discepoli si chiamarono Contra-remostranti, ed accusavano gli Arminiani di pelagianismo. Questa controversia prese tal fuoco in quelle parti, che dagli stati generali fu ordinato un sinodo in Dordrect a terminarla; ivi furono chiamati i deputati dall'Inghilterra, dalla Scozia, dall'Elvezia, da Ginevra e da altri regni. Si tenne il sinodo, ma perché tutti, o quasi tutti erano Calvinisti, o poco discordanti dalla dottrina di Calvino, furono condannati gli Arminiani, che restarono oppressi dalla potenza de' Gomaristi; e perché Barnefeldo cancelliere degli ordini, ed Ugone Grozio, avean con fortezza difesa la sentenza di Arminio, Barnefeldo fu preso e presto gli fu tagliata la testa. Grozio fu chiuso con buona custodia in un castello; ma la moglie ebbe licenza da' custodi di poter mandare al marito alcuni libri in una sporta per sollievo di quella carcere: fingendo poi che rimandavansi i libri, Grozio si pose


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egli nella sporta in vece de' libri e così fuggì dalla prigione1.




2 Istor. della rel. t. 1. l. 12. p. 450.



3 Varillas al luogo cit. Nat. Alex. t. 19. a. 13. §. 1. n. 1. Gotti ver. rel. t. 2. c. 111. §. 1. n. 1. Hermant ist. de' conc. t. 2. c. 271. Van-Ranst hist. haer. p. 119. Berti hist. sec. 16. c. 3. p. 161. Lancisi hist. t. 4. sec. 16. c. 5.



4 Nat. Alex. loc. cit. n. 1. Gotti ibid n. 3. Hermant cit. c. 271. Varillas al luogo cit. p. 451.



5 Gotti cit. c. 111. n. 5. Van-Ranst p. 320. Varillas t. 1. l. 10. p. 452.



1 Van-Ranst p. 330. Gotti loc. cit. n. 5. Nat. Al. loc. cit. §. 1 n. 1.



2 L. 10. p. 453.



3 Nat. Al. t. 19. a. 13. §. 1. Gotti c. 111. §. 1. n. 5. Van-Ranst p. 330. Varillas l. 10. p. 454.



4 Varillas cit. p. 454. Gotti loc. cit. n. 6.

1 Van-Ranst sec. 16. p. 320. Nat. Al. loc. cit. n. 1. Varillas p. 455.



2 Varillas l. 10. p. 457. Hermant t. 2. c. 271. Nat. Al. §. 1. n. 1. Gotti c. 111. §. 2. n. 1.



3 Nat. Al. t. 19. a. 13. n. 2. Van-Ranst p. 321. Gotti c. 111. §. 2. n. 4.

1 Varillas t. 1. l. 10. p. 465. Van-Ranst p. 321.



2 Apud Berti brev. hist. t. 2. sec. 16. c. 3. p. 162. nota (1).



3 Nat. Al. loc. cit. n. 2. Van-Ranst p. 221. Gotti c. 111. §. 1. n. 6.



4 Gotti ibid.



5 Varillas l. 12. p. 512. et Nat. Al. a. 13. §. 1. n. 2.



6 Nat. cit. n. in fin. Gotti §. 2. n. 7.

 



1 Nat. Al. loc. cit. n. 3. Varillas p. 513. Van-Ranst p. 321. Gotti c. 111. §. 2. n. 8.



2 Varillas l. 11. p. 514.



3 Gotti c. 111. §. 2. n. 9. Varillas l. cit. Nat. Al. ibid.



4 Nat. Al. t. 19. a. 13. §. 1. n. 4. et seq. Gotti c. 111. §. 2. n. 10.



5 Gotti n. 11.

1 Gotti n. 11. ad 14.



2 Nat. Al. cit. §. 1. n. 8. Gotti loc. cit. n. 14.



3 Varillas t. 2. l. 20.



4 Varillas loc. cit. p. 29. Gotti c. 111. §. 3. n. 1. Nat. Al. loc. cit. §. 1. n. 9.



1 Varillas l. 20. p. 221.



2 Nat. Al. t. 19. a. 13. §. 1. n. 10. Varillas l. 21 p. 256. Gotti c. 111. §. 3. n. 5.



3 Gotti loc. cit. n. 6.



4 Varillas l. 23. n. 331. Gotti loc. cit. n. 8.

1 Nat. Al. §. 1. n. 16. Gotti ibid. n. 9.



2 T. 1. l. 10. p. 450.



3 Spondan. ad an. 1564. Nat. Al. a. 13. §. 16. Gotti loc. cit. §. 3. n. 10. Varil. l. 12. t. 1. l. 10. p. 450.



4 Ad an. 1534.



5 Al luogo cit.



6 Cit. n. 16.

1 §. 1. n. 6.



2 L. 1. c. 9. n. 2.

1 Gotti c. 114. §. 4. n. 1. ad 6. Varillas to. 2. l. 18. p. 137.



2 Berti brev. ist. t. 2. sec. 16. c. 1.



3 Ad an. 1561. n. 19.



4 Floremund. Remund. l. 8. c. 17. n. 6.



5 Gotti loc. cit. n. 7. ad 10.



6 Vita di s. Francesco di Sales da Pietro Gallo l. 2. c. 21. e 22.

1 Van-Ranst hist. sec. 16. p. 322.



2 Van-Ranst loc. cit. v. Hermant t. 2. c. 272.



3 Spondan. ad an. 1560. n. 7.

1 Nat. Alex. t. 19. c. 11. a. 9. n. 3. et 4.



2 Id. n. 5. Hermant t. 2. c. 306.



3 Apud Gotti c. 111. §. 4. n. 15.



4 Gotti loc. cit. n. 16. e 17.

1 Varillas t. 2. l. 27. dalla p. 441. sino alla 150. Iovet. stor. delle rel. t. 2. p. 95.



2 Iovet. nel luogo cit. p. 105.



3 Ist. dell'eres. t. 2. l. 28. dalla p. 471. Hermant ist. de' conc. t. 2. c. 265.



4 Varillas p. 475.

1 Varillas p. 475.



2 Varil. t. 2. l. 28. p. 476.



3 P. 479.



4 P. 481. a 493.



5 P. 500.

1 Varillas p. 502. e 503.



2 P. 504.



3 Vide p. Suar. t. 3. in s. Th. q. 72. a 8.

1 Vedi Varillas nel luogo citato di spora t. 2. l. 28. per tutto e vedi Bernin. t. 4. sec. 16. c. 11. E vedi anche il sig. Iovet. storia delle relig. t. 2. p. 84. e seg. e vedi dizion. port.

1 Questa successione de' monarchi inglesi è scritta nel dizionario istorico portatile italiano tradotto dal francese.



2 Iovet stor. della relig. t. 2. p. 92.



3 Prateol. haer. 13.



4 Francisc. Forvandes. in Theomach. Calv.



5 Calvin. antid. ad synod. trident. ad sess. 4.



6 Calvin. in antid. loc. cit.



7 Instit. l. 1. c. 13. §. 5.

1 Calvin vide loc. cit.



2 V. Tournely comp. theol. de incarn. par. 2. p. 807.



3 Psal. 2. 7.



4 Calv. ep. ad Stancarum.



5 1. Tim. 2. 5.



6 Calv. instit. l. 2. c. 16.



7 Gotti vera chiesa t. 1. c. 8. §. 1. n. 9.



8 Inst. l. 1. c. 13. §. 9. n. 23. et 24.



9 L. 3. c. 3. §. 10.



10 L. 2. c. 8. §. 59.



11 L. 3. c. 14. §. 4.



12 C. 15. §. 2.



13 Calv. l. 3. c. 11. §. 15. et 16.



14 Ib. c. 11. §. 3.

1 Calv. inst. l. 3. c. 2. §. 16.



2 Ib. §. 11. et 12.



3 Tertull. de script. haeret. c. 42.



4 Calv. inst. l. 2. c. 2.



5 Calvin. l. 2. c. 3.



6 Id. de praedest. Dei aeterna.



7 Ps. 134. 6.



8 Ps. 5. 5.



9 Calv. iust. l. 3. c. 23.

1 Calv. ibid.



2 Calv. inst. l. 4. c. 14. §. 4.



3 Id. ib. §. 14.



4 Id. ib. §. 26.



5 Id. ib. §. 23.



6 Gal. 4. 9.



7 Coloss. 2. 17.



8 Calv. in antid. conc. trid. ad can. 9. sess. 7.



9 L. 4. c. 18. §. 19. et 20.



10 C. 19. §. 31.

1 L. 4. c. 15. §. 20.



2 Bossuet variaz. t. 3. l. 14. n. 37.



3 Calv. l. 4. c. 15. §. 20.



4 Ibid. §. 3. et 4.



5 Idem l. 3. c. 4.



6 Vide loc. cit.



7 Calv. l. 3. c. 4. §. 38. et 39.



8 Calv. loc. cit. de coena Dom.



9 Id. inst. L. 4. c. 17. §. 32.



10 Id. loc. cit. §. 33. et 34.



11 Id. l. 4. c. 17. §. 46. ad 48.



12 Dallaeus apol. eccl. reform. p. 43.

1 Calv. inst. l. 4. c. 18.



2 Id. l. 3. c. 5. §. 6. et 10.



3 Id. ib. §. 2.



4 Id. ib. c. 20.



5 Id. l. 1. c. 11.



6 Calv. l. 4. c. 6.



7 Id. ib. c. 9.



8 Id. ib. c. 20.



9 Id. ib. c. 12. §. 19. et 20.



10 Id. ib. §. 23.



11 Id. ib. c. 13. §. 6.



12 Id. respons. de usur. inter ep. p. 223.



13 Nat. Al. t. 19. a. 13. §. 2. Gotti t. 2. c. 111. §. 5.



14 Nat. Alex. t. 19 a. 13. §. 3. Gotti ver. relig. c. 312. §. 1. et 2.



1 Phil. 7. 2.



2 Natal. Alexand. t. 19. c. 3. art. 11. §. 13. num. 6.

1 Nat. loc. cit. Gotti ver. rel. c. 112. §. 2. n. 10. dizion. portat. alla parola Grozio.






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