Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

IntraText CT - Lettura del testo
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

- 226 -


ART. IV. DELLO SCISMA D'INGHILTERRA

 

§. 1. Del regno di Errico VIII.

107. Descrizione della religione d'Inghilterra prima dello scisma. 108. Errico VIII. sposa Caterina di Aragona, e s'invaghisce poi di Anna Bolena. 109. L'empio Volseo gli suggerisce la nullità del matrimonio. Impudicizia della Bolena, e sospetto che fosse figlia di Errico. 110. Caterina ricusa i giudici d'Inghilterra. Il Volseo è carcerato e muore per via. 111. Errico si appropria i beni del clero, e sposa la Bolena. 112. Si fa dare dal clero il giuramento di ubbidienza, e Cranmero dichiara nullo il matrimonio di Caterina. 113. Il papa annulla le nozze della Bolena; e scomunica Errico, il quale si dichiara capo della chiesa. 114. Perseguita il Polo, e fa decapitare il Fischero e 'l Moro. 115. Il papa intima al re la privazione del regno. Il re fa decapitare la Bolena, e sposa Giovanna Seimer. 116. Sei articoli sulla fede del parlamento. Son bruciate le ossa di s. Tommaso Cantuariense. Muore Seimer con estrarsele il parto, che poi fu Eduardo VI. 117. Cerca il papa di convertire Errico, ed egli imperversa. 118. Sposa Anna di Cleves, ed anche la ripudia; e muore Cromvello giustiziato. 119. Errico sposa Caterina Havard, e poi le fa tagliar la testa; ed indi sposa Caterina Parray. 120. Rimorsi di Errico infermo. 121. Fa testamento e muore.

 

107. L'istoria d'Inghilterra non si può leggere senza lagrime, in considerare una nazione che prima avea superate tutte le altre di Europa nello zelo per la religione cattolica, fatta poi la sua maggior nemica che l'abbia perseguitata. Chi può non muoversi a compassione in veder perduto un regno così amante della fede e della pietà, ch'era chiamato la Terra de' santi? Scrive il Crapgravio nel prologo del suo libro de' santi inglesi, che quindici re inglesi ed undici regine rinunziarono al regno, e si fecero monaci in diversi monasterj; dodici re furono martiri e dieci altri furono annoverati tra' santi. Dicesi, che prima dello scisma non vi era paese che non avesse per suo protettore un santo nativo del medesimo. Onde qual compassione dové recare al mondo, un regno così santo mirarlo poi fatto un ridotto di tutt'i vizj e di tutte l'eresie? Si scrive2 che l'Inghilterra ricevé la fede di Gesù Cristo a tempo di Tiberio Cesare. Giuseppe di Arimatea, come rapporta il Sandero3, fu il primo che con dodici suoi discepoli introdusse in quel regno la religion cristiana; la quale molto più si dilatò poi a tempo di s. Eleuterio papa, che a richiesta del re Lucio vi mandò Fugazio e Damiano, e questi battezzarono il re e molti suoi sudditi: e dopo aver atterrati gl'idoli, vi consacrarono più chiese e vi stabilirono più vescovi. Si mantenne l'Inghilterra nella fede fino al tempo di Diocleziano, il quale vi fece molti martiri. A tempo poi di Costantino molto più crebbero i cristiani; e sebbene alcuni caddero negli errori di Ario e di Pelagio, nondimeno presto furono ristabiliti nella fede da s. Germano e da s. Lupo venuti dalla Francia. Circa l'anno poi 596. avendo patito danno la religione per causa degli anglo-sassoni, s. Gregorio vi mandò s. Agostino con 40 altri monaci benedettini, i quali ristabilirono in quel regno la fede, che ivi perseverò dipoi accompagnata da una gran pietà e divozione verso la s. sede di Roma, per lo spazio di mille anni in circa. Fra questo tempo in tutto il mondo cristiano non vi furono fra i monarchi re più ossequiosi al sommo pontefice che quelli d'Inghilterra. Fra gli altri il re Giovanni nel 1212. insieme con tutt'i baroni del regno si fecero per propria divozione volontarj sudditi della chiesa romana, dichiarando di tenere in nome di essa i regni d'Inghilterra e d'Irlanda, con obbligo di corrispondere in perpetuo il censo annuo di mille marche sterline nel giorno di s. Michele, oltre l'annuo canone di un argenteo (o sia sterlina come scrive Iovet) per fuoco, promesso sin dall'anno 740. dal re Ina, il quale censo fu poi accresciuto dal re Etelfo; e questo tributo si continuò a pagare fino all'anno 25 del regno di Errico VIII. quando egli si tolse dall'ubbidienza del papa. Di più fra questo tempo in Inghilterra si celebrarono molti concilj per lo stabilimento della disciplina ecclesiastica, che per


- 227 -


più secoli seguì poi ad osservarsi esattamente sino al tempo del nominato Errico, il quale per non frenare una sordida passione verso d'una donna impudica precipitò se stesso in un abisso di scelleraggini e seco trasse nella rovina tutta la sua nazione. E così quel regno, ch'era stata la gloria e la delizia della chiesa, diventò una cloaca di dissolutezze e di empietà.

 

108. Ecco come avvenne la disgrazia d'Inghilterra. Errico VII. nell'anno 1501. maritò Arturo suo primogenito con Caterina d'Aragona, figlia del re cattolico Ferdinando; ma questo principe prima di consumare il matrimonio morì; onde per conservar la pace colla Spagna, con dispensa di Giulio II. papa, Errico VIII, secondogenito sposò la stessa Catterina1, e n'ebbe cinque figli, tre maschi e due femine. Ma prima di passare avanti, è da notarsi che Errico fu così affezionato alla religione cattolica, che vedendola combattuta da Lutero, si pose a perseguitare i seguaci di Lutero sino alla morte, ed un giorno in una pubblica piazza fe' bruciare tutt'i suoi libri e nello stesso tempo da Giovanni Fischero, vescovo roffense, fe' predicare in difesa dell'autorità del papa. Indi scrisse e pubblicò un suo libro (benché vogliono altri, che la composizione fosse del nominato vescovo roffense) della vera fede circa i sacramenti contra le bestemmie di Lutero, e dedicollo al papa Leone X., il quale per tal causa l'onorò col titolo di Difensore della chiesa2. Preso nonperò Errico dall'amore di Anna Bolena, dopo 25 anni di matrimonio3 colla regina aragonese, che l'avanzava di cinque anni nell'età, cominciò ad abborrirla; la Bolena all'incontro, ch'era la donna più scaltra che mai potesse trovarsi, accortasi della passione che il re avea per lei, un giorno gli disse risolutamente ch'ella non sarebbe stata mai sua, se non le fosse moglie. Errico, il quale era d'un tal naturale, che quanto più vedeasi negato qualche suo desiderio, tanto più se ne invogliava (benché quando poi aveva ottenuto ciò che bramava, presto gli veniva in fastidio), vedendo che Anna Bolena non poteva averla se non colle nozze, risolse di sposarla ad ogni costo. Ed ecco quella risoluzione, che tirò seco un abisso di scelleraggini e la perdita di tanti milioni di anime.

 

109. Per mala sorte del regno d'Inghilterra eravi in quel tempo Tommaso Volseo4, il quale, benché fosse nato vilmente, nondimeno colle sue astuzie aveasi talmente acquistata l'affezione di Errico, che l'avea sollevato non solo ad esser vescovo eboracense, ma di più cancelliere del regno e cardinale di s. chiesa. Questo perfido adulatore vedendo il re così invaghito della Bolena, lo consigliò, per compiacerlo, a ripudiar la regina Caterina sua moglie, mettendogli avanti lo scrupolo della nullità di tal matrimonio, per essere stata prima la regina moglie del primogenito Arturo. Scrupolo affatto insussistente, mentre Errico avea sposata Caterina colla dispensa del papa5, la quale fu ben esaminata in Roma; e si vide che l'impedimento che vi era era di pura legge umana e non divina, come costa dalle sacre scritture, dove si ha6 che il patriarca Giuda fe' sposare Ona suo figlio secondogenito a Thamar, che prima era stata moglie del primogenito senza avervi prole; anzi giusta la legge mosaica era precetto, che la moglie d'un fratello morto senza figli fosse sposata dall'altro fratello: Quando habitaverint fratres simul, et unus ex eis absque liberis mortuus fuerit, uxor defuncti non nubet alteri, sed accipiet eam frater eius, et suscitabit semen fratris sui7. Non poteva dunque esser contra la legge naturale quel che nell'antica legge non solo era permesso, ma anche comandato. Né ostava quel che si dice nel Levitico8: Turpitudinem uxoris fratris


- 228 -


tui non revelabis. Poiché ciò corre nel caso che il fratello è morto con figli, ma non quando è morto senza figli, come sta spiegato nell'antecedente luogo del Deuteronomio, perché allora (secondo si è detto) anzi è obbligato il fratello a sposar la cognata, ad suscitandum semen fratris sui. Onde così la dispensa del papa, come le nozze della regina, senza dubbio erano state più che valide. Monsignor Bossuet nella sua storia delle variazioni1 riferisce che Molineo su i consigli di Decio dice, che avendo Errico domandato il suo parere alla Sorbona, 45 dottori di quella dissero che il matrimonio di Caterina era valido, e 53 ch'era nullo; ma questi (dice il Molineo) furono voti tutti comprati con danari. Errico ne scrisse anche in Germania a' dottori luterani; ma Melantone, avendo consultato cogli altri suoi compagni, scrisse che la legge di non isposare la moglie del fratello era ben capace di dispensa, e per conseguenza che il matrimonio di Caterina era stato valido. Ma ad Errico non gradì tal risposta, e gli piacque lo scrupolo del Volseo, a cui fortemente si attaccò, affine di sposare la Bolena; per la quale egli non faceva alcuno scrupolo, quantunque la madre di lei era stata prima sua concubina. Anzi vi era una forte probabilità che la Bolena fosse sua figlia; poiché Tommaso Boleno, del quale Anna era tenuta per figlia, e che stava in Francia da ambasciatore, quando seppe che il re volea sposarla2, venne a posta in Inghilterra, ed avvertì il re che si guardasse di tal cosa, mentre la stessa sua moglie avealo assicurato che Anna era figlia di Errico; ma Errico con isdegno gli rispose: Tace, o stolide; centum alii ex quo tuam uxorem compresserunt, cuiuscumque illorum sit filia, certe erit uxor mea. Tu ad legationem tuam revertere, et si vis esse consultum vitae tuae, rem silentio preme. Si aggiunge che Anna Bolena, come si era sparso3, era una impudica: ella in età di quindici anni era stata deflorata da un uomo che praticava in sua casa, e perciò il padre la mandò in Francia, dove ebbe tal nome di disonesta, ch'era ivi chiamata equa anglicana.

 

110

 Ciò però non ostante, Errico stette fermo nel pensiero di averla per moglie: onde mandò4 a chiedere al papa, che gli assegnasse il cardinal Campegio, e 'l nominato cardinal Volseo, per giudici della causa del divorzio; e 'l papa lo compiacque a principio, ma la regina ne appellò al papa5, dicendo che tali giudici le erano sospetti, come vassalli del re. Tuttavia però non ostante l'appellazione, la causa proseguiva a trattarsi in Inghilterra, e 'l re facea gran premura che presto si decidesse, sperando certamente la decisione a suo favore, mentre uno de' due giudici era il Volseo ch'era già stato il primo inventore della nullità del matrimonio di Caterina; ma il Volseo già si era pentito di aver egli acceso questo fuoco che potea apportar la ruina della religione, come in fatti dipoi l'apportò; ond'esso ed il Campegio procedeano lentamente in quella causa, prevedendo da una parte lo scandalo universale, se avessero aderito al re, ed all'incontro l'indignazione del re, se gli avessero deciso contra. Il papa nonperò, attesa la giusta appellazione della regina6, richiamò a sé la causa, e proibì ai due cardinali di passare avanti. Perloché il re mandò in Roma a far le di lui parti Tommaso Cranmero sacerdote, ma di mala coscienza, e luterano, che col favore della Bolena era entrato in grazia del re; ed Errico frattanto procurò di tirare a suo favore Reginaldo Polo e Tommaso Moro; ma perché questi erano uomini di gran probità, non poté guadagnarli. Per atterrire poi il papa a non essergli contrario, vietò a tutt'i suoi sudditi di domandare alcuna grazia in Roma senza espressa sua licenza. E nello stesso


- 229 -


tempo, servendosi Iddio dello stesso Errico per eseguir la sua vendetta contra l'empio Volseo, Errico sdegnato con lui, perché non avea sbrigato il giudizio contra la regina, lo spogliò così del suo vescovado di Vinton, che gli aveva di più conferito, come della dignità di cancelliere, e lo relegò nella sua chiesa eboracense; e perché seppe che Volseo vivea colà splendidamente, lo mandò a carcerare e condurre alla prigione di Londra; ma nel viaggio gli furon fatti tali maltrattamenti e strapazzi, che verisimilmente per causa di quelli, e per l'afflizione dell'animo, prima di giungere a Londra, se ne morì per la via al mese di dicembre nel 1530. Si sparse anche voce che si fosse avvelenato da se stesso; ma quel ch'è certo si è, che vedendosi Volseo metter le mani sopra da chi l'accompagnava, come reo di lesa maestà, esclamò: Oh volesse Iddio, e fossi niente più reo che di lesa maestà di Errico! io per compiacere il re ho offeso Dio, ed ora mi trovo perduta la grazia di Dio e quella del re1.

111. Fra questo mentre scrisse da Roma il Cranmero, che trovava gran difficoltà presso il pontefice in accordare il divorzio dalla regina; onde Errico lo richiamò in Inghilterra2, ed allora esso Cranmero andando in Germania sposò la sorella di Osiandro3. Essendo poi morto in quel tempo Guglielmo Varano, arcivescovo di Cantorbery, subito il re conferì quell'arcivescovado a Cranmero, ma con patto espresso ch'egli facesse quel che non avea voluto fare il papa, cioè dichiarasse con sentenza la nullità del matrimonio della regina Caterina. Nello stesso tempo, vedendo il re che gli ecclesiastici difendeano Caterina4, volle soggiogarli col pretesto di aver essi offesa la legge d'Inghilterra, chiamata del Praemunire, con aver preferita l'autorità de' legati del papa agli ordini suoi, e dichiarò che perciò tutt'i loro beni eran decaduti al fisco. Il clero intimorito, non avendo a chi ricorrere in quella oppressione, offerirono al re in espiazione del lor supposto delitto 400 mila scudi, supplicandolo a lor condonare la restante pena, per quella potestà che confessavano aver egli nel regno sopra i laici e sopra il clero. Tommaso Moro5 prevedendo già la ruina d'Inghilterra, stimò bene in quel tempo di rinunziar la carica di cancelliere, e 'l re accettò la rinunzia e gli sostituì Tommaso Audleo, uomo di mediocre fortuna. Il pontefice poi Clemente VII., fatto inteso dell'imminente pericolo di quel regno per l'accecazione di Errico verso Anna Bolena, tentò di frenarlo6, proibendogli sotto scomunica di contrarre nuove nozze pendente la lite del divorzio. Ma con ciò Errico7 più s'inasprì, e disprezzando l'ammonizione e la scomunica del papa, a dicembre del 1532. in un giorno segretamente prima di uscire il sole sposò la Bolena in Pembruco coll'assistenza di un sacerdote chiamato Rolando, dicendogli con inganno, ch'egli tenea la carta della concessione datagli già dal papa di sposare.

 

112. Col favore poi della nuova sposa Anna Bolena fu molto sollevato in dignità Tommaso Cromvello8, uomo astuto ed ambizioso, e ch'era luterano. Errico gli diè una contea, colle cariche di gran camerario del regno e di custode del suggello segreto, e poi lo costituì vicario generale nelle cause ecclesiastiche; e costui l'unì all'arcivescovo Cranmero ed al cancelliere Audleo, affin di regolare il governo col consiglio di questi tre. Indi obbligò gli ecclesiastici9 a dar giuramento di rendere al re l'ubbidienza che prima davano al papa, anche negli affari spirituali. Si adoperò con grande impegno a far dare questo giuramento dal vescovo roffense Giovanni Fischero, il quale a principio ripugnò, ma poi lo diede colla condizione, Per quanto fosse


- 230 -


lecito secondo la divina parola, la quale condizione fu ammessa dal re. Ma caduta che fu questa colonna del clero, facilmente poi caddero gli altri e diedero il giuramento. Quindi Cranmero, secondo il patto fatto di approvare il divorzio di Errico, diè fuori la sentenza, con cui obbligò il re a separarsi per legge divina dalla regina Caterina, concedendogli la libertà di sposarsi con altra donna; ed attesa questa sentenza, Errico sposò poi solennemente Anna Bolena a' 13 di aprile dell'anno 1533.1.

113. Dopo questi eccessi il papa Clemente VII. vedendo a tanta ruina non esservi altro riparo, che l'usare una estrema severità, pronunziò la sentenza, con cui dichiarò nullo il matrimonio della Bolena, ed illegittima la prole nata o che sarebbe per nascerne, e restituì la regina Catterina nel suo dritto coniugale e regio. Dichiarò insieme Errico scomunicato come disubbidiente al precetto della santa sede, sospendendo nonperò per un mese l'effetto della censura, acciocché il re avesse tempo di ravvedersi2. Ma Errico, invece di ravvedersi, sempre più inacerbito vietò con gravissime pene di chiamar Caterina più regina, o Maria sua figlia erede del regno, quantunque l'avessero acclamata per tale tutti gli ordini d'Inghilterra; e perciò la dichiarò spuria, e mandolla a starsene con sua madre nel luogo della sua relegazione, assegnando loro a servirle alcuni più presto custodi o spioni, che servi3. Frattanto nacque Lisabetta da Anna Bolena a' 7. di settembre, cioè cinque mesi dopo le nozze solennemente celebrate. E di poi Errico si pose di proposito a perseguitare i cattolici; chiuse in carcere il vescovo Fischero, Tommaso Moro, e dugento frati francescani dell'osservanza che avean riprovato il ripudio di Caterina, indi nell'adunanza convocata di tutto il regno a' 3. di novembre del 1534. con decreto accettato da' grandi del regno e da' prelati, dichiarar Maria figlia di Caterina, esclusa dalla successione, e Lisabetta figlia di Anna, erede. Insieme abrogare la potestà del papa verso gl'inglesi e gli irlandesi, dichiarando ribelle ognuno che confessasse il primato del papa. Si assunse poi sopra de' vescovi un'autorità maggiore di quella del papa, mentr'egli concedea a' vescovi la loro potestà a tempo determinato ed a suo arbitrio, come si a' magistrati secolari; e così parimente dava loro la potestà di ordinare i sacerdoti, e di fulminar le censure. dichiarare per ultimo che il re era il supremo capo della chiesa anglicana, e che al re spettava l'estirpare l'eresie e gli abusi, e che perciò a lui si dovessero tutte le decime ed annate ecclesiastiche. cancellare da tutti i sagri libri il nome del papa, e nelle litanie apporre queste sacrileghe parole: Ab episcopi romani tyrannide et detestandis enormitatibus, libera nos Domine4.

114. Scorse Errico che questa usurpazione del primato veniva detestata da tutti i cattolici, ed anche da Lutero e da Calvino; e pertanto ordinò che si scrivessero in favore della sua autorità; e si trovarono molti che lo fecero, altri spontaneamente, altri per forza. Volea che anche Reginaldo Polo suo consanguineo scrivesse a suo favore; ma quegli con fortezza negò di farlo; anzi su questo punto scrisse in contrario quattro libri, De unione ecclesiastica, co' quali si conciliò talmente l'odio del re, che lo dichiarò traditor della patria e reo di lesa maestà, e cercò appresso più volte di farlo assassinare; e non essendogli riuscito, uccidere la di lui madre, il fratello e lo zio; e tutta la sua famiglia per tal causa fu afflitta e quasi estinta. Perseguitò ancora tirannicamente i religiosi per lo stesso motivo, e precisamente i certosini, i francescani, ed i brigidiani, che in quella persecuzione


- 231 -


furon fatti martiri1, insieme con Giovanni Fischero, vescovo roffense, e Tommaso Moro, che li fece decapitare nell'anno 1534.2. Il Fischero stando in carcere era stato creato cardinale da Paolo III.; ciò sentendo Errico, presto lo condannare a morte. Si scrive che Fischero, quando ebbe da uscire dalla prigione per andare al supplicio, vestissi colle migliori vesti che avea, dicendo che così giva alle sue nozze, e perché era vecchio e maciato da' patimenti della carcere, ebbe bisogno di un bastone per appoggiarsi, ma quando fu a vista del palco, disse queste parole buttando il bastone: Eia, pedes, officium facite, parum itineris iam restat. E stando poi sopra del palco, prima di esser decollato alzò gli occhi al cielo ed intonò il Te Deum laudamus, in ringraziamento a Dio che lo facea morire per la santa fede; ed avendo terminato, generosamente sottopose alla mannaia la testa, che poi fu posta sopra di un'asta ed esposta nel ponte di Londra; e dicesi che quanto più ivi stava, tanto più compariva florida e viva, onde fu ordinato che presto ne fosse tolta3. Simile a questa gloriosa morte fu quella di Tommaso Moro. Egli quando fu avvisato del giorno in cui era condannato il Roffense a morire, disse: Signore, io sono indegno di tanta gloria, ma spero che voi me ne farete degno. Venne la moglie a tentarlo nella carcere, affinché compiacesse il re; ma egli costantemente la discacciò. Dopo 14. mesi di prigione fu portato in giudizio; rispose ivi con fortezza, e fu condannato a perder la testa. Trovandosi poi già vicino al palco, ad un uomo che gli stava accanto disse graziosamente: Amico, aiutami a salire, perché a scender non avrò bisogno di aiuto. Salì sul palco, ed ivi si protestò col pubblico, ch'egli moriva per la fede cattolica; e dopo aver recitato il Miserere, fu decapitato un tal uomo col pianto di tutta l'Inghilterra4.

115. Informato Paolo III., successore di Clemente VII., di tutte queste ingiustizie, chiamò in giudizio Errico con tutti i suoi complici; e nel caso che ricusasse di comparire, lo dinunziava privato della comunione della chiesa, con altre minacce. Ma di questa sentenza si differì la pubblicazione, per causa che appariva allora qualche speranza dell'emenda di Errico, a riguardo di certe mutazioni di cose accadute; ma svanì ogni speranza, poiché invano s'invitava a penitenza chi di giorno in giorno accresceva i suoi delitti con nuovi eccessi. Errico imprese allora come capo della chiesa a far visitare tutti i monasterj di monaci e monache, da un certo Leo, professore civile, con questa legge, che chi avesse meno di 24. anni ritornasse al secolo; chi poi avesse maggior età, non fosse costretto, ma potesse uscir se volesse; e così usciron da' monasterj più di diecimila religiosi5. Fra questo tempo morì la buona regina Caterina, che nelle sue disgrazie dimostrò una gran pazienza, e stando in fine di vita scrisse al re più lettere ch'ebbero forza di estrarre le lagrime da quel cuore di pietra6. Poco appresso Anna Bolena dové soggiacere alla divina vendetta per tante iniquità commesse, poiché Errico, essendosi raffreddato nel di lei amore, prese passione verso Giovanna Seimer, damigella della Bolena; onde poco la rimirava: sperava ella, essendo gravida, con dare al re un figlio maschio, di ricuperare il di lui affetto; ma si abortì; e quindi sì per lo dispetto di non vedersi rimirata come prima, come per lo desiderio di aver un figliuolo, pensò di ottenerlo in qualunque modo, e si abbandonò prima a Giorgio Boleno suo proprio fratello, e poi (perduto affatto il rossore) diedesi in preda a quattro gentiluomini della corte; talmente che venne a scoprirsi la sua impudicizia. Avvisatone il re, non lo credé a principio, ma tuttavia irritato dal sospetto,


- 232 -


e più dalla brama di sposare la Seimer, ne commise il processo; e le pruove che si ebbero degli adulterj della Bolena furono così manifeste, che subito la chiudere nella torre di Londra. Aggiunge monsignor Bossuet, che essendo allora già morta la regina Caterina, il re Errico da Cranmero dichiarar nullo il matrimonio colla Bolena contratto, e bastarda la figlia nata Lisabetta, col pretesto di essere stata essa Bolena sposata da lui in vita del milordo Percì suo marito; ma era ben noto che il matrimonio col Percì era affatto falso, poiché non era stata promessa neppure sponsalizia, ma solamente una proposizione di matrimonio desiderato dal nominato milordo. Fu intanto condannata la Bolena a morire di fuoco per le sue provate impudicizie. Ella cercò di parlare al re, ma le fu negato; e la maggior grazia che poté ottenere fu di morire decollata, siccome fu eseguito, lasciando ella la testa sovra d'un palco insieme col fratello e co' suoi quattro adulteri. Nel giorno dell'esecuzione uno la consolò con dirle che il boia era molto destro; ed ella ridendo soggiunse: Ed io ho il collo molto sottile. Errico nel giorno seguente sposò Giovanna Seimer1.

116. Indi a' 7. di giugno nell'anno 1536. convocò il parlamento, e rivocò quel che avea stabilito a favor di Lisabetta figlia di Anna Bolena, ed in danno di Maria, figlia della regina Caterina. Stabilì la forma di religione da tenersi in Inghilterra con sei articoli da osservarsi, cioè 1. Che si credesse la transustanziazione del pane nel corpo di Gesù Cristo nell'eucaristia. 2. Che la comunione si facesse sotto una specie. 3. Che si ritenesse il celibato dai sacerdoti. 4. Che si osservasse il voto di castità. 5. Dichiarò che la celebrazione della messa era conforme alla legge divina, e che le messe private non solo sono utili, ma anche necessarie. 6. Che assolutamente si conservasse la confessione auricolare. Tutti questi articoli furono stabiliti dal re, dal senato, e dal popolo congregati, imponendosi la pena meritata dagli eretici a chi altrimenti insegnasse o credesse2. Fu lasciato nondimeno intatto il primato del re, secondo il quale fu costituito da Errico il Cromvello per vicario generale in tutte le cause spirituali; e benché fosse quegli un semplice laico, fu destinato a presedere in tutti i sinodi de' vescovi3. Fatto consapevole Paolo III. di tante altre empietà e sacrilegj di Errico, e specialmente di aver fatta riveder la causa di s. Tommaso Cantuariense, e poi fatto condannare il suo sagro corpo ad essere bruciato, e gittate le ceneri nel Tamigi, dichiarandolo traditor della patria4, il papa con altro diploma al primo di gennaio dell'anno 1538. ordinò che la sentenza già prima fatta contra di Errico si fosse pubblicata5. Ma di nuovo fu trattenuta la pubblicazione per la morte miserabile allora avvenuta della nuova sposa Giovanna Seimera. Ritrovavasi l'afflitta regina incinta; arrivati i dolori del parto, non poteva sgravarsi; onde il re, temendo la morte della prole, comandò ch'ella fosse aperta viva, dicendo che di mogli ne troverebbe quante volea, ma non era sicuro di avere un'altra prole, se quella moriva. E così nacque Eduardo per maggior ruina di quel regno, poiché in tempo di lui s'infettò l'Inghilterra di tutte le eresie, come vedremo. Nacque Eduardo; e la misera Giovanna, essendo stata quasi svenata col taglio, se ne morì di dolore6.

117. Morta Giovanna, subito Errico pensò alle quarte nozze, e Paolo III., sperando in quel tempo di tirarlo a riconciliarsi colla chiesa, scrisse al re, e gli fece intendere la nuova sentenza data contra di lui, e che la tenea sospesa aspettando il suo ravvedimento, onde di nuovo l'ammoniva a ravvedersi; e nello stesso tempo creò cardinale


- 233 -


Reginaldo Polo, e lo mandò suo legato in Francia a trattare le nozze di Errico con Margarita figlia del re di Francia Francesco I.: ed in fatti il Polo andò in Francia, e ben dispose le cose col re; ma Errico non vi acconsentì, e scrisse al re Francesco che il Polo era suo ribelle, e perciò lo pregava a mandarglielo in Inghilterra. Il re di Francia non volle ciò fare, ma avvisò il Polo che presto si salvasse, come in fatti quegli fece partendo da Francia; ed Errico, non potendo far altro, pose la taglia di 50. mila scudi a chi gli portasse la testa del Polo1.

118. In tale stato di cose Tommaso Cromvello (distinto dal Cromvello, che fu autor della morte del re Carlo I., riferito al n. 85.) ebbe l'ambizione di dar egli la moglie ad Errico2, e così renderlo luterano, com'egli era. Gli propose pertanto Anna, sorella del duca di Cleves, famiglia delle più illustri di Alemagna. Anna avea tutte le doti che possono desiderarsi in una principessa, ma per sua disgrazia era luterana, com'erano ancora i suoi parenti, i quali erano insieme capi della lega di Smalcalda. Errico all'incontro ambiva di esser ammesso in quella lega, ma i luterani vi ripugnavano, poco fidandosi di lui; ond'egli acconsentì a queste nozze, perché sposando una luterana sperava di toglier la difficoltà di ammetterlo. Si celebrò il matrimonio ai 3. di gennaio del 1540., ed a principio Errico fu molto contento della novella sposa; ed onorò Cromvello della carica di gran ciambellano, e fecelo anche conte di Essex. Ma non erano passati che sette mesi dello sponsalizio, che Errico, secondo il suo costume, pubblicamente si dichiarò mal soddisfatto della regina di Cleves, prendendone il pretesto dall'esser ella eretica, com'egli fosse allora un buon cattolico! Quindi conversando più volentieri colle damigelle della regina, che con sua moglie, prese affetto a Caterina Havard, figlia del fratello del duca di Hordfolc, gran maresciallo di Inghilterra; vedendo nonperò di non poterla far sua senza matrimonio, procurò che Cromvello si adoperasse a far sortire il ripudio ch'egli meditava di Anna di Cleves; ma Cromvello fu inflessibile a cedere in questo affare, mentr'esso aveva attaccata la sua fortuna al mantenimento della regina, e temea la sua caduta nel di lei ripudio. Pertanto Errico, vedendo la sua inflessibilità, cercava pretesto di precipitarlo, e lo trovò già coll'occasione che i capi della lega mandarono a Londra i loro agenti per concludere con esso la lega; ma Errico avendo perduto l'amore alla regina di Cleves, avea perduto insieme il desiderio di allegarsi coi Luterani; onde quando vennero gli agenti li teneva a bada. Frattanto Cromvello, fidandosi dell'antica grazia che godea presso del re, sottoscrisse senza saputa di Errico il trattato di confederazione tra gl'inglesi ed i protestanti di Alemagna. Alcuni vogliono che ne avesse già fatto inteso il re, ma altri lo negano; del resto comunque fosse andata la faccenda, Errico udendo i lamenti dell'imperatore per quest'associazione, giurò che nulla ne sapeva, e così ebbe la maniera di rovinar Cromvello. Perocché un giorno fece chiamar Cromvello nel suo palazzo, e davanti la primaria nobiltà lo fece accusare della sua temeraria soscrizione del trattato; onde subito fecelo condurre dalle guardie alla corte di Londra. Domandò Cromvello di essere giuridicamente giudicato, sperando con ciò di giustificarsi; ma perché fu trovato reo di altri suoi delitti (oltre della soscrizione accennata) di eresia, di ladronecci, e di aggravj imposti al pubblico di propria autorità, siccome aveva egli insinuato ad Errico di condannate i cattolici senza sentirli, così per giusto giudizio di Dio esso senza essere inteso fu condannato ad essere decapitato; e presto fu eseguita la giustizia con esser fatto in quarti, e confiscati tutti i suoi beni3.


- 234 -


Indi il re sentire alla regina che se non volesse consentire allo scioglimento del matrimonio, si sarebbe sbrigato di lei col condannarla a morte come luterana; ond'ella per evitare tal pericolo e per colorire insieme l'ingiusto scioglimento, fu obbligata a confessate che prima di essere richiesta da Errico, si era promessa ad un altro, e così ebbesi per isciolto il matrimonio: poiché lo stesso Tommaso Cranmero, il solito annullatore de' matrimonj, che aveva dichiarato nullo il matrimonio della regina Caterina, e della Bolena, dichiarò anche nullo questo di Anna di Cleves; quando era più che valido, poiché il trattato di nozze fra la principessa Anna col marchese di Lorena, mentre essi erano minori, non fu altro che una semplice promessa, senza ratifica. Onde come mai per questa causa poteva esser nullo il matrimonio di Errico celebrato con tutte le solennità? Ma il gran Cranmero, di cui dice il protestante Burnet, che si poteva uguagliare ad un s. Atanasio e ad un s. Cirillo, così decise che era nullo, e perché? perché così voleva Errico, il quale, dopo aver ripudiata la regina Anna, sposò un'altra come vedremo, e la regina ritornò in Alemagna1.

119. Non passarono otto giorni, ed Errico sposò Caterina Havard, la quale ebbe la stessa sorte della Bolena, poiché il medesimo Errico non ebbe rossore di accusarla in un pubblico parlamento, ch'ella, prima delle nozze si aveva fatta possedere da due uomini, e che anche dopo le nozze l'aveva tradito; e così le tagliar la testa2. Indi fece formare una legge stravagante non ancora intesa, che se il principe sposasse una donzella, la quale non fosse poi trovata vergine, foss'ella punita come rea di lesa maestà3. E sposò Caterina Parray, o sia Perrè, sorella del conte di Essex4, la quale né pure ebbe felice sorte, poiché il re venne a morte, ed ella (come si dirà al num. 124.) si maritò coll'ammiraglio fratello del duca di Summerset reggente, il quale gli tagliar la testa, onde la regina Parray se ne morì di dolore.

 

120

 Ma giunse finalmente il tempo della morte e la fine degli eccessi di Errico. Era egli in età di 57. anni compiti5, ed era fatto così pingue, che quasi non capiva per le porte, e per salire le scale bisognava che gli altri quasi lo portassero sulle loro braccia. Allora insieme coll'infermità l'assalì una straordinaria mestizia ed un gran rimorso di coscienza che gli ricordava tante ingiustizie e sacrilegj commessi, tanti scandali dati, e tante uccisioni di ecclesiastici e secolari; poiché aveva egli data la morte a due cardinali, a tre arcivescovi, a 18. vescovi, a molti arcidiaconi, a 500. sacerdoti, a 60. superiori religiosi, a 50. canonici, a 29. baroni, a 366. cavalieri, e ad innumerabili altri gentiluomini e plebei, affin di stabilire il suo sacrilego primato sulla chiesa d'Inghilterra. Gli sovraggiunse poi una risipola alla coscia con febbre, la quale gli sentire che si accostava la fine della sua vita. Vogliono molti ch'egli allora avesse spiegato ad alcuni vescovi il desiderio che avea di riconciliarsi colla chiesa. Ma chi volea parlargli con chiarezza, quando egli avea fatti uccidere tanti prelati, solamente perché quegli eransi dichiarati cattolici? bisognava che avesse trovato allora un petto forte, che non ostante il timor della morte gli avesse detto apertamente che se volea quietar la sua coscienza, non vi era altro mezzo che di pentirsi de' mali fatti, e riparando agli scandali dati, umiliato ritornare alla chiesa che aveva abbandonata. Ma questo petto forte non lo trovò; appena vi fu uno il quale gli disse (e non senza timore) che siccome si era a principio convocato il parlamento per introdurre il male, così chiamato si fosse un nuovo parlamento per ritrovare il rimedio. Si diè l'incombenza a' consiglieri di stato, che


- 235 -


pubblicassero questa intenzione del re; ma quelli, temendo con ciò di avere a restituire i beni delle chiese loro dati, trascurarono di eseguirla1. E così Errico lasciò le cose della chiesa nello stesso cattivo stato in cui le avea poste; e quindi ne seguirono appresso ruine più grandi, come vedremo.

 

121. Il re nonperò avanti di morire aprire una chiesa de' francescani che stava chiusa, e vi fece dir messa, troppo scarso rimedio a tanti mali commessi! Indi testamento; lasciò erede de' suoi regni Eduardo, unico maschio che avea in età di nove anni, e gli lasciò sedici tutori e curatori, ordinando che il figlio si educasse nella religione cattolica, ritenendo tuttavia il primato ecclesiastico, che in lui trasmetteva; ecco la bella disposizione con cui moriva. In caso poi ch'Eduardo morisse senza prole, istituì erede Maria, figlia della regina Caterina; e morendo anche Maria senza figli, volle che le succedesse Lisabetta, figlia di Anna Bolena2. dipoi celebrare più messe in sua presenza, e volle ricevere il viatico sotto la sola specie di pane, ed in ginocchio: gli dissero che in quello stato in cui si trovava potea far di meno d'inginocchiarsi; rispose: Se io mi mettessi sotto terra, né pure userei quel rispetto che merita quel Dio che ricevo3. Ma come poteva Iddio gradire tali ossequj da un uomo che aveasi posta sotto i piedi la chiesa cattolica, e moriva separato da quella? Voleva Errico con quegli atti esterni quietare le grandi angustie che provava, ma non erano essi sufficienti a fargli ricuperare la divina grazia né la pace perduta. Stando in fine di vita richiese che venisse ad assisterlo qualche religioso4; ma come potea averlo, dopo ch'esso gli avea scacciati tutti dal regno? Cercò poi da bere, ed avendo bevuto, disse ad alta voce queste parole a coloro che gli stavano dintorno: E con ciò è finita ed è perduta ogni cosa per me; e poco appresso spirò. Morì Errico al primo di febbraio dell'anno 1547. in età di 56. anni secondo Natale Alessandro, ma 57. secondo altri, e dopo 38. anni di regno5.

§. 2. Del regno di Eduardo VI.

122. Il duca di Sommerset, come tutore del re Eduardo VI., prende il governo del regno. 123. Si dichiara eretico, fa predicare agli eretici, e fa venire Bucero, Vermigli, ed Ochino. Indi abolisce la religione romana. 124. Fa morir decollato l'ammiraglio suo fratello. 125. E poi la stessa morte fu a lui data. 126. Muore il re Eduardo; il conte di Varvich pretende usurpare il regno, e muore decapitato, ma convertito, e dando buoni segni di sua salute.

 

122. Fra i tutori lasciati da Errico ad Eduardo suo figlio, vi fu destinato anche Eduardo Seimer, conte di Erford, zio materno del fanciullo, essendo fratello di Giovanna Seimer, madre del re. Era egli Zuingliano, benché sino ad allora erasi fatto credere Cattolico. Vedendo pertanto che la maggior parte de' tutori erano cattolici, parlò a' principali signori del regno, e rappresentò il pericolo in cui stavano se si lasciasse il governo a questi tutori, di restituire tutti i beni ecclesiastici loro donati da Errico, e 'l dispendio dell'erario in dover riedificare tante chiese e tanti monasterj da Errico demoliti; e perciò era bisogno che governasse il regno uno affezionato alla patria com'egli era; e nello stesso tempo l'astuto sopprimere il vero testamento di Errico e ne leggere un altro, dove dichiaravasi Eduardo capo della chiesa anglicana, e nominavasi per reggente del governo esso conte di Erford. Indi si creare duca di Sommerset, e chiamarsi Protettore del regno6.

123. Subito poi che si assunse come reggente tutto il governo d'Inghilterra, cominciò a promulgare e far promulgare anche dagli altri la sua eresia. Vietò pertanto a' vescovi di dare gli ordini e di predicare senza il permesso del re; ed indi egli non permise di predicare, se non a' ministri Zuingliani. Fra gli altri, l'empio Cranmero,


- 236 -


falso arcivescovo di Cantorbery, si pose a predicare contra la chiesa romana e contra i dogmi della fede; e stampare un catechismo pieno di sentimenti velenosi; e poi non ebbe rossore di maritarsi, coll'approvazione del duca reggente, con una donna che tenea per sua concubina sin dal tempo ch'era sacerdote1. In oltre eravi in Inghilterra Ugone Latimer, il quale era un tempo vescovo di Vigorne, ma era stato degradato per aver parlato in più chiese di Londra contra la presenza reale di Gesù Cristo nell'eucaristia; ed a costui diè il duca l'incumbenza principale di predicare la sua eresia di Zuinglio. Nello stesso tempo venire da Strasburgo i tre celebri ministri di Satana, religiosi apostati, che vi erano nell'Europa, Martino Bucero (ch'era già di 70. anni, ed avea sposate tre donne), Pietro Martire, e Bernardino Ochino; e costoro li pose a leggere nelle università di Cambridge, e di Oxford, per infettare tutta quella povera gioventù, e ne discacciare i professori cattolici che vi erano. In oltre, per far l'opera compita, assegnò al giovanetto re due maestri Zuingliani, Riccardo Croc, ch'essendo sacerdote già si era ammogliato, e l'altro Giovanni Chec, secolare di scandalosi costumi, acciocché ben l'istruissero ne' vizj e negli errori2. Cercò anche di pervertire Maria sorella di Eduardo, con farle parlare dai tre apostati nominati, acciocché lasciasse la religione cattolica; ma la buona Maria rispose a tutti con tal fortezza, che non ebbero più animo di tentarla3. Indi abolire i sei articoli pubblicati da Errico circa la fede. A' 5. poi di novembre dell'anno 1547. ordinare con decreto del parlamento l'abolizione della religione romana, della messa, e di tutte le sagre immagini, con aggiudicarsi al fisco tutti i sagri vasi ed ornamenti degli altari4. Ed ecco che a tempo di Sommerset fu cambiata tutta la religione stabilita da Errico e dal parlamento, nei sei articoli notati al num. 116. Ma come tanti vescovi e teologi a tempo di Errico avean potuto stabilire quei dogmi di fede, che furon poi aboliti a tempo di Sommerset? Risponde il signor Burnet, che quei primi teologi parlarono ignorantemente, per non aver avuta distinta cognizione della verità. Ecco dunque la bella fede professata dalla riforma, chiamata dal signor Burnet Opera di luce! si pubblicano tanti falsi articoli di fede senza aver cognizione della verità! Opera di luce? e perché non opera di tenebre, mentre con tal riforma in Inghilterra ogni cosa andò in confusione; fede, religione, leggi divine ed umane? Allora fu che di quattro parti del clero tre rinunziarono al celibato5. Di più il Sommerset pubblicare un editto, ove ordinavasi che la comunione si amministrasse in ambedue le specie, e la lezione della scrittura si facesse universalmente in lingua volgare; con ordine che tutti i vescovi o altri che resistessero a tal decreto, fossero mandati in carcere e spogliati delle loro dignità, con sostituirvi altri della loro pretesa religione riformata6. Questo appunto era il consiglio che avea dato Calvino, scrivendogli a posta da Ginevra una lunga lettera con cui lo persuadeva a disfarsi coi supplicj de' cattolici ch'erano rimasti in Inghilterra. Ed allora le prigioni di Londra furono riempite di tutti coloro che davan sospetto di esser cattolici7.

124. Ecco le prodezze del duca di Sommerset contra la chiesa: ma essendo compita la misura delle sue scelleraggini, presto gli venne sopra la divina vendetta in un modo il meno da lui temuto. Aveva egli8 sollevato alla dignità di ammiraglio d'Inghilterra (prima carica dopo quella di reggente) Tommaso Seimer suo fratello. Or l'ammiraglio era entrato nell'affetto della regina Caterina Parray, ultima


- 237 -


moglie di Errico; e pertanto vedendo esser facile che la regina l'accettasse per marito, ne parlò al duca suo fratello, e 'l duca vi diè tutto il consenso e promise di favorirlo per queste nozze; ma la duchessa di Sommerset pretese che, maritandosi la regina Caterina coll'ammiraglio cadetto del duca, dovea perdere la precedenza, la quale dopo il maritaggio spettava a lei come moglie del reggente; perlocché entrarono esse in una forte gara, e con esse entrò una gran dissensione anche tra i mariti. Vedendo ciò il conte di Varvich, Giovanni Dudley, signore inglese, il quale niente amava né l'uno né l'altro fratello, anzi desiderava di precipitarli ambedue, finse d'interporsi per quietarli, ma adoperò tutt'i mezzi per renderli più nemici; onde il duca, per opera di lui, si sdegnò talmente contra il fratello, che dal suo satellite Latimer lo accusare di tradimento attentato contra la persona del re. Essendo riferita l'accusa al duca, finse egli di averne dispiacimento; ma dicendo che più gli premea la vita del re ed il suo onore, che la vita del fratello, ordinò che se ne formasse il processo, ed in quello restò convinto l'ammiraglio del delitto apposto, e fu condannato ad esser fatto in quattro parti, come già fu eseguito a' 20. di marzo dell'anno 1549.; e la povera ammiraglia, avendo perduto il marito con sì barbara ed ingiusta morte, fra poco se ne morì di dolore1.

125. Dopo la morte dell'ammiraglio, il conte di Varvich restò padrone dell'animo del duca reggente, credendo il duca che per mezzo di lui avea superato il punto; onde il Varvich ne ottenea quante cose cercava, e con tal mezzo procurò di affezionarsi molti personaggi, provvedendoli di posti e benefizj, acciocché quando fosse giunto il tempo l'aiutassero nel suo disegno, ch'era di far cadere il duca. Frattanto concertò questa caduta con molti milordi cattolici, dicendo loro che l'antica religione non avrebbe potuto rimettersi, se non fosse caduto il duca, che tanto la perseguitava. Fatto questo partito che già era considerabile, accadde che gl'inglesi perderono la città di Bologna in Piccardia, la quale fu presa da' francesi; e di questa perdita stimata notabile ne fu incolpato il reggente, per non aver mandato il soccorso a tempo. Di più, in quel tempo alcuni baroni si aveano appropriati molti campi che spettavano agli abitanti de' loro feudi; e pertanto il popolo stava adirato contra il reggente, sospettando, che in tale usurpazione egli vi avesse dato il consenso. Perciò si fece una grande sollevazione, ed allora riuscì al conte di Varvich di far convocare il parlamento, il quale essendo composto quasi tutto de' suoi amici, da essi ordinare che il duca fosse posto in prigione, e fatto il processo colla sentenza del parlamento fu prima chiuso nella torre di Londra ai 14. di ottobre nel 1549. con egual piacere de' cattolici e degli eretici, e poi gli fu tagliata la testa2.

126. Quindi il conte di Varvich, vedendo morti i suoi rivali che poteano maggiormente opporsi alle sue pretensioni, anche in vita del giovine re Eduardo si usurpò l'amministrazione dello stato col titolo di duca di Northumberland. Ed appresso pretese di appropriare alla sua casa l'assoluto dominio del regno, avendo ottenuto da Eduardo il testamento a favore di Giovanna Suffolc sposa del suo figlio, come erede ella del regno, ad esclusione così di Maria, figlia della regina Caterina, per essere stata dichiarata spuria un tempo da Errico VIII., come di Lisabetta, per esser nata dalla Bolena adultera. E perciò nell'atto in cui stava spirando Eduardo (il quale morì a' 7. di luglio 1533. di anni 16. compiti) dicesi che il predetto duca mandò ad assicurarsi di Maria; ma il suo segretario, essendo cattolico, ed anche per compassione di quella buona principessa ch'era la vera erede del regno, si partì subito, e giunse due ore prima


- 238 -


che arrivassero le genti del duca1. Maria vedendosi perseguitata si rifugiò nella provincia di Nordfolc, dove la gente del paese, in saper la cagione della di lei venuta, prese l'armi per difenderla e si unirono 15. mila uomini. Il duca venne con 30. mila per opprimerla; ma quando fu il tempo della battaglia la sua gente l'abbandonò; ond'egli con pochi de' suoi andò a Londra; ma ivi gli furono chiuse le porte in faccia e così anche le flotte gli voltarono le spalle. Preso ch'ebbe poi Maria il governo gli fu fatto il processo, e fu come ribelle condannato da' giudici a perder la testa strascinato sovra di un graticcio insieme co' suoi figliuoli e coll'infelice Giovanna Suffolc, nipote di Errico, la quale era stata incoronata regina, ma di poca sua voglia, per lo timore di averne a pagar la pena, come in fatti le avvenne. Nello stesso tempo fu imprigionata Lisabetta figlia della Bolena come partecipe della congiura. Il duca era stato calvinista, ma per mera politica; onde prima di morire abiurò l'eresia, si confessò ad un sacerdote cattolico; e stando sul palco pubblicò ch'egli per ottener la corona alla sua famiglia avea finto di esser eretico, e che quel supplicio era per lui una grazia di Dio che lo volea salvo; e gli altri insieme con esso giustiziati fecero lo stesso2. È uno stupore in questa istoria dello scisma di Inghilterra il vedere quanti personaggi, per volere troppo innalzarsi sovra del loro stato, perderono la vita con un pubblico supplicio. Del resto fa compassione il vedere che la misera Inghilterra, da che vi entrò lo scisma, divenne un teatro di tragedie.

 

§. 3. Del regno di Maria.

127. Maria ricusa il titolo di capo della chiesa, annulla i decreti del padre e del fratello, e condanna Cranmero al fuoco, il quale muore da eretico. Discaccia Maria tutti gli eretici. 128. Il cardinal Polo riconcilia l'Inghilterra colla chiesa. Maria si sposa con Filippo II. e muore.

 

127. La buona regina Maria, preso ch'ebbe il governo del regno, ricusò l'empio titolo di capo della chiesa anglicana, e subito mandò i suoi ambasciadori a Roma a render ubbidienza al papa. Rivocò con atti autentici tutto quel che suo padre e suo fratello aveano determinato in pregiudizio della religione cattolica, e restituì in ogni luogo l'esercizio della medesima. Pose in carcere Lisabetta per due congiure macchinate da lei, onde bisognò farla custodire; ed a preghiera del re Filippo gli fu perdonata la vita. Scarcerò più vescovi ed altri cattolici ingiustamente ritenuti in prigione3. Di più, al primo ottobre dell'anno 1533. rescindere dal parlamento l'iniqua sentenza fatta dal Cranmero arcivescovo di Cantorberì con cui avea dichiarato nullo il matrimonio di Caterina sua madre, e lo condannare a morir bruciato, come eretico. Quando Cranmero intese la morte che avea da fare, per lo timore del fuoco due volte abiurò i suoi errori; ma vedendo poi che il suo pentimento non bastava a liberarlo dalla condanna fatta, si pentì del suo pentimento e morì Calvinista4. Per ordine della regina furono anche disotterrati i cadaveri di Bucero e di Fagio, morti nell'eresia, e furon bruciati. Discacciati furon dal regno tutti gli eretici, sino al numero di trentamila5, tra' quali vi erano tutte sorta di eretici, Luterani, Calvinisti, Zuingliani, Anabattisti, Sociniani, Ricercatori e di altre simili pesti: i Ricercatori son quelli che van cercando la vera religione; ma sinora non l'han trovata e non la troveranno mai fuori della religione cattolica; perché in ciascun'altra, cercandone l'autore non troveranno altri che un impostore che l'ha inventata, e composta a suo arbitrio di sofismi e di errori.

 

128. In oltre Maria dichiarò innocente il cardinal Polo, e si adoperò a farlo destinare da Giulio III. suo legato


- 239 -


a latere in Inghilterra; onde giunto poi ivi il cardinale a richiesta della regina, riconciliò il regno alla santa sede nella vigilia di s. Andrea dell'anno 1554. e l'assolse dallo scisma. Indi il legato attese a ristorar la disciplina ecclesiastica, a riformar le accademie ed a metter in ordine tutti gli esercizj della religione. In quanto a' beni delle chiese appropriati a' secolari in tempo dello scisma, assolvé tutti dalle censure incorse. Rimise le decime e le primizie antiche in beneficio del clero. Confermò i vescovi cattolici, benché fossero stati creati nello scisma, con sei nuovi vescovati eretti da Errico. E il tutto fu confermato poi da Paolo IV. in tempo, nel quale morì per disgrazia di quel regno la regina Maria a' 15. di novembre del 1558., in età di 44. anni e cinque di regno, dopo avere sposato il principe di Spagna Filippo II. Nella sua infermità fu creduta gravida; ma in effetto quella fu idropisia che la condusse alla morte, la quale fu compianta da tutti i fedeli del mondo1.

§. 4. Del regno di Lisabetta.

129. Lisabetta è salutata regina. Il papa vi ripugna, ed ella si dichiara eretica. 130. Guadagna il parlamento per mezzo di tre magnati, e si fa dichiarare governatrice della chiesa. 131. Stabilisce la forma del governo, e benché professi il calvinismo, vuole, che restino i vescovi ecc. 132. Si appropria i beni della chiesa, abolisce la messa, si fa giurar fedeltà, e perseguita i cattolici. 113. Morte di Edmondo Campiano per la fede. 134. Il papa caccia una bolla contra Lisabetta. 135. Ed ella muore separata dalla chiesa. 136. Successori di Lisabetta nel regno d'Inghilterra. Stato deplorabile presente della chiesa inglese. 137. La riforma d'Inghilterra si confuta da se stessa.

 

129. Morta che fu Maria, a' 13. di gennaio dell'anno 1559. fu salutata regina d'Inghilterra Lisabetta figlia di Anna Bolena, secondo l'ingiusta disposizione di Errico VIII. Dico ingiusta, perché il regno per giustizia spettava alla regina di Scozia Stuarda, essendo Lisabetta figlia adulterina di Errico, mentr'ella nacque prima che morisse la regina Caterina sua vera moglie; e quando Clemente VII. e Paolo III. avean già dichiarato nullo il matrimonio di Errico colla Bolena2. Era allora Lisabetta in età di 25 anni, ed era ben intesa di lettere umane e di lingue, poiché sapeva la lingua latina, l'italiana e la francese. Era stata ancora favorita dalla natura di tutte le doti che convengono ad una regina; ma tutto veniva poi oscurato dall'eresia luterana che occultamente professava. Mentre visse Maria ella finse di esser cattolica; e forse anche dopo la morte di Maria, se il papa le avesse accordata la potestà di regnare, sarebbe stata cattolica, giacché a principio ella permise a tutti la libertà di religione, e non ripugnò di dare anche il solito giuramento degli antichi re d'Inghilterra di difender la cattolica fede e di conservar la libertà della chiesa3. Ma quando poi per mezzo di Eduardo Carnio, che stava già in Roma per ambasciatore di Maria, sua sorella, mandò a far intendere a papa Paolo IV. la sua incoronazione, e possesso preso del regno, per riceverne il di lui beneplacito e benedizione; e 'l papa rispose, ch'ella illegittimamente aveva assunto il governo del regno senza l'assenso della santa sede, di cui l'Inghilterra era feudo; e che doveano anche esaminarsi le ragioni che avea sul regno Maria Stuarda regina di Scozia; onde l'esortava a rimettersi nelle sue mani, poiché egli le avrebbe fatto conoscere il suo animo paterno: allora Lisabetta, vedendo che difficilmente avrebbe potuto mantenersi sul trono, se non col separarsi dalla chiesa romana, si tolse la maschera, richiamò Carnio da Roma, e pubblicamente professò l'eresia che nudriva nel cuore4.

130

 Indi cercò di stabilire lo scisma in Inghilterra coll'autorità del parlamento. Guadagnò con poca fatica la camera bassa; ma più ebbe da stentare per guadagnarsi la camera alta. In questa camera dominavano tre signori,


- 240 -


il duca di Norfolc, il milordo Dudley e 'l conte di Arondel. Lisabetta, ch'era la donna più scaltra che potesse pensarsi, a ciascuno di questi tre magnati credere1 che volentieri l'avrebbe accettato per marito, se si fosse adoperato a far rinnovar dal parlamento lo scisma del regno; e così ottenne l'intento; attesoché, essendosi dipoi fatto il parlamento, i voti de' secolari guadagnati superarono quei de' vescovi, onde fu dal parlamento dichiarata Lisabetta suprema governatrice del regno e della chiesa; e fu ordinato che si rimettessero in piedi tutti gli stabilimenti di Eduardo VI., suo fratello, con abolirsi quelli della regina Maria2. E così, come scrive il signor Burnet, di sedicimila ecclesiastici che vi erano in Inghilterra, tre quarti di loro abbracciarono la riforma, perché in quel tempo tutti essi si maritarono: e questa fu la ragione di farli mutar religione come scrive lo stesso protestante.

 

131. Quindi Lisabetta, avvalorata dall'autorità del parlamento, cacciò fuori un ordine rigoroso che niuno dei suoi sudditi ubbidisse più al papa, ma che tutti riconoscessero lei per capo in tutti gli affari così temporali, come spirituali; dichiarando nello stesso tempo a lei appartenere l'autorità di crear vescovi, di convocar sinodi, di far leggi intorno al governo della chiesa, e riconoscere l'eresie e gli abusi, e di punire i trasgressori. Stabilì ancora la forma della disciplina sulla chiesa; e non ostante ch'ella professasse in sostanza la setta di Calvino, il quale avea abolito l'ordine de' vescovi e tutte le ceremonie sagre della chiesa romana, cogli altari e colle sagre immagini; ella nondimeno volle che restassero i vescovi, ma che non avessero altra potestà di quella che da lei avrebber ricevuta: nisi ad beneplacitum reginae (erano le parole del diploma), nec aliter, nisi per ipsam a regali maiestate derivatam auctoritatem3. Ed allora si vide questo mostro nella chiesa, che una femmina, a cui s. Paolo vieta anche di aprir bocca nelle chiese, Mulieres in ecclesiis taceant, non enim permittitur eis loqui4; una femmina (dico) si arrogasse la potestà di capo della chiesa! E così volle ancora che restassero i sacerdoti, gli altari e le sagre cerimonie, dicendo che queste cose eran necessarie per mantenere occupati i popoli5. Sicché, a parer di Lisabetta, le sagrosante cerimonie della chiesa erano, secondo lei, rappresentanze di commedia che servono per tener a bada la gente. Pertanto ella instituì una nuova gerarchia, nuovi riti e nuovi martirologi, ne' quali pose tre nel numero de' martiri: Wicleffo, Giovanni Hus e Cranmero; e nel calendario dei santi pose Lutero, Pietro Martire, Errico VIII., Eduardo VI. ed Erasmo.

 

132. Indi si appropriò tutt'i frutti de' beneficj e tutte le possessioni de' monasterj, applicandole parte al fisco e parte alla nobiltà. Costituì vicarj circa le cose spirituali. togliere tutte le sagre immagini, fuorché quelle del crocefisso, poiché nella sua camera vi tenea già una immagine del crocefisso con due candele, ma senza mai accenderle. Proibì le messe e tutti gli antichi riti spettanti alla predicazione ed all'amministrazione de' sagramenti, ed ordinò nuove cerimonie ed orazioni in lingua volgare a norma della setta di Calvino, secondo la quale volea che s'instituisse la sua chiesa, ma regolata a suo modo6. Dipoi fece ordinare dal parlamento che tutte le cose riferite si fossero osservate da tutti i vescovi ed ecclesiastici con darne giuramento, e colla pena del carcere e della privazione de' benefizj per chi le trasgredisse la prima volta, e colla condanna della testa come ribelle per chi le trasgredisse la seconda. Ecco la formola che dovea sottoscriversi da ciascuno (qui la metto in succinto): Ego N. declaro in conscientia mea, reginam esse


- 241 -


solam supremam gubernatricem regni Angliae, et aliorum, non minus in spiritualibus, quam in temporalibus, et quod nemo externus praelatus aut princeps, habet aliquam auctoritatem ecclesiasticam in hoc regno. Ideoque plane renuntio omnes externas potestates. Sperava Lisabetta che a tal ordine, attese le pene minacciate, tutti ubbidissero; ma i vescovi non vollero sottoscrivere il giuramento, e pertanto furono degradati e poi rilegati o posti in prigione; e lo stesso si eseguì colla miglior parte del clero e con monaci di varj ordini, ed anche con più dottori cattolici e nobili secolari, che furon costanti a non separarsi dalla chiesa cattolica, e tutti furono chiusi in carcere o mandati in esilio. Dipoi s'incrudelì la persecuzione, poiché molti sacerdoti, religiosi e predicatori o altri che difendevano la cattolica fede, furon condannati a morte ed ebbero la grazia del martirio1. Di tutti questi avvenimenti si può leggere il Sandero nel suo lib. 3. dello scisma anglicano, ove adduce il diario di tutte le cose accadute in Inghilterra dall'anno 1580. in avanti.

 

133. Io non voglio qui lasciar di narrare la morte del sacerdote Edmondo Campiano, che fu uno de' molti che da Lisabetta furon sagrificati per la fede. Stando egli in Roma, intese la gran persecuzione che facea Lisabetta contra i cattolici e specialmente contra i missionarj che venivano in Inghilterra in aiuto di quei miseri perseguitati. Era egli inglese; e giovane, trovavasi già ben istruito nelle scienze e nelle lingue, onde si armò di zelo per la sua patria; e pieno di santo fuoco andò in Inghilterra, dove per le spie tenute già lo stavano aspettando, tenendo pronto il suo ritratto, e per riconoscerlo quando veniva e carcerarlo: ma Edmondo seppe talmente occultarsi, che travestito da servitore scappò dalle loro mani ed entrò nel regno, dove faticava notte giorno in predicare, prender le confessioni ed animare i cattolici, girando continuamente per i paesi e mutando sempre nome e veste; onde per quante spie gli stavano sovra, non poterono mai prenderlo, sintantoché non fu tradito da un sacerdote, il quale essendosi pervertito un giorno ritrovò Edmondo in una casa di cattolici a dir messa e predicare per subito partirne; ma il traditore presto andò ad avvisarne le guardie che subito vennero e circondarono la casa; perloché Edmondo non ebbe tempo da fuggire, e dal padrone della casa fu chiuso in un nascondiglio molto occulto, talmente che le guardie rivoltarono tutta la casa e non poterono scoprirlo. Già pertanto se ne partivano disperati; ma stando in fine della scala, ruppero a caso un muro dove stava riposto Edmondo, e lo trovarono inginocchiato che stava offerendo la sua vita a Dio. Lo posero in carcere, ed ivi lo tormentarono talmente coll'eculeo, che quando in giudizio dovette alzare il braccio per confermare la sua confessione, non poté sollevarlo, e fu bisogno che un altro l'aiutasse. Lo chiamavano traditore della patria: questo era il nome che davano ai sacerdoti cattolici, dicendo (per toglier loro l'onore di martiri), quando quelli erano giustiziati, ch'essi non faticavano per la fede, ma per privar la regina del regno. Ma allora disse il Campiano: Come noi siamo traditori, quando a voi basta che entriamo nel luogo delle vostre prediche (segno di chi separavasi dalla chiesa) per assolverci da ogni pena? dunque siamo perseguitati per la fede, non già per la ribellione. In fine Edmondo fu condannato ad essere strascinato su d'un graticcio e poi afforcato. Stando egli sul palco, dichiarò che non era ribelle, ma che moriva per la fede. Morto che fu, gli fu aperto il petto e strappato il cuore, che fu buttato sul fuoco, e 'l corpo fu diviso in quarti. E questa fu la fine di molti altri sacerdoti cattolici condannati da Lisabetta in odio della fede2.

134. S. Pio V., informato di tutti questi


- 242 -


eccessi e crudeltà di Lisabetta, nell'anno 1570. a' 24 di febbraio cacciò contra di lei una sua bolla, la quale non servì ad altro che ad accrescere la di lei crudeltà e odio1 contra i cattolici. Allora fec'ella tagliar la testa anche all'innocente Maria Stuarda, regina di Scozia, come si disse al num. 78 dell'art. III. §. 2., col pretesto di varie calunnie, delle quali venne formato il processo. Per vedere poi se avesse potuto in tutt'i regni cristiani abolire la fede cattolica, che fece? fe' lega cogli eretici fiaminghi, e si collegò ancora co' Calvinisti di Francia; e questa lega durò per quanto ella visse2, e nella terza guerra di questi ribelli mandò loro buoni soccorsi3; di più si adoperò con tutte le sue forze per finir di pervertire la Scozia nel calvinismo4.

135. Ma venne finalmente il tempo in cui Lisabetta dové finir di regnare e di vivere. Scrive un autor preteso riformato, che Lisabetta fece una beata morte. Vediamo quale fu questa beata morte. Io trovo scritto che Lisabetta, dopo la morte del conte di Essex, che ella avea fatto decollare, benché molto l'amasse, per un certo tumulto in cui il conte erasi trovato intrigato, ne prese di poi tanta mestizia, che finché visse non ebbe più un giorno allegro. Fu inoltre in quel tempo, in cui si trovava in età già cadente, assalita da mille gelosie e timori, credendo che tutt'i suoi sudditi le fossero nemici. Allora si ritirò in Richmond, luogo solitario e delizioso, dicendo di voler ivi pensar solo all'anima; ma colà oppressa dalla malinconia, si chiamava abbandonata; dicea che la fortuna se l'era voltata in contrario, e che non vi era persona da cui potesse sperar conforto. Indi le sopravvenne l'ultima infermità in cui non volle darsi alla cura de' medici; onde impaziente non potea vedersi alcuno davanti. Stando in fine di vita, dichiarò successore del regno Giacomo re di Scozia; e poco dopo, a' 24 di marzo nell'anno 1602., ma secondo altri ai 4 di aprile del 1603., a due ore prima di mezzanotte, in età di 70 anni, e dopo averne regnato per 44, terminò la vita fra quelle angustie che non tanto le tormentavano il corpo quanto l'anima carica di mille iniquità, senza dare alcun segno di ravvedimento, senza sacramenti e senza sacerdoti, assistita solamente da' suoi ministri eretici, che in vece di esortarla in quell'ora a ritornare alla fede lasciata, più la pervertivano a morire nell'abbracciata eresia5; e questa fu la beata morte che fece la regina Lisabetta. Diceva ella in sua vita: Mi conceda Iddio quarant'anni di regno, ed io gli rinunzio il paradiso6. Infelice! ebb'ella già non solo 40 anni, ma 45 anni di regno: ebbe ancora l'intento di vedercostituita capo della chiesa anglicana, di veder l'Inghilterra separata dalla sede romana, di veder bandita dal regno la religione cattolica, di veder tanti innocenti esiliati o carcerati, e tanti giustiziati con barbara morte. Ma ora ch'ella sta all'eternità vorrei dimandarle se trovasi contenta di tante sue empietà e crudeltà usate in vita. Oh quanto meglio per lei sarebbe stato se non fosse stata mai regina!

 

136. Lisabetta pria di morire fe' testamento e dichiarò successore del regno Giacomo VI., figlio di Maria Stuarda. Questo principe (come si disse all'art. III. §. 2. num. 85), fatto che fu re d'Inghilterra, dimenticatosi del ricordo lasciatogli dalla buona sua madre, di non seguire altra religione che la cattolica, l'abbandonò ed abbracciò l'eresia di Lutero, dichiarandosi nemico de' Calvinisti; e perciò volea7 che gli scozzesi (de' quali anche era re) seguissero la sua setta; ma quelli resisterono: ond'egli, venendo a morte, lasciò raccomandato quest'affare a Carlo I. suo figlio e successore nel regno, il quale, essendosi impegnato a riuscirne, vi perdé la testa sovra d'un


- 243 -


palco. Vedi al cit. num. 85. Gli successe Carlo II. suo figlio, il quale essendo morto senza prole, gli fu successore nel regno Giacomo II., suo fratello secondogenito; ma perché questo buon principe si dichiarò cattolico, ebbe a fuggirsene in Francia, dove santamente morì nell'anno 1701., lasciando un solo figlio, che fu Giacomo III., il quale visse poi e morì in Roma da buon cattolico. Insomma l'infelice Inghilterra restò separata dalla chiesa, come sta anche al presente, e vive lacerata da tutti gli eretici; ivi sono ammesse tutte le sette, anche de' giudei, de' deisti e degli atei. Solamente a' cattolici non è permesso1 il pubblico esercizio della lor religione; possono bensì portarne il nome, ma con pagare al re la terza parte delle lor rendite. I sacerdoti che son trovati a celebrar la messa, son condannati a carcere perpetua o pure all'esilio; i secolari appena possono udir messa ne' palagi degli ambasciatori cattolici, o in altra casa nascostamente, altrimenti se sono scoperti debbon pagare cento lire sterline. Sono essi anche obbligati ad intervenire nelle prediche della religione anglicana, e chi ne vuol essere dispensato dee pagare venti lire sterline. In somma l'Inghilterra è piena di religioni, mentre ivi quasi ogni famiglia, anzi ogni persona delle stesse famiglie, tiene la sua diversa religione. Sicché, tolta la cattolica che da pochi è professata, ben può dirsi che in quel regno infelice non vi è alcuna religione; poiché, come dice s. Agostino2, la religione vera sin dal principio è stata sempre una e sarà sempre la stessa.

 

137. In fine di quest'istoria io ho poste già, per compimento dell'opera, le confutazioni dell'eresie più principali che hanno infestata la chiesa; ma non ho potuto confutare la falsa religione dell'Inghilterra nel suo scisma, poiché finalmente ella si ridusse a non essere più alcuna religione, ma un miscuglio composto di tutte le false religioni, eccettuata la sola cattolica, ch'è la sola vera. Questa è la bell'Opera di luce del sig. Burnet, la riforma d'Inghilterra, nell'apologia ch'egli ne fa, dicendo ch'ella spiana la via del cielo. O cecità! dico meglio, o empietà! come la riforma spiana la via del cielo? con dar libertà ad ognuno di vivere come gli piace, e di fare quel che vuole, senza legge, senza sacramenti, operando ciascuno a suo piacere? Anche un autor protestante, ma non inglese, si ride del sentimento di Burnet, scrivendo che gl'inglesi per mezzo della loro riforma son divenuti uomini in tutto liberi, e che vanno al cielo per quella via che loro piace. E così pertanto la riforma d'Inghilterra non ha bisogno, per essere conosciuta falsa, che sia da altri confutata, mentr'ella si confuta da se stessa.

 




2 Iovet. storia delle relig. to. 2. dal princip. Gotti ver. rel. c. 113. §. 1.



3 De schism. anglic. in proem.

1 Gotti c. 113. §. 2. n. 1. et Hermant ist. de' conc. c. 166.



2 Gotti loc. cit. n. 2.



3 Bossuet ist. delle variaz. t. 2. l. 7. n. 1.



4 Nat. Al. hist. t. 19. c. 13. a. 3. n. 1. Gotti c. 113. §. 2. n. 6.



5 Gotti §. 2. n. 3.



6 Genes. 38. 8.



7 Deuter. 25. 5.



8 18. 16.

1 Bossuet al cit. l. 7. n. 61.



2 Floremund. l. 6. syn. c. 2. n. 2. Gotti c. 113. §. 2. n. 8. 9. et 10. Nat. Al. loc. cit. n. 1.



3 Gotti n. 9.



4 Iovet. t. 2. p. 29.



5 Nat. Al. cit. n. 1. Varillas ist. t. 1. l. 9. p. 412.



6 Nat. Al. t. 19. art. 3. n. 2.

1 Gotti c. 113. §. 2. n. 13. in fin. et Nat. Al. loc. cit. n. 2.



2 Iovet. t. 2. p. 29. Gotti §. 2. n. 14.



3 Bossuet l. 7. n. 9.



4 Nat. Al. t. 19. c. 13. a. 3. n. 2. Gotti loc. cit.



5 Gotti c. 113. §. 2. n. 15.



6 Nat. Alex. t. 19. c. 13. a. 3. n. 3.



7 Gotti §. 2. n. 16. Varillas t. 1. l. 9. n. 420.



8 Gotti §. 2. n. 17.



9 Nat. Al. loc. cit. n. 3. Gotti cit. n. 17.

1 Nat. Al. loc. cit. Gotti c. 113. §. 2. n. 18. Bossuet ist. delle variaz. l. 7. n. 21.



2 Nat. Al. a. 3. n. 4. Gotti §. 2. n. 20.



3 Gotti n.....



4 Nat. Alex. t. 19. c. 13. a. 3. n. 5. Gotti c. 113. §. 2. n. 21.

1 Gotti n. 22. Nat. Al. loc. cit. n. 5.



2 Bossuet ist. l. 7. n. 11.



3 Sander. l. 1. de schism. anglic. p. 135. Gotti §. 2. n. 22.



4 Sand. et Gotti loc. cit. n. 23.



5 Gotti c. 113. §. 2. n. 24. Nat. Al. t. 19. c. 13. a.3. n. 6.



6 Sander l. 1. p. 107. et 112. Gotti §. 2. n. 25. Nat. loc. cit.



1 Varillas l. 9. p. 423. Gotti §. 2. n. 26. Hermant c. 266. Nat. cit. n. 6. Bossuet stor. l. 7. n. 21. 22. e 23.



2 Bossuet ist. l. 7. n. 33. Nat. Al. t. 19. a. 3. n. 7. Gotti §. 2. n. 27.



3 Varillas t. 1. l. 12. p. 546.



4 Id. ib. c. 11. p. 515. Nat. Al. loc. cit. n. 8.



5 Gotti §. 2. n. 28.



6 Varillas p. 506. Nat. Al. loc. cit. Gotti §. 2. n. 29.

1 Varillas l. 11. p. 507.



2 Id. t. 1. l. 12. p. 551.



3 Id. p. 556. e seg. Nat. Al. c. 13. a. 3. n. 7. Bossuet l. 7. n. 34.



1 Varillas loc. cit. p. 575. Bossuet al luogo cit.



2 Gotti §. 2. n. 29. Hermant t. 2. c. 266. Nat. Al. loc. cit. n. 7.



3 Varillas loc. cit. p. 575.



4 Id. t. 2. l. 13. n. 575. Nat. Al. a. 3. n. 7.



5 Varillas t. 2. l. 16. p. 98.

1 Varillas al luogo cit. p. 99.



2 Gotti §. 2. n. 31. Varillas t. 2. p. 99.



3 Nat. Alex. a. 3. n. 9. Gotti §. 2. n. 30. Varillas al luogo cit.



4 Bart. ist. d'Inghil. l. 1. c. 1. p. 4.



5 Natal. loc. cit. Varillas p. 100. Bart. p. 5.



6 Varillas ist. t. 2. p. 100. Nat. Alex. t. 19. c. 13. a. 4. Hermant ist. t. 2. c. 267. Gotti ver. rel. c. 114. §. 1. n. 1.

1 Varillas loc. cit. p. 101. Gotti loc. cit. n. 2. Hermant c. 267.



2 Varillas t. 2. l. 17. p. 105. et seq. Nat. Al. a. 4.



3 Varillas l. 17. p. 116.



4 Bossuet n. 80.



5 Bossuet t. 2. l. 7. n. 96.



6 Gotti cit. §. 1. n. 3. Nat. Alex. loc. cit. Bossuet ist. l. 7. n. 86.



7 Varillas l. 17. p. 126.



8 idem ib. p. 125. col. 2.

1 Varillas l. 17. p. 129.



2 Varillas t. 2. l. 17. p. 131. a l. 20. p. 1.

1 Varillas t. 2. l. 20. p. 208.



2 Varillas l. 20. p. 209. a. 211. Nat. Alex. t. 19. c. 13. a. 5. Gotti c. 114. §. 1. n. 4. Herm. c. 268.



3 Bartol. l. 1. c. 3. Nat. Al. loc. cit. Hermant c. 269. Varil. t. 2. l. 20. p. 212. Gotti c. 114. §. 2. n. 1.



4 Varillas l. 21. p. 252. Gotti ibid. n. 4. Hermant al luogo cit. Bossuet ist. l. 7. n. 103.



5 Nat. Alex. ibid. Gotti cit. n. 4.

1 Nat. Al. a. 5. in fin. Varillas l. 21. p. 229. Gotti §. 2. n. 5. ad 7.



2 Gotti c. 114. §. 3. n. 2. Varillas t. 2. l. 22. p. 284.



3 Nat. Alex. t. 19. c. 13. a. 6. n. 1. Berti hist. sec. 16. c. 3.



4 Nat. Al. loc. cit. Gotti c. 114. a. 3. n. 1. e 2. Varil. t. 2. l. 22. p. 282. e 286. Herm. vedi c. 270.

1 Varillas l. 22. p. 287.



2 Nat. Al. a. 6. n. 2. Gotti §. 3. n. 3.



3 Nat. loc. cit. Gotti cit. n. 3.



4 1. Cor. 14. 34.



5 Varillas t. 2. l. 22. n. 290.



6 Nat. Al. §. 6. n. 2. Gotti c. 114. §. 3. n. 5. Varillas t. 2. p. 290.

1 Nat. Al. a. 6. n. 3. Gotti c. 114. §. 3. n. 6. et 7.



2 Bartoli ist. d'Inghil. l. 6. c. 1. p. 462.

1 Nat. t. 19. a. 3. §. 6. n. 3. Gotti c. 114. §. 3. n. 8.



2 Varillas t. 2. l. 26. p. 437.



3 Id. l. 29. p. 536.



4 Id. l. 28. p. 482.



5 Nat. Al. a. 3. §. 6. n. 3. Gotti c. 114. §. 3. n. 10. e Bartoli ist. d'Inghil. l. 6. c. 1.



6 Bart. nell'ist. cit.



7 Iovet ist. delle relig. t. 2. p. 51.

1 Iovet. loc. cit. p. 83.



2 Ep. 102. alias 49. contra pagan. q. 2. et 3.






Precedente - Successivo

Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

IntraText® (V89) © 1996-2006 Èulogos