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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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ART. III. DEGLI ERRORI DI CORNELIO GIANSENIO

157. Di Giansenio vescovo di Gant, e di Giansenio vescovo d'Ipri; suoi studj e gradi. 158. Notizie dell'abate di s. Cirano, e del libro condannato di Giansenio. 159. Urbano VIII. condanna il libro di Giansenio nella Bolla In eminenti. I vescovi di Francia presentano le cinque proposizioni ad Innocenzo X. 160. Innocenzo le condanna nella bolla Cum occasione. Si notano le proposizioni. 161. Opposizioni de' Giansenisti; ma Alessandro VIII. dichiara, che le cinque proposizioni son ricavate dal libro, e dannate in senso di Giansenio. Proposizione dannata di Arnaldo. 162. Formola della sottoscrizione comandata dallo stesso papa. 163. Del religioso silenzio. 164. Del Caso di coscienza dannato da Clemente XI. nella bolla Vineam Domini. 163. Condanna dell'opinione del ponteficato di s. Paolo eguale a quello di s. Pietro.

 

157. È bene prima di tutto avvertire che nelle Fiandre vi furono quasi nello stesso tempo due Cornelj Giansenj, ambedue dottori e professori della insigne università di Lovanio. Il primo nacque in Ulsti nell'anno 1510., e questi dopo aver insegnata per 12. anni la teologia ai monaci premostratesi, nel qual tempo compose la celebre opera, Concordia evangelica, e vi appose i suoi dotti commentarj, tornò in Lovanio ove fu decorato col dottorato. Indi essendo stato mandato dal re Filippo II. nel concilio di Trento insieme con Baio, ritornato di fu dallo steso re innalzato al vescovado di Gant, città nella Fiandra, dove avendo degnamente vivuto, morì nell'anno 1576. in età di 66. anni, lasciando oltre l'opera della Concordia altre belle scritture sul vecchio testamento2. L'altro Cornelio Giansenio nacque in Eerdam di Olanda nel 1585., e questi, fatti gli studj di umanità ne' collegj di Utrecht, di filosofia e di teologia in Lovanio, viaggiò poi per la Francia, dove ebbe una stretta amicizia con Giovanni del Verger di Haurante, abate di s. Cirano. Essendo poi ritornato in Lovanio vi professò la teologia, e fu poi eletto per ispiegare la sacra scrittura. I commentarj da lui dettati sopra il Pentateuco, e sopra i vangeli, sono stati dipoi impressi, e non hanno cagionato alcun contrasto. Scrisse alcuni libri di controversia contra li ministri di Bosleduc in difesa della chiesa cattolica. Andò anche due volte in Ispagna per affari dell'università di Lovanio. Finalmente fu nominato vescovo d'Ipri nell'anno 1635.3.

158. Giansenio in sua vita non cacciò fuori il suo libro Augustinus, sopra cui avea faticato per più di 20. anni, ma lasciò ad altri l'incumbenza di stamparlo. In quest'opera, in fine del libro De gratia Christi, ove ne l'epilogo,


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scrisse ch'egli non pretendea che dovesse tenersi per dottrina cattolica quanto egli avea scritto della grazia di Cristo, ma dichiarava che tutto l'avea preso da s. Agostino; del resto protestavasi ch'esso era uomo soggetto ad errare; onde se mai l'oscurità de' libri del santo l'avesse ingannato, egli avrebbe gradito di esser convinto di errore; e pertanto aspettava il giudizio della sede apostolica, ut illud teneam (sono sue parole), si tenendum, damnem, si damnandum esse iudicaverit1. Giansenio morì a' 6. di maggio nell'anno 1638. e lasciò il suo libro a Reginaldo Lameo suo cappellano, acciocché lo facesse stampare, replicando nel suo testamento ch'egli stimava non esservi nel suo libro cosa da mutarsi; ma volendo morire figlio ubbidiente della chiesa romana, pronto sommetteasi a quanto ella avesse giudicato: Si sedes romana (furono le sue parole) aliquid mutari velit, sum obediens filius, et illius ecclesiae, in qua semper vixi, usque ad hunc lectum mortis obediens sum. Ita mea suprema voluntas2. Avesse voluto Dio, ed i suoi discepoli avessero imitato l'esempio del maestro in ubbidire alla s. sede, che già da molto tempo sarebbero finite tutte le controversie e sconcerti che sono avvenuti per questo libro di Giansenio.

 

159. Nei fatti che seguirono dopo la morte di Giansenio io trovo presso gli autori un gran divario e confusione di cose; onde porrò qui in succinto solamente ciò, nel che maggiormente convengono gli storici. Sicché quantunque Giansenio in riguardo al suo libro intitolato Augustinus si fosse protestato così nel suo testamento, come ancora nella fine del libro, ch'egli lo sottometteva al giudizio della santa sede: pur tuttavia gli esecutori del suo testamento posero l'opera nelle mani di uno stampatore per pubblicarla. Non ostante la protesta dell'autore, e i divieti così dell'internunzio, come dell'università di Lovanio, l'opera fu pubblicata in Fiandra nell'anno 1640., e di poi anche in Roano nell'anno 1643. Fu denunziata all'inquisizione di Roma, e vi furono teologi i quali per impugnarla composero tesi o conclusioni le quali furono sostenute pubblicamente in Lovanio. Fu fatta un'apologia in favor del libro di Giansenio sotto nome del libraro, ed in poco tempo si videro comparire non pochi scritti in favore e contro di Giansenio: sicché si mossero grandi romori nella Fiandra. Quindi la congregazione dell'inquisizione fece un decreto, col quale vietò la lettura dell'opera di Giansenio, e delle conclusioni o tesi de' suoi avversarj, come pure degli altri scritti che dall'una e dall'altra parte erano stati prodotti. Indi il papa Urbano VIII. per metter fine alle nuove contese che continuavano ad insorgere, stimò cosa propria rinnovare con una bolla le costituzioni di Pio V. e di Gregorio XIII. Con questa bolla proibì il libro di Giansenio, come quello che rinnovava alcune proposizioni ch'erano state già condannate da' papi antecedenti, cioè da s. Pio V. e da Gregorio XIII. Contra questa bolla reclamarono i Giansenisti, dicendo ch'ella o era apocrifa o almeno viziata. Indi furono presentate più proposizioni estratte dal libro di Giansenio alla facoltà della Sorbona nell'anno 1649., acciocché fossero notate di censure; ma la Sorbona stimò bene di rimetter questo affare al giudizio de' vescovi, ed i vescovi congregati in nome del clero gallicano nel 1653. non vollero darvi sentenza, ma sottoposero il tutto al giudizio del papa. Perloché 85. vescovi nel 1650. scrissero ad Innocenzo X., successore di Urbano, queste parole3: Beatissime Pater, maiores causas ad sedem apostolicam referre, solemnis ecclesiae mos est, quem fides Petri numquam deficiens perpetuo retineri pro iure suo postulat. Ed indi esposero le cinque famose proposizioni estratte dal


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libro di Giansenio, e ne richiesero il giudizio della sede apostolica.

 

160. Innocenzo1 commise l'esame di quelle ad una congregazione di cinque cardinali e tredici teologi, i quali per due anni e più in 36. conferenze, nelle cui dieci ultime vi assisté anche il papa, dopo avere spesso intesi Luigi di Santo Amore ed altri suoi socj, venuti a far le parti di Giansenio, finalmente a' 31. di maggio del 1653. nella bolla, Cum occasione, il papa dichiarò eretiche le cinque proposizioni nel seguente modo.

Primam praedictarum propositionum, Aliqua Dei praecepta hominibus iustis volentibus et conantibus, secundum praesentes quas habent vires, sunt impossibilia; deest quoque illis gratia, qua possibilia fiant; temerariam, impiam, blasphemam, anathemate damnatam, et haereticam declaramus, et uti talem damnamus.

Secundam, Interiori gratiae in statu naturae lapsae nunquam resistitur: haereticam declaramus, et uti talem damnamus.

Tertiam, Ad merendum et demerendum in statu naturae lapsae non requiritur in homine libertas a necessitate, sed sufficit libertas a coactione: haereticam declaramus, et uti talem damnamus.

Quartam, Semipelagiani admittebant praevenientis gratiae interioris necessitatem ad singulos actus, etiam ad initium fidei; et in hoc erant haeretici, quod vellent eam gratiam talem esse, cui possent humana voluntas resistere, vel obtemperare; falsam et haereticam declaramus, et uti talem damnamus.

Quintam, Semipelagianum est dicere, Christum pro omnibus omnino hominibus mortuum esse, aut sanguinem fudisse; falsam, temerariam, scandalosam, et intellectam eo sensu, ut Christus pro salute dumtaxat praedestinatorum mortuus sit, impiam, blasphemam, contumeliosam, divinae pietati derogantem, et haereticam declaramus, et uti talem damnamus. Dipoi nella bolla si vieta a' fedeli d'insegnare o tenere le dette proposizioni, sotto le stesse pene imposte contra gli eretici2.

161. Il decreto d'Innocenzo fu accettato da tutte le chiese; ma ciò vedendo i partigiani di Giansenio, opposero due cose: la prima, che le cinque proposizioni non erano di Giansenio: la seconda, che non erano state dannate nel senso di Giansenio. E qui nacque la famosa distinzione del ius e del fatto. Or si credette che costoro avessero posta fuora una tal distinzione a cagion di eludere la giusta e legittima condanna delle cinque proposizioni estratte dal libro di Giansenio. Di fatti Clemente XI. nella sua bolla dell'anno 1705., che incomincia Vineam Domini Sabaoth, non altro porta per motivo di dovere egli rinnovare la condanna delle cinque proposizioni. Ecco le parole della bolla: Inquieti homines docere non sunt veriti, ad obedientiam praefatis apostolicis constitutionibus debitam non requiri, ut quis praedicti ianseniani libri sensum in antedictis quinque propositionibus, sicut praemittitur, damnatum interius, ut haereticum damnet, sed satis esse, ut ea de re obsequiosum (ut ipsi vocant) silentium teneatur. Quae quidem assertio quam absurda sit, et animabus fidelium perniciosa, satis apparet, dum fallacis huius doctrinae pallio non deponitur error, sed absconditur, vulnus tegitur, non curatur, ecclesiae illuditur, non paretur, et lata demum filiis inobedientiae via sternitur ad fovendam silentio haeresim, dum ipsam Iansenii doctrinam, quam ab apostolica sede damnatam ecclesia universalis exhorruit adhuc interius abiicere, et corde improbare detrectent etc. Quindi per tornare donde partimmo, i vescovi francesi con voti uniformi nell'assemblea del 1654. stabilirono il contrario, dicendo per prima, damnatas quinque propositiones reipsa extare in libro Iansenii: per secondo, in proprio et naturali eiusdem Iansenii sensu fuisse damnatas. E lo stesso fu confermato in sei


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altre assemblee degli anni seguenti. Onde Alessandro VII. nella bolla data fuori a' 16 di ottobre 1656. dichiarò, e definì espressamente, quinque propositiones ex libro Cornelii Iansenii excerptas, ac in sensu ab eodem Cornelio intento damnatas fuisse. E fra lo stesso tempo la facoltà di Parigi censurò una proposizione di Arnaldo, il quale asseriva1, Duas propositiones nec esse in Iansenio, nec eius sensu damnatas fuisse; ideoque circa partem illam apostolicae constitutionis, sufficere silentium religiosum.

 

162. Il clero gallicano sin dal 1655. avea composto il formolario, in cui diceasi, quinque propositiones ex libro Iansenii extractas, tamquam haereticas damnatas fuisse in eo ipso sensu, quo illas docuit; ed aveva ordinato che fosse sottoscritto da tutt'i chierici. Ma molti ricusavano di ubbidire, dicendo che tal soscrizione non potea comandarsi senza l'autorità del papa; onde fu supplicato Alessandro VII. ad ordinarla, come già fece il papa con altra bolla data a' 15 di febbraio 1665., mandando la forma del giuramento che dovea sottoscriversi in tal modo: Ego N. constitutioni Alexandri VII. datae die 16. octobr. an. 1656. me subiicio, et quinque propositiones ex Iansenii libro, Augustinus, excerptas, et in sensu ab eodem auctore intento, prout illas sancta sedes apostolica damnavit, sincero animo damno ac reiicio, et ita iuro, sic me Deus adiuvet, et haec sancta evangelia. Il re vi aggiunse anche la sua autorità, ordinando la suddetta soscrizione sotto gravissime pene contra i disubbidienti2.

163. Con ciò si trovarono i Giansenisti in molte angustie, perché altri diceano, non potersi sottoscriversi senza spergiuro, altri non temeano lo spergiuro, dicendo, che colla soscrizione poteano ben ritenere nell'animo il senso di s. Agostino, che credevano essere quello di Giansenio, e che in quanto al fatto, ed al di fuori, bastava la riverenza del silenzio, come teneano i quattro vescovi, l'Allese, il Belluacese, l'Apamiese e l'Andegavese; ma poi sotto Clemente XI., successore di Alessandro VII., i medesimi consentirono di sottoscriversi, e di fare sottoscrivere da' loro sudditi senza restrizione e limitazione, la condanna delle cinque proposizioni, e così si concluse la pace3. Né pure tuttavia quietaronsi i Giansenisti, dicendo che negli atti verbali de' sinodi diocesani vi era inserita la limitazione del religioso silenzio, e così voleano che tal silenzio fosse approvato dal papa. Ma irragionevolmente ciò pretendeano, poiché i quattro vescovi furon restituiti alla pace colla condizione, che pure, sincere, absque ulla limitatione subscripserint4. Nel 1692. essendosi suscitate altre contese circa la sottoscrizione del formolario, i vescovi in Fiandra aggiunsero alla formola altre parole, per togliere tutte le frodi. Di queste addizioni si lagnarono i Lovaniesi presso Innocenzo XII., il quale spedì due brevi, l'uno nel 1694., l'altro nel 1696., coi quali estirpò tutt'i loro sutterfugi5.

164. Circa l'anno 1702. i Giansenisti suscitarono di nuovo il punto del religioso silenzio, essendo uscito un libello in cui diceasi essere stata negata l'assoluzione sacramentale ad un chierico, perché asseriva ch'egli condannava le cinque proposizioni in quanto al ius, cioè in quanto alla dottrina di quelle, ma in quanto al fatto di attribuirle al libro di Giansenio, stimava bastargli il religioso silenzio. E questo fu il famoso caso di coscienza, circa il quale quaranta dottori di Parigi risposero che al chierico non aveasi potuto negar l'assoluzione. Ma il papa condannò il simulato silenzio con decreto formale, Ad perpetuam rei memoriam, a' 12 di gennaio 1703. Ed anche lo condannarono molti vescovi francesi, e principalmente il cardinal di Noaglies, arcivescovo di Parigi, ed egli ritrattare i quaranta dottori, eccettuato un solo, che fu discacciato dalla Sorbona; e la


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stessa facoltà censurò la predetta risposta come temeraria e scandalosa, che dava occasione di rinnovare la dannata dottrina di Giansenio. Si aggiunse a tutto ciò la bolla di Clemente XI., Vineam Domini etc., spedita a' 16 di luglio nel 1705., dove si condannò la dottrina del caso di coscienza con varie note. Tutto ciò accadde a cagion che si credette essersi posta fuora la distinzione del ius e del fatto, per eludere la giusta e legittima condanna delle cinque proposizioni estratte dal libro di Giansenio. Di fatti, come abbiamo già dimostrato, Clemente XI. nella citata bolla non altro porta per motivo di dovere egli rinnovare la condanna delle cinque proposizioni. Or appunto questa bolla fu accettata da tutte le chiese, e primieramente dall'assemblea gallicana; e così diessi termine a tutti i cavilli de' Giansenisti contra la condanna del libro di Giansenio1. Nella confutazione che faremo dell'eresia di Giansenio, risponderemo particolarmente ai sutterfugi de' Giansenisti.

 

165. È ben qui notare, che fra questo tempo uscì un libro anonimo, De ss. Petri et Pauli pontificatu, dove pretendeasi provare, che s. Paolo era stato egualmente come s. Pietro capo della chiesa. Tutto l'intento dell'autore non era di esaltare la dignità di s. Paolo, ma di deprimere il primato o sia principato di s. Pietro, e per conseguenza del papa. Il libro fu da Innocenzo XI. posto ad esame, e con pubblico decreto fu dichiarata eretica la dottrina nel libro contenuta2. L'autore si fondava sull'antico uso dei pontificj diplomi di pingere s. Paolo alla destra e s. Pietro alla sinistra. Ma ciò non può indurre che s. Paolo fosse stato pari nell'autorità di capo, e nel governo della chiesa; poiché a s. Pietro, e non a s. Paolo, fu detto da Cristo: Pasce oves meas. Onde scrisse s. Tommaso3: Apostolus fuit par Petro in executione auctoritatis (per ragion del suo apostolato), non in auctoritate regiminis. Che poi s. Paolo si dipingeva alla destra di s. Pietro, se valesse questo argomento, proverebbe che s. Paolo non solo eguale, ma anche superiore fosse stato a s. Pietro. Altri dicono che ciò si usava, perché secondo il costume de' romani, ed ora degli orientali, la sinistra è luogo più degno della destra. Altri con s. Tommaso4 rispondono di altra maniera: si osservi questo punto in Bellarmino5. Fondavasi ancora l'autore sulle somme lodi che da' padri si danno a s. Paolo; ma si risponde, che ciò avvenne perché s. Paolo in più cose avanzò gli altri apostoli, cioè nella speciale sua elezione, e per le sue maggiori fatiche e patimenti in predicar la fede per tutto il mondo, come nota s. Tommaso6. Ma niuno de' padri in ragione di capo lo fe' superiore o eguale a s. Pietro; poiché la chiesa romana non fu fondata da s. Paolo, ma la trovo fondata da s. Pietro.

 




2 Gotti ver. rel. c. 118. §. 1. n. 1.



3 Bernin. t. 4. sec. 17. c. 3.

1 Gotti §. 3. n. 5.



2 Pallavic. hist. conc. trid. l. 15. c. 7. a. 13. Tournely, cioè il p. Colet. Continuat. di Tournely de grat. t. 4. part. 1. p. 247.



3 V. presso Gotti al luogo cit. c. 118. §. 2. n. 8.

1 Tournely loc. cit. p. 249.



2 Tournely p. 250.

1 Libell. inscriptus: Seconde lettr. de M. Arnauld etc.



2 Tournely p. 253.



3 Id. p. 255.



4 Tournely ibid.



5 Id. p. 256.

1 Tournely p. 257.



2 Gotti c. 118. §. 4.



3 In c. 2. ad Galat.



4 In c. 1. ad Galat. lec. 1.



5 De rom. pontif. c. 27.



6 In 2. Cor. 12. lect. 3.




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