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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 1. Si prova la distinzione reale delle tre persone divine.

 

2. In primo luogo si prova la pluralità e la distinzione reale delle tre persone nella divina natura dal Testamento vecchio, e per 1. da quelle parole della Genesi: Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram1; e nel capo 3. 22. si dice: Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est; e nel capo 11. 7.: Venite igitur, descendamus et confundamus ibi linguam eorum. Ecco come colle parole faciamus, descendamus, confundamus è spiegata la pluralità delle persone. Poiché tali parole non possono intendersi della pluralità delle nature, giacché dalla stessa scrittura consta non esservi che un Dio: ma se vi fossero più nature divine, vi sarebbero più Dei; dunque le dette parole debbono intendersi della pluralità delle persone. Ben riflette Teodoreto2 con Tertulliano che Iddio disse in numero plurale faciamus, per dinotare la pluralità delle persone; disse poi in numero singolare ad imaginem, non già ad imagines, per significare l'unità della natura divina.

 

3. Oppongono a questa prova i Sociniani per 1. che Dio parlava in plurale per onore di sua persona, siccome parlano i re, allorché danno qualche ordine. Si risponde che i re parlano in plurale ne' loro editti: Vogliamo, comandiamo, perché allora rappresentano tutta la repubblica; ma non parlano così quando favellano delle loro azioni personali; v. gr., non dice il re: Noi dormiamo, noi camminiamo ecc.Dio parlò di qualche comando, quando disse: Ecce Adam quasi unus ex nobis factus est. Oppongono per 2. che Dio non parlò allora colle altre persone divine, ma cogli angeli. Ma deridono Tertulliano, s. Basilio, Teodoreto e s. Ireneo3 questa vana opposizione; mentre le stesse parole ad imaginem et similitudinem nostram la ributtano; poiché l'uomo non è fatto ad immagine degli angeli, ma di Dio stesso. Oppongono per 3. che Dio parlò seco stesso allora, quasi come eccitandosi a creare l'uomo, a guisa d'uno statuario che dicesse: Su via facciamo la statua. S. Basilio4 rigettando questa opposizione contro i giudei, dice: Quis enim faber inter suae artis instrumenta desidens, sibi ipsi admurmurat dicens: Faciamus gladium? E vuol dire il santo che, dicendo Dio Faciamus, non potea dirlo a se stesso, se non vi era altra persona, con cui parlasse; poiché niuno parlando a se medesimo dice Facciamo: dicendo dunque Faciamus, è chiaro che parlava colle altre divine persone.

 

4. Si prova per 2. dalle parole del salmo 2 verso 7: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. Qui si parla del Padre che genera il Figlio e del figlio che è generato, al quale nel salmo stesso fu fatta la promessa: Dabo tibi gentes hereditatem tuam et possessionem tuam terminos terrae. Ecco qui chiaramente distinta la persona del Figlio da quella del Padre; mentre non può dirsi della stessa persona che generi e sia generata. E che tali parole s'intendano di Cristo Figlio di Dio, sta dichiarato da S. Paolo: Sic et Christus non semetipsum clarificavit, ut pontifex fieret; sed qui locutus est ad eum: Filius meus es tu, ego hodie genui te5.

5. Si prova per 3. dal salmo 109. 1: Dixit Dominus Domino meo: Sede a dextris meis. Di questo stesso appunto si valse il Salvatore per convincere i giudei, e far loro credere ch'egli era vero Figlio di Dio, interrogandoli di chi mai essi stimassero che Cristo fosse Figlio: Quid vobis videtur de Christo? cuius


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filius est1? Risposero i Farisei: Di Davide - Ma, replicò il Signore, come Davide chiamò Cristo Signore, giacché Cristo era suo figlio? Si ergo David vocat eum Dominum, quomodo filius eius est2? E con ciò volle dimostrare che Cristo, benché figlio di Davide, era nondimeno suo Signore e Dio parimente, com'era signore il suo eterno Padre.

 

6. Del resto nell'antica legge non fu espressa più chiaramente la distinzione delle divine persone, acciocché i giudei, ad esempio degli egizj che adoravano più Dei, non giudicassero che nelle tre persone divine vi fossero tre essenze di Dio. Ma nel nuovo Testamento, per mezzo del quale furon chiamati i gentili alla fede, sta troppo chiaramente espressa la distinzione delle tre persone nell'essenza divina. Secondo dunque il nuovo Testamento questa distinzione si prova per 1. dal testo di s. Giovanni: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum3. Dicendosi: et Verbum erat apud Deum, dichiarasi che il Verbo è distinto dal Padre: poiché di niuno ente può dirsi che sia appresso se stesso. Non si può dire all'incontro che fosse distinto per natura; mentre si dice che il Verbo era Dio et Deus erat Verbum; dunque dee dirsi distinto per la persona, come ben argomentano Tertulliano e s. Atanasio4. Di più nello stesso capo dicesi appresso: Vidimus gloriam eius, gloriam quasi unigeniti a Patre. Niuno può dirsi figlio unigenito di se stesso; dunque il Figlio è realmente distinto dal Padre.

 

7. Si prova per 2. dal precetto dato agli apostoli: Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris, et Filii et Spiritus sancti5. La parola in nomine, dinota l'unità della natura, significando essere il battesimo una sola operazione di tutte le tre nominate persone; e poi la distinta appellazione di ciascuna esprime apertamente la loro distinzione. Se poi queste tre persone non fossero Dio, ma creature; ne seguirebbe l'assurdo che Cristo avrebbe sotto lo stesso nome eguagliate le creature a Dio.

 

8. Si prova per 3. col testo di s. Giovanni: Philippe, qui videt me, videt et Patrem... Et ego rogabo Patrem, et alium paraclitum dabit vobis6. Colle parole qui videt me, videt Patrem, si dimostra l'unità della natura divina, e colle altre, et ego rogabo etc. la distinzione delle persone; poiché la stessa persona non può essere insieme Padre, Figliuolo e Spirito santo. Ciò maggiormente si spiega colle parole del capo 15 verso 26: Cum autem venerit Paraclitus, quem ego mittam vobis a Patre, Spiritum veritatis, qui a Patre procedit, ille testimonium perhibebit de me.

 

9. Si prova per 4. col testo dello stesso s. Giovanni al verso 7 della sua epist. 1 nel capo 5: Tres sunt qui testimonium dant in coelo: Pater, Verbum et Spiritus sanctus, et hi tres unum sunt. Non vale qui opporre che il Padre, il Verbo e lo Spirito santo solo nel nome si distinguono, ma non già nella cosa: perché se la distinzione fosse solo nel nome, non sarebbero tre testimonj, ma un solo; il che ripugna al testo. I Sociniani si affaticano a storcere quanto possono la verità ed il senso di questo testo, che troppo chiaramente esprime la distinzione delle tre divine persone. Oppongono che in molti codici manca il detto settimo verso, o almeno si trova dimezzato. Ma si risponde con Estio, nel commentario ch'egli fa al testo riferito di s. Giovanni, che Roberto Stefano nella sua elegante edizione del nuovo Testamento rapporta che dei 16 antichi esemplari greci, raccolti dalla Francia, dalla Spagna e dall'Italia, in soli sette mancan solamente le parole in coelo, ma vi è tutto il resto. I dottori di Lovanio di quel gran numero de' manoscritti della scrittura che riconobbero nel 1580 per l'edizione della Volgata attestano che in cinque soli non si legge, o non


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si trova intiero il suddetto 7 verso1. E facilmente ne' codici, ove si vede mancante il testo citato, ciò avvenne per abbaglio de' copisti, che, errando cogli occhi, confusero il 7 col verso 8; mentre i detti due versi dicono così: Tres sunt qui testimonium dant in coelo: Pater, Verbum et Spiritus sanctus, et hi tres unum sunt Vers. 7. Et tres sunt qui testimonium dant in terra: spiritus et aqua et sanguis: et hi tres unum sunt. Vers. 8. È stato facile l'abbaglio di occhi nell'aver prese le parole del verso 8 testimonium dant in terra in vece di quelle del verso 7 testimonium dant in coelo. Del resto è certo che in molti esemplari antichi, anche greci, ed in tutti i latini il verso 7 ben si legge intiero, o almeno si legge supplito al margine; ed all'incontro sappiamo che molti padri l'hanno citato, come s. Cipriano, s. Atanasio, s. Epifanio, s. Fulgenzio, Tertulliano, s. Girolamo, Vittore Vitense2. Ma sopra tutto abbiamo il concilio di Trento, che nel decreto delle scritture canoniche alla sessione IV. comanda di ricevere ciascun libro dell'edizione Volgata con tutte le sue parti che soglion leggersi nella chiesa: Si quis autem libros ipsos integros cum omnibus suis partibus, prout in ecclesia catholica legi consueverunt, et in veteri vulgata latina editione habentur, pro sacris et canonicis non susceperit... anathema sit. E il citato 7 verso già più volte si legge nella chiesa e specialmente nella domenica in Albis.

 

10. Ma dicono i Sociniani: da questo testo di s. Giovanni non si può provare che in Dio vi sono tre persone distinte e una sola essenza. E perché? Udiamone la ragione. Dicono: perché le parole del settimo verso et hi tres unum sunt non significano altra unità che l'unità di testimonianza, come la significano le parole del verso ottavo: Tres sunt qui testimonium dant in terra: Spiritus et aqua et sanguis: et hi tres unum sunt; cioè conveniunt in unum, convengono, secondo noi, a provare che Cristo è vero Figlio di Dio: della qual cosa parlava già s. Giovanni, e dicea che ciò vien testificato dall'acqua del battesimo, dal sangue sparso da Gesù Cristo e dallo Spirito santo che l'insegna colle sue illustrazioni, secondo spiegano s. Agostino, s. Ambrogio, il Lirano ecc. presso Tirino, il quale ributta la spiegazione di un autore anonimo, che interpreta per l'acqua, l'acqua che uscì dal lato del Signore; per il sangue, il sangue che sgorgò dal suo cuore ferito dalla lancia, e per lo spirito, l'anima di Gesù Cristo. Ma veniamo al punto. Io non so come possa trovarsi opposizione più inetta di questa che fanno i Sociniani, cioè che dalle notate parole di s. Giovanni Pater, Verbum et Spiritus sanctus, non può provarsi la distinzione delle persone, perché tali persone unum sunt, cioè fanno una sola testimonianza, e dinotano con ciò che sono una sola essenza. Ma noi rispondiamo che qui non si tratta di provare che Dio sia uno, cioè una essenza, e non tre essenze; di questa verità gli stessi contrarj non ne dubitano; oltreché ella si prova da mille altri testi della scrittura da essi medesimi addotti, come vedremo qui appresso. Onde, dato che le parole unum sunt non dinotassero altro che l'unità della testificazione, essi che ricavano da ciò? Il punto dunque di cui si tratta non è se dal testo di s. Giovanni si provi l'unità dell'essenza divina, ma se si provi la distinzione reale delle divine persone: e ciò non so come possa negarsi; mentre dice s. Giovanni: Tres sunt qui testimonium dant in coelo: Pater, Verbum et Spiritus sanctus. Se sono tre che fan testimonianza, dunque non è una persona, ma tre realmente distinte; e ciò è quel che incombe a noi qui di provare. Su questo punto ho trovate presso gli altri autori diverse risposte; ma a me pare che


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questa sia la più propria che debba darsi e la più convincente contro i Sociniani.

 

11. Di più si prova la distinzione reale delle divine persone dalla tradizione de' santi padri, che di unanime consenso ci hanno insegnata questa verità. Ma per evitare gli equivoci, bisogna qui premettere che nel secolo IV. verso l'anno 380. vi fu una gran contesa nella chiesa anche tra i santi padri sulla parola Ipostasi, e si fecero due partiti: quelli che erano uniti con Melezio diceano doversi dire che in Dio vi sono tre ipostasi: ma quelli che seguivano Paolino diceano doversi dire una sola; onde poi quelli di Melezio chiamavano Sabelliani i seguaci di Paolino, e quelli di Paolino chiamavano Ariani i seguaci di Melezio. Ma tutta la contesa nascea dall'equivoco della parola Ipostasi: perché alcuni padri la intendeano per l'essenza o sia natura divina, cioè quelli del partito di Paolino, e quelli del partito di Melezio la prendeano per la persona; e lo stesso equivoco cadea sulla parola Ousia, che anche prendeasi per essenza e per persona. Perloché quando nel sinodo di Alessandria si spiegarono i termini, presto si accordarono i due partiti; e d'allora in poi, secondo l'uso sin oggi continuato, per la parola Ousia s'intende l'essenza, e per la parola Hypostasis s'intende la persona. Del resto il dogma che in Dio vi sia una essenza e tre persone realmente distinte, oltre di s. Cipriano, s. Atanasio, s. Epifanio, s. Basilio, s. Girolamo, s. Fulgenzio citati di sopra al num. 9., l'insegnano s. Ilario, s. Gregorio Nazianzeno, s. Gregorio Nisseno, s. Gio. Grisostomo, s. Ambrogio, s. Agostino, s. Gio. Damasceno ec.1. E parlando anche dei padri dei primi tre secoli, si adducono s. Clemente, s. Policarpo, Atenagora, s. Giustino, Tertulliano s. Ireneo, s. Dionigi Alessandrino e s. Gregorio Taumaturgo2. La stessa verità poi sta dichiarata e confermata da molti concilj generali, dal Niceno3, dal Costantinopolitano I.4, dall'Efesino5, ove si confermò il simbolo Niceno, dal Calcedonese6, dal Costantinopolitano II.7, dal Costantinopolitano III.8 e Costantinopolitano IV.9, dal Lateranese IV.10, dal Lionese II.11, dal Fiorentino, nel decreto dell'unione, e finalmente dal Tridentino, che approvò il Costantinopolitano I. colla voce aggiunta di Filioque. Si aggiunge che questo dogma già confessato da' cristiani era noto anche a' gentili, i quali opponeano a' cristiani, che anche essi adoravano tre Dei; come consta da quel che scrisse Origene contro Celso e san Giustino nella sua apologia. Se i cristiani non avessero fermamente creduto alla divinità di tutte e tre le divine persone, avrebbero risposto a' gentili che fuori del Padre le altre due persone non le aveano per Dio: ma no, costantemente e senza timore di ammettere più Dei, confessavano che il Figliuolo e lo Spirito santo erano egualmente Dio come il Padre; perché quantunque fossero col Padre tre persone distinte, una però era la loro essenza e natura. Ciò fa constar più chiaramente che questa era le fede dei primi secoli.

 




1 Gen. c. 1. 26.



2 Qu. 19. in gen.



3 Tertull. l. contra Prax. c. 12. s. Basil. Hom. 9. in Hexamer. q. 19. in Gen. s. Irenaeus l. 4. n. 37.



4 Loc. cit. p. 87.



5 Hebr. 5. 5.

1 Matth. 22. 42.



2 Ib. v. 45.



3 Ioan. 1. 1.



4 Tertul. advers. Prax. c. 26. s. Athanas. Orat. contra Sabell. gregal.



5 Matth. 28. 19.



6 Ioan. 14. 9. et 16.

1 Vedi Tourn. theol. comp. t. 2. 3. p. 41. e Gioven. theol. t. 3. c. 2. vers. 5.



2 S. Cypr. l. 1. de unit. eccl. s. Athanas. l. 1. ad Theoph. s. Ephiph. Haer. s. Fulg. l. contra Arian. Tertull. l. adv. Prax. 25. s. Hier. (aut auctor) Prol. ad epist. canon. Vitens. l. 3. de Pers. Afr.



1 S. Hilar. in 12. l. s. Gregor. Nazianz. in plur. orat. Nyss. orat. contra Eunom. s. Chrys. in 5. Hom. s. Ambr. l. de Spir. sanct. s. August. l. 15. Ioan. Dam. lib. 1. de fide.



2 S. Clem. epist. ad Corinth. Polycarp. orat. in suo martyr. apud Euseb. l. 4. hist. c. 14. Athenag. Legat. pro Christ. s. Iustin. Apol. pro Christ. s. Iren. in eius Oper. Tertull. contra Prax. Dionys. Alex. epist. ad Paul. Samos. s. Gregor. Thaum. in expos. fidei.



3 In symbolo fidei.



4 In symb.



5 Act. 6.



6 In symb.



7 Act. 6.



8 Act. 17.



9 Act. 10.



10 Cap. 1.



11 Can. 1.






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