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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 1. Il principio della fede e d'ogni buona volontà non è da noi, ma da Dio.

 

2. Si prova ciò per 1. evidentemente con quel che dice s. Paolo: Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis, quasi ex nobis, sed sufficientia nostra ex Deo est1. Sicché il principio di credere, cioè non quel principio di fede appartenente all'intelletto, che naturalmente vede la verità della nostra fede, ma quella pia volontà di credere, la quale non è ancora fede formata, poiché non è altro che un pensiero di voler credere, il quale precede al credere, come dice s. Agostino, questo buon pensiero, secondo l'apostolo, non si ha che da Dio. Ecco le parole di s. Agostino, il quale ponderando il testo citato, dice così: Attendant hic et verba ista perpendant qui putant ex nobis esse fidei coeptum, et ex Deo esse fidei supplementum. Quis enim non videt prius esse cogitare, quam credere? Nullus quippe credit aliquid, nisi prius crediderit esse credendum. Quamvis enim rapte, quamvis celerrime credendi voluntatem quaedam cogitationes antevolent, moxque illa ita sequatur, ut quasi coniunctissima comitetur; necesse est tamen ut omnia quae creduntur, praeveniente cogitatione credantur... Quod ergo pertinet ad religionem et pietatem, de qua loquebatur apostolus, si non sumus idonei cogitare aliquid quasi ex nobismetipsis, sed sufficientia nostra ex Deo est, profecto non sumus idonei credere aliquid quasi ex nobismetipsis, quod sine cogitatione non possumus, sed sufficientia nostra, qua credere incipiamus, ex Deo est2.

3. Si prova per 2. con l'altro testo dello stesso apostolo, dove si accenna insieme la ragione della nostra proposizione. Dice s. Paolo: Quis enim te discernit? Quid autem habes, quod non accepisti3? Se il principio della buona volontà, che ci dispone a ricever da Dio la fede, o altro dono della sua grazia venisse da noi, ecco che questo ci farebbe discernere da un altro che non avesse questo principio di buona volontà in ordine alla vita eterna. Ma san Paolo dice che quanto abbiamo, il che comprende ogni primo desiderio di credere o di salvarci, tutto lo riceviamo da Dio: Quid autem habes, quod non accepisti? S. Agostino anche un tempo tenea che la fede in Dio non era da Dio, ma da noi, e che per quella otteniamo poi da Dio il viver bene; ma questo passo dell'apostolo principalmente lo fece ritrattare, com'egli stesso confessa4: Quo praecipue testimonio etiam ipse convictus sum: cum similiter errarem, putans fidem qua in Deum credimus non esse donum Dei, sed a nobis, esse in nobis et per illam nos impetrare dei dona, quibus temperanter et iuste et pie vivamus in hoc saeculo.

 

4. Ciò si conferma con quel che dice lo stesso apostolo in altro luogo5: Gratia enim estis salvati per fidem: et hoc non ex vobis: Dei enim donum est; non ex operibus, ut ne quis glorietur. Scrive s. Agostino6 che Pelagio stesso, per non essere condannato dal concilio della Palestina, condannò benché fintamente,


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la proposizione: Gratia secundum merita nostra datur. Quindi scrisse il santo: Quis autem dicat eum qui iam coepit credere ab illo in quem credidit nihil mereri? unde fit ut iam merenti cetera dicantur addi retributione divina, ac per hoc gratiam Dei secundum merita nostra dari: quod obiectum sibi Pelagius, ne damnaretur, ipse damnavit.

 

5. Si prova per 3. la nostra proposizione da quel che disse la stessa Sapienza incarnata: Nemo potest venire ad me, nisi Pater, qui misit me, traxerit eum1. Ed in altro luogo disse: Sine me nihil potestis facere2. Da questi luoghi si ricava che noi colle sole forze naturali non possiamo neppure disporci a ricever da Dio le grazie attuali che ci conducono alla vita eterna; poiché la grazia attuale è di ordine soprannaturale, e perciò non può aver proporzione una disposizione moralmente naturale a ricevere una grazia soprannaturale. Si gratia, dice l'apostolo, iam non ex operibus, alioquin gratia non est gratia3. All'incontro è certo che la grazia non si dona da Dio secondo i nostri meriti naturali, ma secondo la sua divina liberalità. Iddio che perfeziona in noi le opere buone, egli stesso le comincia: Qui coepit in vobis opus bonum, perficiet usque in diem Christi Iesu4. Ed in altro luogo dice l'apostolo che ogni buona volontà ha da principiare da Dio, e da Dio ha da esser condotta a fine: Deus est enim qui operatur in vobis et velle et perficere pro bona voluntate5. E qui bisogna notare l'altro errore dei Semipelagiani, i quali diceano che a fare il bene è necessaria la grazia, ma non già a perseverare nel bene. Ma questo errore è stato già ben confutato espressamente dal sacro concilio di Trento6, insegnando che il dono della perseveranza non si può ottenere se non da Dio, il quale la perseveranza: Similiter de perseverantiae munere... quod quidem aliunde haberi non potest nisi ab eo, qui potens est eum qui stat statuere, ut perseveranter stet.

 




1 2. Cor. 3. 5.



2 S. Aug. l. de Praed. ss. c. 2.



3 1. Cor. 4. 7.



4 S. Aug. l. de Praed. ss. c. 3.



5 Ephes. 2. 8. et 9.



6 Loc. cit. c. 1.

1 Ioan. 6. 44.



2 Ioan. 15. 5.



3 Rom. 11. 6.



4 Philip. 1. 6.



5 Philip. 2. 13.



6 Sess. 6. c. 13.






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