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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 1. In Gesù Cristo non vi è che la sola persona del Verbo, la quale termina le due nature divina ed umana, le quali nella stessa persona del Verbo sussistono; e perciò questa unica persona è insieme vero Dio e vero uomo.

 

3. Si prova ciò per 1. con tutte quelle scritture, in cui si dice che Dio si è fatto carne, che Dio è nato da una Vergine, che Dio si è esinanito con assumer la natura di servo, che Dio ci ha redenti col suo sangue, che Dio è morto per noi su d'una croce. Ognuno sa che Dio non può esser conceputo, non può nascere, non può patire, né può morire nella sua natura divina, la quale è eterna, impassibile ed immortale; dunque se la scrittura c'insegna che Dio è nato, ha patito ed è morto, si deve intendere secondo la natura umana la quale ha principio, è passibile ed è mortale. E pertanto se la persona in cui sussiste la natura umana non fosse lo stesso Verbo divino, falsamente si direbbe che un Dio è stato conceputo e partorito da una Vergine, secondo dice s. Matteo1: Hoc autem totum factum est, ut adimpleretur quod dictum est a Domino per prophetam dicentem2: Ecce virgo in utero habebit, (in Isaia si legge concipiet), et pariet filium, et vocabunt (in Isaia vocabitur) nomen eius Emmanuel, quod est interpretatum nobiscum Deus. Questo stesso vien espresso da s. Giovanni3: Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis: et vidimus gloriam eius, gloriam quasi unigeniti a Patre, plenum gratiae et veritatis. Così ancora falsamente si direbbe che Dio si è esinanito in assumer la natura di servo, come dice s. Paolo4: Hoc enim sentite in vobis, quod et in Christo Iesu; qui cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratus est esse se aequalem Deo, sed semetipsum exinanivit formam servi accipiens, in similitudinem hominum factus et habitu inventus ut homo. Così ancora falsamente si direbbe che Dio ha data la vita per noi, ed ha sparso il sangue, come dice s. Giovanni5: In hoc cognovimus charitatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit. E s. Paolo6: Spiritus sanctus posuit episcopos regere ecclesiam Dei, quam acquisivit sanguine suo. E parlando della morte del Salvatore7 dice: Si enim cognovissent, nunquam Dominum gloriae crucifixissent.

 

4. Falsamente si direbbe tutto ciò di Dio, se egli abitasse solamente nell'umanità di Gesù Cristo accidentalmente, come in un tempio, o moralmente per affetto, e non già in unità di supposto, o sia di persona: siccome falsamente si direbbe che Dio nacque da s. Elisabetta, quando ella partorì il Battista, in cui prima di nascere abitava Dio per mezzo della grazia santificante: siccome anche falsamente si direbbe che Dio morì lapidato, allorché fu lapidato s. Stefano; o che morì decollato, allorché fu decollato s. Paolo; ai quali santi stava unito Dio per mezzo dell'amore e di tanti doni celesti che avea lor fatti, sicché fra essi e Dio vi era una vera unione morale. Dunque non per altra ragione si dice che Dio è nato e morto ecc., se non perché la persona che sostentava e terminava l'umanità assunta è veramente Dio, qual è il Verbo eterno. Sicché una è la persona di Cristo in cui sussistono le due nature: e nell'unità della persona del Verbo, che termina le due nature, consiste l'unione ipostatica.


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5. Si prova per 2. questa verità con quelle scritture, in cui Cristo uomo è chiamato Dio, Figlio di Dio, Figlio unigenito, Figlio proprio; poiché un uomo non può chiamarsi Dio, o Figlio di Dio, se la persona che termina la natura umana non è veramente Dio. Ora Cristo uomo è chiamato Dio sommo da s. Paolo1: Ex quibus est Christus secundum carnem, qui est super omnia Deus, benedictus in saecula. Gesù stesso in s. Matteo prima si chiamò Figlio dell'uomo, e poi interrogò i suoi discepoli, quale essi lo stimassero. S. Pietro rispose e disse ch'egli era Figlio di Dio vivo: Dicit illis Iesus: Vos autem quem me esse dicitis? Respondens Simon Petrus dixit: Tu es Christus Filius Dei vivi. E Gesù che disse a questa risposta di s. Pietro? Rispose: Respondens autem Iesus dixit ei: Beatus es, Simon Bar-Iona, quia caro et sanguis non revelavit tibi, sed Pater meus qui in coelis est2. Sicché Gesù stesso nel medesimo tempo che si chiama uomo, approva la risposta di s. Pietro che lo chiama Figlio di Dio, e dice che ciò gli era stato rivelato dall'eterno Padre. Di più si legge in s. Matteo3, in s. Luca4 ed in s. Marco5 che Cristo nell'atto stesso che come uomo ricevette il battesimo da s. Giovanni, fu chiamato da Dio suo Figlio diletto: Hic est Filius meus dilectus, in quo mihi complacui. Le quali parole gli furono replicate dal Padre sul monte Taborre, come attesta s. Pietro6: Accipiens enim a Deo Patre honorem et gloriam, voce delapsa ad eum huiuscemodi a magnifica gloria: Hic est Filius meus dilectus, in quo mihi complacui, ipsum audite. Di più Cristo uomo è chiamato Figlio unigenito dell'eterno Padre in s. Giovanni7: Unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, ipse enarravit. Di più Cristo uomo è chiamato Figlio proprio di Dio: Qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum8. Dopo tante scritture divine chi mai ardirà di dire che Cristo uomo non sia veramente Dio?

 

6. Per 3. si prova la divinità di Gesù Cristo con tutti quei passi ne' quali è attribuito alla persona di Cristo uomo ciò che non può esser attribuito che solamente a Dio; dal che si conchiude che la di lui persona, in cui sussistono le due nature, sia vero Dio. Gesù parlando di se stesso disse: Ego et Pater unum sumus9. E nello stesso luogo disse: Pater in me est, et ego in Patre10. In altro luogo si legge che s. Filippo un giorno parlando con Gesù Cristo gli domandò: Domine, ostende nobis Patrem. E il Signore gli rispose: Tanto tempore vobiscum sum, et non cognovistis me? Philippe, qui videt me, videt et Patrem... Non creditis quia ego in Patre, et Pater in me est11? Con queste parole dimostrò Cristo essere lo stesso Dio col Padre. Gesù stesso disse a' giudei che egli era eterno: Amen, amen dico vobis, antequam Abraham fieret, ego sum12. Egli stesso disse che operava le stesse cose del Padre: Pater meus usque modo operatur, et ego operor... quaecunque enim ille fecerit, haec et Filius similiter facit13. Egli stesso disse di avere tutto ciò che ha il Padre: Quaecunque habet Pater mea sunt14. Se Cristo non fosse stato vero Dio, queste sarebbero state tutte bestemmie attribuendosi tante cose che spettano solo a Dio.

 

7. Per 4. si prova la divinità di Cristo uomo con quelle altre scritture, ove si dice che il solo Verbo, o Figlio di Dio si è incarnato: Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis15. Sic Deus dilexit mundum, ut filium suum unigenitum daret16. Proprio filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum17. Or se la persona del Verbo non si fosse unita ipostaticamente, cioè in una persona coll'umanità di Cristo, non si potrebbe dire che il Verbo si è incarnato, ed è stato mandato dal Padre a redimere il mondo. Perché se non


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vi fosse stata quest'unione personale tra il Verbo e l'umanità di Cristo, non vi sarebbe stata altra unione che morale di abitazione, o di affetto, o di grazia, o di doni, o di operazione: ed in questo caso si dovrebbe dire che anche il Padre e lo Spirito santo si fossero incarnati; poiché tutte queste sorte di unioni non sono proprie della sola persona del Verbo, ma competono egualmente al Padre ed allo Spirito santo, mentre Iddio queste unioni le ha avute cogli angeli e co' santi. Spesso Iddio ha mandati gli angeli per suoi legati; ma dice s. Paolo che non mai il Signore ha assunta la natura degli angeli: Nusquam enim angelos apprehendit, sed semen Abrahae apprehendit1. Sicché se vuole Nestorio che queste sorte di unioni bastino per dirsi il Verbo incarnato, dee dire che anche il Padre siasi incarnato, mentre anche il Padre colla sua grazia e coi doni celesti si è unito, ed ha moralmente abitato in Gesù Cristo, secondo quel che disse Gesù medesimo: Pater in me est... Pater in me manens etc.2 Così parimente dovrebbe dirsi che si è incarnato lo Spirito santo, mentre Isaia parlando del Messia disse: Et requiescet super eum spiritus Domini, spiritus sapientiae et intellectus3. Ed in s. Luca (4. 1.) si dice: Iesus autem plenus Spiritu sancto. Insomma in questo modo ogni giusto che ama Dio, potrebbe dirsi verbo incarnato, mentre disse il nostro Salvatore: Si quis diligit me... Pater meus diliget eum, et ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus4. Sicché Nestorio o deve ammettere che il Verbo non si è incarnato, o che si è incarnato ancora il Padre e lo Spirito santo. Con questo argomento lo strinse s. Cirillo5 dicendo: Quod unus sit Christus, eiusmodi in habitatione Verbum non fieret caro, sed potius hominis incola; et conveniens fuerit illum non hominem, sed humanum vocare, quemadmodum et qui Nazareth inhabitavit Nazarenus dictus est, non Nazareth. Quin imo nihil prorsus obstiterit... hominem vocari una cum Filio etiam Patrem et Spiritum sanctum; habitavit enim in nobis.

 

8. Potrei qui aggiungere tutti quei testi di scrittura in cui si parla di un solo Cristo sussistente in due nature, com'è quello di s. Paolo: Unus Dominus Iesus Christus, per quem omnia etc.6; ed altri simili: poiché Nestorio, ammettendo due persone in Cristo, già lo divide in due Signori, come ben riflette s. Cirillo, l'uno de' quali è la persona del Verbo che in Cristo abita, l'altra è la persona umana. Ma io non voglio più trattenermi nel citar luoghi della scrittura, che tante volte abbatte l'eresia di Nestorio, quante volte stabilisce il mistero dell'incarnazione.

 

9. Passo alla tradizione, in cui si è sempre conservata stabile la fede dell'unità della persona di Gesù Cristo nell'incarnazione del Verbo. Nel simbolo degli apostoli, che è stato la professione di fede insegnata dagli apostoli stessi, dicesi espressamente: Credo... in Iesum Christum Filium eius, unicum Dominum nostrum, qui conceptus est de Spiritu sancto, natus ex Maria Virgine etc. Dove quello stesso Cristo che è stato conceputo, che è nato ed è morto, è l'unico figlio di Dio nostro Signore. Ma ciò non potrebbe dirsi, se in Cristo, secondo Nestorio, vi fosse stata oltre la persona divina, anche l'umana; perché quegli che è nato ed è morto, non sarebbe stato l'unico figlio di Dio, ma un puro uomo.

 

10. Questa professione di fede si trova stesa più ampiamente nel simbolo niceno, in cui stabilirono quei padri la divinità di Gesù Cristo e la sua consostanzialità col Padre, e nel tempo stesso condannarono chiaramente l'eresia di Nestorio prima di nascere, dicendo: Credimus in unum Dominum Iesum Christum, Filium Dei, ex Patre natum unigenitum, idest ex substantia Patris, Deum ex Deo, lumen ex lumine, Deum verum ex Deo vero, natum non factum, consubstantialem Patri, per quem omnia facta sunt et quae in coelo et quae


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in terra; qui propter nos homines, et propter nostram salutem descendit, et incarnatus est, et homo factus; passus est et resurrexit tertia die etc. Ecco dunque che quel solo Gesù Cristo, che si dice Dio, unigenito del Padre e consostanziale al Padre, si dice uomo, nato, morto e risorto. Ciò chiaramente stabilisce l'unità della persona di Cristo in due nature distinte: cioè divina, per cui questo unico Cristo è Dio, ed umana, per cui lo stesso Cristo è nato, è morto ed è risorto. Questo medesimo simbolo fu approvato dal concilio generale II. che fu il costantinopolitano I. celebrato anche prima che Nestorio proferisse le sue bestemmie; e secondo lo stesso simbolo niceno fu Nestorio condannato nel concilio efesino generale III. contro lui celebrato. Il simbolo (attribuito a s. Atanasio) ecco come stabilisce il dogma contro Nestorio: Dominus noster Iesus Christus Deus et homo est... aequalis Patri secundum divinitatem, minor Patre secundum humanitatem; qui licet Deus sit et homo, non duo tamen, sed unus est Christus... unus omnino non confusione substantiae, sed unitate personae.

 

11. Ai detti simboli si uniscono le autorità de' santi padri, che hanno scritto prima che uscisse l'eresia di Nestorio. S. Ignazio martire1 dice così: Singuli communiter omnes ex gratia nominatim convenitis in una fide et uno Iesu Christo, secundum carnem ex genere Davidis, filio hominis et filio Dei. Ecco un Gesù figlio dell'uomo e figlio di Dio. S. Ireneo2 dice: Unum et eundem esse Verbum Dei, et hunc esse unigenitum, et hunc incarnatum pro salute nostra Iesum Christum. S. Dionisio Alessandrino in una lettera sinodica confuta Paolo Samosateno che diceva: Duas esse personas unius et solius Christi; et duos filios, unum natura filium Dei, qui fuit ante saecula, et unum homonyma Christum filium David. S. Atanasio3 dice: Homo una persona et unum animal est ex spiritu et carne compositum, ad cuius similitudinem intelligendum est Christum unam esse personam et non duas. S. Gregorio Nazianzeno4 scrive: Id quod non erat assumpsit, non duo factus, sed unum ex duobus fieri substinens; Deus enim ambo sunt id quod assumpsit, et quod est assumptum, naturae duae in unum concurrentes, non duo filii. S. Giovan Grisostomo5 scrive: Etsi enim (in Christo) duplex natura, verumtamen indivisibilis unio in una filiationis persona et substantia. S. Ambrogio6 dice: Non alter ex Patre, alter ex Virgine; sed item aliter ex Patre, aliter ex Virgine. E s. Girolamo contro Elvidio: Natum Deum ex Virgine credimus. Ed in altro luogo7 dice: Anima et caro Christi cum Verbo Dei una persona est, unus Christus.

 

12. Lascio per brevità le altre autorità de' santi padri, e vengo alle definizioni de' concilj. Il concilio efesino8 dopo aver maturamente esaminato colle scritture e colla tradizione il dogma cattolico, condannò Nestorio, e lo depose dalla sede di Costantinopoli nella seguente forma: Dominus noster Iesus Christus, quem suis ille blasphemis vocibus impetivit per ss. hanc synodum eundem Nestorium episcopali dignitate privatum, et ab universo sacerdotum consortio et coetu alienum esse definit. Lo stesso definì poi il concilio di Calcedonia, che fu il generale IV,9, ove si disse: Sequentes igitur ss. patres, unum, eumdemque confiteri Filium et Dominum nostrum Iesum Christum, consonanter omnes docemus, eumdem perfectum in Deitate, et eundem perfectum in humanitate, Deum verum et hominem verum... non in duas personas partitum aut divisum, sed unum eundemque Filium et unigenitum Deum Verbum Dominum Iesum Christum. Lo stesso definì il concilio costantinopolitano III, che fu il generale VI, nell'azione ultima. E lo stesso definì ancora il concilio niceno II, che fu il generale VII, nell'azione 7.


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Si risponde alle obbiezioni.

 

13. Si oppongono per 1. alcuni luoghi della scrittura, in cui si dice che l'umanità di Cristo è tempio ed abitazione di Dio: Solvite templum hoc, et in tribus diebus excitabo illud... Ille autem dicebat de templo corporis sui1. In altro luogo si dice: In ipso inhabitat omnis plenitudo divinitatis corporaliter2. Si risponde. In questi testi non si nega l'unione personale del Verbo colla natura umana, anzi ivi maggiormente si conferma. Qual meraviglia dee farsi che il corpo di Cristo unito ipostaticamente coll'anima al Verbo divino si chiami tempio? Anche il nostro corpo unito all'anima si chiama casa e tabernacolo: Si terrestris domus nostra huius habitationis dissolvatur3. Nam et qui sumus in hoc tabernaculo, ingemiscimus gravati4. Siccome dunque il chiamare il corpo casa e tabernacolo non esclude l'unione personale coll'anima, così il nome di tempio non escludeva l'unione ipostatica del Verbo coll'umanità di Cristo; anzi questa unione ben l'espresse lo stesso Salvatore con quelle parole che soggiunse, et in tribus diebus excitabo illud, in ciò dimostrò che non solo era uomo, ma ancora Dio. Nell'altro testo poi più chiaramente si dimostra la divinità di Cristo, dicendo san Paolo che in esso abitava corporalmente la pienezza della divinità, dichiarandolo così vero Dio e vero uomo, secondo le parole di s. Giovanni: Et Verbum caro factum est.

 

14. Si oppone per 2. il testo dello stesso apostolo: In similitudinem hominum factus, et habitu inventus ut homo5. Ecco dunque dicono che Cristo fu uomo simile a tutti gli altri uomini. Si risponde che l'apostolo aveva poco prima espresso che Cristo era Dio ed eguale a Dio: Qui cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratus est esse se aequalem Deo6. Onde le parole seguenti altro non dinotano se non che il Verbo divino, essendo Dio, si era fatto uomo simile agli altri uomini; ma non che era puro uomo come tutti gli altri uomini.

 

15. Oppongono per 3. che ogni natura dee avere il proprio sussistente: il sussistente, o sia supposito proprio della natura umana è l'umana persona: se dunque in Cristo non vi fu la persona umana, non fu Cristo vero uomo. Si risponde che non è necessario alla natura avere il proprio sussistente, quando vi è un altro sussistente superiore e più nobile, il quale fa le veci del proprio, e che eminentemente sostiene la natura. Così fu in Cristo, in cui il Verbo fu il sostenente ambedue le nature, il quale certamente fu più perfetto del sostenente umano, ed egli terminò l'umana natura, che da lui restò più perfezionata. E perciò in Gesù Cristo, benché non vi fu la persona umana, ma solamente la divina del Verbo; nondimeno egli fu vero uomo, perché la natura umana ebbe la sussistenza nel medesimo Verbo, che l'assunse e l'unì a se stesso.

 

16. Si oppone per 4. Ma se l'umanità di Cristo ebbe l'anima ed il corpo, già fu ella compita e perfetta; dunque in Cristo, oltre la persona divina, vi fu anche l'umana. Si risponde che l'umanità di Cristo fu compita in ragion di natura, perché niente le mancava, ma non già in ragion di persona, perché la persona in cui sussisteva la natura e che la terminava, non era persona umana, ma divina; e pertanto non può dirsi che in Cristo vi furono due persone, mentre una sola persona, cioè quella del Verbo, sostenne e terminò la natura divina ed umana.

 

17. Si oppone per 5. che s. Gregorio Nisseno e s. Atanasio han chiamata talvolta l'umanità di Cristo casa, domicilio e tempio del Verbo Dio. Di più lo stesso s. Atanasio, Eusebio di Cesarea e s. Cirillo l'hanno chiamata istrumento della divinità. S. Basilio chiamò Cristo Deifero; s. Epifanio e s. Agostino Hominem Dominicum: s. Ambrogio e s. Agostino nell'inno Te Deum dissero


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che il Verbo assunse l'uomo. Si risponde che questi medesimi padri, come vedemmo di sopra, chiaramente hanno espresso che Cristo è vero Dio e vero uomo; onde se qualche loro detto è oscuro, ben si spiega cogli altri che son chiari. S. Basilio chiamò Cristo uomo Deifero, non già per ammettere in Cristo la persona umana, ma per abbattere l'errore di Apollinare, il quale negava a Cristo l'anima ragionevole: volendo s. Basilio con ciò dimostrare che il Verbo aveva assunta l'anima ed il corpo. S. Ambrogio e s. Agostino, dicendo che il Verbo assumpsit hominem, han presa la parola hominem per l'umanità.

 

18. È bene qui confutare brevemente anche l'errore di Felice e di Elipando vescovi, i quali (come si scrisse nella storia al capo V. num. 39.) dissero che Gesù Cristo come uomo non fu figliuolo naturale di Dio, ma solamente adottivo. Questa opinione fu condannata da più concilj ed anche appresso da Adriano papa e Leone III. Il dottissimo Petavio1 dice che ella non è eretica, ma almeno è temeraria e prossima all'errore; poiché almeno mediatamente è opposta all'unità della persona di Cristo, il quale anche come uomo dee dirsi figlio naturale di Dio, non già adottivo, per evitare che in Cristo possano dirsi due figli di Dio, l'uno naturale e l'altro adottivo. All'incontro che Gesù Cristo anche come uomo debba dirsi figlio naturale di Dio, vi sono più ragioni; ma la ragione più chiara, espressa nella scrittura è questa: Iddio Padre ab aeterno genera il suo Figlio unigenito, e continuamente lo genera, come si ha nel salmo 2. verso 7.: Dixit ad me: Filius meus es tu; ego hodie genui te. Ond'è che siccome il divin Figliuolo prima dell'incarnazione fu generato senza avere la carne a sé personalmente unita, così poi quando assunse l'umanità, fu generato, ed è sempre generato colla natura umana ipostaticamente unita alla sua persona divina. Quindi parlando l'apostolo di Cristo come uomo, gli applicò il testo citato di Davide: Sic et Christus non semetipsum clarificavit, ut pontifex fieret, sed qui locutus est ad eum: Filius meus es tu, ego hodie genui te2. Sicché Gesù Cristo anche secondo l'umanità è vero Figlio naturale di Dio3.




1 1. 22. et 23.



2 Isa. 7. 14.



3 1. 14.



4 Philip. 2. 5.



5 1. Epist. 1. 16.



6 Actor. 20. 28.



7 1. Cor. 2. 8.

1 Rom. 9. 5.



2 Matth. 16. 15.



3 3. 17.



4 9. 13.



5 1. 11.



6 2. Ep. 1. 17.



7 1. 18.



8 Rom. 8. 32.



9 Io. 10. 30.



10 Ib. 38.



11 Ioan. 14. 8.



12 Io. 8. 58.



13 Io. 5. 17.



14 Io. 16. 13.



15 Io. 1. 11.



16 Io. 3. 16.



17 Rom. 8. 32.

1 Hebr. 2. 16.



2 Ioan. 14. 10.



3 Isa. 11. 2.



4 Io. 14. 23.



5 Dialog. 9.



6 1. Cor. 8. 6.

1 Ep. ad Eph. n. 20.



2 L. 3. c. 26. al. 18. n. 2.



3 L. de Incar. Verbi n. 2.



4 Orat. 31.



5 Ep. ad Caesar.



6 De Incar. c. 5.



7 Tr. 49. in Io.



8 T. 3. Conc. p. 115. etc.



9 Act. 5.

1 Ioan. 2. 19. et 21.



2 Coloss. c. 2. 9.



3 2. Cor. 5. 1.



4 Ibid. v. 4.



5 Phil. 2. 7.



6 Ibid. vers. 6.

1 L. 7. c. 4. n. 11. et c. 5. n. 8.



2 Hebr. 5. 5.



3 Vedi Tournely comp. theol. t. 4. part. 2. Incarn. c. 3. a. 7. p. 800. et signanter p. 817.






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