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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 1. In Cristo vi sono le due nature divina ed umana distinte, impermiste, inconfuse ed intiere, sussistenti inseparabilmente nella stessa ipostasi o sia persona del Verbo.

 

3. Questo dogma si prova dalle stesse scritture che si sono addotte contro Ario e contro Nestorio, nelle quali si dice che Cristo è Dio ed uomo; poiché siccome non potrebbe egli dirsi Dio, se non avesse la perfetta natura divina, così non potrebbe dirsi uomo, se non avesse la perfetta natura umana. Ma veniamo a porre questa verità in maggior chiarezza. Nel vangelo di s. Giovanni al capo 1. dopo essersi detto che il Verbo è Dio: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum; nel verso 14. si asserisce che la natura umana è stata dal Verbo assunta: Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis. Quindi s. Leone


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nella sua lettera a s. Flaviano scrisse: Unus idemque (quod saepe dicendum est) vere Dei filius et vere hominis filius. Deus per id quod in principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum: homo per id quod Verbum caro factum est, et habitavit in nobis. Deus per id quod omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil: homo per id quod factus est ex muliere, factus sub lege.

 

4. Manifestamente si dimostrano ancora le due nature in Cristo nel celebre testo di s. Paolo1 più volte da noi citato: Hoc enim sentite in vobis, quod et in Christo Iesu, qui cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratus est esse se aequalem Deo, sed semetipsum exinanivit formam servi accipiens; in similitudinem hominum factus, et habitu inventus ut homo. Qui dall'apostolo si ammette in Cristo la forma di Dio, secondo cui è eguale a Dio; e la forma di servo, secondo cui si è esinanito, e si è fatto simile agli uomini. Or la forma di Dio e la forma di servo non possono essere la stessa forma, o sia la stessa natura: perché se fosse la stessa natura umana, non potrebbe dirsi Cristo eguale a Dio; all'incontro se fosse la stessa natura divina, non potrebbe Cristo dirsi esinanito e fatto simile agli uomini. Dunque bisogna dire che in Cristo vi sono due nature: la divina, per cui è eguale a Dio, e l'umana, per cui si è fatto simile all'uomo.

 

5. Inoltre da questo testo si fa chiaro che le due nature in Cristo sono impermiste ed inconfuse, ritenendo ciascuna le sue proprietà; perché se la natura divina in Cristo si fosse mutata, egli fatt'uomo non sarebbe più Dio; il che è contrario a ciò che dice s. Paolo in altro luogo2. Ex quibus est Christus secundum carnem, qui est super omnia Deus benedictus in saecula. Sicché Cristo è Dio insieme ed uomo secondo la carne. Se la natura umana fosse assorbita dalla divina, oppure mutata in sostanza divina, come diceano gli Eutichiani, per quel che si legge presso Teodoreto nel dialogo Inconfusus, dove l'Eraniste Eutichiano diceva: Ego dico mansisse divinitatem, ab hac vero absorptam esse humanitatem... ut mare mellis guttam si accipiat, statim enim gutta illa evanescit maris aquae permixta... Non dicimus deletam esse naturam, quae assumpta est, sed mutatam esse in substantiam divinitatis. Se fosse ciò vero, Gesù Cristo non potrebbe dirsi più uomo, come è chiamato negli evangelj ed in tutto il nuovo testamento, e com'è chiamato da s. Paolo nel luogo citato, e nella prima lettera a Timoteo3: Homo Christus Iesus, qui dedit redemptionem semetipsum pro omnibus. Né più potrebbe dirsi esinanito nella natura umana, se questa si fosse cambiata nella divinità. Se poi la natura umana si fosse mescolata colla divina, Cristo non sarebbe più né vero Dio, né vero uomo, ma sarebbe una terza specie di cosa; il che è contrario a quanto c'insegna la scrittura. Onde bisogna conchiudere che le due nature in Cristo sono impermiste ed inconfuse, e ciascuna ritiene le sue proprietà.

 

6. Ciò si conferma da tutte quelle altre scritture, che affermano aver Cristo vero corpo e vera anima al corpo unita; e da ciò si fa chiaro che la natura umana in Cristo rimase intiera, non mescolata, né confusa colla divina, come rimase intiera la divina. Che poi Cristo ebbe un vero corpo l'afferma s. Giovanni, contro Simone Mago, Menandro, Saturnino ed altri, che volevano in Cristo un corpo fantastico. Ecco come parla s. Giovanni4: Omnis spiritus qui confitetur Iesum Christum in carne venisse, ex Deo est; et omnis spiritus, qui solvit Iesum (la lezione greca dice così: qui non confitetur Iesum in carne venisse), ex Deo non est; et hic est antichristus. S. Pietro5 scrive così: Peccata nostra ipse pertulit in corpore suo super lignum. S. Paolo6 scrive: Reconciliavit in corpore carnis eius per mortem. Ed in altro luogo7 mette


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in bocca di Cristo le parole del salmo 39: Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi. Lascio altri luoghi, ove si parla del corpo. Parlando poi dell'anima di Cristo, in s. Giovanni1 disse il medesimo Signore: Animam meam pono pro ovibus meis. E nel vers. 17.: Ego pono animam meam, ut iterum sumam eam; nemo tollit eam a me, sed ego pono eam. Ed in s. Matteo2: Tristis est anima mea usque ad mortem. E l'anima sua benedetta fu quella che si separò in morte dal suo sacrosanto corpo: Et inclinato capite tradidit spiritum3. Dunque Cristo ebbe vero corpo e vera anima, uniti fra di loro, e per conseguenza fu vero uomo; e questo corpo e quest'anima furono intieri in Cristo dopo l'unione ipostatica, come apparisce da' luoghi citati, ove si parla di essi dopo l'unione. Dunque non può mai dirsi che la natura umana restasse assorbita dalla divina, o cambiata in essa.

 

7. Il tutto inoltre si conferma da quei testi, in cui si attribuisce a Cristo ciò che solo può competere alla natura umana e non alla divina, e si attribuisce ancora alla natura divina ciò che solo può competere alla natura divina e non all'umana. Il che dimostra che in Cristo vi è unita la natura divina ed umana. Per quel che appartiene alla prima parte, è certo che la natura divina non può esser conceputa, non può nascere, non può crescere, non aver fame, non sete, non può stancarsi, non può piangere, non può patire, né può morire, perché è indipendente, impassibile ed immortale; ma ciò solo compete alla natura umana. Ora Gesù Cristo è stato conceputo, è nato da Maria, come sta in san Matteo capo 1. ed in san Luca capo 1. Gesù crebbe in età, come sta in san Luca (2. 52.): Et Iesus proficiebat sapientia et aetate et gratia apud Deum et homines. Gesù digiunò ed ebbe fame4: Et cum ieiunasset quadraginta diebus et quadraginta noctibus, postea esuriit. Gesù dicesi lasso dal cammino5: Iesus ergo fatigatus ex itinere, sedebat sic supra fontem. Gesù pianse6: Videns civitatem, flevit super eam. Gesù patì morte7: Factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. E8: Et haec dicens expiravit. E9: Iesus autem iterum clamans voce magna, emisit spiritum. Di più non può competere alla natura divina il pregare, l'ubbidire, il sacrificarsi, l'umiliarsi ed altri atti simili, che dalla scrittura sono attribuiti a Gesù Cristo. Dunque tutti questi atti competono a Gesù secondo la natura umana; e perciò dopo l'incarnazione egli è vero uomo.

 

8. Per quello poi che spetta alla seconda parte, è certo che la natura umana non può essere consostanziale al Padre, non può avere tutto ciò che ha il Padre, non può operare tutto ciò che opera il Padre, non può essere eterna, non onnipotente, non onniscia, non immutabile. Ma tutti questi attributi per proprietà dalla scrittura si attribuiscono a Gesù Cristo, come abbiam dimostrato contro Ario e contro Nestorio; dunque in Gesù Cristo non solo vi è la natura umana, ma anche la divina. Sta molto ben posto questo argomento da s. Leone nella citata sua lettera a s. Flaviano; onde non posso tralasciarlo. Nativitas carnis manifestatio est humanae naturae: partus virginis divinae est virtutis indicium: infantia parvuli ostenditur humilitate cunarum: magnitudo Altissimi declaratur vocibus angelorum. Similis est redimentis homines, quem Herodes impius molitur occidere; sed Dominus est omnium, quem magi gaudentes veniunt suppliciter adorare. Cum ad praecursoris sui baptismum venit, ne lateret quod carnis velamine divinitas operatur, vox Patris de coelo intonans dixit: Hic est Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui. Sicut hominem diabolica tentat astutia, sic Deo angelica famulantur officia. Esurire, sitire, lassescere, atque dormire evidenter humanum est: quinque panibus


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quinque millia hominum satiare, largiri Samaritanae aquam vivam etc. sine ambiguitate dicendum est. Non eiusdem naturae est flere miserationis affectu amicum mortuum, et eundem quatriduanae aggere sepulturae ad vocis imperium excitare redivivum: aut in ligno pendere, et in noctem luce conversa, omnia elementa tremefacere: aut clavis transfixum esse, et paradisi portas fidei latroni aperire. Non eiusdem naturae est dicere: Ego et Pater unum sumus; et dicere: Pater maior me est.

 

9. Si aggiunge alla scrittura la tradizione, con cui sempre si è conservata la fede delle due nature in Cristo. Nel simbolo degli apostoli si attribuisce a Cristo la natura divina: Credo in Iesum Christum Filium ius unicum Dominum nostrum: ecco la natura divina: Qui conceptus est de Spiritu sancto, natus est ex Maria Virgine, passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus, et sepultus est; ecco la natura umana. Nel simbolo niceno e costantinopolitano si spiega la natura divina così: Et in unum Dominum Iesum Christum Filium Dei... Deum verum de Deo vero, natum non factum, consubstantialem Patri, per quem omnia facta sunt. E poi la natura umana: Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit, et incarnatus est de Spiritu sancto ex Maria Virgine, et homo factus est; passus, crucifixus, mortuus; et resurrexit tertia die.

 

10. Inoltre l'eresia di Eutiche prima di nascere era stata già condannata dal concilio costantinopolitano I., i cui padri nella lettera sinodica a s. Damaso papa scrissero: Se agnoscere Verbum Dei ante saecula omnino perfectum, et perfectum hominem in novissimis diebus pro nostra salute factum esse. E s. Damaso nel sinodo romano1 avea già definito contro Apollinare che in Cristo vi fu corpo ed anima intelligente e ragionevole; e che non avea patito nella divinità, ma nella umanità. Nel concilio efesino fu approvata la seconda lettera di s. Cirillo a Nestorio, dove si esprime il dogma delle due nature in Cristo impermiste ed inconfuse: Neque enim dicimus Verbi naturam per sui mutationem carnem esse factam, sed neque in totum hominem transformatam ex anima et corpore constitutam. Asserimus autem Verbum, unita sibi secundum hypostasim carne animata, rationali anima, inexplicabili, incomprehensibilique modo hominem factum, et hominis filium extitisse... Et quamvis naturae sint diversae, veram tamen unionem coeuntes, unum nobis Christum et Filium effecerunt. Non quod naturarum differentia propter unionem sublata sit, verum quod divinitas et humanitas, secreta quadam ineffabilique coniunctione in una persona, unum nobis Iesum Christum et Filium constituerint.

 

11. A' concilj si aggiungono le autorità de' santi padri che hanno scritto anche prima dell'eresia di Eutiche: e queste autorità si riferiscono in fine dell'azione II. del concilio di Calcedonia; e Petavio2 ne rapporta una gran quantità. Io ne addurrò solo alcune. S. Ignazio martire3 esprime così le due nature in Cristo: Medicus unus est et carnalis et spiritualis, genitus et ingenitus, seu factus et non factus, in homine existens Deus, in morte vita vera, et ex Maria et ex Deo, primum passibilis, et tunc impassibilis, Iesus Christus Dominus noster. S. Atanasio scrisse due libri contro Apollinare predecessore di Eutiche. S. Ilario4 dice: Nescit plane vitam suam, nescit qui Christum Iesum ut verum Deum, ita et verum hominem ignorat. S. Gregorio Nazianzeno scrisse5: Missus est quidem, sed ut homo; duplex enim erat in eo natura. S. Anfilochio presso Teodoreto nel dialogo Inconfusus, scrisse: Discerne naturas, unam Dei, alteram hominis; neque enim ex Deo excidens homo factus est, neque proficiscens ex homine Deus. S. Ambrogio6: Servemus distinctionem divinitatis et carnis: unus in utraque loquitur Dei Filius, quia in eodem


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utraque natura est. S. Gio. Grisostomo1: Neque enim (propheta) carnem dividit a divinitate, neque divinitatem a carne; non substantias confundens, absit, sed unionem ostendens... Quando dico eum fuisse humiliatum, non dico mutationem, sed humanae susceptae naturae demissionem. S. Agostino2 scrisse: Neque enim illa susceptione alterum eorum in alterum conversum, atque mutatum est; nec divinitas quippe in creaturam mutata est, ut desisteret esse divinitas; nec creatura in divinitatem, ut desisteret esse creatura.

 

12. Lascio qui altro gran numero delle autorità de' padri, che furon considerate da quasi 600. padri del concilio di Calcedonia fatto contro Eutiche, i quali nell'azione V. definirono: Sequentes igitur ss. patres unum eundem confiteri Filium et Dominum nostrum Iesum Christum consonanter omnes docemur eundem perfectum in deitate, et eundem perfectum in humanitate, Deum verum et hominem verum; eundem ex anima rationali et corpore; consubstantialem Patri secundum deitatem, consubstantialem nobiscum secundum humanitatem; ante saecula quidem de Patre genitum secundum deitatem, in novissimis autem diebus eundem propter nos et propter nostram salutem ex Maria Virgine Dei genitrice secundum humanitatem, unum eundem Christum, Filium, Dominum, unigenitum in duabus naturis inconfuse, immutabiliter, indivise, inseparabiliter agnoscendum: nusquam sublata differentia naturarum propter unitionem, magisque salva proprietate utriusque naturae, et in unam personam, atque substantiam concurrentes. Si aggiunge che gli stessi padri dopo aver letta la lettera dogmatica di san Leone a s. Flaviano gridarono nel concilio concordemente: Haec patrum fides; haec apostolorum fides; omnes ita credimus: orthodoxi ita credunt. Anathema est qui ita non credit. Petrus per Leonem locutus est. I concilj susseguenti hanno confermata la stessa fede; specialmente il concilio costantinopolitano II. nel can. 8. disse: Si quis ex duabus naturis deitatis et humanitatis confitens unitatem factam esse, vel unam naturam Dei Verbi incarnatam dicens, non sic eam excipit, sicut patres docuerunt, quod ex divina natura et humana, unione secundum substantiam facta, unus Christus effectus est, sed ex talibus vocibus unam naturam, sive substantiam deitatis, et carnis Christi introducere conatur; talis anathema sit. Il concilio costantinopolitano III. ripeté le stesse parole del concilio di Calcedonia; ed il niceno II. nella definizione della fede disse: Duas naturas confitemur eius, qui incarnatus est propter nos ex intemerata Dei genitrice semper virgine Maria, perfectum eum Deum et perfectum hominem cognoscentes.

 

13. Giova qui aggiungere due ragioni teologiche del dogma. La prima: se in Cristo dopo l'incarnazione fosse stata assorbita la natura umana dalla divinità, come voleano gli Eutichiani, anderebbe a terra tutto il mistero della nostra redenzione; poiché in tal caso o bisognerebbe negare la passione e la morte di Gesù Cristo, o bisognerebbe dire che la divinità ha patito ed è morta, il che fa orrore allo stesso lume naturale.

 

14. La seconda ragione è questa: se dopo l'incarnazione in Cristo è rimasta una sola natura, ciò ha potuto accadere, o perché l'una delle due nature siasi cambiata nell'altra; o perché amendue siansi fra di loro mescolate e confuse, e ne abbiano formata una sola; o perché amendue senza confusione, unite fra loro, abbian formata una terza natura, come dall'unione dell'anima e del corpo vien formata la natura umana. Ma nulla di ciò ha potuto avvenire nell'incarnazione, e per conseguenza le due nature divina ed umana sono rimaste intere colle loro proprietà in Gesù Cristo.

 

15. E per 1. non ha potuto essere che l'una delle due nature si cambiasse nell'altra, perché in tal caso o la natura


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divina sarebbesi mutata nell'umana, e ciò ripugna alla fede ed anche al lume naturale, che la divinità sia soggetta a cambiamento quantunque leggiero. Se poi la natura umana fosse stata assorbita e cambiata nella divina, avrebbe da dirsi che la divinità in Cristo è nata, ha patito, è morta ed è risorta; il che parimente ripugna alla fede ed alla ragion naturale, essendo la divinità eterna, impassibile, immortale ed immutabile. Di più se la divinità ha patito ed è morta, dunque ha patito ed è morto ancora il Padre e lo Spirito santo, perché la stessa unica divinità è insieme del Padre, del figlio e dello Spirito santo. Inoltre se la divinità è stata conceputa ed è nata, dunque Maria santissima non ha conceputo e partorito Cristo secondo una natura a se stessa consostanziale, e per conseguenza non può dirsi più madre di Dio. Finalmente se in Cristo l'umanità è stata assorbita dalla divinità, Cristo non ha potuto esser nostro redentore, mediatore e pontefice del nuovo testamento, come c'insegna la fede; perché questi officj ricercano preghiere, offerte ed umiliazioni, che non possono adempirsi dalla divinità.

 

16. Pertanto affatto non può dirsi per 1. che la natura umana di Cristo siasi cambiata nella divina, e tanto meno che la divina siasi mutata nell'umana. Per 2. non ha potuto avvenire che le due nature siansi fra loro mescolate e confuse, ed abbian formata una sola natura in Cristo; poiché in tal caso la divinità sarebbesi mutata, e divenuta una cosa nuova; anzi in Cristo non vi sarebbe più né divinità, né umanità, ma una natura che non sarebbe né divina, né umana; onde Cristo non sarebbe più né vero Dio, né vero uomo. Per 3. non ha potuto essere che le due nature, inconfuse e distinte tra di loro, unite poi insieme abbian formata una terza natura comune ad ambedue; perché questa natura comune non può nascere che da due parti, le quali unite scambievolmente si perfezionano; altrimenti se una parte non riceve, ma perde delle sue perfezioni nell'unione coll'altra, non resterà mai perfetta, qual era prima. Ora in Cristo la natura divina non ha ricevuta alcuna perfezione dall'umana, e non ha potuto perderne alcuna, ma è rimasta perfetta qual era; e perciò non ha formata coll'umana una terza natura comune. Inoltre la natura comune non nasce che da più parti, le quali naturalmente esigono la scambievole unione, come accade nell'unione dell'anima col corpo; ma ciò non può esser in Cristo, in cui né la natura umana esige naturalmente l'unione col Verbo, né il Verbo esige l'unione colla natura umana.

 




1 Ad. Philip. 2. 6.



2 Rom. 9. 5.



3 C. 2. v. 6.



4 Ep. 1. c. 4. vers. 2. et 3.



5 Ep. 1. c. 2. v. 14.



6 Ep. ad Col. c. 1. v. 22.



7 Hebr. c. 10. v. 5.

1 C. 10. v. 15.



2 C. 26. v. 38.



3 Ioan. 19. 30.



4 Matth. 4. 2.



5 Io. 4. 6.



6 Luc. 19. 41.



7 Philip. 2. 8.



8 Luc. 23. 46.



9 Matth. 27. 50.

1 Vide t. 2. concil. p. 900. et 964.



2 L. 3. de Incarn. c. 6. e 7.



3 Ep. ad Ephes. n. 7.



4 L. 9. de Trin.



5 Orat. de Nativ.



6 L. 2. de fide c. 9. alias 4. n. 77.

1 In psal. 44. n. 4.



2 L. 1. de Trinit. c. 7. n. 14.




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