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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 2. Si risponde alle obbiezioni.

 

17. Possono opporsi in primo luogo alcune scritture, le quali par che dinotino conversione di una natura nell'altra, com'è quella di s. Giovanni (1. 14.): Et Verbum caro factum est; quasi dinotasse che il Verbo si fosse convertito in carne. E quell'altra di s. Paolo, ove dicesi del Verbo: Semetipsum exinanivit, formam servi accipiens1. Dunque la natura divina si è mutata. Si risponde al primo testo: che il Verbo non si è mutato in carne; ma si è fatto carne, assumendo l'umanità in unità di persona, senza che in questa unione patisse veruna mutazione. Così anche si dice di Gesù Cristo: Factus pro nobis maledictum2, in quanto che egli ha voluto addossarsi la maledizione da noi meritata, per liberarci da quella. Scrive s. Giovan Grisostomo che le stesse parole che sieguono nel detto testo spiegano questa risposta: Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis, et vidimus gloriam eius, gloriam quasi unigeniti a Patre. Il che dimostra la differenza delle due nature; poiché dicendosi il Verbo aver abitato in noi, ben si fa chiaro ch'egli è diverso da noi, essendo ben diversa la cosa che abita, da quella che vien abitata. Ecco come parla il santo3: Quid enim subiicit? Et habitavit in nobis. Non enim mutationem illam incommutabilis illius


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naturae significavit, sed habitationem et commorationem: porro id quod habitat non est idem cum eo quod habitatur, sed diversum. E si noti che qui s. Giovanni non meno distrugge l'eresia di Eutiche, che quella di Nestorio; poiché opponendo Nestorio che il Verbo abita solo nella natura umana per le dette parole et habitavit in nobis, vien confutato dalle parole antecedenti Verbum caro factum est, le quali non dinotano una mera abitazione, ma una vera unione colla natura umana in una persona; ed all'incontro opponendo Eutiche che il Verbo si dice fatto carne, ciò vien confutato dalle parole susseguenti et habitavit in nobis, le quali dimostrano che il Verbo non si è cangiato in carne, anche dopo l'unione colla carne, ma è rimasto Dio qual era, senza confusione della natura divina coll'umana.

 

18. Né dee far ombra la voce fatto carne; perché tal maniera di dire non sempre dinota conversione di una cosa in un'altra, ma dinota alle volte una cosa aggiunta o sopravvenuta ad un'altra: come per esempio quel che dicesi nel capo 2 vers. 7. della Genesi di Adamo, factus est homo in animam viventem, dinota che al corpo già formato fu unita l'anima, non già che il corpo si convertì in anima. È bella la risposta di s. Cirillo nel dialogo de Incarnatione Unigeniti: At si Verbum, inquiunt, factum est caro, iam non amplius mansit Verbum, sed potius desiit esse quod erat. Atqui hoc merum delirium et dementia est, nihilque aliud quam mentis erratae ludibrium. Censent enim, ut videtur, per hoc factum est necessaria quadam ratione mutationem alterationemque significari. Ergo cum psallunt quidam et factus est nihilominus in refugium; et rursus Domine, refugium factus est nobis, quid respondebunt? Anne Deus, qui hic decantatur, desinens esse Deus, mutatus est in refugium, et translatus est naturaliter in aliud, quod ab initio non erat? Cum itaque Dei mentio fit, si ab alio dicatur illud factus est, quo pacto non absurdum atque adeo vehementer absurdum existimare mutationem aliquam per id significari, et non potius conari id aliqua ratione intelligere, pudenterque ad id quod Deo maxime convenit accommodari? s. Agostino con bel modo spiega come il Verbo si è fatto carne senz'alcuna mutazione1: Neque enim, quia dictum est: Deus erat Verbum, et Verbum caro factum, sic Verbum caro factum est, ut esse desineret Deus; quando in ipsa carne: quod Verbum caro factum est, Emmanuel natum est, nobiscum Deus. Sicut Verbum quod corde gestamus fit vox, cum id ore proferimus, non tamen illud in hanc commutatur; sed, illo integro, ista in qua procedat, assumitur; ut et intus maneat quod intelligatur, et foris sonet quod audiatur. Hoc idem tamen profertur in sono, quod ante sonuerat in silentio. Atque ita Verbum, cum fit vox, non mutatur in vocem, sed manens in mentis luce, et assumpta carnis voce, procedit ad audientem, ut non deserat cogitantem.

 

19. Al secondo luogo exininavit semetipsum, è chiara la risposta dallo stesso che abbiam detto; poiché il Verbo si è esinanito non già con perdere quello ch'era, ma assumendo quel che non era; giacché, essendo egli Dio nella natura divina eguale al Padre, prese la forma di servo, formam servi accipiens, facendosi nella natura assunta minor di suo Padre, ed umiliandosi in quella sino a morire in croce: Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis; ma ciò non ostante ritenne la sua divinità e l'esser eguale al Padre.

 

20. Ma non erano queste propriamente le obbiezioni degli Eutichiani: poiché essi non diceano che la natura divina si era convertita nell'umana, ma che l'umana erasi cambiata nella divina; e ricavavano a tal proposito alcuni passi dai santi padri da essi malamente intesi. Diceano per 1. che s. Giustino nella sua apologia seconda scrisse che nell'eucaristia il pane si converte nel corpo di Cristo, come il


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Verbo si fece carne. Ma rispondeano i cattolici che s. Giustino con ciò non altro volle dire se non che nell'eucaristia vi è il vero corpo di Cristo, siccome il Verbo veramente assunse e ritenne la carne umana, secondo apparisce dalle parole che sieguono nel luogo citato. E ciò si fa chiaro dallo stesso argomento del santo: poiché s. Giustino disse che, siccome nell'incarnazione il Verbo si fece carne, così nell'eucaristia il pane si fa corpo di Gesù Cristo, ma se avesse tenuto il santo, come dicono gli Eutichiani, che nell'incarnazione del Verbo l'umanità restò assorbita dalla divinità, non avrebbe potuto asserire che nell'eucaristia vi è il vero corpo del Signore.

 

21. Per 2. opponeano quel che disse s. Atanasio nel simbolo a lui attribuito: Sicut anima rationalis, et caro unus est homo, ita Deus et homo unus est Christus. Dal che deduceano delle due nature essersene fatta una. Ma si risponde che tali parole dinotano l'unità della persona in Cristo, non già l'unità delle nature: e ciò si fa chiaro dalle stesse parole unus est Christus; per Cristo si dinota propriamente la persona, non già la natura.

 

22. Opponeano per 3. che s. Ireneo, Tertulliano, s. Cipriano, s. Gregorio Nisseno, s. Agostino e s. Leone1 chiamano l'unione delle due nature col nome di mistura o mescolanza, e si vagliono di comparazioni prese da' liquori, che tra loro si mischiano. Si risponde con s. Agostino, nel luogo citato, che questi Padri non diceano ciò perché credessero la confusione delle due nature, ma per ispiegare l'intima loro unione, e che la divina erasi unita a tutte le parti dell'umana, siccome il colore si unisce a tutte le parti dell'acqua posta in un vaso. Ecco le parole di s. Agostino: Sicut in unitate personae anima unitur corpori, ut homo sit; ita in unitate personae Deus unitur homini, ut Christus sit. In illa ergo persona mixtura est animae et corporis; in hac persona mixtura est Dei et hominis; si tamen recedat auditor a consuetudine corporum, qua solent duo liquores ita commisceri, ut neuter servet integritatem suam, quamquam et in ipsis corporibus aeri lux incorrupta misceatur. È lo stesso scrisse prima Tertulliano.

 

23. Per 4. opponeano l'autorità di Giulio papa nella lettera a Dionisio vescovo di Corinto, in cui biasima coloro che ammetteano due nature in Cristo; indi l'autorità di s. Gregorio taumaturgo, del quale nel codice presso Fozio si citano queste parole: Non duae personae, neque duae naturae; non enim quatuor nos adorare dicimur. Ma si risponde con Leonzio2 che falsamente sono attribuite queste autorità a' detti padri; poiché la lettera di Giulio si crede opera di Apollinare, mentre s. Gregorio Nisseno cita varj frammenti della citata lettera, come di Apollinare, e li confuta. E lo stesso dice della opera del taumaturgo, che si crede fatta dagli Apollinaristi o dagli Eutichiani.

 

24. Opponeano per 5. quel che dice s. Gregorio Nisseno nell'orazione 4 contro Eunomio, cioè che la natura umana si era unita col Verbo divino. Ma si risponde che lo stesso s. Gregorio scrive che, non ostante tale unione, erano rimaste a ciascuna natura le loro proprietà; con queste parole: Nihilominus in utraque, quod cuique proprium est, intuetur. Finalmente opponeano gli Eutichiani che, se in Cristo fossero due nature, sarebbero ancora due persone. Ma a ciò ben si è risposto, rispondendo a Nestorio, alla confutazione VII. al num. 16, ove è dimostrato in qual modo in Cristo, sebbene vi siano due nature impermiste, con tutto ciò vi è una sola persona ed un solo Cristo.

 




1 Philip. 2. 7.



2 Gal. 3. 13.



3 S. Ioan. Chrysost. Hom. 11. in Ioan.

1 Serm. 187. al. 77. de tempore.

1 S. Iren. l. 2. advers. Haeres. c. 22. Tertull. apolog. c. 21. s. Cypr. de Vanit. Idol. s. Gregor. Nyss. catech. c. 25. S. Aug. ep. 137. al. 3. ad Volusian. s. Leo serm. 3. in die Natal.



2 Leont. de Sectis act. 4.




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