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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§.1. Della presenza reale del corpo e sangue di Gesù Cristo nell'eucaristia.

 

4. Come dunque abbiam notato di sopra, insegna il concilio di Trento4, che nelle specie sacramentali si contiene Gesù Cristo, vere realiter et substantialiter: vere, per ributtare la presenza figurata; poiché la figura si oppone alla verità: realiter, per ributtare la presenza immaginaria, che si apprende colla fede, come voleano i Sacramentarj: substantialiter, per ributtare quel che volea Calvino, dicendo che nell'eucaristia non vi è il corpo, ma solo la virtù di Cristo, per la quale


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egli a noi si comunica; ma errava anche Calvino, perché nell'eucaristia vi è tutta la sostanza di Gesù Cristo. Indi il concilio di Trento nel Can. 1 condanna chi dice esservi Cristo solamente in signo, vel figura, aut virtute.

 

5. La presenza reale si prova per 1. colle stesse parole di Gesù Cristo: Accipite et comedite: hoc est corpus meum, le quali sono riferite da s. Matteo 26 26, da s. Marco 14 22, da s. Luca 22 19 e da s. Paolo 1 Cor. 11 24. È regola certa e comunemente abbracciata dai Padri, come insegna s. Agostino1, che le parole della scrittura debbono intendersi nel proprio senso letterale, sempre che non vi sia qualche assurdo che ripugni: altrimenti, se tutte potessero spiegarsi in senso mistico, non vi sarebbe più alcun dogma di fede che si provasse dalle scritture; anzi sarebbe la scrittura una fonte di mille errori, dandovi ciascuno il senso figurato che gli piace. È una troppo enorme iniquità pertanto, dice il concilio nel detto cap. 1, il volere storcere le parole di Cristo a tropi finti, dopo che tre evangelisti e s. Paolo attestano essere state proferite da Cristo: Quae verba a sanctis evangelistis commemorata et a d. Paulo repetita, cum propriam illam significationem prae se ferant... indignissimum flagitium est ea ad fictitios tropos contra universum ecclesiae sensum detorqueri. Esclama s. Cirillo Gerosolimitano2: Cum ipse de pane pronunciaverit: Hoc est corpus meum, quis audebit deinceps ambigere? Et cum idem ipse dixerit: Hic est sanguis meus, quis dicet non esse eius sanguinem? Domandiamo agli eretici: potea Gesù Cristo, o no convertire il pane nel suo corpo? Non crediamo che alcun settario abbia ardire di negarlo; mentre ogni cristiano sa che Dio è onnipotente: Non erit impossibile apud Deum omne verbum3. Diranno forse: sappiamo che potea farlo, ma forse non ha voluto farlo. Dicono: forse non ha voluto farlo. Ma io ripiglio: se avesse voluto farlo, avrebbe potuto dichiarar questa sua volontà più chiaramente, che dicendo: Hoc est corpus meum? Altrimenti, quando Gesù medesimo interrogato da Caifas se era Figlio di Dio: Tu es Christus Filius Dei benedicti4? e Cristo rispose che tal era: Iesus autem dixit illi: Ego sum5, anche potrebbe dirsi ch'egli parlò figuratamente. Di più, se si concedesse a' Sacramentarj che le parole di Cristo Hoc est corpus meum si debbono intendere figuratamente, perché poi essi non concedono a' Sociniani che le parole simili di Cristo, il quale disse in s. Giovanni 10 30: Ego et Pater unum sumus, si debbano intendere moralmente dell'unione non di sostanza, ma di volontà, come le intendeano i Sociniani, negando che Cristo fosse Dio? Ma passiamo alle altre prove.

 

6. Si prova per 2. la presenza reale di Cristo nell'eucaristia dal capo sesto di s. Giovanni, ove Gesù stesso disse: Panis quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita6. I settarj dicono che in questo capo non si parla dell'eucaristia, ma solamente dell'incarnazione del Verbo. Non si nega che in questo capo a principio non si tratta dell'eucaristia, ma non può dubitarsi che dal numero 52 in poi non si parli che del sacramento dell'altare, come ammette anche Calvino7. E così l'intendono i santi padri ed anche i concilj. Poiché il concilio di Trento al cap. 2 della sessione 13 ed al capo 1 della sessione 22 cita più luoghi del detto cap. 6 di s. Giovanni per confermare la verità della presenza reale di Gesù nell'eucaristia; e il concilio niceno II. nell'azione 6 si servì delle parole dello stesso cap. 6 vers. 54: Nisi manducaveritis carnem filii hominis etc. per provare che nella messa si offerisce il vero corpo di Cristo. Sicché in questo capo promise il Signore di dare un giorno a' suoi fedeli in cibo la sua medesima carne: Panis quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita8. Colle quali parole si esclude la falsa interpretazione de' settarj, che


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dicono parlarsi qui della manducazione spirituale, che si fa per mezzo della fede, in credere l'incarnazione del Verbo: si esclude, dico, perché se ciò avesse voluto intendere il Signore, non avrebbe detto Panis quem ego dabo, ma Panis quem ego dedi; mentre il Verbo già si era incarnato, onde sin d'allora poteano i discepoli spiritualmente cibarsi di Gesù Cristo. Pertanto disse dabo; poiché allora non aveva ancora istituito questo sacramento, ma solo promesso. Ma sin d'allora disse che in questo sacramento vi era la vera sua carne: Panis quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita: commenta s. Tommaso1: Non dicit autem carnem meam significat, predicendo la bestemmia di Zuinglio; sed caro mea est; quia hoc quod sumitur, vere est corpus Christi. Seguì poi il Signore a dire: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus2. S. Ilario3, dopo aver citate le predette parole, soggiunge: De veritate carnis et sanguinis non est relictus ambigendi locus. Ed in verità se nell'eucaristia non vi fosse la vera carne e il vero sangue del Signore, queste parole del vangelo sarebbero state affatto false. Oltreché la distinzione di cibo e di bevanda non può aver luogo, se non nella manducazione del vero corpo, e nel bevere il vero sangue di Cristo, e non già nella manducazione spirituale fatta per fede, come fingono i novatori, la quale, essendo interna, fa che il cibo e la bevanda siano la stessa cosa e non due distinte.

 

7. Si prova di più tal verità nello stesso capo 6. di s. Giovanni da quel che dissero i Cafarnaiti, udendo tali parole di Cristo: Quomodo potest hic nobis carnem suam dare ad manducandum? vers. 53. Ed allora gli voltarono le spalle, e si partirono: Ex hoc multi discipulorum eius abierunt retro. Vers. 67. Or se nell'eucaristia non vi fosse realmente la carne di Cristo, poteva egli, anzi dovea per togliere lo scandalo quietarli subito, dicendo loro che si sarebbero cibati del suo corpo solo spiritualmente colla fede; ma no soggiunse loro, confermando quel che avea detto: Nisi manducaveritis carnem Filii hominis, et biberitis eius sanguinem, non habebitis vitam in vobis. Vers. 54. Ed agli apostoli che seco erano restati disse: Numquid et vos vultis abire? ed allora rispose s. Pietro: Domine, ad quem ibimus? Verba vitae aeternae habes; et nos credidimus et cognovimus quia tu es Christus Filius Dei vivi. Vers. 68. et 69.

8. Si prova per 3. la presenza reale di Gesù Cristo nell'eucaristia colle parole di s. Paolo: Probet autem seipsum homo... qui enim manducat et bibit indigne, iudicium sibi manducat et bibit, non diiudicans corpus Domini4. Si notino le parole non diiudicans corpus Domini, colle quali si dimostra non esser vero quel che dicono i settarj, venerarsi nell'eucaristia colla fede la sola figura del corpo di Gesù Cristo; perché, se ciò fosse vero, non avrebbe l'apostolo condannato come reo di morte eterna chi si comunica col peccato; intanto lo dichiara tale, in quanto, comunicandosi l'uomo indegnamente, non distingue il corpo di Gesù Cristo dagli altri cibi terreni.

 

9. Si prova per 4. dallo stesso apostolo, allorché parlando dell'uso di questo sacramento, scrisse: Calix benedictionis cui benedicimus, nonne communicatio sanguinis Christi est? et panis quem frangimus, nonne participatio corporis Domini est5? Si noti et panis quem frangimus, cioè che prima si offerisce a Dio nell'altare e poi si distribuisce al popolo, nonne participatio corporis Domini est? cioè quelli che lo ricevono, non si fanno partecipi del vero corpo di Cristo?

 

10. Si prova per 5. coi concilj. Questa verità fu insegnata prima dal concilio alessandrino, che fu poi approvato dal concilio costantinopolitano I. Poi dal concilio efesino furono approvati i 12. anatematismi di s. Cirillo contro Nestorio, ne' quali si affermava la reale presenza


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di Cristo nell'eucaristia. Indi dal concilio niceno II. nell'azione 6. fu riprovato come errore contro la fede il dire che nell'eucaristia siavi la sola figura e non il vero corpo di Cristo con queste parole: Dixit: Accipite, edite hoc est corpus meum... Non autem dixit: Sumite, edite imaginem corporis mei. Di poi nel concilio romano sotto Gregorio VII. nell'anno 1079. Berengario nella professione di fede confessò che il pane e il vino per la consacrazione si convertono sostanzialmente nel corpo e sangue di Cristo. Di più nel concilio IV. lateranese sotto Innocenzo III. nell'anno 1215. nel capo 1. si disse: Credimus corpus et sanguinem Christi sub speciebus panis et vini veraciter contineri, transubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem. Di più dal concilio di Costanza furon condannate le proposizioni di Wicleffo e di Hus, che diceano nell'eucaristia non esservi che verus panis naturaliter et corpus Christi figuraliter. Haec est figurativa locutio. Hoc est corpus meum; sicut ista: Ioannes est Elias. Dal concilio fiorentino per ultimo nel decreto dell'unione de' greci si dice: in azymo, sive in fermentato pane triticeo corpus Christi veraciter confici.

 

11. Si prova per 6. colla perpetua ed uniforme tradizione de' santi padri. S. Ignazio martire1: Eucharistiam non admittunt, quod non confiteantur eucharistiam esse carnem Salvatoris nostri Iesu Christi. S. Ireneo2: Panis percipiens invocationem Dei iam non communis panis est, sed eucharistia. Ed in altro luogo3 scrisse: Eum panem, in quo gratiae sunt actae corpus esse Christi et calicem sanguinis eius. S. Giustino martire4: Non hunc ut communem panem sumimus, sed quemadmodum per verbum Dei caro factus est. Iesus Christus carnem habuit etc. Vuole dunque che nell'eucaristia vi sia la stessa carne che il Verbo assunse. Tertulliano5: Caro corpore et sanguine Christi vescitur, ut et anima de Deo saginetur. Origene6 scrisse: Quando vitae pane et poculo frueris, manducas, et bibis corpus et sanguinem Domini. S. Ambrogio7 scrisse: Panis iste panis est ante verba sacramentorum; ubi accesserit consecratio, de pane fit caro Christi. S. Gio. Grisostomo8 scrisse: Quot nunc dicunt: vellem ipsius formam aspicere!... Ecce eum vides, ipsum tangis, ipsum manducas. Lo stesso scrissero s. Atanasio, s. Basilio e s. Gregorio Nazianzeno9. S. Agostino10 scrisse: Sicut mediatorem Dei et hominum, hominem Christum Iesum, carnem suam nobis manducandam, bibendumque sanguinem dantem fideli corde suscipimus. S. Remigio11: Licet panis videatur, in veritate corpus Christi est. S. Gregorio M.12: Quid sit sanguis agni, non iam audiendo, sed bibendo didicistis; qui sanguis super utrumque postem ponitur, quando non solum ore corporis, sed etiam ore cordis hauritur. S. Gio. Damasceno13: Panis ac vinum et aqua per s. Spiritus invocationem, et adventum mirabili modo in Christi corpus et sanguinem vertuntur.

 

12. Quindi resta confutata l'opinione di Zuinglio, il quale sopra le parole Hoc est corpus meum, interpretava la parola est per significat, e ne ricavava l'esempio dall'Esodo, ove si dice Est enim Phase (idest transitus) Domini14. Dicea Zuinglio: il mangiar l'agnello pasquale non era già il passaggio del Signore, ma lo significava. Questa interpretazione non è stata seguita che dai soli Zuingliani: poiché il prendere il verbo est per significat non può correre, se non dove la voce est non può avere la propria significazione; ma nel caso nostro tale interpretazione è contraria al proprio senso letterale; secondo il quale si debbono intendere le parole della scrittura, sempre che non ripugna il senso letterale. Inoltre la spiegazione di Zuinglio si oppone a


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quel che l'apostolo scrive, narrando le parole di Gesù Cristo: Hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur1. Il Signore non diede alla passione il solo segno o la sola significazione del suo corpo, ma diede il vero suo corpo. Dicono di più i Zuingliani che nella lingua siriaca o ebraica, in cui parlò Gesù Cristo nell'istituzione dell'eucaristia, non si trova il verbo significo; onde nel vecchio Testamento in vece di quello si usurpa il verbo sum; e pertanto la parola est dee prendersi per significat. Si risponde per 1. non esser vero che non sia stata usata la parola significo nelle scritture: vi sono molti luoghi, ove si vede usata, come nell'Esodo (16. 15.): Quod significat: Quid est hoc? ne' Giudici (14. 15.): Quid significet problema: in Ezechiele (17. 12.): Nescitis quid ista significent? Per 2. ancorché nella lingua ebraica o siriaca non si trovasse la parola significo, non perciò la parola est dovrebbe prendersi sempre per significat, ma solo quando ciò esigesse la materia di cui si tratta. Ma nel caso nostro necessariamente si dee intendere per est, come sta espresso già nel testo greco ne' vangeli e nell'epistola di s. Paolo; né la lingua greca è priva della parola significat.

 

13. Resta ancora confutata l'opinione di quei settarj che vogliono non esservi nell'eucaristia il corpo di Cristo, ma la sola figura del corpo. A ciò si la stessa risposta data di sopra, cioè che il Signore attestò esservi nell'eucaristia quello stesso suo corpo, che poi doveva essere crocifisso: Hoc est corpus meum quod pro vobis tradetur2. Gesù Cristo diede il suo corpo alla morte, non già la figura del suo corpo. E parlandosi poi del suo sangue, scrive s. Matteo (26. 28.): Hic est enim sanguis meus novi testamenti, (e poi) qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Cristo dunque sparse il vero suo sangue, non già la figura del sangue, poiché la figura si espone colla voce, o colla penna, o col pennello, ma non si sparge. Ma oppone il Picenino che s. Agostino3, parlando del luogo di s. Giovanni Nisi manducaveritis carnem filii hominis, dice che la carne del Signore è una figura per cui ci vien raccomandata la memoria della sua passione: Figura est praecipiens passione dominica esse communicandum. Rispondiamo: non si nega essere stata l'eucaristia istituita da Cristo per memoria della sua morte, come abbiamo in s. Paolo: Quotiescumque enim manducabitis panem hunc... mortem Domini annunciabitis4. Ma diciamo che nell'eucaristia il corpo di Cristo è vero corpo ed insieme è figura che ci ricorda la sua morte. E ciò intendea dire s. Agostino, il quale non mai dubitò che il pane consacrato nell'altare non sia il vero corpo di Gesù Cristo, come l'espresse altrove5: Panis quem videtis in altari, sanctificatus per verbum Dei corpus est Christi.

 

14. In quanto poi al sentimento di Calvino circa la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, non vi è bisogno di confutarlo, mentre Calvino si confutò da se stesso, con aver mutate mille opinioni su questo punto, parlando sempre ambiguamente. Si osservino monsignor Bossuet e Du Hamel6, che trattando a lungo questa materia, riferiscono i luoghi di Calvino: il quale ora dice che nell'eucaristia vi è la vera sostanza del corpo di Cristo, e poi dice in altro luogo7 che Cristo si unisce a noi per la fede, onde per presenza di Cristo intende una presenza di virtù; e ciò si conferma per quel che dice egli stesso in altro luogo8, ove scrive che Gesù Cristo tanto è presente a noi nell'eucaristia quanto nel battesimo: ora chiama miracolo questo sacramento dell'altare; ma poi in altro luogo9 ripone il miracolo nel dire che il fedele è vivificato dalla carne di Cristo, mentre scorre dal cielo in terra una


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virtùpotente: ora dice che anche gli indegni nella cena ricevono il corpo di Cristo, ma in altro luogo1 dice che il Signore si riceve da' soli eletti. In somma Calvino sopra questo dogma molto faticò per non parere eretico co' zuingliani, né cattolico colla chiesa romana. Ma i suoi discepoli ben fecero intendere qual era il vero sentimento di Calvino, cioè che nella comunione della cena si riceve il corpo di Cristo, o per meglio dire, si riceve la virtù del corpo per mezzo della fede. Ecco la confessione di fede che i ministri di Calvino, presentarono ai prelati nel colloquio di Poissy, come riferisce monsignor Bossuet2: Crediamo che il corpo e il sangue sono veramente uniti al pane ed al vino, ma di un modo sacramentale, cioè non giusta la natural posizione de' corpi, ma in quanto significano che Dio il corpo e il sangue a coloro che li ricevono veramente per la fede. Ed è celebre la proposizione che in quel colloquio, come scrive il Tuano3, proferì in pubblico Teodoro Beza primo discepolo di Calvino, e ch'era appieno imbevuto de' suoi sentimenti. Disse: È tanto lontano Gesù Cristo dalla cena, quanto è lontano il cielo dalla terra. Onde i prelati di Francia stesero la vera confessione tutta opposta a' calvinisti, dicendo: Crediamo che nel sacramento dell'altare vi sia realmente e transostanzialmente il vero corpo e sangue di Gesù Cristo sotto le specie del pane e del vino, per virtù della divina parola pronunziata dal sacerdote ecc.

 




4 Sess. 13. c. 3.

1 L. 3. de doctr. christ. c. 10.



2 Cath. Mystag. 4.



3 Luc. 1. 37.



4 Matth. 14. 61.



5 Vers. 62.



6 Io. 6. 32.



7 Instit. l. 4. c. 17. §. 1.



8 Io. 6. 52.

1 Lect. 9. in Ioan.



2 Ioan. 6. 56.



3 L. 8. de Trin. n. 13.



4 1. Cor. 11. 22. et 29.



5 1. Cor. 10. 16.

1 Ep. ad Smyrnens. ap. Theodoret. dialog. 3.



2 L. adv. Haer. c. 18. al. 34.



3 L. 4. c. 34.



4 Apol. 2.



5 L. Resurrect. c. 8.



6 Hom. 5. in divers.



7 L. 4. de sacram. c. 4.



8 Hom. ap. Pop. Antioch.



9 Apud Antoin. de Euch. theol. univ. c. 4. §. 1.



10 L. 2. contr. Adversar legis. c. 9.



11 In ep. 1 ad Cor. c. 10.



12 Hom. 22. in evang.



13 L. 4. Orthod. c. 14.



14 Exod. 12. 11.

1 1. Cor. 11. 24.



2 Ibid.



3 L. 3. de doctr. Christ. c. 16.



4 1. Cor. 11. 26.



5 S. Aug. serm. 83. de divers. n. 227.



6 Bossuet. Ist. delle Variaz. t. 2. l. 9. al n. 36 Du Hamel theol. de euch. c. 3.



7 Calvin. Inst. l. 4. c. 17. n. 33.



8 Id. opusc. 864.



9 Id. opusc. 845.

1 Calvin. inst. cit. l. 4. c. 17. n. 33.



2 T. 2. l. 9.



3 L. 28. c. 48.






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