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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 2. Della transostanziazione, cioè della conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo.

 

22. Lutero prima lasciò in arbitrio di ciascuno il credere o non credere la transostanziazione, ma poi mutò sentenza, e nell'anno 1522. nel libro che scrisse contro il re Errico VIII. disse: Nunc transubstantiare volo sententiam meam; antea posui nihil referre sic sentire de transubstantiatione, nunc autem decerno impium et blasphemum esse, si quis dicat transubstantiari3. E concluse che rimaneva nell'eucaristia insieme col corpo e col sangue del Signore anche la sostanza del pane e del vino; onde scrisse: Corpus Christi esse in pane, sub pane, cum pane, sicut ignis in ferro candente. E pertanto chiamò la presenza di Cristo nell'eucaristia Impanationem e più presto Consubstantiationem, cioè associazione della sostanza del pane e del vino colla sostanza del corpo e sangue di Gesù Cristo.

 

23. Ma il concilio di Trento insegna che tutta la sostanza del pane e del vino passa ad esser corpo e sangue di Cristo. Così dichiarò nel cap. 4. della Sess. 13., e questa conversione dice chiamarsi dalla chiesa transostanziazione; onde poi nel Can. 2 si disse: Si quis dixerit in sacrosancto eucharistiae sacramento remanere substantiam panis et vini, una cum corpore et sanguine D.N. I. Christi; negaveritque mirabilem illam, et singularem conversionem totius substantiae panis in corpus et totius substantiae vini in sanguinem, manentibus dumtaxat speciebus panis et vini, quam quidem conversionem catholica ecclesia aptissime transubstantiationem appellat; anathema sit. Si notino le parole mirabilem illam et singularem conversionem totius substantiae. Si dice per 1. mirabilem per dinotare che tal conversione è mistero a noi nascosto, che non si può da noi comprendere. Per 2. singularem, perché nella natura non vi è altro esempio di tal conversione. Per 3. conversionem, perché ella non è una semplice unione col corpo di Cristo, come fu l'unione ipostatica, per cui le due nature, divina ed umana, si unirono nella sola persona di Cristo, restando ambedue intiere e distinte; il che non è così nell'eucaristia, dove la sostanza del pane e del vino non si unisce, ma tutta si muta e converte nel corpo e sangue di Cristo. Per 4. si dice totius substantiae, per distinguere tal conversione dalle altre sorte di conversioni, com'è quella del cibo in carne del vivente, o come fu quella fatta da Cristo dell'acqua in vino, e quella di Mosè della verga in serpente; perché in tutte quelle rimanea la materia, e la sola forma si mutava, ma nell'eucaristia si muta la materia e la forma del pane e del vino, non restandone altro che le sole specie, cioè la sola apparenza, come spiega il concilio, remanentibus


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dumtaxat speciebus panis et vini.

 

24. È poi comune la sentenza che questa conversione non si fa per creazione del corpo di Cristo, perché la creazione si fa dal niente, ma questa conversione si fa dal pane, convertendosi la sostanza di quello nella sostanza del corpo di Cristo. Né si fa coll'annichilazione della materia del pane e vino: perché l'annichilazione importa la distruzione totale della materia; onde il corpo di Cristo si convertirebbe ad esser corpo dal nulla, ma nell'eucaristia la sostanza del pane passa nella sostanza di Cristo, sicché non passa dal nulla. Né si fa colla trasmutazione della sola forma, come voleva un certo autore, restando la stessa materia, come avvenne nell'acqua mutata in vino, e nella verga mutata in serpente. Scoto disse che la transostanziazione è un'azione adottiva del corpo di Cristo nell'eucaristia, ma questa opinione non è stata seguita dagli altri, poiché l'adozione non importa conversione col passaggio da sostanza in sostanza. E neppure può dirsi azione unitiva, perché questa suppone due estremi che esistono nel punto che si uniscono. Onde diciamo col maestro s. Tommaso che la consacrazione opera in tal modo, che se il corpo di Cristo non vi fosse in cielo, comincierebbe ad essere nell'eucaristia; la consacrazione realmente ed in istanti, come scrive s. Tommaso1, riproduce il corpo di Cristo sotto le presenti specie del pane, perché essendo questa azione sacramentale, esige che vi sia il segno esterno, in cui sta la ragion di sacramento.

 

25. Ha dichiarato poi il concilio di Trento2, che vi verborum sotto le specie del pane vi è il solo corpo di Gesù Cristo, e sotto quelle del vino il solo sangue; di più che per concomitanza naturale e prossima, sotto ambedue le specie col corpo e col sangue vi è anche l'anima del Signore; e per concomitanza soprannaturale e rimota vi è la divinità del Verbo, per l'unione ipostatica che il Verbo ha col corpo e coll'anima di Cristo, ed anche del Padre e dello Spirito santo per l'identità di essenza che hanno il Padre e lo Spirito santo col Verbo. Queste sono le parole del concilio: Semper haec fides in ecclesia Dei fuit statim post consecrationem verum Domini nostri corpus, verumque eius sanguinem sub panis et vini specie, una cum ipsius anima et divinitate existere; sed corpus quidem sub specie panis et sanguinem sub vini specie ex vi verborum: ipsum autem corpus sub specie vini et sanguinem sub specie panis, animamque sub utraque vi naturalis illius connexionis et concomitantiae, qua partes Christi Domini, qui iam ex mortuis resurrexit, non amplius moriturus, inter se copulantur: divinitatem porro propter admirabilem illam eius cum corpore et anima hipostaticam unionem.

 

26. Si prova poi la transostanziazione colle stesse parole di Cristo, Hoc est corpus meum. Il pronome hoc, secondo gli stessi Luterani, significa il corpo realmente presente del Salvatore. Se vi sta il corpo di Cristo, dunque non vi sta più la sostanza di pane. Se vi stesse il pane, e per la voce hoc si volesse dinotare il pane, la proposizione sarebbe falsa, volendosi intendere le parole, Hoc est corpus meum, così: questo pane è il mio corpo; mentre è falso che il pane è il corpo di Cristo. Ma, dirà alcuno, prima di proferirsi la voce corpus, la parola hoc a chi si riferisce? Si risponde, come già si è accennato di sopra, che non si riferisce né al pane, né al corpo, ma s'intende neutralmente, cioè questa cosa che si contiene sotto queste specie di pane, non è pane, ma è il corpo mio. E che così s'intenda, si prova dalla comune autorità de' santi padri. S. Cirillo Gerosolimitano3 scrive: Aquam aliquando (Christus) mutavit in vinum in Cana Galilaeae sola voluntate, et non erit dignus cui credamus quod vinum in sanguinem transmutasset? S. Gregorio Nisseno4: Panis statim per verbum


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trasmutatur sicut dictum est a verbo: Hoc est corpus meum. S. Ambrogio1: Quantis utimur exemplis, ut probemus non hoc esse quod natura formavit, sed quod benedictio (cioè la parola divina) consecravit, maioremque vim esse benedictionis, quam naturae, quia benedictione etiam natura ipsa mutatur. S. Gio. Damasceno2 scrive: Panis ac vinum et aqua per sancti Spiritus invocationem et adventum mirabili modo in Christi corpus et sanguinem vertuntur. Lo stesso scrive Tertulliano, s. Gio. Grisostomo e s. Ilario3.

27. Si prova di più coll'autorità dei concilj, e specialmente per 1. del concilio romano sotto Gregorio VII., dove Berengario confessò di credere: Panem et vinum, quae ponuntur in altari, in veram et propriam ac vivificatricem carnem et sanguinem Iesu Christi substantialiter converti per verba consecratoria. Per 2. del concilio lateranese IV., ove nel capo 1. si dice: Idem ipse sacerdos et sacrificium Iesus Christus, cum corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continetur, transubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem potestate divina etc. E per 3. del concilio di Trento Sess. 13., ove nel can. 2. trascritto di sovra al num. 21. fu condannato chi negasse: Mirabilem illam conversionem totius substantiae panis in corpus et vini in sanguinem... quam conversionem catholica ecclesia aptissime transubstantiationem appellat.

 




3 Lutherus l. contra Regem Angliae.

1 Part. 3. q. 75. a. 7.



2 Sess. 13. c. 3.



3 Catech. 4. Mystag.



4 Orat. catech. c. 37.

1 De Initiand. c. 9.



2 L. 4. Orthod. fidei c. 14.



3 Tertullian. l. 4. contr. Marcion. cap. 4. Chrysost. Hom. 4. in una cor. s. Hil. l. 8. de Trin.






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