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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 3. Del modo come sta Gesù Cristo nell'eucaristia; e qui si risponde alle difficoltà filosofiche de' sacramentarj.

 

32. Prima di rispondere in particolare ai dubbj filosofici che oppongono i settarj, circa il modo con cui sta il corpo di Cristo nel sacramento, bisogna persuadersi che in materia di fede i santi padri non hanno atteso ai principj della filosofia, ma all'autorità delle scritture e della chiesa; persuasi che Dio può fare più cose che la nostra corta mente non può capire. Noi non giungiamo ad intendere i segreti della natura delle creature, or come possiam comprendere dove possa o no giungere la potenza di Dio, ch'è il Signore delle creature e della natura? Ora udiamo i dubbj. Oppongono quei che negano la presenza reale di Gesù Cristo


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nell'eucaristia, che quantunque Dio sia onnipotente, non può fare però quelle cose che tra loro ripugnano. Quindi dicono che ripugna lo star Cristo in cielo, e star anche in terra realmente; dove, come noi crediamo, sta non in un solo, ma in molti luoghi. Ecco come il concilio di Trento1 risponde a queste difficoltà dei miscredenti: Nec enim haec inter se pugnant, ut ipse Salvator noster semper ad dexteram Patris in coelis assideat iuxta modum existendi naturalem, et ut multis nihilominus aliis in locis sacramentaliter praesens sua substantia nobis adsit, ea existendi ratione, quam etsi verbis exprimere vix possumus, possibilem tamen esse Deo, cogitatione per fidem illustrata, assequi possumus, et constantissime credere debemus. Insegna dunque il concilio che il corpo di Gesù Cristo in cielo sta in modo naturale, ma in terra vi sta in modo sacramentale, cioè sovrannaturale, che dal nostro corto intendimento non si può comprendere: siccome parimente non sappiamo comprendere, come nella Trinità le tre divine persone sono la stessa essenza; e come nell'incarnazione del Verbo in Gesù Cristo vi è la sola persona divina, che suppone due nature, la divina e l'umana.

 

33. Ma, dicono, ripugna ad un corpo umano il moltiplicarsi in più luoghi. Noi diciamo che nell'eucaristia non si moltiplica il corpo di Gesù Cristo; perché il Signore non vi sta definitive, come determinato a tal luogo e non ad altro, ma vi sta sacramentalmente e sotto le specie del pane e del vino; onde in tutti i luoghi ove si trovano le specie del pane e del vino consacrato, vi sta presente Gesù Cristo. E per tanto la moltiplicità della presenza di Cristo non proviene dal moltiplicarsi il suo corpo in più luoghi, ma dalla moltiplicità delle consacrazioni del pane e del vino fatte da' sacerdoti in diversi luoghi. Ma come può essere che il corpo di Gesù Cristo stia in più luoghi nello stesso tempo senza moltiplicarsi? Rispondiamo: per provare che ciò non può essere, dovrebbero avere i contrarj una piena cognizione de' corpi gloriosi e de' luoghi; e saper distintamente che cosa sia luogo, e qual esistenza possono avere i corpi gloriosi. Ma se tali cose sorpassano la debolezza delle nostre menti, chi mai può aver l'ardire di negare che il corpo del Signore possa esser presente in più luoghi, avendoci Dio rivelato per mezzo delle divine scritture che Gesù Cristo è realmente esistente in ogni ostia consacrata? Ma, replicano, ciò non si può da noi comprendere: e noi di nuovo rispondiamo che per ciò l'eucaristia è mistero di fede, perché non può la nostra mente comprenderlo; e non giungendo noi a poterlo comprendere, è temerità il dire che non può essere, dopo che ci è stato da Dio rivelato, giacché non possiamo noi decidere colla nostra ragione cose, alle quali la nostra ragione non giunge.

 

34. Dicono inoltre che ripugna il dire che il corpo di Gesù Cristo sia sotto le specie senza estensione e senza la sua quantità: mentre è di essenza al corpo l'essere esteso, e quanto egli è; né Dio può togliere alle cose la loro essenza, e per conseguenza dicono che il corpo di Cristo non può stare senza occupare un luogo corrispondente alla sua quantità; e perciò non può trovarsi in una piccola ostia, ed in ogni particella dell'ostia, come noi diciamo. Rispondiamo che sebbene Dio non possa togliere l'essenza, ben può non però togliere le proprietà dell'essenza; non può togliere al fuoco l'essenza di fuoco, ma può impedire al fuoco la proprietà di bruciare, come avvenne in persona di Daniele e suoi compagni, che posti nella fornace non furono lesi dal fuoco. E così, benché Dio non possa fare che un corpo esista senza estensione e senza la sua quantità, può nondimeno far che quello non occupi luogo, e stia intiero in ogni parte delle specie sensibili che lo contengono a modo di sostanza. Onde siccome la sostanza del pane e del vino stava


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prima sotto le sue specie, senza occupar luogo, e tutta in ciascuna parte delle specie, così il corpo di Cristo, in cui si converte la sostanza del pane, non occupa luogo, e sta tutto in ogni parte delle specie. Ecco come lo spiega s. Tommaso1: Tota substantia corporis Christi continetur in hoc sacramento post consecrationem, sicut ante consecrationem continebatur ibi tota substantia panis. E soggiunge2: Propria autem totalitas substantiae continetur indifferenter in pauca vel magna quantitate; unde et tota substantia corporis et sanguinis Christi continetur in hoc sacramento.

 

35. Posto ciò, non è vero che il corpo di Cristo nell'eucaristia vi sta senza la sua quantità; egli vi sta con tutta la sua quantità, non già in modo naturale, ma soprannaturale; sicché non vi sta circumscriptive, cioè secondo la misura della propria quantità, corrispondente alla quantità del luogo, ma vi sta, come si è detto, sacramentaliter per modo di sostanza. E quindi è che Gesù Cristo nel sacramento non esercita alcuna azione dipendente dai sensi; onde sebbene esercita gli atti di intelletto e di volontà, non esercita però gli atti corporali della vita sensitiva, i quali richiedono una certa sensibile ed esterna estensione negli organi del corpo.

 

36. E così anche non è vero che nel sacramento sta Gesù Cristo senza estensione. Vi sta il suo corpo, e vi sta esteso, ma la sua estensione non è esterna, o sia sensibile e locale, ma interna in ordine a sé; onde, benché tutte le parti si ritrovino nello stesso luogo, nondimeno una parte non è confusa coll'altra. Sicché Gesù Cristo sta nel sacramento colla estensione interna, ma in quanto all'esterna e locale vi sta inesteso ed indivisibile, e tutto in ciascuna parte dell'ostia a modo di sostanza, come si è detto di sopra, senza occupar luogo. E quindi è che il corpo del Signore, non occupando luogo, non si può muovere da un luogo in un altro, e solo per accidente si muove, movendosi le specie sotto le quali si contiene: siccome avviene anche nelle nostre persone, che, movendosi il corpo, per accidente si muove anche l'anima, la quale neppure è capace di occupare alcun luogo. Del resto l'eucaristia è sacramento di fede, mysterium fidei; onde siccome noi non comprendiamo tante cose di fede, così non dobbiamo pretendere di comprendere tutto ciò che la fede per mezzo della chiesa c'insegna di questo sacramento.

 

37. Ma come gli accidenti, oppongono, del pane e del vino possono stare senza la lor sostanza, o sia il loro soggetto? Rispondiamo esser già nota la quistione se diansi gli accidenti distinti dalla materia. La sentenza più comune l'afferma: del resto, prescindendo da tal controversia, dal concilio lateranese, dal fiorentino, e dal tridentino tali accidenti son chiamati specie. Di legge ordinaria questi accidenti o siano specie non possono stare senza il soggetto, ma ben lo possono di legge straordinaria e soprannaturale. Di legge ordinaria l'umanità non può stare senza la propria sussistenza, ma ciò non ostante è di fede che l'umanità di Cristo ebbe la sussistenza umana, ma la sola divina, che fu la persona del Verbo. Come dunque l'umanità di Cristo unita ipostaticamente al Verbo sussistette senza la persona umana, così nell'eucaristia le specie possono stare senza soggetto, cioè senza la sostanza del pane, poiché la loro sostanza si converte nel corpo di Cristo. Perloché tali specie nulla hanno di reale, ma per divina virtù fanno le veci del loro primiero soggetto, ed operano come ancor ritenessero la sostanza di pane e di vino; ed allorché si corrompono, e si generano vermi, quella è nuova materia creata da Dio, dalla quale nascono quei vermi; ed allora Gesù Cristo lascia di esservi presente, come insegna san Tommaso3. All'incontro per quel che riguarda la sensazione degli


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organi nostri, il corpo di Cristo nell'eucaristia né si vede né si tocca immediatamente in sé, mentre non vi sta in modo sensibile, ma solo mediatamente in quanto alla specie sotto le quali si contiene, e così dee intendersi quel che dice s. Giovanni Grisostomo1: Ecce eum vides, ipsum tangis, ipsum manducas.

 

38. È di fede poi che Gesù Cristo nell'eucaristia vi sta permanentemente, e prima dell'uso della comunione, contro quel che dicono i Luterani, come dichiarò il concilio di Trento, assegnandone la ragione: In eucharistia ipse sanctitatis auctor ante usum est: nondum enim eucharistiam de manu Domini apostoli susceperant, cum vere tamen ipse affirmaret corpus suum esse, quod praebebat2. E siccome vi sta Gesù Cristo prima dell'uso, così anche vi sta dopo l'uso, come sta espresso nel can. 4.: Si quis dixerit... in hostiis, seu particulis consecratis quae post communionem reservantur, vel supersunt, non remanere verum corpus Domini; anathema sit.

 

39. Ciò si prova non solo dall'autorità e dalla ragione, ma anche dalla pratica antica della chiesa, giacché ne' primi secoli la comunione per causa delle persecuzioni si faceva ancora nelle case private e nelle grotte, come scrive Tertulliano3: Non sciet maritus, quid secreto ante omnem cibum gustes; et si sciverit panem, non illum esse credat, qui dicitur, cioè il corpo di Cristo. Lo stesso scrive s. Cipriano4, attestando che a suo tempo i fedeli si portavano l'eucaristia nelle loro case, per comunicarsi a tempo opportuno. Lo stesso scrisse s. Basilio5 a Cesaria Patricia, e l'esortò che non potendosi trovare per la persecuzione alla pubblica comunione, tenesse seco l'eucaristia, affin di comunicarsi in caso di pericolo. S. Giustino martire6 scrive che da' diaconi portavasi l'eucaristia agli assenti. S. Ireneo7 si lamenta con Vittore papa, che avendo omesso di celebrar la pasqua, avea con ciò privati della comunione molti preti, che non avean potuto intervenire alle pubbliche adunanze, mentre a questi impediti mandavasi allora l'eucaristia in segno di pace. Ecco le parole del santo: Cum tamen qui te praecesserunt praesbyteris, quamvis id minime observarent, eucharistiam transmiserunt. S. Gregorio Nazianzeno8 narra che Orgonia sua sorella, stando con gran fede davanti il sacramento presso di sé nascosto, fu liberata dal morbo che pativa. S. Ambrogio9 riferisce che s. Satiro, portando sospesa al collo l'eucaristia superò il pericolo del naufragio.

 

40. Vi sono sovra di ciò più altri esempi, che ne adduce il dotto p. d. Agnello Cirillo nel suo libro intitolato: Ragguagli teologici ecc. circa la fine alla pagina 363. Ed ivi poi fa vedere con buone ragioni, quanto sia improbabile l'opinione di un moderno autore anonimo, il quale vuole non esser lecito amministrar la comunione fuori della messa colle particole preconsecrate, e riposte nella custodia. Ma contro di ciò scrive il p. Mabillon10, che l'uso di dar la comunione fuori della messa principiò nella chiesa di Gerusalemme sin dal tempo di s. Cirillo, per causa che non era possibile il dir la messa, ogni volta che voleano comunicarsi i pellegrini, che ivi concorreano in gran numero. Questa costumanza poi passò dalla chiesa orientale alla nostra occidentale; onde Gregorio XIII. nell'anno 1584 stabilì nel suo rituale il modo come i sacerdoti debbono dar l'eucaristia al popolo fuori della messa. Questo rituale poi fu confermato dal papa Paolo V. nel 1614, dove al capo de sacram. eucharistiae sta ordinato: Sacerdos curare debet, ut perpetuo aliquot particulae consecratae eo numero, quae usui infirmorum et aliorum, si noti, fidelium communioni satis


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esse possint, conserventur in pixide. Inoltre abbiamo che il pontefice Benedetto XIV. nella sua lettera enciclica Certiores, data ai 12 di novembre 1742, chiaramente approvava la comunione fuori della messa con queste parole: De eodem sacrificio participant praeter eos quibus a sacerdote celebrante tribuitur in ipsa missa portio victimae a se oblatae, ii etiam quibus sacerdos eucharistiam praeservari solitam ministrat.

 

41. Giova qui avvertire su di tal materia, che va in giro un certo decreto della s.c. de' riti ai 2 di settembre dell'anno 1741, in cui si vieta di dar la comunione al popolo nelle messe de' morti colle particole preconsecrate, estraendo la pisside dalla custodia, per ragione che con paramenti negri non si può dar la benedizione, come si pratica, a coloro che si sono comunicati. Ma scrive il nominato P. Cirillo pag. 368, che questo decreto non obbliga per non essere stato approvato dal pontefice, che in quel tempo era Benedetto XIV. E ciò in verità ben si deduce dal vedere che il medesimo pontefice, avendo già prima quando era arcivescovo di Bologna nel suo libro del Sacrificio della messa approvata la sentenza del dotto Merati, che ben si potea nella messa de' morti dar la comunione colle particole preconsecrate; essendo poi fatto papa, e ricomponendo il detto trattato della messa, non si prese pensiero di ritrattar la sua sentenza, come avrebbe fatto se avesse avuto per valido, ed avesse approvato il supposto decreto, il quale era già stato formato nel suo pontificato. Aggiunge il nominato p. Cirillo, aver egli inteso da un consultore della stessa congregazione de' santi riti, che quantunque nell'anno 1741 fu formato il decreto, nondimeno più consultori non vollero sottoscriverlo, e perciò quello restò sospeso, e non si pubblicò.

 

42. Ritornando poi a' settarj che negano la presenza del corpo di Gesù Cristo fuori dell'uso, io non so come possono rispondere al concilio niceno I., dove nel can. 13. si ordinò che a' moribondi si amministrasse la comunione in ogni tempo; ma ciò non avrebbesi potuto osservare, se non si fosse conservata l'eucaristia. E ciò fu di poi particolarmente ordinato dal concilio lateranese IV. can. 20, ove si disse: Statuimus quod in singulis ecclesiis chrisma et eucharistia sub fideli custodia conservetur. Lo stesso fu confermato poi dal concilio di Trento1. Presso i greci sin da' primi secoli si conservava l'eucaristia nelle custodie di argento fatte a forma di colombe o di torrette, che teneansi sospese sopra gli altari, come si legge nella vita di s. Basilio, e nel testamento di Perpetuo vescovo di Durs2.

43. Oppongono i contrarj quel che scrive Niceforo3, cioè che nella chiesa greca si usava darsi a' bambini i frammenti che restavano dopo la comunione: dunque, dicono, l'eucaristia non si conservava. Si risponde che ciò non faceasi ogni giorno, ma solamente nella feria quarta e sesta, quando si purificava la pisside; dunque negli altri giorni ben si conservava. Oltreché sempre si conservavano le particole per gl'infermi. Oppongono di più, che le parole Hoc est corpus meum, non furono dette da Cristo avanti, ma dopo la manducazione, come si legge in s. Matteo4: Accepit Iesus panem, et benedixit, ac fregit, deditque discipulis suis, et ait: Accipite et comedite, hoc est corpus meum. Si risponde con Bellarmino che in questo testo non si attende l'ordine delle parole, poiché tal ordine è diverso secondo i diversi vangelisti su questa materia dell'eucaristia. S. Marco5, parlando della consacrazione del calice, dice: Et accepto calice... et biberunt ex illo omnes, et ait illis: Hic est sanguis meus. Da ciò sembra che le parole Hic est sanguis meus, anche sieno state dette dopo la sunzione del sangue: ma dal contesto de' vangelisti si raccoglie per certo, che le parole Hoc est corpus meum ed Hic est sanguis


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meus furono dette dal Signore prima di porgere le specie del pane e del vino.

 




1 Sess. 13. c. 1.

1 Part. q. 76. a. 1.



2 Ibid. ad 3.



3 Part. q. 76. a. 5. ad 3.

1 Hom. 60. ad Pop.



2 Sess. 13. c. 3.



3 L. 2. ad Uxor. c. 5.



4 Tract. de Lapsis.



5 Ep. 289. ad Caesar. Patriciam.



6 Apol. 2. p. 97.



7 Ep. ad Victor. Pont.



8 Orat. 11.



9 Orat. de obitu fratris Satyri.



10 Liturg. Gallican. l. 2. c. 9. n. 26.

1 Sess. 13. c. 6.



2 Vedi Tournely t. 2. de euch. p. 175. n. 5.



3 Histor. l. 17. c. 25.



4 26. 26.



5 14. 23. e 24.




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