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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 1. Del libero arbitrio

 

1. Come scrissi nella storia delle eresie, gli errori di Lutero, di Calvino e de' loro discepoli, che sempre hanno aggiunto errori ad errori, sono quasi innumerabili; specialmente come notai col Prateolo, parlando dell'eresia di Calvino1, si contano 207. errori di Calvino contro la fede, ed un altro autore ne numera sino a 1400. Qui pertanto ho preso a confutare gli errori più principali di Calvino, come degli altri novatori; poiché la confutazione degli altri errori si trova presso il Bellarmino, il Gotti ed altri molti autori che l'han fatta. Uno dei capitali errori di Calvino fu quello di dire che solo Adamo ebbe il libero arbitrio, ma col suo peccato, non solo da esso, ma da tutti i suoi posteri si è perduta la libertà, onde il libero arbitrio, come dice Calvino, è diventato titulus sine re. Ma questo errore è stato condannato dal concilio di Trento con uno speciale anatema nella sess. 6, al can. 5: Si quis liberum hominis arbitrium post Adae peccatum amissum et extinctum esse dixerit, aut rem esse de solo titulo, imo titulum sine re, figmentum denique a Satana invectum in ecclesiam; anathema sit.

 

2. Il libero arbitrio contiene due libertà, l'una chiamata di contraddizione, quale è quella di fare o tralasciare un'azione: l'altra si chiama di contrarietà, ch'è di fare un'azione o di fare l'opposta, come di fare bene o male. Ambedue queste libertà ben sono rimaste all'uomo, come abbiamo dalla scrittura. La prima contraddizione di fare o non fare il bene, l'abbiamo da diversi testi: Deus ab initio constituit hominem, et reliquit illum in manu consilii sui. Adiecit mandata et praecepta sua; si volueris mandata servare, conservabunt te2. In arbitrio viri erit, sive faciat, sive non faciat3. Potuit transgredi, et non


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est transgressus1. Nonne manens tibi manebat, et venumdatum in tua erat potestate2? Sub te erit appetitus eius, et tu dominaberis illius3. La libertà poi di contrarietà l'abbiamo da altri testi: Quod proposuerim vobis vitam et mortem, benedictionem et maledictionem4. Ante hominem vita et mors, bonum et malum; quod placuerit ei, dabitur illi5. Ed acciocché i settarj non restringano il senso di questi passi al solo stato dell'innocenza, aggiungiamo questi altri che parlano del tempo posteriore al peccato di Adamo: Ut Domino serviatis, optio vobis datur; eligite hodie quod placet, cui servire potissimum debeatis, utrum diis etc.6. Si quis vult post me venire, abneget semetipsum7. Qui statuit in corde suo firmus non habens necessitatem, potestatem autem habens suae voluntatis8. Dedi illi tempus, ut poenitentiam ageret, et non vult poenitere9. Si quis... aperuerit mihi ianuam, intrabo ad illum10. Vi sono molti altri testi consimili, ma questi bastano a far vedere essere rimasto all'uomo anche dopo il peccato originale il libero arbitrio. Oppone Lutero quel passo d'Isaia: Bene quoque, aut male, si potestis, facite11. Ma doveva accorgersi Lutero che il profeta ivi non parla agli uomini ma agli idoli, i quali, come dice Davide, non sono abili a far nulla: Os habent, et non loquentur; oculos habent, et non videbunt etc.12.

3. Posto ciò non basta, come voleano Lutero e Calvino co' Giansenisti, a meritare o demeritare la libertà della coazione, o sia violenza. E questa fu appunto la terza proposizione di Giansenio condannata come eretica: Ad merendum et demerendum in statu naturae lapsae non requiritur in homine libertas a necessitate sed sufficit libertas a coactione. In tal modo potrebbe dirsi che anche le bestie hanno il libero arbitrio, mentre senza violenza esse son portate spontaneamente, secondo la loro maniera, a seguire i piaceri sensibili; ma per la vera libertà dell'uomo bisogna ch'egli abbia la libertà dalla necessità, sì che resti indifferente ad eleggere quel che vuole, secondo scrive l'apostolo: Non habens necessitatem, potestatem autem habens suae voluntatis13. E questo è quel volontario che si richiede così a meritare, come a demeritare. S. Agostino14 parlando del peccato, scrive: Peccatum usque adeo voluntarium, cioè libero, com'egli stesso dopo lo spiega, malum est ut nullo modo sit peccatum, si non sit voluntarium. E ne apporta la ragione: Servos suos meliores esse Deus iudicavit, si ei servirent liberaliter; quod nullo modo fieri posset, si non voluntate sed necessitate servirent.

 

4. Dicono che Dio è quegli che in noi opera tutto il bene che facciamo, secondo parlano le scritture: Deus qui operatur omnia in omnibus15. Omnia enim opera nostra operatus est nobis16. Ipse faciam, ut in praeceptis meis ambuletis17. Rispondiamo: non v'ha dubbio che il libero arbitrio dopo il peccato, non già fu estinto, ma restò debilitato ed inclinato al male, come parla il concilio di Trento: Tametsi in eis liberum arbitrium minime extinctum esset, viribus licet attenuatum et inclinatum18. Inoltre non ha dubbio che Iddio fa tutto il bene in noi, ma lo fa insieme con noi, come scrive s. Paolo: Gratia autem Dei sum id quod sum... sed gratia Dei mecum19. Si noti sed gratia Dei mecum; Iddio ci eccita al bene colla grazia preveniente, e ci soccorre a perfezionarlo colla grazia adiuvante; ma vuole che anche noi uniamo alla sua grazia l'opera nostra, e perciò egli ci esorta a cooperare per quanto possiamo: Convertimini ad me20. Facite vobis cor novum21. Mortificate ergo membra vestra... expoliantes vos veterem hominem cum actibus suis, et induentes etc.22. E rimprovera coloro che resistono alle sue chiamate: Vocavi et


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renuistis1. Quoties volui congregare filios tuos... et noluisti2? Vos semper Spiritui sancto resistitis3. Tutte queste chiamate divine e rimproveri sarebbero vani ed ingiusti, se Dio facesse tutto circa la nostra salute eterna, senza che noi vi cooperassimo; ma no, Dio fa tutto, e nel bene che facciamo egli ci mette la massima parte, ma vuole che noi ci mettiamo ancora quella piccola fatica che possiamo metterci, onde dicea s. Paolo: Abundantius illis omnibus laboravi, non ego autem, sed gratia Dei mecum4. Per questa divina grazia poi non s'intende la grazia abituale che rende santa l'anima, ma l'attuale, preveniente e adiuvante, la quale ci forza di operare il bene; e quando ella è efficace, non solo ci dona tal forza, siccome fa la grazia sufficiente, ma di più ci fa operare il bene attualmente. Da questo errore poi, di essersi col peccato estinto nell'uomo il libero arbitrio, ne deducono i novatori altri errori, cioè che la legge del decalogo è impossibile ad osservarsi: che le nostre opere non sono necessarie alla salute, ma basta la sola fede: che alla giustificazione del peccatore non si richiede la nostra cooperazione, poiché ella si fa pei soli meriti di Cristo, ancorché l'uomo resti peccatore; e di questi errori parleremo ne' seguenti paragrafi.

 




1 T. 2. c. 11. sec. 16. a. 3. §. 3. p. 159.



2 Eccl. 15. 14. ad 16.



3 N. 30. 14.

1 Eccl. 31. 10.



2 Actor. 5. 4.



3 Gen. 4. 7.



4 Deut. 30. 19.



5 Eccl. 15. 18.



6 Ios. 24. 15.



7 Luc. 9. 25.



8 1. Cor. 7. 37.



9 Apoc. 2. 21.



10 Apoc. 3. 20.



11 Isa. 11. 23.



12 Ps. 113. 5.



13 1. Cor. 7. 37.



14 L. de vera relig. c. 14.



15 1. Cor. 12. 6.



16 Isa. 26. 12.



17 Ezech. 36. 27.



18 Sess. 6. c. 1.



19 1. Cor. 15. 10.



20 Zac. 1. 3.



21 Ez. 18. 31.



22 Col. 3. 5.

1 Prov. 1. 24.



2 Matth. 25. 37.



3 Act. 7. 51.



4 1. Cor. 15. 10.






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