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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 3. Che le opere buone son necessarie alla salutebasta la sola fede.

 

13. Lutero disse che non solo negli infedeli e ne' peccatori non si trova alcuna opera buona, ma che anche le opere de' giusti sono meri peccati, o almeno viziate da' peccati. Ecco le sue parole: In omni opere bono iustus peccat2. Opus bonum, optime factum, est mortale peccatum secundum iudicium Dei3. Iustus in bono opere peccat mortaliter4. Lo stesso scrisse poi Calvino, come riferisce il Becano5, dicendo che le opere de' giusti sono mera iniquità. Oh Dio, io rifletto, dove arriva la cecità della mente umana, quando perde la luce della fede! Questa bestemmia di Lutero e di Calvino fu giustamente condannata dal concilio di Trento6: Si quis in quolibet bono opere iustum saltem venialiter peccare dixerit, aut, quod intolerabilius est, mortaliter, atque ideo poenas aeternas mereri; tantumque ob id non damnari, quia Deus ea opera non imputet ad damnationem: anathema sit. Ma dicono che in Isaia si legge: Et facti sumus ut immundus omnes nos et quasi pannus menstruatae universae iustitiae nostrae7. Ma ivi non si parla come spiega s. Cirillo in detto luogo, delle opere de' giusti, ma delle iniquità che in quel tempo commetteano gli ebrei. Ma come posson esser peccati le opere buone, quando il Signore ci esorta a farle? Sic luceat lux vestra coram hominibus, ut videant opera vestra bona8. No che non sono peccati, ma sono care a Dio e necessarie a noi per ottener la salute. Son troppo chiare le scritture: Non omnis qui dicit mihi, Domine, Domine, intrabit in regnum coelorum, sed qui facit voluntatem Patris mei9. Il far la volontà di Dio è far opere buone: Si autem vis ad vitam ingredi, serva mandata10. L'eterno giudice nel condannare i reprobi dirà loro: Discedite a me maledicti etc. E perché? Esurivi enim, et dedistis mihi manducare; sitivi et dedistis mihi bibere etc.11. Patientia enim vobis necessaria est, ut voluntatem Dei facientes, reportetis promissionem12. Di più dice s. Giacomo: Quid proderit, fratres mei, si fidem quis dicat se habere, opera autem non habeat? Nunquid poterit fides salvare eum13? Ecco la necessità delle opere alla salute, per la quale la fede non basta; ma di ciò parleremo più distesamente appresso.

 

14. Ma oppongono i settarj il testo dell'apostolo che dice: non ex operibus iustitiae, quae fecimus nos, sed secundum suam misericordiam salvos nos fecit, per lavacrum regenerationis et renovationis Spiritus sancti, quem effudit in nos abunde per Iesum Christum Salvatorem nostrum; ut iustificati gratia ipsius, haeredes simus secundum spem vitae aeternae14. Dunque, dicono, tutte le opere nostre anche di giustizia niente vagliono a salvarci, ma tutta la speranza


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della grazia e della salute dobbiamo riporla in Gesù Cristo, che coi meriti suoi ci ha ottenuta la grazia e la salute. Per rispondere a tutto adequatamente, bisogna distinguere più cose. La grazia e la salute eterna possono da noi meritarsi de condigno e de congruo: il merito de condigno induce nel rimunerante un debito di giustizia di rimunerarlo: il merito de congruo non induce altro che una convenienza dalla rimunerazione, la quale per altro dipende dalla sua liberalità. Ora per il merito umano appresso Dio di giustizia, per parte dell'atto, si richiede che l'opera sia per sé onesta; per parte dell'operante si richiede ch'egli sia in grazia; per parte poi di Dio si richiede che vi sia la promessa del premio; poiché Iddio può ben esigere dall'uomo come suo supremo Signore ogni servitù senz'alcuna mercede. Onde acciocché vi sia debito di giustizia, bisogna che vi preceda la gratuita promessa divina, per cui lo stesso Dio siasi gratis costituito debitore della mercede promessa; e secondo tal ragione poté dire s. Paolo che la vita eterna gli sarebbe spettata per giustizia a riguardo delle sue buone opere: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi; in reliquo reposita est mihi corona iustitiae quam reddet mihi Dominus in illa die iustus iudex1. Quindi scrisse poi s. Agostino2: Debitorem Dominus ipse se fecit, non accipiendo, sed promittendo. Non ei dicimus: Redde quod accepisti, sed: redde quod promisisti.

 

15. Ecco quel che insegna la chiesa cattolica: da niun uomo può meritarsi de condigno, ma solamente de congruo, la grazia attuale giustificante. Pertanto è tutta falsa la calunnia appostaci da Melantone nell'apologia della confessione pag. 137, che noi crediamo di potersi meritar la giustificazione colle opere nostre. Il concilio di Trento ha dichiarato3, e così tutti noi crediamo che i peccatori son giustificati gratuitamente da Dio, e che niuna loro opera precedente alla giustificazione può meritarla. Ha dichiarato all'incontro il concilio che l'uomo giustificato, quantunque non possa meritare de condigno la perseveranza finale4, nondimeno ben può meritare de condigno colle opere buone che fa in vigor della divina grazia e de' meriti di Gesù Cristo, l'aumento della grazia e la vita eterna; ed a chi nega ciò sta dal concilio fulminato l'anatema5; Si quis dixerit hominis iustificati bona opera ita esse dona dei, ut non sint etiam bona ipsius iustificati merita, aut ipsum iustificatum bonis operibus, quae ab eo per Dei gratiam, et Iesu Christi meritum, cuius vivum membrum est, fiunt, non vere mereri augmentum gratiae, vitam aeternam et ipsius vitae aeternae (si tamen in gratia decesserit) consecutionem atque etiam gloriae augmentum: anathema sit. Dunque tutto ciò che noi riceviamo da Dio lo riceviamo per la sua misericordia e pei meriti di Gesù Cristo; ma Dio ha disposto per sua bontà che colle opere buone da noi fatte per virtù della grazia possiamo meritar la vita eterna, per ragion della promessa gratuita da lui fatta a chi opera bene. Ecco come parla il concilio: Iustificatis hominibus, sive acceptam gratiam perpetuo conservaverint, sive amissam recuperaverint... proponenda est vita aeterna, et tamquam gratia filiis Dei per Christum Iesum misericorditer promissa; et tanquam merces ex ipsius Dei promissione bonis ipsorum operibus et meritis fideliter reddenda6. Dunque, replicano gli eretici, l'uomo che si salva può gloriarsi di essere salvato per le opere sue? No, dice il concilio nel luogo citato: Licet bonis operibus (merces) tribuatur... absit tamen, ut christianus homo in se ipso vel confidat, vel glorietur, et non in Domino: cuius tanta est erga omnes homines bonitas, ut eorum velit esse merita, quae sunt ipsius dona.

 

16. Cessino dunque i contrarj, secondo dicono i Calvinisti, di rimproverarci


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che noi facciamo ingiuria alla misericordia di Dio ed a' meriti di Gesù Cristo, attribuendo ai nostri meriti l'acquisto della salute. Noi diciamo che tutte le opere buone da noi non si fanno se non in virtù della grazia che Dio ci comunica pei meriti di Gesù Cristo, onde tutti i nostri meriti son doni di Dio: e se Dio ci la gloria in mercede de' nostri meriti, non la , perché era tenuto a darla, ma perché (a fine di animarci a servirlo, e per renderci più sicuri della vita eterna, se gli siamo fedeli) ha voluto egli per sua mera bontà gratuitamente obbligarsi colla promessa di dar la vita eterna a chi lo serve. Posto ciò, di che mai noi possiamo gloriarci, mentre tutto quel che ci è dato, lo riceviamo per la misericordia di Dio e pei meriti di Gesù Cristo che ci vengono comunicati?

 

17. Che poi alle opere buone sia data nell'altra vita la gloria eterna per mercede di giustizia, sono troppo chiare le scritture che l'affermano, dove la gloria si chiama mercede, debito, corona di giustizia e paga per patto: Unusquisque autem propriam mercedem accipiet secundum suum laborem1. Ei autem qui operatur merces non imputatur secundum gratiam, sed secundum debitum2. Si noti, sed secundum debitum - Reposita est mihi corona iustitiae, quam reddet mihi Dominus3. Conventione autem facta cum operariis ex denario diurno4. Ut digni habeamini in regno Dei, pro quo et patimini5. Quia super pauca fuisti fidelis, supra multa te constituam; intra in gaudium Domini tui6. Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae, quam repromisit Deus diligentibus se7. Tutti questi testi dinotano chiaramente che il merito dell'uomo giusto è merito di giustizia e de condigno.

 

18. Ciò vien confermato da' santi padri. S. Cipriano8 scrive: Iustitiae opus est... ut accipiant merita nostra mercedem. S. Giovan Grisostomo9 dice (il passo è lungo; io l'accorcio, ma colle stesse parole): Nunquam profecto, cum iustus sit Deus, bonos hic cruciatibus affici sineret, si non in futuro saeculo mercedem pro meritis parasset. S. Agostino10 scrive: Non est iniustus Deus, qui iustos fraudet mercede iustitiae. In altro luogo11 dice: Nullane sunt merita iustorum? Sunt plane; sed ut iusti fierent, merita non fuerunt: poiché non si sono fatti giusti pei loro meriti, ma per la divina grazia. In altro luogo disse: Deus cum coronat nostra merita, quid aliud coronat quam sua dona? I padri del concilio arausicano II. nel can. 18. asserirono: Debetur merces bonis operibus, si fiant; sed gratia Dei, quae non debetur, praecedit ut fiant. Sicché per concludere, tutti i nostri meriti dipendono dall'aiuto della grazia, senza cui non possiamo averli; e la mercede della salute dovuta alle nostre buone opere fondasi nella promessa gratuitamente a noi fatta da Dio pei meriti di Gesù Cristo.

 

19. Ma si oppone per 1. quel che dice s. Paolo12: Gratia autem Dei, vita aeterna, in Christo Iesu Domino nostro. Dunque dicono, la vita eterna è grazia della divina misericordia, non è mercede dovuta alle buone opere nostre. Si risponde: la vita eterna ben si attribuisce alla misericordia di Dio, mentr'egli per sua misericordia l'ha promessa alle opere buone. Con ragione poi l'apostolo chiama la vita eterna grazia, mentre per sua grazia, Iddio si è fatto debitore della vita eterna a chi opera bene.

 

20. Si oppone per 2. che la vita eterna si chiama ancora eredità: Scientes quod a Domino accipietis retributionem haereditatis13. L'eredità, dicono, non si deve a' cristiani come figli di Dio per merito, ma solo per ragion di gratuita adozione. Si risponde che a' bambini si dona la gloria per solo titolo d'eredità,


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ma agli adulti si insieme come eredità perché son figli adottivi, e si ancora per mercede delle loro opere, mentre Iddio ha promessa loro questa eredità, se osservano la legge; sicché la stessa eredità è dono insieme ed è retribuzione dovuta ad essi pei loro meriti. E ciò ben lo dichiara l'apostolo dicendo, a Domino accipietis retributionem haereditatis.

 

21. Si oppone per 3. il Signore vuole che quantunque adempiamo i precetti, ci chiamiamo servi inutili: Sic et vos cum feceritis omnia quae praecepta sunt vobis, dicite: Servi inutiles sumus, quod debuimus facere, fecimus1. Se dunque siamo servi inutili, dicono, come possiamo meritare colle opere la vita eterna? Si risponde che le opere nostre per se stesse, senza la grazia, niente meritano; ma fatte colla grazia, meritano per giustizia la vita eterna, a riguardo della promessa fatta da Dio a chi le esercita.

 

22. Si oppone per 4. che le opere nostre son dovute a Dio per ubbidienza come a nostro supremo Signore, onde non possono meritare la vita eterna come dovuta per giustizia. Ma si risponde che Iddio per sua bontà, lasciando gli altri titoli, per cui giustamente potea da noi esigere tutti i nostri ossequj, ha voluto obbligarsi colla promessa di dare alle nostre opere buone la sua gloria per mercede. Ma l'opera buona, replicano, è tutta di Dio, onde qual mercede le spetta? Rispondo: ella è tutta di Dio, ma non è totalmente di Dio, siccome all'incontro l'opera buona è tutta nostra, ma non totalmente nostra; perché Dio opera con noi, e noi con Dio; ed a questa cooperazione Dio ha voluto promettere gratuitamente la mercede della vita eterna.

 

23. Si oppone per 5. che acciocché l'opera sia meritoria della gloria, si richiede che fra l'una e l'altra vi sia la giusta proporzione; ma qual proporzione mai può trovarsi fra l'opera nostra e la gloria eterna? Non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram gloriam quae revelabitur in nobis2. Si risponde che l'opera nostra secondo sé, non informata dalla divina grazia, certamente non è degna della gloria; ma informata poi dalla grazia, ben se ne rende degna per la promessa fatta, e si fa proporzionata talmente che, come scrive lo stesso apostolo, momentaneum et leve tribulationis nostrae... aeternum gloriae pondus operatur in nobis3.

24. Si oppone per 6. quel che dice s. Paolo: Gratia enim estis salvati per fidem; et hoc non ex vobis, Dei enim donum est, et non ex operibus, ut ne quis glorietur4. Ecco, dicono, la grazia è quella che ci salva per mezzo della fede che abbiamo in Gesù Cristo. Ma ivi non parla già l'apostolo della vita eterna, ma della grazia che certamente non può da noi colle opere meritarsi; all'incontro Dio ha voluto, come si è detto di sopra, che ben possa da noi acquistarsi la gloria per la promessa di darla a chi adempisce i suoi precetti. Dunque, replicano, se son necessarie le opere nostre alla salute, non bastano a salvarci i soli meriti di Gesù Cristo. Non signore, non bastano, ma vi bisognano anche le nostre opere; poiché il beneficio di Gesù Cristo è stato di ottenerci la facoltà di poter applicarci i meriti suoi colle opere nostre. Né in ciò possiamo di noi gloriarci: poiché tutta la virtù che abbiam di meritare il cielo, l'abbiamo pei meriti di Cristo, onde tutta la gloria è sua; siccome quando i tralci danno frutto, tutta la gloria è della vite ché loro l'umore per fruttificare. Sicché il giusto in acquistar la vita eterna non si gloria già nelle opere sue, ma nella divina grazia, che pei meriti di Cristo gli la virtù di meritarla. Ma colla bella dottrina de' novatori vengonci tolti quasi tutti i mezzi per salvarci; mentre, posto che le nostre opere non sono affatto necessarie alla salute, e tutto fa Dio, e il bene ed il male, non ci sono più necessarj i


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buoni costumi, non le buone disposizioni per ben ricevere i sacramenti, non il mezzo della preghiera così inculcata da tutte le divine scritture. Oh la dottrina più perniciosa che poteva inventare il demonio per condurre sicuramente le anime all'inferno!

 

25. Veniamo ora all'altro punto proposto nel predetto § III., se basti la sola fede a salvarci, come diceano Lutero e Calvino, i quali a questa unica àncora della loro fede appoggiavano l'eterna salute; e perciò non faceano poi più conto né di leggi né di castighi né di virtù né di orazioni né di sacramenti, ed ammetteano per lecita ogni azione ed ogni scelleraggine. Diceano che la fede con cui noi fermamente crediamo che Dio ci salvi pei meriti di Gesù Cristo e per le promesse da lui fatte, ella sola senza le opere nostre è sufficiente ad ottenerci da Dio la salute; e questa fede la chiamavano fiducia, essendo ella una speranza fondata sulle promesse di Gesù Cristo. Appoggiavano questo loro falso dogma alle seguenti scritture: Qui credit in Filium, habet vitam aeternam1. Ut sit ipse iustus, et iustificans eum, qui est ex fide Iesu Christi2. In hoc omnis qui credit, iustificabitur3. Omnis qui credit in illum, non confundetur4. Iustus ex fide vivit5. Iustitia Dei per fidem Iesu Christi, in omnes et super omnes qui credunt in eum6.

26. Ma se la sola fede basta a salvarci senza le opere, come poi la stessa scrittura ci fa sapere che la sola fede niente giova senza le opere? Quid proderit, fratres mei, si fidem quis dicat se habere; opera autem non habeat? Nunquid poterit fides salvare eum?7. Ed indi al verso 17 l'apostolo ne assegna la ragione: Sic et fides, si non habeat opera, mortua est in semetipsa. Dice Lutero che questa epistola di s. Giacomo non è canonica; ma noi dobbiamo credere, non a Lutero, ma all'autorità della chiesa, che questa epistola ha posta già nel catalogo de' libri canonici. Ma vi sono mille altre scritture che insegnano non bastar la sola fede a salvarci, ma esser necessario l'adempimento de' precetti. S. Paolo dice8: Et si habuero omnem fidem... charitatem autem non habuero, nihil sum. Gesù Cristo comanda a' discepoli: Euntes ergo docete omnes gentes... docentes eos servare omnia quaecunque mandavi vobis9. Ed in altro tempo disse a quel giovane: Si autem vis ad vitam ingredi, serva mandata10. E vi sono molti altri testi simili. Dunque i passi addotti da' settarj si hanno da intendere di quella fede, come insegna s. Paolo. che opera per mezzo della carità: Nam in Christo Iesu neque circumcisio aliquid valet, neque praeputium, sed fides quae per charitatem operatur11. Onde s. Agostino12 poi scrive: Fides sine charitate potest quidem esse, sed non prodesse. Sicché ove si trova nelle scritture che la fede salva, s'intende della fede viva, cioè che salva per mezzo delle opere buone, le quali sono le operazioni vitali della fede; altrimenti se quelle mancano, è segno che la fede è morta, e se ella è morta non può dar vita. Quindi gli stessi Luterani, come Lomer, Gerardo, i dottori di Argentina, e, come attesta un autore13, la massima parte di essi oggi, scostandosi dal lor maestro, confessano non bastar la fede alla salute. Di più rapporta monsignor Bossuet14 che i Luterani dell'accademia di Vittemberga nella confessione al concilio di Trento dissero che le opere buone debbono esser necessariamente praticate, e che per la bontà gratuita di Dio meritano le loro ricompense corporali e spirituali.

 

27. Il concilio di Trento poi nella sess. 6. pronunziò i seguenti due canoni. Nel can. 19. disse: Si quis dixerit, nihil praeceptum esse in evangelio praeter fidem, cetera esse indifferentia, neque praecepta neque prohibita, sed libera;


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aut decem praecepta nihil pertinere ad christianos: anathema sit. E nel can. 20.: Si quis hominem iustificatum et quantumlibet perfectum dixerit non teneri ad observantiam mandatorum Dei et ecclesiae, sed tantum ad credendum; quasi vero evangelium sit nuda et absoluta promissio vitae aeternae, sine conditione observationis mandatorum, anathema sit.

 




2 Luther. in Assert. a. 31.



3 Idem a. 32.



4 Id. a. 36.



5 Becan. Man. contr. l. 1. a. 18. ex Calv. inst. l. 2. c. 1. §. 9. etc.



6 Sess. 6. can. 25.



7 Isa. 64. 6.



8 Matth. 3. 16.



9 Matth. 7. 21.



10 Matth. 19. 17.



11 Matth. 25. 35.



12 Hebr. 10. 36.



13 Iac. 2. 14.



14 Ad Tit. 3. 5. ad 7.

1 2. Tim. 4. 7. et 8.



2 In psalm. 83.



3 Sess. 6. c. 8.



4 Sess. 6. c. 13.



5 Sess. 6. can. 32.



6 Sess. 6. c. 16.

1 1. Cor. 3. 8.



2 Rom. 4. 4.



3 2. Tim. 4. 8.



4 Matth. 20. 2.



5 2. Thessal. 1. 5.



6 Matth. 25. 21.



7 Iac. 1. 12.



8 De unit. eccles.



9 T. 5. l. 1. de Prov.



10 L. de Nat. et grat. c. 2.



11 Id. ep. 105.



12 Rom. 6. 23.



13 Coloss. 3. 24.

1 Luc. 17. 10.



2 Rom. 8. 18.



3 2. Cor. 4. 17.



4 Ephes. 2. 8. et 9.

1 Ioan. 3. 36.



2 Rom. 3. 26.



3 Act. 13. 39.



4 Rom. 10. 11.



5 Gal. 3. 11.



6 Rom. 3. 22.



7 Iac. 2. 11.



8 1. Cor. 13. 2.



9 Matth. 28. 19 et 20.



10 Matth. 19. 17.



11 Gal. 4. 6.



12 L. 15. de Trin. c. 18.



13 Pichler. theol. Polem. par. post. a. 6.



14 Variat. l. 8. n. 30.




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