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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 4. Che colla sola fede non resta il peccatore giustificato.

 

28. Dicono i settari che il peccatore per mezzo della fede, o sia fiducia nelle promesse di Gesù Cristo, credendo con certezza infallibile di esser giustificato vien giustificato con imputarsegli estrinsecamente la giustizia di Gesù Cristo per la quale i suoi peccati non già si cancellano, ma restano coperti, e così non gli sono imputati. E fondano questo loro dogma sulle parole di Davide, che dice Beati quorum remissae sunt iniquitates, et quorum tecta sunt peccata. Beatus vir, cui non imputavit Dominus peccatum, nec est in spiritu eius dolus1.

29. Ma la chiesa cattolica condanna con anatema il dire che l'uomo viene assoluto da' suoi peccati colla sola fede di esser giustificato. Ecco come parla il concilio di Trento nella Sess. 6. al can. 14.: Si quis dixerit hominem a peccatis absolvi ac iustificari ex eo quod se absolvi ac iustificari certo credat; aut neminem vere esse iustificatum, nisi qui credat se esse iustificatum, et hac sola fide absolutionem et iustificationem perfici, anathema sit. Inoltre la chiesa insegna che, affinché il peccatore diventi giusto, bisogna che sia disposto a ricever la grazia. Per questa disposizione è necessaria la fede, ma non basta la sola fede: dice il concilio di Trento2, che vi bisognano ancora gli atti di speranza, di amore, di dolore e di proposito; ed allora Dio, trovando il peccatore così disposto, gli dona gratuitamente la sua grazia, o sia giustizia intrinseca3, la quale gli rimette i peccati e lo santifica.

 

30. Esaminiamo ora i punti falsamente supposti dagli avversarj. Dicono in primo luogo che per mezzo della fede nei meriti e nelle promesse di Gesù Cristo non si tolgono già i peccati, ma si coprono. Ma a questo che essi suppongono ostano chiaramente le scritture, la quali dicono che i peccati non solo si coprono, ma si tolgono e si cancellano dall'anima giustificata: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi4. Poenitemini igitur et convertimini, ut deleantur peccata vestra5. Proiiciet in profundum maris omnia peccata nostra6. Christus semel oblatus est ad multorum exhaurienda peccata7. Ciò che si toglie e si cancella, si annichila, e non può dirsi più che rimanga. Di più abbiamo che l'anima giustificata resta mondata e liberata da' suoi peccati: Asperges me hyssopo, et mundabor; lavabis me, et super nivem dealbabor8. Mundabimini ab omnibus inquinamentis vestris9. Haec quidem fuistis; sed abluti estis, sed sanctificati estis, sed iustificati estis10. Nunc vero liberati a peccato, servi autem facti Deo, habetis fructum vestrum in sanctificationem11. E perciò il battesimo con cui si rimettono i peccati chiamasi rigenerazione e rinatività: Salvos nos fecit per lavacrum regenerationis et renovationis Spiritus sancti12. Nisi quis renatus fuerit denuo, non potest videre regnum Dei13. Sicché il peccatore, allorché viene giustificato, è di nuovo generato e rinasce alla grazia, in modo che resta tutto mutato e rinnovato da quello che era.

 

31. Ma Davide dice che i peccati si coprono: Beati quorum tecta sunt peccata. Risponde s. Agostino, scrivendo sopra il detto salmo, e dice che le piaghe possono coprirsi dall'infermo e dal medico: l'infermo solamente le copre, ma il medico coll'empiastro le copre insieme e le guarisce: Si tu tegere


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volueris erubescens, scrive s. Agostino, medicus non sanabit; medicus tegat et curet. I peccati per l'infusione della grazia si coprono insieme e si sanano; ma secondo gli eretici si coprono senza sanarsi. Spiegano essi che intanto dicesi che i peccati si coprono, in quanto Iddio non gl'imputa. Ma se i peccati restano nell'anima in quanto alla colpa, come Dio può non imputarli? Iddio giudica secondo la verità: Iudicium Dei est secundum veritatem1. Ma come giudicherebbe Dio secondo la verità quando giudicasse non esser colpevole quell'uomo che in verità è colpevole? Questi sono misterj di Calvino che superano la nostra capacità. Ma noi leggiamo: Odio sunt Deo impius et impietas eius2. Se Dio odia il peccatore per il peccato che in esso regna, come poi può amarlo come figlio per trovarsi coperto della giustizia di Cristo, ma restando peccatore? Il peccato per sua natura è contrario a Dio; ond'è impossibile che non sia odiato da Dio, sempreché non è tolto, e non sia insieme odiato il peccatore che lo ritiene. Dice Davide: Beatus vir cui non imputavit dominus peccatum. Il non imputare di Dio non s'intende che lasci il peccato nell'anima, e finga di non vederlo; si intende che non l'imputa col cancellarlo e rimetterlo: e perciò Davide premette nello stesso luogo quelle parole: Beati quorum remissae sunt iniquitates. Le colpe rimesse sono le colpe non imputate.

 

32. Dicono dunque in secondo luogo che nella giustificazione del peccatore non s'infonde la giustizia intrinseca, ma solamente gli s'imputa la giustizia di Gesù Cristo, in modo che l'empio non diventa giusto, ma restando empio, e solamente vien riputato giusto per la giustizia estrinseca di Cristo che gli viene imputata. Ma in ciò errano evidentemente: poiché il peccatore non può diventare amico di Dio, se non riceve la giustizia propria sua, che internamente lo rinnovi, e muti da peccatore in giusto; e, dove prima era odioso, dopo avere acquistata la giustizia si renda grato agli occhi di Dio. Quindi s. Paolo esortava gli efesini a rinnovarsi nello spirito: Renovamini autem spiritu mentis vestrae3. Ed indi disse poi il concilio di Trento che pei meriti di Cristo a noi si comunica la giustizia interna, qua... renovamur spiritu mentis nostrae, et non modo reputamur, sed vere etiam iusti nominamur, et sumus4. Ed in altro luogo scrisse l'istesso apostolo, che il peccatore colla giustificazione renovatur in agnitionem, secundum imaginem eius qui creavit illum5, in modo che pei meriti di Cristo ritorna l'uomo in quello stato, dal quale cadde per il peccato; e con ciò resta santificato come un tempio in cui Dio abbia la sua abitazione. Onde l'apostolo ammoniva i suoi discepoli, dicendo: Fugite fornicationem... An nescitis quoniam membra vestra templum sunt Spiritus sancti qui in vobis est6? La meraviglia è che lo stesso Calvino conobbe questa verità di non poterci noi riconciliare con Dio, se non ci è donata la giustizia interna ed inerente: Nunquam reconciliamur Deo, quin simul donemur inhaerente iustitia. Così scrisse7, e poi come dice che noi per mezzo della sola fede restiamo giustificati colla giustizia imputativa di Cristo, la quale non è nostra e non è in noi, ma è aliena e fuori di noi, venendoci solo estrinsecamente imputata, sì ch'ella non ci rende giusti, ma solamente fa che siamo riputati giusti? Ben fu ciò condannato dal concilio di Trento, Sess. 6. can. 10.: Si quis dixerit homines sine Christi iustitia, per quam nobis meruit, iustificari, aut per eam ipsam formaliter iustos esse, anathema sit. E nel can. 11. disse: Si quis dixerit, homines iustificari vel sola imputatione iustitiae Christi, vel sola peccatorum remissione, exclusa gratia et caritate, quae... illis inhaereat... anathema sit.

 

33. Si oppone per 1.: Credenti in eum


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qui iustificat impium, reputatur fides eius ad iustitiam1. Rispondiamo, senza perder parole, che qui l'apostolo dice imputarsi la fede a giustizia, per farci intendere che il peccatore non già per le opere sue, ma per la fede ne' meriti di Cristo vien giustificato; ma non dice che in virtù della fede la giustizia di Cristo s'imputa estrinsecamente al peccatore, e fa che sia, senza esser giusto, riputato giusto.

 

34. Si oppone per 2. quel che scrisse s. Paolo a Tito: Non ex operibus iustitiae quae fecimus nos, sed secundum suam misericordiam salvos nos fecit per lavacrum regenerationis et renovationis Spiritus sancti, quem effudit in nos abunde per Iesum Christum salvatorem nostrum2. Dunque, ci dicono, il Signore ci giustifica per la sua misericordia, e non già per le opere che noi diciamo essere necessarie alla giustificazione? Noi rispondiamo che le opere nostre, come sono la speranza, la carità e il pentimento delle colpe col proposito, son necessarie per renderci disposti a ricever da Dio la sua grazia; ma quando Dio ci la sua grazia, non ce la dona per le opere nostre, ma per sua sola misericordia e pei meriti di Gesù Cristo. Ma avvertano i contrarj quelle parole del testo: et renovationis Spiritus sancti, quem effudit in nos abunde per Iesum Christum. Sicché quando Dio ci giustifica, infonde in noi, non fuori di noi, lo Spirito santo che ci rinnova, mutandoci da peccatori in santi.

 

35. Si oppone per 3. un altro testo di s. Paolo: Vos estis in Christo Iesu, qui factus est nobis sapientia a Deo et iustitia et sanctificatio et redemptio3. Ecco, dicono, che Gesù Cristo si è fatto nostra giustizia. Non neghiamo che la giustizia di Gesù Cristo è causa della nostra giustizia, ma neghiamo che la giustizia di Cristo sia la giustizia nostra, siccome non può dirsi che la sapienza nostra sia la sapienza di Cristo; onde siccome non diventiamo noi sapienti per la sapienza di Cristo che a noi s'imputi, così non diventiamo giusti per la giustizia di Cristo a noi imputata, come dicono i settarj. Factus est nobis sapientia et iustitia et sanctificatio etc., tutto s'intende non imputativamente, ma effettivamente, cioè che Gesù Cristo colla sua sapienza, colla sua giustizia e colla sua santità ci ha fatti diventare effettivamente sapienti, giusti e santi. In questo medesimo senso noi diciamo a Dio: Diligam te, Domine, fortitudo mea4. Tu es patientia mea Domine5: Dominus illuminatio mea et salus mea6. Come Dio è la fortezza, la pazienza, la luce e la salute nostra? forse solo imputativamente? No, ma effettivamente; perché Dio ci rende forti, ci rende pazienti, c'illumina e ci salva.

 

36. Si oppone per 4. quel che dice l'apostolo: Induite novum hominem, qui secundum... Deum creatus est in iustitia et sanctitate veritatis7. Ecco, dicono, che noi nella giustificazione colla fede ci vestiamo della giustizia di Cristo, come di una veste, la quale è estrinseca a noi. Ma ecco, noi rispondiamo, perché gli eretici tanto si vantano di non seguire essi altro che le pure scritture, e non vogliono sentir nominaretradizionedefinizioni de' conciljautorità della chiesa: Scritture, scritture, sempre gridano, solo a queste crediamo; ma perché? Perché le scritture essi le stravolgono e le spiegano a lor modo, come meglio loro si accorda; e così poi rendono la scrittura, ch'è libro di verità, un fonte di errori e di falsità. Ma rispondiamo all'opposizione fatta. San Paolo ivi non parla della giustizia estrinseca, ma dell'intrinseca, e perciò dice: Renovamini autem spiritu mentis vestrae, et induite novum hominem etc.8. Vuole che vestendoci di Gesù Cristo ci rinnoviamo internamente nello spirito colla giustizia intrinseca ed inerente, come confessò lo stesso Calvino; altrimenti restando internamente peccatori, non possiamo rinnovarci. Dice: Induite novum


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hominem; perché siccome la veste non è cosa propria del corpo, così la grazia, o sia la giustizia non è propria del peccatore, ma gli vien donata gratis per sola misericordia di Dio. In altro luogo dice l'apostolo: Induite... viscera misericordiae1. Ora siccome ivi non parla della misericordia estrinseca ed apparente, ma della vera ed intrinseca; così dicendo: Induite novum hominem, vuole che, spogliandoci dell'uomo antico vizioso e privo della grazia, ci vestiamo dell'uomo nuovo, fatto già ricco della giustizia, non già imputativa di Gesù Cristo, ma dell'intrinseca che sia propria nostra, donataci bensì pei meriti di Gesù Cristo.

 




1 Psal. 31. 1. et 2.



2 sess. 6. c. 6.



3 Ib. c. 7.



4 Ioan. 1. 29.



5 Actor. 3. 19.



6 Micheae 7. 19.



7 Hebr. 9. 28.



8 Psal. 50. 9.



9 Ezech. 36. 25.



10 1. Cor. 6. 11.



11 Rom. 6. 22.



12 Tit. 3. 5.



13 Ioan. 3. 3.

1 Rom. 2. 2.



2 Sap. 14. 9.



3 Ephes. 4. 23.



4 Sess. 6. c. 7.



5 Colos. 3. 10.



6 1. Cor. 6. 18. et 19.



7 L. de vera rat. reform. eccl.

1 Rom. 4. 5.



2 Tit. 3. 5. et 6.



3 1. Cor. 1. 30.



4 Psal. 17. 1.



5 Psal. 70. 5.



6 Psal. 26. 1.



7 Eph. 4. 24.



8 Ephes. 4. 23.

1 Colos. 3. 12.






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