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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 5. Che la sola fede non può renderci sicuri della giustizia, né della perseveranza, né della vita eterna.

 

37. Fu dottrina di Lutero, a cui fortemente si attaccò poi Calvino, che l'uomo dopo essere stato giustificato per cagion della sua fede, non dee più temeredubitare che gli sieno stati rimessi tutti i suoi peccati; onde dicea Lutero2: Crede firmiter esse absolutum, et sic eris, quidquid sit de tua contritione. E come provava questa sua falsa dottrina? Citava le parole di s. Paolo: Vosmetipsos tentate si estis in fide: ipsi vos probate. An non cognoscitis vosmetipsos, quia Christus Iesus in vobis est? nisi forte reprobi estis3. Da questo testo deducea Lutero che uno può esser certo della sua fede; ed indi concludea che, essendo certo di sua fede, è certo ancora della remissione de' peccati. Ma qual conseguenza è questa? Chi è certo di sua fede, ma si trova di aver peccato, come può esser certo del perdono, se non è certo di sua contrizione? Lo stesso Lutero avea detto prima4: Nullus est, qui certus sit de veritate suae contritionis, et tanto minus de venia. Questo è il carattere degli eretici, lo spesso contraddirsi. Oltreché l'apostolo in quel luogo non parla della giustificazione, ma de' miracoli che i corintj dovean credere operati da Dio.

 

38. Il concilio di Trento5 insegna che, quantunque ognuno debba star certo della divina misericordia, del merito di Cristo, e della virtù de' sacramenti, nondimeno niuno può aver certezza di fede della remissione ottenuta de' peccati; e nel can. 13. condanna chi dice il contrario: Si quis dixerit, omni homini ad remissionem peccatorum assequendam necessarium esse, ut credat certo, et absque ulla haesitatione propriae infirmitatis et indispositionis, peccata sibi esse remissa; anathema sit. E ciò ben si prova colla scrittura, che dice: Nescit homo, utrum amore an odio dignus sit; sed omnia in futurum servantur incerta6. Calvino oppone7 che ivi non si parla dello stato dell'anima in grazia o in disgrazia di Dio, ma delle cose prospere o avverse che ci accadono in questa vita; mentre per tali accidenti temporali non possiamo sapere se Dio ci ama o ci odia, giacché le prosperità e le avversità avvengono tanto ai buoni, quanto a' cattivi; ma dice all'incontro che ben può conoscere l'uomo di esser giusto o ingiusto, col conoscere se ha o non ha la fede. Ma rispondiamo che il testo affatto non parla qui di cose temporali, ma dell'amore o dell'odio di Dio, che riguardano lo stato dell'anima; e poi soggiunge: Sed omnia in futurum servantur incerta. Se in questa vita omnia servantur incerta, dunque non è vero quel che dicono i settarj che l'uomo colla cognizione di sua fede può star certo di stare in grazia.

 

39. Inoltre Iddio ci ammonisce che del peccato, quantunque rimesso, non dobbiamo stare senza timore: De propitiato peccato noli esse sine metu8. I novatori, in vece de propitiato, leggono nel testo greco de propitiatione, e dicono che qui si ammonisce a non presumere del perdono de' peccati futuri, non de' commessi. Ma ciò non è vero, perché la parola propitiatione


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greca, comprende tanto i peccati passati, quanto i futuri; oltreché la parola propitiatione del testo greco viene spiegata dal testo latino, che esprime i peccati commessi. S. Paolo certamente avea cognizione della sua fede: ma quantunque dicesse di non sentirsi aggravata la coscienza di alcun peccato, e quantunque si vedesse favorito da Dio con rivelazioni e doni straordinarj, pure non si tenea con certezza giustificato, ma dicea che Dio sapea la verità: Nihil enim mihi conscius sum, sed non in hoc iustificatus sum: qui autem iudicat me Dominus est1.

40. Oppongono i contrarj le parole dello stesso apostolo: Ipse enim Spiritus testimonium reddit spiritui nostro, quod sumus filii Dei2. Da ciò deduce Calvino che la fede è quella che ci assicura di esser figli di Dio. Ma si risponde che, sebbene il testimonio dello Spirito santo è infallibile in quanto a sé; in quanto però a noi che l'apprendiamo non possiamo avere che una certezza congetturale di stare in grazia di Dio, ma non certezza infallibile, senza una speciale rivelazione. Tanto più che circa la nostra cognizione noi non sappiamo se quello spirito sia certamente di Dio; poiché molte volte l'angelo delle tenebre si trasforma in angelo di luce e c'inganna.

 

41. Sicché Lutero dicea che il fedele per mezzo della fede giustificante, ancorché stia in peccato, dee credere con certezza infallibile di esser giustificato, per ragion della giustizia di Cristo che gli viene imputata; ma dicea poi che questa giustizia potea perdersi dal fedele per qualche nuovo peccato. Calvino all'incontro aggiunse a questa falsa dottrina di Lutero l'inammissibilità3 di tal giustizia imputativa. E supposto per vero il falso principio di Lutero della fede giustificante, Calvino parlava meno inettamente di Lutero. Diceva egli: se il fedele è certo di sua giustificazione, dacché la domanda, e crede con confidenza che Dio pei meriti di Cristo lo giustifica, questa domanda e questa fede certa riguarda non meno la remissione de' peccati fatti, che la futura perseveranza in grazia e per conseguenza anche la salute eterna. Soggiungea poi Calvino4 che, ricadendo il fedele in peccato, benché la sua fede giustificante sarebbe rimasta oppressa, non mai però sarebbesi perduta; perché l'anima ne avrebbe sempre ritenuto il possesso. Questi sono gli speciosi dogmi di Calvino; e questa fu la confessione di fede che fece secondo questa falsa dottrina il principe Federico III. conte palatino ed elettore: Io credo, disse, di essere un membro vivente della chiesa cattolica in eterno; mentre Iddio placato dalla soddisfazione di Gesù Cristo, non si ricorderà de' peccati passati e futuri della mia vita5.

42. Ma il punto sta che primieramente il principio di Lutero, come già di sopra abbiam veduto, era affatto falso; mentre per ottener la giustificazione non basta la sola fede di esser giustificato pei meriti di Cristo, ma vi bisogna nel peccatore la contrizione della sua colpa, acciocché si renda disposto a riceverne la remissione che Dio gli concede, secondo la promessa fatta di perdonare a chi si pente, pei meriti di Gesù Cristo. Onde se il giustificato ricade in peccato, di nuovo perde la grazia.

 

43. Ma se la dottrina di Lutero circa la certezza della giustizia è falsa, parimente è falsa la dottrina di Calvino circa la certezza della perseveranza e dell'eterna salute. S. Paolo in un luogo avverte che chi si stima sicuro stia attento che non cada: Itaque qui se existimat stare videat ne cadat6. In altro luogo ci esorta ad operare la nostra salute con gran timore: Cum metu et tremore vestram salutem operamini7. E come poi Calvino può dire che il temere della perseveranza è tentazione


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del demonio? Quando dunque s. Paolo c'impone di viver con timore, c'impone forse di secondar la tentazione del demonio? Ma dicono: a che serve questo timore? Se fosse vero ciò che dice Calvino, che la giustizia e lo Spirito santo ricevuto una volta non si perde mai, perché, siccome asserisce, la fede giustificante non mai si perde? Ed a colui che ha la fede, Dio non imputa i peccati che commette? Se fossero vere, dico, tutte queste false supposizioni di Calvino, certamente allora sarebbe inutile il timore di perder la divina grazia. Ma chi mai può persuadersi che ad uno il quale disprezza i divini precetti e commette mille scelleraggini, abbia Dio a donare la sua amicizia e la gloria eterna? e perché? Perché quegli crede che pei meriti di Gesù Cristo non gli sieno imputate le iniquità che commette? Ed ecco la bella gratitudine che rendono a Gesù Cristo i novatori! Si vagliono della morte ch'egli ha patita per nostro amore, per rilassarsi vieppiù in tutti i vizj, fidando che pei suoi meriti da Dio non saranno loro imputati i peccati. Dunque Gesù Cristo è morto affinché gli uomini abbiano la libertà di fare tutto quel che vogliono senza timore di castigo? Ma se ciò fosse vero, che serviva a Dio il promulgar le sue leggi, il far tante promesse a chi gli è fedele e tante minacce a' trasgressori? Ma no; il Signore non deludeinganna quando parla: i precetti che impone, vuole che siano da noi esattamente osservati: Tu mandasti mandata tua custodire nimis1, e condanna tutti coloro che offendono le sue leggi: Sprevisti omnes discedentes a iudiciis tuis2. Ed a ciò serve il timore: il timore di perder la divina grazia ci rende attenti a fuggir le occasioni di peccare, e ci fa prendere i mezzi a perseverare nella buona vita come sono il frequentare i sacramenti, il non cessare di continuamente pregare.

 

44. Dice Calvino che, secondo san Paolo insegna, i doni di Dio sono irrevocabili e senza penitenza: Sine poenitentia enim sunt dona et vocatio Dei3. Chi dunque, dice, ha ricevuta la fede e colla fede la grazia a cui va unita la salute eterna, essendo questi doni perpetui che non si possono perdere, egli il fedele, ancorché cada in peccati, sempre possederà la giustizia che colla fede gli è stata donata. Ma qui si dimanda: Davide certamente avea la fede; egli cadde ne' peccati d'adulterio e di omicidio. Or domando: quando Davide stava in peccato, prima della sua penitenza, era peccatore o giusto? Se moriva in quello stato si sarebbe dannato o no? Non possiamo credere che alcuno ardisca dire che anche in quello stato si sarebbe salvato. Dunque Davide in quello stato cessò di esser giusto, com'egli stesso confessava dopo che si convertì: Iniquitatem meam ego cognosco; e perciò pregava il Signore a cancellare il suo peccato: Dele iniquitatem meam4. Né vale il dire che chi è predestinato intanto si stima giusto perché egli farà penitenza de' suoi peccati prima della morte. Ciò non vale, dico; perché la penitenza futura non può render giusto il peccatore, che al presente sta in peccato. Scrive monsignor Bossuet5 che questa gran difficoltà che si oppone alla dottrina di Calvino ha fatti rivedere molti Calvinisti.

 

45. Ma prima di terminar questo punto udiamo le scritture; sulle quali Calvino appoggia la sua dottrina. Egli dice che l'apostolo s. Giacomo insegnò che le grazie, tra cui è principale la perseveranza, debbon chiedersi a Dio senza dubitare di ottenerle: Postulet autem in fide, nihil haesitans6. E Gesù medesimo disse: Omnia quecunque orantes petitis, credite quia accipietis, et evenient vobis7. Dunque, dicea Calvino, chi cerca a Dio la perseveranza, e crede di riceverla, attesa la divina promessa, quella non può mancargli. Si risponde che, quantunque


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la promessa di Dio di esaudir chi lo prega non può mancare, ciò però s'intende quando noi domandiamo le grazie con tutte le dovute condizioni. Or tra le condizioni della preghiera impetratoria, vi è quella della perseveranza nel pregare. Ma se non possiamo noi esser certi che in futuro persevereremo a pregare, come possiamo esser certi al presente di perseverare in grazia? Inoltre oppone Calvino quel che dicea s. Paolo: Certus sum enim quia neque mors, neque vita etc. poterit nos separare a charitate Dei1. Ma si risponde che l'apostolo qui neppure parla di certezza infallibile di fede, ma di semplice certezza morale, fondata sulla misericordia divina, e sulla buona volontà che Dio gli dava di patire ogni pena, prima che separarsi dal di lui amore.

 

46. Ma lasciamo Calvino, e udiamo quel che insegna il concilio di Trento in quanto alla certezza insegnata da Calvino circa la perseveranza e la predestinazione: circa la perseveranza, dice: Si quis magnum illud usque in finem perseverantiae donum se certo habiturum absoluta et infallibili certitudine dixerit, nisi hoc ex speciali revelatione didicerit; anathema sit2. In quanto poi alla predestinazione, dice: Si quis dixerit hominem renatum et iustificatum teneri ex fide ad credendum se certo esse in numero praedestinatorum; anathema sit3. Ecco come il concilio definì con somma chiarezza e distinzione tutti i dogmi di fede che doveano tenersi contro gli errori difesi da' novatori. Dico ciò contro quello che essi oppongono al concilio di Trento, cioè che il concilio determinò ambiguamente le controversie, e perciò fu causa che più presto elle si moltiplicassero che avessero fine. Ma i padri del concilio più volte si spiegarono che circa le questioni le quali si agitavano tra gli scolastici cattolici non intendeano di deciderle, ma voleano sol definire le cose di fede, e sol condannare gli errori che difendeansi da' pretesi riformati, i quali procuravano di riformare non già i costumi, ma gli antichi e veri dogmi della chiesa cattolica. E perciò circa le questioni de' nostri scolastici il concilio parlò ambiguamente senza deciderle; ma nelle cose di fede contrastate da' protestanti parlò sempre con tutta la chiarezza e senza ambiguità: l'ambiguità solamente ve la trovano quei che non vogliono acchetarsi alle definizioni fatte dal concilio. Ma torniamo al punto. Insegna il concilio che niuno può esser certo di esser predestinato. Ed in verità se niuno può esser certo della perseveranza nel bene, come può esser certo di esser predestinato? Replica Calvino: ma s. Giovanni dice: Vitam habetis aeternam qui creditis in nomine Filii Dei4. Dunque, dice, chi ha fede in Gesù Cristo ha già la vita eterna. Si risponde: chi crede in Gesù Cristo, ma colla vera fede informata dalla carità, ha la vita eterna, non già in possesso, ma in isperanza, come parla s. Paolo: Spe salvi facti sumus5. Giacché per ottener la vita eterna è necessaria la perseveranza nel bene: Qui autem perseveraverit usque in finem, hic salvus erit6. Ma finché siamo incerti della perseveranza, saremo sempre incerti della vita eterna.

 

47. Oppongono i settarj che l'incertezza dell'eterna salute ci fa dubitare delle divine promesse, di salvarci pei meriti di Gesù Cristo. Si risponde che le promesse divine non possono mancare; onde dal canto di Dio non possiamo dubitare ch'egli ci venga meno, col negarci quello che ci promette. Ma il dubbio ed il timore è dal canto nostro; perché noi possiam mancare con trasgredire i suoi divini precetti, e così perdere la sua grazia: ed allora Iddio non è obbligato ad attenerci le promesse fatte, anzi è tenuto a punire la nostra infedeltà; e perciò s. Paolo7 ci esorta ad operar la nostra salute con timore e tremore. Sicché quanto dobbiamo


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star certi della salute, se saremo fedeli a Dio, altrettanto dobbiamo temere della nostra perdizione, se saremo infedeli. Ma questo timore e questa incertezza, dicono, ci disturba la pace di coscienza. Ma rispondiamo che la pace di coscienza che possiamo ottenere in questa vita non consiste nella certezza creduta di salvarci; perché tal certezza dal Signore non ci è stata promessa: ma consiste nello sperare ch'egli ci salverà pei meriti di Gesù Cristo, se noi attenderemo a viver bene, e procureremo colle preghiere d'impetrare l'aiuto divino a perseverare nella buona vita. E questa è la ruina degli eretici, perché fidando essi alla loro fede certa di esser salvi, poco attendono all'osservanza della divina legge, e tanto meno a pregare, e non pregando restano privi de' soccorsi divini loro necessarj a ben vivere, e così si perdono. Nella presente vita piena di pericoli e di tentazioni abbiamo bisogno di un continuo soccorso della grazia, che senza la preghiera non si ottiene; e perciò Iddio ci fa sapere la necessità che abbiamo di sempre orare: Oportet semper orare et non deficere1. Ma chi crede di esser certo di sua salute, e tiene che non è necessaria la preghiera alla salute, poco o niente attenderà a pregare, e così certamente si perderà. All'incontro chi sta incerto della sua salute, e teme di cadere in peccato e di perdersi, attenderà continuamente a raccomandarsi a Dio che lo soccorra, e così può sperare di ottener la perseveranza e la salute; e questa è quella pace di coscienza che solamente può aversi nella vita presente. Ma per quanto si studiano i Calvinisti a trovar la perfetta pace col tenere per certa la loro salute, non potranno trovarla mai per questa via; tanto più che anche secondo le loro dottrine io leggo2 che il loro gran sinodo di Dordrect nell'articolo 12 decise che il dono della fede, che porta seco la giustificazione presente e futura, come essi dicono, non si concede da Dio che a' soli eletti. Come dunque può il Calvinista esser infallibilmente certo di esser tra il numero degli eletti, se non sa di esser eletto? Dunque almeno per questo motivo non può evitare di stare incerto della sua salute.

 




2 Serm. de indul. t. 1. p. 59.



3 2. Cor. 13. 5.



4 T. 1. prop. 30.



5 Sess. 6. c. 9.



6 Eccl. 9. 1. et 2.



7 Inst. l. 3. c. 2. §. 38.



8 Eccl. 5. 5.

1 1. Cor. 4. 4.



2 Rom. 8. 16.



3 Vedi Bossuet delle variaz. t. 3. l. 14. n. 16. 280.



4 Anti. ad conc. Trid. sess. 6. c. 13.



5 Tal confessione leggesi nella raccolta di Ginevra part. 2. p. 149.



6 1. Cor. 10. 12.



7 Phil. 2. 12.

1 Psal. 118. 4.



2 Ibid. vers. 118.



3 Rom. 11. 29.



4 Psal. 50.



5 Variat. t. 3. l. 14. n. 16.



6 Iac. 1. 6.



7 Marc. 11. 24.

1 Rom. 8. 38. et 39.



2 Sess. 6. can. 16.



3 Sess. 6. can. 15.



4 1. Ioan. 5. 13.



5 Rom. 8. 24.



6 Matth. 10. 22.



7 Phil. 2. 12.

1 Luc. 18. 1.



2 Vedi Bossuet variat. t. 3. l. 14. n. 36.






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