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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§.7. Che Dio non ha mai predestinato alcun uomo alla dannazione senza riguardo alla sua colpa.

 

57. La dottrina di Calvino è tutta contraria. Dice egli che Dio ha predestinati molti alla dannazione non per causa de' loro peccati, ma solo per suo beneplacito. Ecco come parla9: Aliis vita aeterna, aliis damnatio aeterna praeordinatur; itaque prout in alterutrum finem quisque conditus est, ita vel ad vitam vel ad mortem praedestinatum dicimus. E di tal predestinazione non assegna altra ragione che la volontà di Dio10: Neque in aliis reprobandis aliud habebimus quam eius voluntatem. Ben intendo che questa dottrina riesce comoda agli eretici, perché così si danno la libertà di fare tutti i peccati che vogliono, senza rimorso e senza timore, riposandosi su quel loro celebre dilemma: se son predestinato mi salverò, per quante opere male ch'io commetta; Se son riprovato io mi dannerò, per quante opere buone ch'io faccia. Ma a questo falso argomento ben rispose un certo medico, il quale, come narra Cesario, intese far lo stesso argomento da un uomo malvagio, allorché da un altro fu ripreso de' suoi vizi. Or avvenne che quel malvivente, chiamato Ludovico Langravio, cadde infermo a morte. Chiamò egli questo stesso medico a guarirlo. Andò il medico a ritrovarlo; ed allorché fu richiesto da Ludovico di guarirlo, memore della risposta ch'egli diede a chi l'ammoniva, gli disse: Ludovico, a che serve l'opera mia? Se è venuta l'ora della tua morte, morrai con tutti i miei rimedj; se non è venuta, vivrai senza la mia cura. Allora rispose l'infermo: Ora, signor medico, aiutatemi voi come potete, prima che venga la morte, perché coi rimedj può esser ch'io risani, ma senza rimedj facilmente morrò. Allora il medico, ch'era uomo prudente, gli rispose: Se dunque pensi di conservar la vita del corpo colla medicina,


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perché poi non procuri colla confessione di ricuperare la vita dell'anima? E così lo persuase a confessarsi; e quegli si convertì.

 

58. Ma diamo la risposta diretta a Calvino: Calvino mio, se sei predestinato alla vita eterna, sei predestinato a salvarti per mezzo delle opere buone che farai, almeno per ragion di esecuzione della tua predestinazione: all'incontro se sei destinato all'inferno, vi sei destinato solo per i tuoi peccati, e non per la mera volontà di Dio, come tu bestemmii. Lascia dunque i peccati, fa opere buone, e ti salverai. È affatto falso il supposto di Calvino che Dio abbia creati molti uomini per l'inferno; son troppo chiare e quasi innumerabili le scritture, ove si dichiara che Iddio vuol tutti salvi. Di ciò primieramente abbiamo quel testo espresso di s. Paolo1: Qui omnes homines vult salvos fieri, et ad agnitionem veritatis venire. Questa verità che Dio voglia salvi tutti dice s. Prospero che, attese le parole dell'apostolo, dee senza dubbio confessarsi e credersi; e ne apporta la ragione, dicendo: Sincerissime credendum atque profitendum est Dominum velle omnes homines salvos fieri; siquidem apostolus, cuius haec sententia est, sollicite praecipit ut Deo pro omnibus supplicetur2. L'argomento è chiaro; mentre s. Paolo nel luogo citato prima scrive: Obsecro igitur primum omnium fieri obsecrationes... pro omnibus hominibus; e poi soggiunge: Hoc enim bonum est et acceptum coram Salvatore nostro Deo, qui omnes homines vult salvos fieri etc. Intanto dunque vuol l'apostolo che si preghi per tutti, perché Dio vuol salvi tutti. Dello stesso argomento si valse s. Gio. Grisostomo3: Si omnes ille vult salvos fieri, merito pro omnibus oportet orare. Si omnes ipse salvos fieri cupit, illius et tu concorda voluntati. Si aggiunge quel che dice l'apostolo del Salvatore: Christus Iesus qui dedit redemptionem semetipsum pro omnibus4. Se Gesù Cristo ha voluto redimere tutti gli uomini, dunque tutti ha voluto salvarli.

 

59. Ma dice Calvino: Iddio certamente prevede le opere buone e male di ciascun uomo; onde se ha fatto già il decreto per alcuno di mandarlo all'inferno a riguardo de' suoi peccati, come può dirsi ch'egli vuol tutti salvi? Si risponde con s. Giovan Damasceno, s. Tommaso di Aquino e colla sentenza comune di tutti i dottori cattolici, che a rispetto della riprovazione dei peccatori bisogna distinguere la priorità di tempo dalla priorità di ordine, o sia di ragione: in quanto alla priorità di tempo, il divino decreto è anteriore al peccato dell'uomo; ma in quanto alla priorità di ordine, il peccato dell'uomo è anteriore al decreto divino; perché intanto Iddio ha destinato ab aeterno molti peccatori all'inferno, in quanto ha preveduti i loro peccati. Onde ben si avvera che il Signore colla volontà antecedente, che riguarda la sua bontà, veramente vuol salvi tutti; ma colla volontà conseguente, che riguarda i peccati de' reprobi, li vuole dannati. Ecco come parla s. Giovan Damasceno: Deus praecedenter vult omnes salvari, ut efficiat nos bonitatis suae participes ut bonus; peccantes autem puniri vult ut iustus5. Lo stesso scrive s. Tommaso: Voluntas antecedens est, qua (Deus) omnes homines salvos fieri vult... Consideratis autem omnibus circumstantiis personae sic non invenitur de omnibus bonum esse quod salventur; bonum enim est eum qui se praeparat et consentit, salvari; non vero nolentem et resistentem... Et haec dicitur voluntas consequens, eo quod praesupponit praescientiam operum, non tanquam causam voluntatis, sed quasi rationem voliti6.

60. Vi sono poi molti altri testi nei quali si conferma questa verità, che Dio vuol salvi tutti; de' quali non voglio tralasciare almeno di riferirne alcuni pochi: Venite ad me omnes, dice il Signore, qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam


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vos1. Venite tutti, dice, voi che state oppressi da' vostri peccati, ed io vi ristorerò dalle ruine che da voi stessi vi avete cagionate. Se egli tutti chiama al rimedio, dunque ha vera volontà di salvar tutti. In altro luogo scrive s. Pietro: Patienter agit propter vos, nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti2. Si noti omnes ad poenitentiam reverti. Iddio non vuol la dannazione di alcuno, anzi neppure dei peccatori, mentre sono in questa vita; ma vuole che tutti si pentano de' loro peccati, e si salvino. In altro luogo abbiamo quel che dice Davide: Quoniam ira in indignatione eius, et vita in voluntate eius3. S. Basilio spiega questo passo e scrive: Et vita in voluntate eius: quid ergo dicit? nimirum quod vult Deus omnes vitae fieri participes. Quantunque noi offendiamo Iddio colle nostre opere, egli non vuole la nostra morte, ma la vita. Dicesi poi nella sapienza4: Diligis enim omnia quae sunt, et nihil odisti eorum quae fecisti. E poco appresso al verso 27 si aggiunge: Parcis autem omnibus, quoniam tua sunt, Domine, qui amas animas. Se dunque Dio ama tutte le sue creature e specialmente le anime, pronto anche a perdonar loro, se si pentono de' peccati, come possiamo poi pensare ch'egli le crea per vederle penare eternamente nell'inferno? No, che Dio non ci vuole veder perduti, ma salvi; e quando vede che noi ostinatamente co' peccati ci tiriamo sopra la morte eterna, egli compiangendo la nostra ruina, quasi ci prega a non perderci: Et quare moriemini domus Israel?... Revertimini et vivite5. Come dicesse: poveri peccatori, e perché vi volete dannare? Ritornate a me e troverete la vita perduta. Quindi avvenne che il nostro Salvatore mirando un giorno la città di Gerusalemme, e considerando la ruina che i giudei aveano a tirarsi sopra per l'ingiusta morte che aveano a dargli, si pose a piangere per compassione: Videns civitatem, flevit super illam6. In altro luogo si dichiara che non vuole la morte, ma la vita del peccatore. Nolo mortem morientis7. E poco appresso vi aggiunge il giuramento, dicendo: Vivo ego, dicit Dominus Deus: nolo mortem impii, sed ut convertatur impius a via sua, et vivat8.

61. Attese dunque tante testimonianze della scrittura, colle quali Iddio ci fa sapere che vuol salvi tutti, giustamente dice il dottissimo Petavio essere un'ingiuria che si fa alla divina misericordia, ed un cavillare i decreti della fede il dire che Dio non voglia salvi tutti: Quod si ista scripturae loca, quibus hanc suam voluntatem tam illustribus ac saepe repetitis sententiis, imo lacrymis ac iureiurando testatus est Deus, calumniari licet, et in contrarium detorquere sensum, ut, praeter paucos, genus humanum omne perdere statuerit, nec eorum servandorum voluntatem habuerit, quid est adeo disertum in fidei decretis, quod simili ab iniuria et cavillatione tutum esse possit9? Soggiunge il cardinal Sfondrati che il dire il contrario, cioè che Dio solamente voglia salvi alcuni pochi, e tutti gli altri con decreto assoluto li vuole dannati, dopo ch'egli tante volte ha palesato che vuol salvi tutti, è lo stesso che farlo un Dio da scena, che una cosa dice, ed un'altra vuole ed opera: Plane qui aliter sentiunt nescio an ex Deo vero Deum scenicum faciant10. Ma tutti i santi padri greci e latini convengono in dire che Dio sinceramente vuol tutti salvi. Petavio nel luogo citato riferisce i testi di s. Giustino, s. Basilio, s. Gregorio, s. Cirillo, s. Giovan Grisostomo e s. Metodio. Vediamo qui ciò che ne dicono i padri latini. San Girolamo11: Vult (Deus) salvare omnes, sed quia nullus absque propria voluntate salvatur, vult nos bonum velle, ut cum voluerimus, velit in nobis et ipse suum implere consilium. S. Ilario12 scrive: Omnes homines Deus salvos fieri vult,


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et non eos tantum qui ad sanctorum numerum pertinebunt, sed omnes omnino, ut nullus habeat exceptionem. San Paolino1 scrive: Omnibus dicit Christus: Venite ad me etc. Omnem enim, quantum in ipso est, hominem salvum fieri vult qui fecit omnes. S. Ambrogio2 scrive: Etiam circa impios suam ostendere debuit voluntatem; et ideo nec proditorem debuit praeterire, ut adverterent omnes quod in electiones etiam proditoris sui salvandorum omnium praetendit... et, quod in Deo fuit, ostendit omnibus quod omnes voluit liberare. Lascio per brevità tutte le altre autorità de' padri che potrei qui addurre. Ma che Dio veramente dalla sua parte voglia salvarci tutti, ben riflette il Petrocorese, ce ne assicura il precetto divino della speranza; perché se non fossimo noi certi che Dio vuol tutti salvi, la nostra speranza non sarebbe sicura e ferma, come la vuole s. Paolo (anchoram tutam ac firmam3), ma inferma e dubbiosa: Qua fiducia, son le parole del Petrocorese, divinam misericordiam sperare poterunt homines, si certum non sit quod Deus salutem omnium eorum velit4? Questa ragione è evidente; qui sta solo accennata, ma nel mio libro della Preghiera5 sta dichiarata a lungo.

 

62. Ma replica Calvino che per il peccato di Adamo tutto il genere umano è massa dannata; onde Iddio niun torto fa agli uomini, se di loro solo alcuni pochi vuol salvi, e tutti gli altri dannati, non già per i peccati proprj, ma per il peccato di Adamo. Ma rispondiamo che Gesù Cristo appunto questa massa dannata è venuto a salvare colla sua morte: Venit enim Filius hominis salvare quod perierat6. Egli il nostro Redentore offerì la sua morte non per quei soli uomini che aveano a salvarsi, ma per tutti senza eccezione: Qui dedit redemptionem semetipsum pro omnibus7. Pro omnibus mortuus est Christus etc.8. Speramus in Deum vivum, qui est salvator omnium hominum, maxime fidelium9. E l'apostolo, per accertarci che gli uomini eran tutti morti per il peccato, lo prova con dire che Cristo è morto per tutti: Charitas enim Christi urget nos... quoniam si unus pro omnibus mortuus est, ergo omnes mortui sunt10. Quindi scrisse s. Tommaso11: Christus Iesus est mediator Dei et hominum, non quorundam, sed inter Deum et omnes homines; et hoc non esset, nisi vellet omnes salvare.

 

63. Ma se Dio vuol salvi tutti, e Gesù Cristo per tutti è morto, perché poi, dimanda s. Giovanni Grisostomo, non tutti si salvano? Ed egli stesso risponde: perché non tutti vogliono uniformarsi alla volontà di Dio, il quale vuol salvi tutti, ma non vuole forzar la volontà di niuno: Cur igitur non omnes salvi fiunt, si vult (Deus) omnes salvos esse? Quoniam non omnium voluntatem sequitur, porro ipse neminem cogit12. Dice s. Agostino: Bonus est Deus, iustus est Deus; potest aliquos sine bonis meritis liberare, quia bonus est; non potest quemquam sine malis meritis damnare, quia iustus est13. Anche i centuriatori luterani di Magdeburgo, parlando de' reprobi, confessano che i santi padri hanno insegnato che Dio non predestina i peccatori all'inferno, ma li condanna per la prescienza che ha de' loro peccati: Patres nec praedestinationem in eo Dei, sed praescientiam solum admiserunt14. Ma replica Calvino che Dio, sebbene predestina molti alla morte eterna, nondimeno non eseguisce la pena se non dopo il loro peccato; e perciò vuole Calvino che Iddio prima predestini i reprobi al peccato, acciocché possa poi con giustizia castigarli. Ma se sarebbe ingiustizia mandare gl'innocenti all'inferno, molto maggiore ingiustizia sarebbe il predestinare gl'innocenti alla colpa, per poterli poi punire colla pena. Maior vero iniustitia, scrive s. Fulgenzio, si lapso Deus retribuit poenam, quem stantem praedestinasse


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dicitur ad ruinam1.

64. La verità è che quei che si perdono, solo per la loro negligenza si perdono; mentre, come scrive s. Tommaso, il Signore a tutti dona la grazia necessaria per salvarsi: Hoc ad divinam providentiam pertinet, ut cuilibet provideat de necessariis ad salutem2. Ed in altro luogo spigando il testo di s. Paolo Qui vult omnes homines salvos fieri, scrive: Et ideo gratia nulli deest, sed omnibus (quantum in se est) se communicat3. Ciò appunto è quel che un tempo disse Dio per Osea, che se ci perdiamo, tutto avviene per nostra colpa, mentre noi abbiamo in Dio tutto l'aiuto necessario a non perderci: Perditio tua Israel: tantummodo in me auxilium tuum4. Quindi ci fa sapere l'apostolo che Dio non soffre che noi siamo tentati a peccare oltre le nostre forze: Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis5. Sarebbe in verità una iniquità ed una crudeltà, come scrivono s. Agostino e s. Tommaso, quel che dice Calvino, cioè che Dio obbliga gli uomini ad osservare i precetti, benché sappia non poterli essi osservare: Peccati reum, scrive s. Agostino, tenere quenquam quia non fecit quod facere non potuit, summa iniquitas est6. E s. Tommaso scrive: Homini imputatur ad crudelitatem, si obliget aliquem per praeceptum ad id quod implere non possit; ergo de Deo nullatenus est aestimandum7. Altrimenti poi dice il santo è quando ex eius negligentia est, quod gratiam non habet, per quam potest servare mandata8. La quale negligenza consiste nel trascurare di valerci noi almeno della grazia rimota della preghiera, con cui possiamo ottener la prossima ad osservare i precetti, secondo quel che insegna il Tridentino: Deus impossibilia non iubet, sed iubendo monet et facere quod possis, et petere quod non possis, et adiuvat ut possis9.

65. Onde concludiamo con s. Ambrogio: Il Salvatore ha fatto ben conoscere che, quantunque gli uomini sieno tutti infermi e rei per la colpa, egli nondimeno ha recato loro il rimedio bastante a salvarli: Omnibus opem sanitatis detulit... Ut Christi manifesta in omnes praedicetur misericordia, qui omnes homines vult salvos fieri10. E qual maggior felicità, dice s. Agostino, può avvenire ad un infermo, che l'avere in sua mano la vita, essendogli offerto il rimedio per guarirsi quando vuole? Quid enim te beatius, quam ut, tanquam in manu tua vitam, sic in voluntate tua sanitatem habeas11? Onde ripiglia a dire s. Ambrogio nel luogo citato che chi si perde, egli stesso si cagiona la morte, non curando di prendere il rimedio che gli è apprestato: Quicunque perierit, mortis suae causam sibi adscribat, qui curari noluit, cum remedium haberet. Sì; perché, come scrive s. Agostino, il Signore sana tutti, e li sana perfettamente in quanto a sé; ma non sana colui che ricusa di sanarsi: Quantum in medico est, sanare venit aegrotum... Sanat omnino ille, sed non sanat invitum12. In somma, dice s. Isidoro Pelusiota, Dio in tutti i modi vuole aiutare i peccatori a salvarsi; onde nel giorno del giudizio non troveranno essi scusa per evitar la loro condanna: Etenim serio et modis omnibus (Deus) vult eos adiuvare, qui in vitio volutantur, ut omnem eis excusationem eripiat13.

66. Ma a tutto ciò Calvino oppone per 1. più testi, ove par che Dio stesso induri i cuori de' peccatori e gli acciechi, acciocché più non vedano la via della salute: Ego indurabo cor eius14. Excaeca cor populi huius... ne forte videat15. Ma a questi e simili passi risponde s. Agostino che Iddio indura i cuori degli ostinati con non dispensar loro quella grazia, di cui si sono renduti indegni; ma non già con infondere in essi la malizia, come vuole Calvino: Indurat subtrahendo gratiam, non infundendo


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malitiam1. E così anche dicesi che Dio acceca: Excaecat Deus deserendo, et non adiuvando2. Altro pertanto è l'indurare e l'acciecare gli uomini, altro è il permettere, per giusti fini, come fa Dio, la loro ostinazione ed accecazione. E così parimente rispondesi a quel che disse s. Pietro ai giudei, rinfacciando loro la morte data a Gesù Cristo: Hunc definito consilio et praescientia Dei tradituminteremistis3. Dunque, oppongono, fu consiglio di Dio che i giudei uccidessero il Salvatore. Si risponde che Dio definì sibbene la morte di Cristo per la salute del mondo, ma solamente permise il peccato de' giudei.

 

67. Oppone per 2. Calvino quel che scrisse l'apostolo4: Cum enim nondum... aliquid boni egissent, aut mali (ut secundum electionem propositum Dei maneret) non ex operibus; sed ex vocante dictum est ei: quia maior serviet minori, sicut scriptum est: Iacob dilexi, Esau odio habui. Di più oppone quel che siegue nel medesimo capo: Igitur non volentis, neque currentis, sed miserentis est Dei. Inoltre: Cuius vult miseretur, et quem vult indurat. E per fine: An non habet potestatem figulus luti ex eadem massa facere aliud vas in honorem, aliud vero in contumeliam? Ma da tutti questi passi io non so che cosa possa dedurne Calvino in favore della sua falsa dottrina. Dice il testo di s. Paolo: Iacob dilexi, Esau odio habui, premettendo quelle altre parole: cum enim nondum aliquid boni egissent, aut mali. Come dunque Dio odiò Esaù prima di far male? Ecco quel che risponde s. Agostino5: Deus non odit Esau hominem, sed odit Esau peccatorem. Che l'ottenere poi la divina misericordia non dipende dalla nostra volontà, ma dalla bontà di Dio, e che Dio altri peccatori lasci ostinati nei loro peccati, e ne formi vasi di contumelia, e ad altri usi misericordia, e ne formi vasi di onore, chi può negarlo? Niun peccatore può in ciò vantarsi, se Dio gli usa misericordia, ne può lamentarsi di Dio che non gli doni la grazia donata agli altri: Auxilium, dice s. Agostino, quibuscunque datur, misericorditer datur; quibus autem non datur, ex iustitia non datur6. In ciò bisogna adorare i divini giudizj, e dire col medesimo apostolo: O altitudo divitiarum sapientiae et scientiae Dei! quam incomprehensibilia sunt iudicia eius, et investigabiles viae eius7! Ma tutto ciò niente giova a Calvino, il quale vuole che Dio predestini gli uomini all'inferno, e che perciò prima li predestina alla colpa; no, dice s. Fulgenzio8: Potuit Deus praedestinare quosdam ad gloriam, quosdam ad poenam; sed quos praedestinavit ad gloriam, praedestinavit ad iustitiam; quos praedestinavit ad poenam, non praedestinavit ad culpam. Alcuni incolparono s. Agostino di questo errore; onde Calvino prese occasione di scrivere: Non dubitabo cum Augustino fateri voluntatem Dei esse rerum necessitatem, parlando della necessità che ha l'uomo di operare il bene ed il male9. Ma s. Prospero ben discarica da questo errore il suo maestro s. Agostino, ed indi scrive: Praedestinationem Dei sive ad bonum, sive ad malum in hominibus operari, ineptissime dicitur10. Ed i padri del concilio arausicano anche in difesa di s. Agostino scrissero così: Aliquos ad malum divina potestate praedestinatos esse, non solum non credimus, sed etiam si sint qui tantum malum credere velint, cum omni detestatione illis anthema dicimus.

 

68. Oppone per 3. Calvino, e dice: ma voi stessi cattolici non insegnate che Iddio per il sommo dominio che ha sopra le sue creature, ben può escludere con atto positivo alcuni dalla vita eterna, ch'è la riprovazione negativa difesa già da' vostri teologi? Ma rispondiamo che altro è negare ad alcuni la vita eterna, altro è condannarli alla morte eterna; siccome altro è se il principe


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esclude alcuni suoi sudditi dalla sua mensa, altro è se li condanna al carcere. Oltreché non è già che tutti i nostri teologi difendano questa sentenza: la maggior parte non l'approvano. Ed in verità io per me non so persuadermi come tal esclusione positiva dalla vita eterna si uniformi alle scritture che dicono: Diligis enim omnia quae sunt, et nihil odisti eorum quae fecisti1. Perditio tua, Israel; tantummodo in me auxilium tuum2. Nunquid voluntatis meae est mors impii, dicit Dominus Deus, et non ut convertatur a viis suis, et vivat3? Ed in altro luogo il Signore giura che non vuole la morte, ma la vita del peccatore: Vivo ego, dicit Dominus Deus, nolo mortem impii, sed ut convertatur impius a via sua et vivat4. Venit enim Filius hominis salvare quod perierat5. Qui omnes homines vult salvos fieri6. Qui dedit redemptionem semetipsum pro omnibus7.

69. Posto dunque che il Signore in tanti luoghi si dichiara che vuol la salute di tutti ed anche degli empj, come può dirsi che con decreto positivo escluda molti dalla gloria, non già per causa dei loro demeriti, ma solo per suo beneplacito, quando che tal positiva esclusione involve necessariamente, almeno per necessità di conseguenza la dannazione positiva di essi? Giacché secondo l'ordine da lui stabilito non vi è mezzo tra l'esclusione dalla vita eterna e la destinazione all'eterna morte. Né vale il dire che per la colpa originale già tutti gli uomini sono nella massa dannata, e perciò Iddio per alcuni determina che restino nella lor perdizione, e per altri che da quella siano liberati. Poiché si risponde che quantunque tutti nascano figli d'ira, nondimeno sappiamo che Dio colla volontà antecedente vuole veramente salvi tutti per mezzo di Gesù Cristo. Tanto più ha forza poi questa ragione pei battezzati che stanno in grazia, ne' quali, come scrive s. Paolo non si trova alcuna cosa degna di dannazione: Nihil ergo nunc damnationis est eis qui sunt in Christo Iesu8. Quindi insegna il concilio di Trento che in essi Dio non trova che odiare: In renatis enim nihil odit Deus9; in modo che quei che muoiono dopo il battesimo immuni da ogni peccato attuale, entrano subito nella gloria beata: Nihil prorsus eos ab ingressu coeli removetur10. Ora se Dio rimette a' battezzati intieramente la colpa originale, come possiamo dire che per quella escluda poi alcuni di loro dalla vita eterna? Che di quei peccatori poi che volontariamente han voluta perdere la grazia battesimale, alcuni voglia Dio liberare dalla dannazione meritata ed altri no, ciò dipende dalla mera volontà di Dio e da' suoi giusti giudizj. Del resto, come scrive s. Pietro, anche di tali peccatori, mentre sono in vita, non vuole Iddio che alcuno si danni, ma che si penta del male fatto e si salvi: Patienter agit propter vos, nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti11. In somma dice s. Prospero che coloro i quali sono morti in peccato, non ebbero necessità di perdersi, per non essere stati predestinati; ma intanto non sono stati predestinati, in quanto sono stati preveduti di voler morire ostinati ne' loro peccati: Quod huiusmodi in haec prolapsi mala, sine correctione poenitentiae defecerunt, non ex eo necessitatem habuerunt, quia praedestinati non sunt; sed ideo praedestinati non sunt, quia tales futuri ex voluntaria praevaricatione praesciti sunt12.

70. Da tutto ciò che si è detto nei passati paragrafi si vede in quale confusione dei dogmi della fede sono tutti gli eretici, e specialmente i pretesi riformati. Sono essi tutti uniti a contraddire gli articoli che insegna a credere la chiesa cattolica; ma poi tutti si contraddicono in mille punti di credenza fra di loro, sì che fra essi difficilmente si trova alcuno che creda ciò


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che crede l'altro. Esclamano essi che non cercano e non sieguono altro che la verità. Ma come posson trovar la verità, se affatto si allontanano dalla regola della verità? Le verità della fede non erano per se stesse manifeste a tutti gli uomini; onde se ciascuno fosse stato obbligato a credere quel che gli paresse migliore, secondo il suo proprio giudizio, le questioni tra essi sarebbero state eterne ed irrimediabili. Pertanto il Signore per toglier la confusione ne' dogmi della fede, ha dato il giudice, al quale ha promessa l'infallibilità, affinché così finissero le dissensioni; e siccome non v'è che un Dio, così non vi fosse per tutti che una fede, come scrive l'apostolo: Unus Dominus, una fides, unum baptisma1.

71. Quale poi è questo giudice che toglie tutte le controversie circa la fede e stabilisce le verità che debbono credersi? È la santa chiesa stabilita da Gesù Cristo per colonna e firmamento della verità, come scrive lo stesso apostolo: Scias quomodo oporteat, te in domo Dei conversari, quae est ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatis2. Sicché la voce della chiesa è quella che c'insegna le verità, e distingue il cattolico dall'eretico, come disse lo stesso Salvatore, parlando di colui che disprezza le correzioni de' prelati: Si autem ecclesiam non audierit, sit tibi sicut ethnicus et publicanus3. Ma, dirà taluno, fra tante chiese che vi sono nel mondo, quale è la vera a cui dobbiamo credere? Rispondo in breve, mentre questo punto l'ho trattato a lungo nell'opera mia della Verità della Fede, ed anche nell'opera dogmatica contro i Riformati in fine del libro; rispondo, dico, che l'unica vera chiesa è la cattolica romana. E perché questa è l'unica vera? Perché questa fu la prima fondata da Gesù Cristo. È certo che il nostro Redentore fondò la chiesa, in cui doveano i fedeli trovar la salute. Egli fu il primo capo e maestro delle cose che debbono credersi ed osservarsi per conseguir la salute. Lasciò poi, morendo, gli apostoli ed i loro successori a regger questa sua chiesa; ed a questa promise di assistere sino alla fine de' secoli: Et ecce ego vobiscum sum... usque ad consummationem saeculi4. Promise inoltre che le porte dell'inferno non mai avrebbero potuto abbatter la sua chiesa: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam5. Sappiamo poi che tutti gli eresiarchi che han fondate le loro chiese, tutti si son separati da questa prima chiesa fondata da Gesù Cristo; dunque se questa fu la vera chiesa del Salvatore, tutte le altre da essa divise necessariamente debbon esser false ed eretiche.

 

72. Né vale dire come diceano prima i Donatisti e poi han detto i protestanti, che intanto si sono essi separati dalla chiesa cattolica, perché, quantunque a principio ella fu vera, appresso nondimeno, per colpa di coloro che l'han governata, si è corrotta in essa la dottrina insegnata da Gesù Cristo. Ciò non vale: perché il Signore ha detto, come abbiam veduto, che le porte dell'inferno non mai avrebbero prevaluto contro la chiesa da lui fondata. Né vale replicare che non è mancata la chiesa invisibile, ma la sola visibile per colpa de' mali pastori; neppure vale questa replica: perché è stato e sarà sempre necessario che nella chiesa vi sia un giudice, visibile ed infallibile, che decida i dubbj, acciocché i contrasti abbiano fine, ed i veri dogmi siano sempre sicuri e certi. Vorrei che questi brevi sentimenti che qui ho notati, fossero considerati da ciascun protestante, per intender poi da lui come mai può egli sperar salute fuori della chiesa nostra cattolica.

 




9 Instit. l. 1. c. 21. §. 5.



10 Id. §. 11.

1 1. Tim. 2. 4.



2 S. Pros. resp. ad 2. obiect. Vincent.



3 In. 1. Tim. 2. homil. 7.



4 1. Tim. 2. 6.



5 L. 2. de fide ortod. c. 2.



6 C. 6. Ioan. lect. 4.

1 Matth. 11. 28.



2 2. Petr. 3. 9.



3 Psal. 29. 6.



4 C. 11. vers. 25.



5 Ezech. 18. 32.



6 Luc. 19. 41.



7 Ezech. 18. 32.



8 Ezech. 33. 11.



9 Petav. theolog. t. 1. l. 10. c. 15. n. 5.



10 Nodus praed. part. 1. §. 1.



11 Comment. in c. 1. Ad Ephes.



12 Epist. ad Aug.

1 Ep. 24. ad Sever. n. 9.



2 De libro Parad. c. 8.



3 Hebr. 6. 18. et 19.



4 Petrocor. theol. t. 1. c. 3. q. 4.



5 Mezzo della preghiera part. 2. c. 4.



6 Matth. 18. 11.



7 1. Tim. 2. 6.



8 1. Cor. 5. 15.



9 1. Tim. 4. 10.



10 2. Cor. 5. 14.



11 Ad 1. Tim. 2. lect. 1.



12 S. Ioan. Chrysost. Hom. 43. de longitud. praem.



13 L. 3. contra Iulian. c. 18.



14 Centuriat. 102. c. 4.

1 L. 1. ad Monim. c. 24.



2 Quaest. 14. de verit. a. 11. ad 1.



3 Id. in. ep. ad. Hebr. c. 12. lect. 3.



4 Oseae 13. 9.



5 1. Cor. 10. 13.



6 De anima l. 2. c. 12. n. 17.



7 In 2. sent. dist. 28. q. 1. a. 3.



8 Id. q. 24. de verit. a. 14. ad 2.



9 Sess. 6. c. 13.



10 l. 2. de Abel. c. 3.



11 Tract. 12. in Ioan.



12 Ibid.



13 L. 2. ep. 270.



14 Exod. 4. 21.



15 Isa. 6. 10.

1 Ep. 194. al. 105. ad Sixtum.



2 S. August. tract. 53. in Ioan.



3 Act. 2. 23.



4 Rom. 9. 11.



5 L. 1. ad Simplician c. 2.



6 L. de corrept. et grat. c. 5. e 6. al. 11.



7 Rom. 11. 33.



8 L. 1. ad Monimum c. 16.



9 L. 3. c. 21. §. 7.



10 In libell. ad capit. Gallor. c. 6.

1 Sap. 11. 25.



2 Oseae 13. 9.



3 Ezech. 18. 25.



4 Ez. 33. 11.



5 Matth. 18. 11.



6 1. Tim. 2. 4.



7 Ib. vers. 6.



8 Rom. 8. 1.



9 Sess. 5. decr. de peccat. origin.



10 Ibid.



11 2. Petr. 3. 9.



12 S. Prosp. Resp. 3. ad capit. Gallor.

1 Ephes. 4. 5.



2 1. Tim. 3. 15.



3 Matth. 18. 17.



4 Matth. 28. 20.



5 Matth. 16. 18.




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