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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 2. Dice il p. Berruyer che Gesù Cristo ne' tre giorni in cui stette nel sepolcro, cessando di esser uomo vivente, cessò per conseguenza di esser figlio di Dio; e che quando poi Iddio lo risuscitò, di nuovo lo generò, e fece che di nuovo fosse figlio di Dio.

 

21. Si armi di pazienza il mio lettore in sentire altre dottrine più false e più stravaganti del p. Berruyer. Egli dice che Gesù Cristo nei tre giorni, in cui stette nel sepolcro, cessò di esser figlio naturale di Dio: Factum est morte Christi ut homo Christus Iesus, cum iam non esset homo vivens, atque adeo pro triduo quo corpus ab anima separatum iacuit in sepulcro, fieret Christus incapax illius appellationis,


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Filius Dei1. E lo replica nello stesso luogo con altri termini: Actione Dei unius, filium suum Iesum suscitantis, factum est ut Iesus, qui desierat esse homo vivens, et consequenter Filius Dei, iterum viveret deinceps non moriturus. Questo errore nasce dal suo falso supposto esaminato nel paragrafo antecedente; giacché posto che Gesù Cristo fu figlio di Dio sussistente in tre persone, cioè figlio della Trinità, come opera ad extra, secondo abbiam veduto prima, fu puro uomo; ed essendo cessato d'esser uomo vivente colla morte, cessò anche di esser figlio di Dio sussistente in tre persone; perché se era figlio di Dio come prima persona della Trinità, in Gesù Cristo vi era il Verbo eterno, il quale essendosi unito all'anima ed al corpo di lui ipostaticamente, ancorché colla morte l'anima si fosse divisa dal corpo, non avrebbe potuto né dall'una, né dall'altro mai separarsi.

 

22. Posto dunque che Gesù Cristo morendo cessò di esser figlio di Dio, ha da dire il p. Berruyer che in quei tre giorni in cui il corpo del Signore fu diviso dall'anima, si separò la divinità dalla di lui anima e carne. Restringiamo la proposizione di Berruyer. Egli dice che Cristo fu fatto figlio di Dio, non già perché il Verbo assunse la di lui umanità, ma perché all'umanità si unì il Verbo; e da ciò ne deduce che nel sepolcro, avendo cessato di essere uomo vivente per essersi divisa l'anima dal corpo, egli non fu allora più figlio di Dio, e perciò il Verbo lasciò di stare unito colla di lui umanità. Ma ciò è falsissimo: perché il Verbo assunse, ed unì ipostaticamente ed inseparabilmente a sé in unione di persona l'anima e la carne di Gesù Cristo; onde quando il Salvatore morì e il suo corpo sacrosanto fu sepolto, non poté né dal corpo, né dall'anima dividersi la divinità del Verbo. Questa è verità insegnata da tutti i santi padri. S. Atanasio2 scrisse: Cum Deitas neque corpus in sepulchro desereret, neque ab anima in inferno separaretur. S. Gregorio Nisseno3 scrisse: Deus qui totum hominem per suam cum illo coniunctionem in naturam divinam mutaverat, mortis tempore a neutra illius, quam semel assumpserat, parte recessit. S. Agostino4 disse: Cum credimus Dei Filium, qui sepultus est, profecto Filium Dei dicimus et carnem, quae sola sepulta est.

 

23. S. Giovan Damasceno poi ne adduce la ragione, dicendo che l'anima di Cristo non ebbe sussistenza diversa da quella ch'ebbe la carne: una sola fu la persona che sostenne l'una e l'altra: Neque enim unquam aut anima, aut corpus peculiarem atque a Verbi subsistentia diversam subsistentiam habuit5. E perciò dice che, essendo una la persona che sostentava l'anima e il corpo di Cristo, benché l'anima dal corpo si dividesse, non poté dividersi da loro la persona del Verbo; onde seguì a sostenere l'una e l'altra, come siegue a dire: Corpus et anima simul ab initio in Verbi persona existentiam habuerant, ac licet in morte divulsa fuerint, utrumque tamen eorum unam verbi personam, qua subsisteret, semper habuit. Siccome dunque, allorché Gesù Cristo discese all'inferno, il Verbo discese insieme coll'anima; così restando il corpo nel sepolcro, vi restò anche il Verbo: e così la carne di Cristo nella sepoltura fu immune dalla corruzione, come predisse Davide: Non dabis sanctum tuum videre corruptionem6. E da s. Pietro7 appunto questo testo fu attribuito al Salvatore giacente nel sepolcro. Ma s. Ilario8 scrive che in tempo della morte la carne di Gesù Cristo fu lasciata dalla divinità; ma s. Ambrogio9 spiega la mente di s. Ilario, e dice che il santo non ha voluto dir altro con quel suo detto, se non che siccome in tempo della passione la divinità abbandonò l'umanità di Cristo


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a quella gran desolazione, che fece esclamare al nostro Salvatore: Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me1? Così il Verbo nella morte abbandonò il di lui corpo in quanto all'influsso di conservargli la vita, ma non l'abbandonò in quanto all'unione ipostatica; onde non poté cessar mai Gesù Cristo di esser figlio di Dio, come vuole il p. Berruyer esser avvenuto nel sepolcro, essendo assioma comune nelle scuole cattoliche2: Quod semel Verbum assumpsit, nunquam amisit. Ma se il p. Berruyer concede che il Verbo fu unito prima in unità di persona coll'anima e corpo di Gesù, come poi può dire che, separandosi l'anima dal corpo, il Verbo lasciò di stare unito col corpo? Queste sono dottrine ch'egli solo intende, o, per meglio dire, che neppur esso intende.

 

24. Dicendo poi il p. Berruyer che Gesù Cristo morendo cessò di essere figlio naturale di Dio, perché cessò di esser uomo vivente, per conseguenza ha da tenere che l'umanità prima della morte non era sostenuta dalla persona del Verbo, ma che avea la propria sussistenza umana, ed era persona distinta dalla persona del Verbo; e posto ciò come può sfuggire di non esser incorso nell'eresia di Nestorio, che ammettea due persone distinte in Gesù Cristo? Del resto è contrario espressamente a Nestorio ed al p. Berruyer il simbolo di fede costantinopolitano, in cui sta definito che dobbiamo credere in un solo Dio Padre onnipotente, ed in un solo figlio di Dio unigenito nato dal Padre prima di tutti i secoli, e consostanziale al Padre, il quale per la nostra salute discese dai cieli, s'incarnò da Maria Vergine, patì, fu sepolto e risorse nel terzo giorno. Dunque quello stesso unico figlio unigenito di Dio Padre, generato ab aeterno dal Padre, è disceso dal cielo, si è fatt'uomo, è morto ed è stato sepolto. Ma come poteva un Dio morire ed esser sepolto? Sì, ben lo poteva; e l'ha fatto, dice il concilio, con assumere carne umana. Quegli stesso, parla un altro concilio generale3, il lateranese IV., che come Dio non potea morirepatire, facendosi uomo si è fatto mortale e passibile: Qui cum secundum divinitatem sit immortalis et impassibilis, idem ipse secundum humanitatem factus est mortalis et passibilis.

 

25. In conseguenza poi dell'errore mentovato che Gesù Cristo nel sepolcro cessò di esser figlio naturale di Dio, il p. Berruyer aggiunge un altro errore, e dice che quando Dio risuscitò Cristo uomo, di nuovo lo generò e lo formò uomo Dio; poiché col risuscitarlo fece che fosse figlio quegli che morendo avea lasciato di esser figlio. Quest'altra sua nuova e falsa invenzione già l'abbiamo riferita al num. 18. Egli dice: Actione Dei unius, Filium suum Iesum suscitantis, factum est ut Iesus, qui desierat esse homo vivens et consequenter filius Dei, iterum viveret deinceps non moriturus. Ciò poi lo replica con altri termini in altro luogo: Deus Christum hominem resuscitans, hominem Deum iterato generat, dum facit resuscitando ut filius sit, qui moriendo filius esse desierat4. Godiamo d'intendere questo nuovo dogma ignoto a tutti i fedeli, che il figlio di Dio si è incarnato e fatt'uomo due volte: una quando fu conceputo nell'utero sacrosanto di Maria, e l'altra quando risorse dal sepolcro; e ringraziamo il p. Berruyer che ci ha fatte sapere cose sinora neppur nominate dalla chiesa. Inoltre dalla sua bella dottrina ne nasce che Maria santissima due volte fu fatta madre di Dio, giacché in quel tempo, nel quale Gesù Cristo stando nel sepolcro cessò di esser figlio di Dio, cessò anch'ella di esser madre di Dio; e poi di nuovo le fu restituita la divina maternità, quando Gesù Cristo risorse. Ma passiamo ad esaminare nel paragrafo seguente un altro errore forse a mio parere il più pernicioso di quest'autore così guasto di cervello; dico di cervello,


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perché non voglio riputarlo guasto di coscienza. Uno degli scrittori che confuta il p. Berruyer saggiamente riflette ch'egli è caduto in tanti errori, per non aver voluto seguir la tradizione de' santi padri e il metodo ch'essi hanno tenuto nell'interpretare le divine scritture, e nel dichiarare la parola di Dio non iscritta, che si è conservata nelle opere di questi santi dottori e pastori. E perciò si vede, come nota il prelato autore del Saggio, che il p. Berruyer in tutta la sua opera non cita alcuna autorità, né di padri, né di teologi; quando che il concilio di Trento1 proibisce espressamente d'interpretare i sacri libri in senso contrario a quello che è comune de' santi padri. Esaminiamo ora l'errore seguente ch'è troppo enorme e pernicioso.

 




1 T. 8. p. 65.



2 Contra Apollinar. l. 1. n. 15.



3 Orat. 1. in Christ. Resur.



4 Tract. 78. in Ioan. n. 2.



5 L. 3. de fide c. 27.



6 Psal. 15. 10.



7 Act. 2. 27.



8 C. 33. in Matth.



9 L. 10. in Luc. c. 13.

1 Matth. 27. 26.



2 Cont. Tourn. de Incarn. t. 4. part. 2. p. 487.



3 In c. Firmiter, de Summ. Trin. etc.



4 Berruyer t. 8. p. 66.

1 Sess. 6. decr. de Script. Sanct..






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