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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Storia delle Eresie

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§. 6. Altri errori del Berruyer sovra diverse materie.

 

47. Gli scrittori che han confutata l'opera del p. Berruyer, vi notano molti altri errori, i quali, secondo il mio sentimento, se non sono opposti chiaramente alla fede, almeno son certe opinioni o proposizioni stravaganti che non si accordano colle sentenze de' padri e col sentimento comune de' teologi. Io qui ne noterò alla rinfusa quelle che mi sembrano più strane e più reprensibili, facendovi alcune brevi riflessioni, e lasciando a' miei leggitori di farvi le altre che vi competono.

 

48. In un luogo egli dice: Revelatione deficiente, cum nempe Deus ob latentes causas eam nobis degenerare vult, non est cur non teneamur saltem obiecta credere quibus religio naturalis fundatur5. Parlando dunque egli della rivelazione dei misterj della fede, dice che mancando questa, almeno siamo tenuti a credere quegli oggetti, in cui si fonda la religion naturale. Di questa sua sentenza in altro luogo poi6 accenna la ragione, dicendo: Religio pure naturalis, si Deus ea sola contentus esse voluisset, propriam fidem ac revelationem suo habuisset modo, quibus Deus ipse in fidelium cordibus et animo inalienabilia iura sua exercuisset. Si noti la stravaganza di questo cervello e la maniera insieme confusa con cui si spiega. Del resto sembra ch'egli conceda potersi trovare veri fedeli nella religione mera naturale, la quale, secondo lui, ha in certo modo la sua fede e la


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sua rivelazione. Dunque nella sua religione puramente naturale ci sarebbe una fede ed una rivelazione, di cui potrebbe Dio chiamarsi contento? Dirà forse alcuno che l'autore parla qui in ipotesi. Ma questa ipotesi è cosa scandalosa a farla sentire, perché può far credere che senza la fede nei meriti di Gesù Cristo potrebbe Dio contentarsi di una religione puramente naturale, e così salvare chi la professasse. Ma s. Paolo risponderebbe a chi lo credesse: Ergo gratis Christus mortuus est1. Se può bastare la religion naturale a salvare chi non crede e spera di salvarsi per Gesù Cristo, ch'è l'unica via della salute, dunque invano è morto Gesù Cristo per la salute degli uomini. Ma san Pietro all'incontro insegna che la salute non si trova in alcun altro se non in Gesù Cristo: Non est in alio aliquo salus. Nec enim aliud nomen est sub coelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri2. Se mai alcuno infedele così nella antica, come nella nuova legge si è salvato, non per altra via si è salvato, se non col conoscere la grazia del Redentore; onde dice s. Agostino doversi credere che a niuno è stato concesso il vivere secondo Dio, e salvarsi, se non a chi è stato rivelato Gesù Cristo o venuto o venturo: Divinitus autem provisum fuisse non dubito ut ex hoc uno sciremus etiam per alias gentes esse potuisse, qui secundum Deum vixerunt, eique placuerunt, pertinentes ad spiritualem Ierusalem: quod nemini concessum fuisse credendum est, nisi cui divinitus revelatus est unus mediator Dei et hominum homo Christus Iesus, qui venturus in carne sic antiquis sanctis praenunciabatur, quaemadmodum nobis venisse nuntiatus est3.

 

49. E questa è quella fede ch'è stata sempre necessaria a' giusti per vivere uniti a Dio. Iustus ex fide vivit, scrive l'apostolo: Quoniam autem in lege nemo iustificatur apud Deum, manifestum est, quia iustus ex fide vivit4. Niuno, dice s. Paolo, rendesi giusto presso Dio per la sola legge, che c'impone i precetti da osservarsi, ma non ci la forza di adempirli. Né questi possiamo noi dopo il peccato di Adamo adempire colla sola libertà dell'arbitrio; vi bisogna l'aiuto della grazia, che dobbiamo chiedere a Dio, e sperare per la mediazione del Redentore. Ea quippe fides, scrive s. Agostino5, iustos sanavit antiquos, quae sanat et nos, idest Iesu Christi fide mortis eius. Ed in altro luogo6 ne adduce la ragione dicendo: Quia sicut credimus nos Christum venisse, sic illi venturum; sicut nos mortuum, ita illi moriturum. L'inganno degli ebrei era che presumeano, senza pregare, e senza la fede nel mediatore che dovea venire, poter osservare la legge loro imposta. Quando il Signore da Mosè fece loro chiedere se voleano sottoporsi alla legge che volea lor palesare, essi risposero: Cuncta quae locutus est Dominus faciemus7. Ma il Signore dopo questa loro promessa disse: Bene omnia sunt locuti: quis det talem eos habere mentem, ut timeant me, et custodiant universa mandata mea in omni tempore8? Han detto bene che vogliono osservare tutti i miei comandamenti; ma chi darà loro la virtù di osservarli? Volendo con ciò significare che se presumeano di adempirli senza impetrare il soccorso divino colle preghiere, non gli avrebbero mai adempiti. E quindi avvenne che poco appresso voltarono le spalle a Dio e adorarono il vitello d'oro.

 

50. Nella stessa cecità, anzi maggiore erano tutti i gentili che presumeano di rendersi giusti colla sola forza della propria volontà. Che cosa di più ha Giove, dicea Seneca, dell'uomo dabbene, se non che una vita più lunga? Iupiter quo antecedit virum bonum? Diutius bonus est. Sapiens nihilo se minoris aestimat, quod virtutes eius spatio breviore clauduntur9. Aggiungeva che Giove disprezzava i beni temporali, perché non poteva valersi di quelli;


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ma che il savio li disprezza per sua volontà: Iupiter uti illis non potest, sapiens non vult1. Seneca, fuori della mortalità, rendeva il savio simile a Dio: Sapiens, excepta mortalitate, similis Deo2. Giungea quest'uomo superbo a preferire la sapienza del savio a quella di Dio, dicendo che Iddio è tenuto dalla sua sapienza alla sua natura, ma il savio n'è debitore al suo studio: Est aliquid, quo sapiens antecedat Deum; ille naturae beneficio, non suo sapiens est3. Cicerone dicea che non potremmo noi gloriarci della virtù, se la virtù ci fosse donata da Dio: De virtute recte gloriamur; quod non contingeret, si id donum a Deo, non a nobis, haberemus4. Ed in altro luogo scrisse: Iovem optimum maximum appellant, non quod nos iustos, sapientes efficiat, sed quod incolumes, opulentos etc. Ecco dove giungeva la superbia di questi sapienti del mondo, sino a dire che la virtù e la sapienza era loro propria, non già data da Dio.

 

51. E per tal presunzione le loro tenebre si rendeano sempre più dense. I più dotti fra di essi, quali erano i filosofi, perché erano i più superbi, erano ancora più ciechi; e benché sfolgorasse nelle loro menti il lume della natura, che facea lor conoscere la verità di un Dio creatore e signore del tutto, nondimeno, come scrive l'apostolo, di tal luce non sapeano valersene per ringraziarne Iddio ed onorarlo siccome doveano: Quia, cum cognovissent Deum, non sicut Deum glorificaverunt, aut gratias egerunt5. E crescendo in essi la presunzione di esser savj, crebbe la stoltezza: Dicentes enim se esse sapientes, stulti facti sunt6. E giunse a tal segno la loro cecità, che si applicarono a venerare per Dei gli uomini mortali e le bestie: Et mutaverunt gloriam incorruptibilis Dei in similitudinem imaginis corruptibilis hominis et volucrum et quadrupedum et serpentium7. Onde meritarono poi che restassero da Dio abbandonati ai loro pravi desiderj, e fatti schiavi della concupiscenza ubbidissero alle passioni più brutali e detestabili: Propter quod tradidit illos Deus in desideria cordis eorum in immunditiam etc.8. Vien celebrato tra gli antichi sapienti Socrate, che narrasi essere stato perseguitato da' gentili perché riconosceva un solo Dio supremo Signore del mondo; eppure egli trattò da calunniatori coloro che l'accusarono di non adorare gli Dei del paese, ed in morte non ebbe ritegno di ordinare a Senofonte suo discepolo, che sacrificasse in suo nome ad Esculapio un gallo che teneva in sua casa. Platone, come scrive s. Agostino9, volle che si fossero offerti sacrificj a più dei. Il gran Cicerone, che tra' gentili fu uno de' più illuminati, riconosceva bensì un Dio supremo, ma con tutto ciò volea che si adorassero gli dei già ricevuti in Roma. Ecco la sapienza de' savj della gentilità; ed ecco la fede e la religion naturale de' gentili, esaltata dal p. Berruyer sino a poter produrre, senza cognizione di Gesù Cristo, anime rette ed innocenti e figli adottivi di Dio.

 

52. Seguitiamo ora ad esaminare le altre inezie di Berruyer già riferite di sopra. Egli dice: Relate ad cognitiones explicitas, aut media necessaria, quae deficere possent ut eveherentur ad adoptionem filiorum, dignique fierent coelorum remuneratione, praesumere debemus quod viarum ordinariarum defectu in animabus rectis ac innocentibus bonus Dominus cui deservimus, attenta filii sui mediatione, opus suum perficeret quibusdam omnipotentiae rationibus, quas liberum ipsi est nobis haud detegere10. Dice dunque che mancando la cognizione de' mezzi necessarj alla salute, dobbiamo presumere che Dio per la mediazione di Gesù Cristo salverà le anime rette ed innocenti con certe ragioni della sua onnipotenza, che non è tenuto a palesarci. Molte inezie in poche parole.


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Sicché chiama rette ed innocenti quelle anime che non han cognizione de' mezzi necessarj per la salute, e per conseguenza neppure della mediazione del Redentore, la cui notizia, come di sopra abbiam veduto, è stata sempre necessaria per i figli di Adamo. Forse queste anime sue rette ed innocenti saranno state create prima di nascere Adamo. Ma se elle sono state create dopo la caduta di Adamo, necessariamente sono figlie d'ira; onde in qual modo elleno possono essere sollevate all'adozione de' figli di Dio, e quindi senza credere in Gesù Cristo, fuori di cui non vi è salute, e senza battesimo andare in cielo a goder Dio? Noi credevamo e crediamo che non vi è altra via per ottener la salute, che la mediazione di Gesù Cristo: Ego sum via et veritas et vita, disse Gesù Cristo1. Ed in altro luogo disse: Ego sum ostium. Per me si quis introierit, salvabitur2. S. Paolo scrisse: Per ipsum habemus accessum... ad Patrem3. Ma il p. Berruyer ci addita che vi è un'altra via occulta, per cui Dio salva queste anime rette che vivono nella religion naturale: via non però della quale non abbiam noi veruno indizio né dalle scritture né da' santi padri né dagli scrittori ecclesiastici. Quanto di grazia e di speranza per la salute è stato promesso da Dio agli uomini, tutto è stato promesso loro per la mediazione di Gesù Cristo. Si legga il nostro Selvaggi nelle note in Mosheim4, ove fa vedere che tutte le profezie del vecchio Testamento, ed anche i fatti storici han parlato di ciò in senso profetico, secondo quel che scrive l'apostolo: Haec omnia in figura facta sunt5. Il medesimo nostro Salvatore dimostrò ai due suoi discepoli che andavano in Emaus che tutte le scritture dell'antica legge di lui parlavano: Et incipiens a Moyse et omnibus prophetis interpretabatur illis in omnibus scripturis quae de ipso erant6. E il p. Berruyer dice che nella legge naturale vi sono state anime che hanno avuta l'adozione de' figli di Dio, senza aver avuta alcuna cognizione della mediazione di Gesù Cristo!

 

53. Ma come queste anime senza Gesù Cristo hanno ottenuta l'adozione de' figli di Dio, quando Gesù Cristo è stato quegli il quale ha dato a' suoi fedeli potestatem filios Dei fieri? Il p. Berruyer dice così: Quod adoptio prima, eaque gratuito, cuius virtute ab Adamo usque ad Christum, intuitu Christi venturi, fideles omnes sive ex Israel, sive ex gentibus facti sunt filii Dei, non dederit Deo nisi filios minores semper et parvulos usque ad tempus praefinitum a Patre7. Vetus haec itaque adoptio praeparabat aliam, et novam quasi parturiebat adoptionem superioris ordinis8. Dunque il p. Berruyer ammette due adozioni: la prima e la seconda. La seconda è quella che vi è nella legge nuova: la prima dice ch'era quella, per cui tutti coloro che han ricevuta la fede tra' giudei o tra' gentili, a riguardo di Cristo venturo, non ha dato a Dio che figli minori e piccoli. Soggiunge che questa vecchia adozione ne preparava e quasi ne partoriva una nuova di ordine superiore; ma con questa vecchia adozione dice che i fedeli vix filiorum nomen obtinerent9. Per notare ed esaminare tutte le stravaganze di questo autore così ferace di opinioni storte e non ancora intese nella teologia, bisognerebbero più volumi. L'adozione dei figli di Dio, come dice s. Tommaso10, loro il diritto di aver parte nell'eredità, cioè nella gloria de' beati. Or, posto ciò che dice Berruyer, che l'adozione antica era di ordine inferiore, se gli dimanda se quell'adozione avrebbe dato il diritto alla beatitudine intiera, oppur dimezzata, di ordine inferiore, qual era quell'adozione. Tali paradossi basta riferirli per confutarli. La verità si è che una sola è stata sempre la vera religione, la quale non ha avuto per oggetto altro che Dio, e non ha dimostrata


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altra via per andare a Dio, che Gesù Cristo. Il sangue adunque di Gesù Cristo è quello che ha tolti i peccati dal mondo, ed ha salvati tutti coloro che si son salvati; e la sola grazia di Gesù Cristo ha dati figliuoli a Dio. Dice Berruyer1, che la legge naturale ispirava la fede, la speranza e la carità. Che inezia! Queste tre virtù son doni infusi da Dio; e questi poteano essere ispirati dalla legge naturale? Ciò non l'ha detto neppure Pelagio.

 

54. In altro luogo dice: Per annos quatuor mille quotquot fuerunt primogeniti, et sibi successerunt in haereditate nominis illius - Filius hominis - debitum nascendo contraxerunt2. In altro luogo dice: Per Adami hominum parentis et primogeniti lapsum oneratum est nomen illud sancto quidem, sed poenali debito satisfaciendi Deo in rigore iustitiae, et peccata hominum expiandi3. Dice dunque il p. Berruyer che tutti i primogeniti per quattromila anni hanno avuto l'obbligo di soddisfare i peccati degli uomini. Questa opinione, secondo egli parla, se fosse vera, mi sarebbe di molto peso, mentre mi ritrovo primogenito; onde avrei l'obbligo di soddisfare non solo per i peccati miei, che son molti, ma anche per quelli degli altri. Ma vorrei sapere da lui dove si fonda quest'obbligo? Sembra ch'esso voglia dire che sia naturale: Erat praeceptum illud quantum ad substantiam naturale4. Ma non troverà alcuno di cervello sano, che voglia accordargli esservi quest'obbligo naturale; giacché non si vede indicato da niuna scrittura o canone della chiesa. Non è dunque naturale, e neppure è imposto da Dio per precetto positivo; attesocché per il peccato di Adamo tutti i suoi figli nascono rei: onde non solo i primogeniti, ma tutti gli uomini han contratta la colpa originale (fuori di Gesù e della sua madre), e tutti son tenuti a purgarsi da quella macchia.

 

55. Indi il p. Berruyer lascia i primogeniti, e passa ad applicare questa nuova dottrina inventata al n. s. Gesù Cristo, e dice che tutti quelli da' quali è nato Gesù Cristo sono stati primogeniti sino a s. Giuseppe. Quindi dice che in Gesù Cristo per la successione ereditata da s. Giuseppe si sono uniti tutti i diritti e debiti de' primogeniti antecessori; ma che, non avendo potuto niuno di loro soddisfare la divina giustizia per il peccato, ha bisognato che il Salvatore, il quale solo potea soddisfare, restasse obbligato a pagare per tutti, mentr'egli ha avuta la principal primogenitura: e perciò dice Berruyer che si è chiamato figliuolo dell'uomo (ma titolo fu questo, dice s. Agostino, di umiltà, non già di maggioranza, né di debito). Pertanto soggiunge che come figlio dell'uomo e primogenito degli uomini, ed ancora come figlio di Dio contraesse in rigor di giustizia il debito di sacrificarsi a Dio per la di lui gloria e per la salute umana: Debitum contraxerat in rigore iustitiae fundatum qui natus erat filius hominis, homo primogenitus simul Dei unigenitus, ut se pontifex idem et hostia, ad gloriam Dei restituendam, salutemque hominum redimendam Deo Patri suo exhiberet5. Quindi soggiunge, che Cristo per precetto naturale era obbligato ex condigno colla sua passione a soddisfare la divina giustizia per il peccato dell'uomo: Offerre se tamen ad satisfaciendum Deo ex condigno, et ad expiandum hominis peccatum, quo satis erat passione sua, Iesus Christus filius hominis et filius Dei praecepto naturali obligabatur. Dice dunque che Gesù Cristo, come figlio dell'uomo e primogenito degli uomini, avea contratto un debito fondato in rigor di giustizia di soddisfare a Dio colla sua passione per il peccato dell'uomo. Ma rispondiamo che il nostro Salvatore né come figlio dell'uomo, né come primogenito degli uomini potea contrarre quest'obbligo stretto di soddisfare per l'uomo. Non come figlio dell'uomo; poiché sarebbe bestemmia il dire che Cristo avesse contratta la colpa originale: Accepit enim hominem, scrive s. Tommaso6


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absque peccato. Neppure era a ciò tenuto come primogenito degli uomini. È vero che s. Paolo lo chiama primogenito in molti fratelli; ma bisogna intendere in qual senso l'apostolo a Gesù Cristo tal nome. Il testo è questo: Nam quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imaginis filii sui, ut sit ipse primogenitus in multis fratribus1. Qui s. Paolo ci ad intendere che coloro che Dio ha preveduti doversi salvare, li ha predestinati ad esser fatti simili a Gesù Cristo nella santità e nella pazienza della sua vita disprezzata, povera e tribolata che egli fece su questa terra.

 

56. Ma replica Berruyer che Gesù Cristo secondo la stretta giustizia non poteva esser mediatore di tutti gli uomini, se non era insieme uomo Dio e figlio di Dio2, e così soddisfacesse appieno per il peccato dell'uomo. Ma scrive s. Tommaso3 che in due modi Iddio potea chiamarsi soddisfatto a riguardo del peccato dell'uomo, perfettamente ed imperfettamente: perfettamente colla soddisfazione datagli da una persona divina, come fu quella già datagli da Gesù Cristo: imperfettamente poi con accettare la soddisfazione datagli dall'uomo, la quale, se fosse stata accettata da Dio, ben sarebbe stata sufficiente a placarlo. S. Agostino chiama pazzi coloro che dicono non aver potuto Iddio salvare gli uomini senza farsi uomo, e patire tutto quel che ha patito. Ben lo potea; ma se altrimenti avesse fatto, sarebbe ciò, dice, dispiaciuto alla loro stoltezza: Sunt stulti qui dicunt: Non poterat aliter sapientia Dei homines liberare, nisi susciperet hominem, et a peccatoribus omnia illa pateretur. Quibus dicimus, poterat omnino; sed si aliter faceret, similiter vestrae stultitiae displiceret4.

57. Atteso ciò, sembra cosa insoffribile l'asserire col p. Berruyer che Gesù Cristo come figlio dell'uomo e primogenito degli uomini avea contratto in rigor di giustizia il debito di sacrificarsi a Dio colla morte, affin di soddisfare per il peccato dell'uomo, ed ottenergli la salute. È vero che Berruyer in altro luogo5, dice che l'incarnazione del figlio di Dio non fu di necessità, ma di convenienza; ma in ciò si contraddice, per quel che scrisse in altri luoghi da noi riferiti di sovra al num. 55. Del resto, l'intenda esso come vuole, è certo che Gesù Cristo quanto patì per noi, non lo patì per necessità né per obbligo, ma per mera e spontanea sua volontà, essendosi egli stesso volontariamente offerto a patire e morire per la salute degli uomini: Oblatus est quia ipse voluit, scrisse Isaia6. Ed egli medesimo disse: Ego pono animam meam... nemo tollit eam a me, sed ego pono eam a me ipso7. Ed in ciò, come scrisse poi lo stesso apostolo s. Giovanni, fece Gesù Cristo conoscere a noi il grande amore che ci dimostrò, nel sacrificare per noi la propria vita: In hoc cognovimus charitatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit8. Sacrificio d'amore, che nel monte Taborre fu chiamato da Mosè e da Elia eccesso: Et dicebant excessum eius quem completurus erat in Ierusalem9.

 

58. Tralascio di parlare di altri errori che notansi nell'opera del p. Berruyer, tra' quali stimo senza dubbio esser i più chiari e perniciosi quelli che a principio ho confutati, specialmente nel §. I. e III., dove quest'autore fanatico par che siasi affaticato a sconvolgere la credenza e la giusta idea che ci viene insegnata dalle scritture e dai concilj del gran mistero dell'incarnazione del Verbo eterno, nella quale sta fondata tutta la nostra religion cristiana e tutta la nostra salute. Finisco protestandomi sempre che quanto ho scritto in quest'opera, e particolarmente nelle confutazioni delle eresie, tutto lo sottometto al giudizio della chiesa, di cui mi vanto esser figlio ubbidiente, e tale spero vivere e morire.

Tutto sia a gloria di Gesù Cristo nostro amore e della divina Madre Maria nostra speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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5 P. 56. et 58.



6 P. 245.

1 Galat. 2. 21.



2 Act. 4. 12.



3 S. August. l. 18. de C. D. c. 47.



4 Gal. 3. 11.



5 De Nat. et Grat. p. 149.



6 De Nupt. et concup. l. 2. p. 113.



7 Exod. 19. 8.



8 Deut. 5. 29.



9 Sen. ep. 73.

1 Id. ead. ep. 73.



2 Id. de Constantia Sap. c. 8.



3 Id. ep. 53.



4 Cicero de Nat. Deor. p. 253.



5 Rom. 1. 21.



6 Ibid. vers. 22.



7 Vers. 23.



8 Ibid. v. 24.



9 De civit. Dei l. 8. c. 12.



10 P. 58. t. 1.

1 Ioan. 14. 6.



2 Io. 10. 9.



3 Ephes. 2. 18.



4 Vol. 1. nota 68.



5 1. Cor. 10. 6.



6 Luc. 24. 27.



7 P. 219.



8 Ibid.



9 Pag. 227.



10 3. Part. q. 23. a. 1.

1 P. 299.



2 P. 202.



3 P. 210.



4 P. 205.



5 P. 205.



6 3. Part. q. 14. a. 3.

1 Rom. 8. 29.



2 P. 189.



3 Part. 3. a. 1. ad 2.



4 S. Aug. l. de Agone Christiano c. 11.



5 P. 189.



6 53. 7.



7 Ioan. 10. 17. et 18.



8 1. Ioan. 3. 16.



9 Luc. 9. 31.




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