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S. Alfonso Maria de Liguori
Uniformità alla volontà di Dio

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Testo

 


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Tutta la nostra perfezione consiste nell'amare il nostro amabilissimo Dio: Caritas est vinculum perfectionis (Coloss. III, 14).1 Ma tutta poi la perfezione dell'amore a Dio consiste nell'unire la nostra alla sua santissima volontà. Questo già è il principale effetto dell'amore, dice S. Dionigi Areopagita (De div. nom. cap. IV), l'unire le volontà degli amanti, sicché abbiano lo stesso volere.2 E perciò quanto più alcuno sarà unito alla divina volontà, tanto sarà maggiore il suo amore. Piacciono sibbene a Dio le mortificazioni, le meditazioni, le comunioni, le opere di carità verso il prossimo; ma quando? Quando sono secondo la sua volontà. Ma quando non vi è la volontà di Dio, non solamente egli non le gradisce, ma le abbomina e le castiga. Se mai vi sono due servi, l'un de' quali fatica tutto il giorno senza riposare, ma vuol fare ogni cosa a suo modo; l'altro fatica meno, ma ubbidisce in tutto; certamente il padrone amerà questo secondo e non il primo. Che servono l'opere nostre alla gloria di Dio quando non sono secondo il suo beneplacito? Non vuole il Signore sacrifici, disse il Profeta a Saulle, ma l'ubbidienza a' suoi voleri: Numquid vult Dominus holocausta et victimas, et non potius ut obediatur voci Domini?... Quasi scelus idololatriae est nolle acquiescere (I Reg. XV, 22, 23). L'uomo che vuole operare per propria volontà senza quella di Dio, commette una specie d'idolatria, poiché allora in vece di adorare la volontà divina, adora in certo modo la sua.

 

Questa dunque è la maggior gloria che noi possiamo dare a Dio, l'adempire in tutto i suoi santi voleri. Il nostro Redentore


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che venne in terra a stabilire la divina gloria, questo principalmente venne ad insegnarci col suo esempio. Ecco come S. Paolo lo fa parlare al suo Eterno Padre: Hostiam et oblationem noluisti, corpus autem aptasti mihi... Tunc dixi: Ecce venio... ut faciam, Deus, voluntatem tuam (Hebr. X, 5, 7): Voi avete rifiutate le vittime che v'hanno offerte gli uomini; voi volete ch'io vi sagrifichi il corpo che m'avete dato; eccomi pronto a fare la vostra volontà. E di ciò si protestò più volte, ch'egli era venuto in terra non a fare la sua, ma solamente la volontà del suo Padre: Descendi de caelo, non ut faciam voluntatem meam, sed voluntatem eius qui misit me (Io. VI, 38). Ed in ciò volle che 'l mondo avesse conosciuto l'amore ch'egli portava al suo Genitore, in ubbidire alla sua volontà che lo volea sagrificato sulla croce per la salute degli uomini; così appunto disse nell'orto allorché andò all'incontro a' suoi nemici che venivano a prenderlo per condurlo alla morte: Ut cognoscat mundus quia diligo Patrem, et sicut mandatum dedit mihi Pater sic facio, surgite, eamus hinc (Io. XIV, 31). Ed in ciò disse ch'egli riconoscea chi fosse suo fratello, chi avesse fatta la divina volontà: Quicumque enim fecerit voluntatem Patris mei... ipse meus frater (Matth. XII, 50).

 

Tutti i santi in ciò hanno avuta sempre fissa la mira, in fare la divina volontà, ben intendendo che qui consiste tutta la perfezione d'un'anima. Diceva il B. Errico Susone (L. II, c. 4): «Dio non vuole che noi abbondiamo di lumi, ma che in tutto ci sottomettiamo alla sua volontà3 E S. Teresa: «Tutto quello che dee procurare chi si esercita nell'orazione è di conformare la sua volontà alla divina; e si assicuri che in questo consiste la più alta perfezione. Chi più eccellentemente la praticherà riceverà da Dio i più gran doni, e farà più progressi nella vita interiore4 La B. Stefana da Soncino domenicana


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essendo un giorno, in visione, condotta in cielo, vide alcune persone defonte ch'ella avea conosciute, collocate tra' serafini, e le fu detto che quelle erano state sublimate a tanta gloria per la perfetta uniformità che aveano avuta in terra alla volontà di Dio.5 E 'l suddetto B. Susone, parlando di sé, diceva: «Io voglio esser più presto un verme più vile della terra colla volontà di Dio, che un serafino colla mia.»6

 

In questa terra dobbiamo apprendere da' beati del cielo come abbiamo da amare Dio. L'amor puro e perfetto che i beati in cielo hanno per Dio è nell'unirsi perfettamente alla sua volontà. Se i serafini intendessero esser suo volere che s'impiegassero per tutta l'eternità ad ammucchiare le arene de' lidi o a svellere l'erbe de' giardini, volentieri lo farebbero con tutto il lor piacere. Più: se Dio facesse loro intendere che andassero ad ardere nel fuoco dell'inferno, immediatamente si butterebbero in quell'abisso per fare la divina volontà. E questo è quello che c'insegnò a pregare Gesù Cristo, cioè l'eseguire la volontà divina in terra, come la fanno i santi in cielo: Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra (Matth. VI, 10).

 

Il Signore chiamava Davide l'uomo secondo il suo cuore, perché Davide adempiva tutti i suoi voleri: Inveni... virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates meas (Act. XIII, 22). Davide stava sempre apparecchiato ad abbracciare la divina volontà, come spesso si protestava: Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum (Ps. LVI, 8. et CVII, 2); e d'altro non supplicava il Signore, che d'insegnargli a fare la sua volontà: Doce me facere voluntatem tuam (Ps. CXLII, 10). - Un atto di perfetta uniformità al divino volere basta a fare un santo. Ecco Saulo mentre va perseguitando la Chiesa, Gesù


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Cristo l'illumina e lo converte. Che fa Saulo? che dice? Non fa altro che offerirsi a fare la sua volontà: Domine, quid me vis facere? (Act. IX, 6). Ed ecco che 'l Signore lo dichiara vaso d'elezione ed apostolo delle genti: Vas electionis est mihi iste, ut portet nomen meum coram gentibus (Ibid. 15). Sì, perché quegli che la sua volontà a Dio, gli tutto; chi gli le robe colle limosine, il sangue col flagellarsi, i cibi co' digiuni, dona a Dio parte di ciò che tiene; ma chi gli dona la sua volontà, gli dona tutto; onde può dirgli: Signore, io son povero, ma vi dono tutto quel che posso: dandovi la mia volontà, non ho più che darvi. - Ma questo appunto è il tutto che da noi pretende il nostro Dio: Praebe, fili mi, cor tuum mihi (Prov. XXIII, 26): Figlio, dice il Signore a ciascuno, figlio, dammi il tuo cuore, cioè la tua volontà. Nihil gratius Deo, parla S. Agostino, possumus ei offerre, quam ut dicamus ei: Posside nos.7 No che non possiamo offerire a Dio cosa più cara, che con dirgli: Signore, possedeteci voi; noi vi doniamo tutta la nostra volontà; fateci intendere quello che da noi volete, e noi l'eseguiremo.

 

Se dunque vogliamo compiacere appieno il cuore di Dio, procuriamo in tutto di conformarci alla sua divina volontà; e non solo di conformarci, ma uniformarci a quanto Dio dispone. La conformità importa che noi congiungiamo la nostra volontà alla volontà di Dio; ma l'uniformità importa di più che noi della volontà divina e della nostra ne facciamo una sola, sì che non vogliamo altro se non quello che vuole Dio, e la sola volontà di Dio sia la nostra. Ciò è il sommo della perfezione a cui dobbiamo sempre aspirare; questa ha da esser la mira di tutte le nostre opere, di tutti i desideri, meditazioni e preghiere. In ciò abbiamo da pregare ad aiutarci tutti i nostri santi avvocati, i nostri angeli custodi, e soprattutto la divina madre Maria, la quale perciò fu la più perfetta di tutti i santi, perché più perfettamente ella abbracciò sempre la divina volontà.

 

Ma il forte sta nell'abbracciare la volontà di Dio in tutte le cose che avvengono, o prospere o avverse a' nostri appetiti.


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Nelle cose prospere anche i peccatori ben sanno uniformarsi alla divina volontà; ma i santi si uniformano anche nelle contrarie e dispiacenti all'amor proprio. Qui si vede la perfezione del nostro amore a Dio. Diceva il V.P. Giovanni Avila: «Vale più un Benedetto sia Dio nelle cose avverse, che sei mila ringraziamenti nelle cose a noi dilettevoli8

 

Di più, bisogna uniformarci al divino volere non solo nelle cose avverse che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, le desolazioni di spirito, la povertà, la morte de' parenti e simili; ma ancora in quelle che ci vengono per mezzo degli uomini, come sono i dispregi, le infamie, l'ingiustizie, i furti, e tutte le sorte di persecuzioni. In ciò bisogna intendere che quando noi siamo offesi da alcuno nella fama, nell'onore o ne' beni, benché il Signore non voglia il peccato di colui, vuole nondimeno la nostra umiliazione, la nostra povertà e mortificazione. È certo e di fede che quanto avviene nel mondo tutto avviene per divina volontà: Ego Dominus... formans lucem et creans tenebras, faciens pacem et creans malum (Is. XLV, 6, 7). Da Dio vengono tutti i beni e tutti i mali, cioè tutte le cose a noi contrarie, che noi chiamiamo falsamente mali; perché in verità sono beni quando noi gli prendiamo dalle sue mani. Si erit malum in civitate, quod Dominus non fecerit? disse il profeta Amos (III, 6). E prima lo disse il Savio: Bona et mala, vita et mors... a Deo sunt (Eccli. XI, 14). È vero, come ho detto, che allorché un uomo ti offende ingiustamente, Dio non vuole il peccato di colui né concorre alla malizia della di lui volontà; ma ben concorre, col concorso generale, all'azione materiale colla quale quel tale ti percuote, ti ruba o t'ingiuria; sì che l'offesa che tu patisci certamente la vuole Dio, e dalle sue mani ti viene. Perciò il Signore disse a Davide ch'egli era l'autore dell'ingiurie che dovea fargli Assalonne, sino a torgli le mogli davanti a' suoi occhi; e ciò in castigo de' suoi peccati: Ecce ego suscitabo super te malum de domo


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tua, et tollam uxores tuas in oculis tuis, et dabo proximo tuo (II Reg. XII, 11). Perciò disse anche agli Ebrei che in pena delle loro iniquità avrebbe mandati gli Assiri a spogliarli e rovinarli: Assur, virga furoris mei... mandabo illi ut auferat spolia et diripiat praedam (Is. X, 5, 6). Spiega S. Agostino: Impietas eorum tamquam securis Dei facta est (In Ps. LXXIII):9 Dio si servì dell'iniquità degli Assiri, come d'una mannaia per castigare gli Ebrei. E Gesù medesimo disse a S. Pietro che la sua Passione e morte non tanto gli veniva dagli uomini, quanto dal suo medesimo Padre: Calicem quem dedit mihi Pater, non bibam illum? (Io. XVIII, 11).

 

Giobbe allorché venne il nunzio - che vogliono essere stato il demonio - a dirgli che i Sabei si aveano tolte tutte le di lui robe e gli aveano uccisi i figli, il santo che rispose? Dominus dedit, Dominus abstulit (Iob. I, 21). Non disse: Il Signore m'ha dati i figli, i beni, ed i Sabei me gli han tolti; ma il Signore me gli ha dati ed il Signore gli ha tolti; perché ben intendeva che quella perdita era voluta da Dio; e perciò soggiunse: Sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum (Ibid). Non bisogna dunque prendere i travagli che ci avvengono come succeduti a caso o per sola colpa degli uomini; bisogna star persuaso che quanto ci accade, tutto ci accade per volontà divina: Quidquid hic accidit contra voluntatem nostram, noveris non accidere nisi de voluntate Dei (D. August. in Ps. CXLVIII).10 - Epitetto ed Atone (Rosweid. l. 1), felici martiri di Gesù Cristo, posti dal tiranno alla tortura, stracciati con uncini di ferro, brustoliti con torce ardenti, altro non diceano: «Signore, si faccia in noi la tua volontà.» E giunti al luogo del supplicio proferirono ad alta voce: «Siate benedetto, o Dio eterno, poiché la vostra volontà è stata in noi adempiuta in tutto.»11


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Narra Cesario (Lib. X, c. 6) che un certo religioso, benché non fosse punto differente dagli altri nell'esterno, non però era giunto a tal santità, che col solo tatto delle sue vesti guariva gl'infermi. Il suo superiore, di ciò maravigliandosi, gli disse un giorno come mai facesse tali miracoli, non facendo una vita più esemplare degli altri. Quegli rispose che ancor esso se ne maravigliava, e che non ne sapea il perché. «Ma qual divozione voi praticateripigliò l'abbate. Rispose il buon religioso ch'egli niente o poco faceva, se non che avea sempre avuta una gran cura di volere solo ciò che Dio voleva, e che il Signore gli avea fatta questa grazia di tenere abbandonata la sua volontà totalmente in quella di Dio. «La prosperità, disse, non mi solleva né l'avversità mi abbatte, perché io prendo ogni cosa dalle mani di Dio, ed a questo fine tendono tutte le mie orazioni, cioè che la sua volontà perfettamente in me si adempia». - «E di quel danno, ripigliò il superiore, che l'altr'ieri ci fece quel nostro nemico in toglierci il nostro sostentamento, mettendo fuoco al podere dov'erano le nostre biade, i nostri bestiami, voi non ne aveste alcun risentimento?» - «No, Padre mio, egli rispose; ma al contrario ne rendei grazie a Dio, come io soglio fare in simili accidenti, sapendo che Dio tutto fa o permette per gloria sua e per nostro maggior bene; e con ciò io vivo sempre contento per ogni cosa che avviene.» Ciò inteso l'abbate, vedendo in quell'anima tanta uniformità alla volontà divina, non restò più maravigliato che facesse sì gran miracoli.12


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Chi fa così, non solo si fa santo, ma gode ancora in terra una pace perpetua. Alfonso il grande (Panorm. in vita), re di Aragona, principe savissimo, interrogato un giorno qual uomo stimasse più felice in questo mondo, rispose: «Quello il quale si abbandona nella volontà di Dio, e che riceve tutte le cose prospere ed avverse dalle sue mani13 - Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Rom. VIII, 28). Gli amanti di Dio vivon sempre contenti, perché tutto il loro piacere è di adempire, anche nelle cose contrarie, la divina volontà; onde gli stessi travagliconvertono loro in contenti, pensando che con accettarli dan gusto al loro amato Signore: Non contristabit iustum quidquid ei acciderit (Prov. XII, 21). Ed in fatti qual maggior contento può mai provare un uomo, che in veder adempiuto quanto egli vuole? Or quando alcuno non vuole se non quello che vuole Dio, avvenendo già sempre tutto ciò che avviene nel mondo, fuori del peccato, per volontà di Dio, avviene in conseguenza quanto esso vuole. Si narra nelle Vite de' Padri d'un contadino i cui terreni rendeano maggior frutto degli altri. Dimandato questi come ciò accadesse, rispose che di ciò non si maravigliassero, perché egli avea sempre i tempi come li voleva. - E come? - Sì, replicò, perché io non voglio altro tempo se non quello che vuole Dio, e conforme io voglio quel che Dio vuole, così egli mi i frutti come li vogl'io.14 - L'anime rassegnate, dice Salviano, se sono umiliate, questo vogliono; se patiscono povertà, vogliono esser povere; in somma quanto gli avviene, tutto lo vogliono, e perciò sono in questa vita felici: Humiles sunt, hoc volunt; pauperes sunt, paupertate delectantur; itaque beati dicendi sunt.15 Viene il


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freddo, il caldo, la pioggia, il vento, e quegli che sta unito alla divina volontà dice: «Voglio che faccia freddo, che faccia caldo, che faccia vento, che piova, perché così vuole Dio.» Viene la povertà, la persecuzione, l'infermità, la morte; ed «Io voglio, colui dice, esser povero, perseguitato, infermo; voglio anche morire, perché così vuole Dio

 

Questa è la bella libertà che godono i figli di Dio, che vale più delle signorie e di tutti i regni della terra. Questa è la gran pace che provano i santi la quale exsuperat omnem sensum (Philip. IV, 7), avanza tutti i piaceri de' sensi, tutti i festini, i banchetti, gli onori e tutte le altre soddisfazioni del mondo, le quali, perché sono vane e caduche, benché allettano il senso per quei momenti in cui si assaggiano, nondimeno non contentano, ma affliggono lo spirito, dove sta il vero contento; che perciò Salomone, dopo aver goduto al sommo di tali diletti mondani, esclamava afflitto: Sed et hoc vanitas et afflictio spiritus (Eccl. IV, 16). Stultus, dice lo Spirito Santo, sicut luna mutatur; sapiens in sapientia manet sicut sol (Eccli. XXVII, 12).16 Lo stolto, cioè il peccatore, si muta come la luna, ch'oggi cresce, domani manca: oggi lo vedrai ridere, domani piangere: oggi mansueto, domani stizzato come una tigre; e perché? Perché la sua contentezza dipende dalle prosperità o avversità che incontra, e perciò si muta come si mutano le cose che gli accadono. Ma il giusto è come il sole, sempre uguale nella sua serenità, in qualsivoglia cosa che succede; perché il suo contento è nell'uniformarsi alla divina volontà, e perciò gode una pace imperturbabile. Et in terra pax hominibus bonae voluntatis (Luc. II, 14), disse l'angelo a' pastori. E chi mai


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sono questi uomini di buona volontà, se non coloro che stan sempre uniti alla volontà di Dio ch'è sommamente buona e perfetta? Voluntas Dei bona et beneplacens et perfecta (Rom. XII, 2). Sì, perché Dio non vuole che 'l meglio e 'l più perfetto.

 

I santi in questa terra nell'uniformarsi alla volontà divina han goduto un paradiso anticipato. I padri antichi, dice S. Doroteo che così si conservavano in gran pace, con prendere ogni cosa dalle mani di Dio.17 S. Maria Maddalena de' Pazzi in sentir solamente nominare volontà di Dio si sentiva talmente consolare, che usciva fuor di sé in estasi d'amore.18 Non mancheranno per altro le punture delle cose avverse a farsi sentire dal senso, ma tutto ciò non avverrà che nella parte inferiore, ma nella superiore dello spirito regnerà la pace e la tranquillità, stando la volontà unita a quella di Dio. Gaudium vestrum, disse il Redentore agli apostoli, nemo tollet a vobis... Gaudium vestrum sit plenum (Io. XVI, 22 et 24).19 Chi sta sempre uniformato alla divina volontà ha un gaudio pieno e perpetuo: pieno, perché ha quanto vuole, come di sopra s'è detto; perpetuo, perché un tal gaudio niuno ce lo può togliere, mentre niuno può impedire che non avvenga quel che Dio vuole.

 

Il P. Giovan Taulero (App. il P. Sangiurè, Erar. t. 3, e 'l P. Nieremb, Vit. div.)20 narra di se stesso, che avendo egli pregato


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per molti anni il Signore a mandargli chi gli insegnasse la vera vita spirituale, un giorno udì una voce che gli disse: «Va alla tal chiesa, e troverai chi domandiVa egli alla chiesa, ed alla porta trova un mendico scalzo e tutto lacero. Lo saluta: «Buon giorno, amico.» Il povero risponde: «Signor maestro, io non mi ricordo giammai d'aver avuto un giorno cattivo.» Il padre replicò: «Iddio vi dia una felice vitaRipigliò quegli: «Ma io non sono stato mai infelice.» E poi soggiunse: «Udite, padre mio: non a caso io ho detto non aver avuto alcun giorno cattivo, perché quando ho fame, io lodo Dio; quando fa neve o pioggia, io lo benedico; se alcuno mi disprezza, mi scaccia, se provo altra miseria, io sempre ne do gloria al mio Dio. Ho detto poi che non sono stato mai infelice, e ciò anche è vero, poich'io sono avvezzo a volere tutto ciò che vuole Dio, senza riserba; perciò tutto quel che m'avviene, o di dolce o di amaro, io lo ricevo dalla sua mano con allegrezza, come il meglio per me, e questa è la mia felicità.» - «E se mai, ripigliò il Taulero, Dio vi volesse dannato, voi che direste?» - «Se Dio ciò volesse, rispose il mendico, io coll'umiltà e coll'amore mi abbraccerei col mio Signore e lo terreiforte, che se egli volesse precipitarmi all'inferno sarebbe necessitato a venir meco, e così poi mi sarebbe più dolce essere con lui nell'inferno, che posseder senza lui tutte le delizie del cielo.» - «Dove avete trovato voi Diodisse il Padre. E quegli: «Io l'ho trovato dove ho lasciate le creature.» - «Voi chi siete?» E 'l povero: «Io sono re.» - «E dove sta il vostro regno?» - «Sta nell'anima mia, dov'io tengo tutto ordinato, le passioni ubbidiscono alla ragione e la ragione a Dio.» Finalmente il Taulero gli domandò che cosa l'avea condotto a tanta perfezione. «È stato, rispose, il silenzio, tacendo cogli uomini per parlare con Dio; e l'unione che ho tenuta col mio Signore, in cui ho trovata e trovo tutta la mia pace.» Tale in somma fu questo povero per l'unione ch'ebbe colla divina volontà; egli fu certamente nella sua povertà più ricco che tutti i monarchi della terra, e nei suoi patimenti più felice che tutti i mondani colle loro delizie terrene.


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Oh la gran pazzia è quella di coloro che ripugnano alla divina volontà! Hanno già essi da soffrire i travagli, perché niuno mai può impedire che si eseguiscano i divini decreti - Voluntati enim eius quis resistit? (Rom. IX, 19) - ed all'incontro l'han da soffrire senza frutto, anzi con tirarsi sopra maggiori castighi per l'altra vita e maggiore inquietudine in questa. Quis restitit ei et pacem habuit? (Iob. IX, 4). Gridi quanto vuole quell'infermo ne' suoi dolori, quel povero nelle sue miserie si lamenti di Dio, si arrabbii, bestemmii quanto gli piace, che ne caverà, se non far doppio il suo male? Quid quaeris, homuncio, quaerendo bona? dice S. Agostino. Quaere unum bonum in quo sunt omnia bona.21 Che vai cercando, omicciuolo, fuori del tuo Dio? Trova Dio, unisciti, stringiti colla sua volontà, e vivrai sempre felice in questa e nell'altra vita.

 

E che altro in somma vuole il nostro Dio, se non il nostro bene? Chi mai possiamo trovare che ci ami più di Dio? Altra non è la sua volontà, non solo che niuno si perda, ma che tutti si salvino e si facciano santi: Nolens aliquos perire, sed omnes ad paenitentiam reverti (II Petr. III, 9); Voluntas Dei, sanctificatio vestra (I Thess. IV, 3). Iddio nel nostro bene ha collocata la sua gloria, poiché essendo egli per sua natura bontà infinita - come dice S. Leone, Deus cuius natura bonitas22 - e la bontà desiderando per sua natura di diffondersi, Iddio ha un sommo desiderio di far partecipi l'anime de' suoi beni e della sua felicità. E se ci manda tribulazioni in questa vita, tutte sono per nostro bene: Omnia cooperantur in bonum (Rom. VIII, 28). Ancora i castighi, come disse la santa Giuditta, non ci vengono da Dio per la nostra rovina, ma affinché ci emendiamo e salviamo: Ad emendationem et non ad perditionem nostram evenisse credamus (Iudith VIII, 27).

 

Il Signore affin di salvarci da' mali eterni, ne circonda colla sua buona volontà: Domine, ut scuto bonae voluntatis tuae coronasti nos (Ps. V, 13). Egli non solamente desidera, ma è sollecito della nostra salute: Dominus sollicitus est mei (Ps. XXXIX, 18). E qual cosa mai ci negherà quel Dio, dice S. Paolo, che ci ha donato il suo medesimo Figlio? Qui


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etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum: quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom. VIII, 32). Con questa confidenza dunque dobbiamo abbandonarci nelle divine disposizioni che tutte sono per nostro bene. Diciamo sempre in ogni cosa che ci avviene: In pace in idipsum dormiam et requiescam, quoniam tu, Domine, singulariter in spe constituisti me (Ps. IV, 9, 10). Mettiamoci pure tutti in mano sua, perché egli certamente avrà cura di noi: Omnem sollicitudinem vestram proiicientes in eum, quoniam ipsi cura est de vobis (I Petr. V, 7). Pensiamo noi a Dio, ad adempire la sua volontà, ch'egli penserà a noi ed al nostro bene. «Figlia, disse il Signore a S. Caterina da Siena, pensa tu a me, ed io penserò sempre a te.»23 Diciamo sovente colla sacra Sposa: Dilectus meus mihi, et ego illi (Cant. II, 16): l'amato mio pensa al mio bene, io non voglio pensare ad altro che a dargli gusto e ad uniformarmi in tutto a' suoi santi voleri. - Dicea il santo abbate Nilo che non dobbiamo già noi pregare il Signore che faccia succedere quello che noi vogliamo, ma che si adempisca in noi la sua volontà.24 E quando poi ci accadono le cose avverse, accettiamole tutte dalle divine mani, non solo con pazienza, ma con allegrezza, ad esempio degli apostoli che ibant gaudentes a conspectu concilii, quoniam digni habiti sunt pro nomine Iesu contumeliam pati (Act. V, 41). E qual maggior contento d'un'anima, che soffrendo qualche travaglio sa che col soffrirlo di buona voglia il maggior gusto a Dio che possa dargli? Dicono i maestri di spirito che sebbene gradisce Iddio il desiderio che hanno alcune anime di patire per dargli gusto, più nondimeno gli piace l'uniformità di quelle che non vogliono né goderepatire, ma tutte rassegnate nel suo santo volere altro non desiderano che di adempire quel ch'egli vuole.

 

Se vuoi dunque, anima divota, piacere a Dio e vivere in questa terra una vita contenta, unisciti sempre ed in tutto alla


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divina volontà. Pensa che tutti i peccati della tua vita sconcertata ed amara ch'hai fatta, son succeduti perché ti sei scostata dalla volontà di Dio. Abbracciati da oggi avanti col divino beneplacito, e di' sempre, in tutto ciò che ti accade: Ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te (Math. XI, 26): così, Signore, sia fatto, perché così è piaciuto a voi. Quando ti senti turbata da qualche avvenimento avverso, pensa che quello è venuto da Dio; onde subito di': Cosi vuole Dio, e mettiti in pace. Obmutui et non aperui os meum, quoniam tu fecisti (Ps. XXXVIII, 10): Signore, giacché voi l'avete fatto, io non parlo e l'accetto. - A questo intento bisogna che indirizzi tutti i tuoi pensieri e le tue orazioni, cioè a procurare e pregare sempre Dio, nella meditazione, nella comunione, nella visita al SS. Sagramento, che ti faccia adempire la sua volontà. E tu offerisciti sempre dicendo: Mio Dio, eccomi: fanne di me e di tutte le cose mie quel che vuoi. Questo era l'esercizio continuo di S. Teresa: almeno cinquanta volte il giorno la santa si offeriva al Signore,25 acciocché avesse di lei disposto come gli fosse piaciuto.

 

Oh beato te, mio lettore, se farai sempre così! Ti farai certamente santo, e farai una vita contenta ed una morte più felice. Quando alcuno passa all'altra vita, tutta la speranza che si concepisce della sua salvazione si scorge dall'intendere se quegli è morto rassegnato o no. Se tu, come avrai abbracciato in vita tutte le cose venute da Dio, così anche abbraccerai la morte per adempire la sua divina volontà, certamente ti salverai e morirai da santo. Abbandoniamoci dunque in tutto al beneplacito di quel Signore, ch'essendo sapientissimo conosce il meglio per noi, ed essendo amantissimo, poiché ha data la vita per nostro amore, vuol anche il meglio per noi. Stiam pur sicuri e persuasi, dice S. Basilio, che senza comparazione meglio procura Dio il nostro bene, di ciò che noi possiamo mai fare e desiderare.26

 

Ma veniamo a vedere intorno alla pratica, in quali cose abbiamo da uniformarci alla volontà di Dio.


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Per dobbiamo uniformarci nelle cose naturali che ci avvengono fuor di noi, come quando fa gran caldo, gran freddo, pioggia, carestia, pestilenza e simili. Guardiamoci di dire: Che caldo insopportabile! che freddo orribile! che disgrazia! che mala sorte! che tempo infelice! od altri termini che dimostrino ripugnanza alla volontà di Dio. Noi dobbiamo volere ogni cosa com'ella è, perché Dio è quegli che dispone tutto. S. Francesco Borgia andando una notte ad una casa della Compagnia mentre fioccava, bussò più volte; ma, perché i Padri dormivano, non gli fu aperto. Fatto giorno, molto si rammaricarono quelli d'averlo fatto aspettare così allo scoperto; ma il santo disse di aver ricevuta in quel tempo una gran consolazione in pensare che Dio era quegli che gli gittava addosso quei fiocchi di neve.27

 

Per dobbiamo uniformarci nelle cose che avvengono dentro di noi, come nel patir fame, sete, povertà, desolazioni, disonori. In tutto dobbiamo dir sempre: Signore, fate e disfate voi, io son contento: voglio solo quel che volete voi. E così anche dice il P. Rodriguez28 che dobbiamo rispondere per


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quelli finti casi che il demonio ci mette alle volte in mente, affin di farci cadere in qualche cattivo consenso o almeno per inquietarci. Se il tale ti dicesse la tal parola, se ti facesse la tale azione, che diresti? che faresti? Rispondiamo sempre: Direi e farei quel che vuole Dio. E così ci libereremo da ogni difetto e molestia.

 

Per , se abbiamo qualche difetto naturale, d'anima o di corpo, mala memoria, ingegno tardo, poca abilità, membro storpio, salute debole, non ce ne lamentiamo. Che merito avevamo noi, e qual'obbligo avea Dio di darci una mente più sublime, un corpo miglior fatto? non poteva egli crearci bruti?29 non lasciarci nel nostro niente? Chi mai riceve qualche dono e va cercando patti? Ringraziamolo dunque di ciò che per sua mera bontà ci ha donato, e contentiamoci del come ci ha fatti. - Chi sa se avendo noi maggior talento, sanità più forte, viso più grazioso, ci avevamo a perdere? A quanti il lor talento e scienza è stata occasione di perdersi coll'invanirsene e dispregiare gli altri: nel quale pericolo sono più facilmente coloro che avanzano gli altri nelle scienze e ne' talenti? A quanti altri la bellezza o la fortezza del corpo è stata occasione di precipitare in mille scelleraggini? Ed all'incontro quanti altri per esser poveri o infermi o deformi di fattezze, si sono fatti santi e salvati, che se fossero stati ricchi, sani o belli d'aspetto


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si sarebbon dannati? E così contentiamoci di quel che Dio ci ha dato. Porro unum est necessarium (Luc. X, 42): non è necessaria la bellezza, non la sanità, non l'ingegno acuto: solo il salvarci è necessario.

 

Per , bisogna che specialmente stiamo rassegnati nelle infermità corporali, e bisogna che l'abbracciamo volentieri ed in quel modo e per quel tempo che vuole Dio. Dobbiamo sibbene adoperarvi i rimedi ordinari, perché così vuole ancora il Signore; ma se quelli non giovano, uniamoci colla volontà di Dio che ci gioverà molto più della sanità. Signore, diciamo allora, io non voglio guarire né stare infermo: voglio solo quel che volete voi. Certamente è maggior virtù nelle malattie il non lamentarsi de' dolori, ma allorché questi fortemente ci affliggono non è difetto il palesarli agli amici, ed anche il pregare il Signore che ce ne liberi. Intendo ne' dolori grandi, poiché all'incontro molto difettano in ciò alcun'altri che ad ogni semplice dolore e fastidio vorrebbero che tutto il mondo venisse a compatirli ed a pianger loro d'intorno. Del resto anche Gesù Cristo, vedendosi vicino alla sua amarissima Passione, palesò la sua pena ai discepoli: Tristis est anima mea usque ad mortem (Matth. XXVI, 38), e pregò l'Eterno suo Padre a liberarnelo: Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste (Ibid. 39). Ma Gesù stesso c'insegnò quel che dobbiamo fare dopo simili preghiere, cioè rassegnarci subito nella divina volontà, col soggiungere: Verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu (Ibid., 39).

 

Quale sciocchezza è poi quella di coloro che dicono desiderar la salute non già per non patire, ma per maggiormente servire il Signore, in osservar le regole, servir la comunità, andare alla chiesa, far la comunione, far penitenza, studiare, impiegarsi nella salute delle anime confessando predicando! Ma io dimando: Divoto mio, dimmi, perché tu desideri di far queste cose? Per dar gusto a Dio? E che vai cercando, quando sei certo che il gusto di Dio non è che facci orazioni, comunioni, penitenze, studi o prediche, ma che soffri con pazienza quell'infermità e quei dolori che ti manda? Unisci allora i tuoi dolori con quelli di Gesù Cristo. - Ma mi dispiace che stando così infermo sono inutile e di peso alla comunità, alla casa. - Ma conforme voi vi rassegnate alla volontà di Dio, così dovete credere che i vostri superiori anch'essi si rassegnino


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vedendo che voi, non per vostra pigrizia, ma per voler di Dio, apportiate questo peso alla casa. - Eh che questi desideri e lamenti non nascono dall'amore a Dio, ma dall'amor proprio che va cercando pretesti per allontanarti dalla volontà di Dio. Vogliamo dar gusto a Dio? Diciamo, allora che ci vediamo confinati in un letto, diciamo al Signore questa sola parola: Fiat voluntas tua; e questa replichiamo sempre cento e mille volte, che con questa sola daremo più gusto a Dio, che non gli daremo con tutte le mortificazioni e divozioni che possiamo fare. Non ci è miglior modo di servir a Dio, che abbracciando allegramente la sua volontà. Il V. P. M. Avila (Epist. 2) scrisse ad un sacerdote infermo: «Amico, non stare a fare il conto di quel che faresti essendo sano, ma contentati di stare infermo per quanto a Dio piacerà. Se tu cerchi la volontà di Dio, che cosa più t'importa lo star sano, che infermo30 E certamente ben disse ciò, perché Dio non viene già glorificato dalle opere nostre, ma dalla nostra rassegnazione e conformità al suo santo volere. Perciò diceva ancora S. Francesco di Sales che si serve più Dio col patire, che coll'operare.31

 


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Molte volte ci mancheranno i medici e le medicine, o pure il medico non giungerà a conoscere la nostra infermità, ed in ciò anche bisogna che ci uniformiamo alla divina volontà la quale ciò dispone per nostro bene. Si narra d'un uomo divoto di S. Tommaso Cantuariense (L. V, c. 1), ch'essendo infermo andò al sepolcro del santo per ottenere la sanità. Ritornò sano alla patria, ma poi disse fra sé: «Ma se l'infermità più mi giovasse a salvarmi, questa sanità che mi serve?» Con questo pensiero ritornò al sepolcro, e pregò il santo che chiedesse a Dio quello che gli era più espediente per la salute eterna; e fatto ciò ricadde nell'infermità, ed egli se ne stette tutto contento, tenendo per fermo che Dio così disponeva per suo bene.32 Narra il Surio similmente che un cieco ricevé la vista per intercessione di S. Bedasto vescovo; ma dopo fece orazione che se quella vista non era espediente per l'anima sua, tornasse ad esser cieco; ed avendo orato, rimase cieco come prima.33 Allorché dunque stiamo infermi, il meglio è che non cerchiamo né l'infermità né la sanità, ma ci abbandoniamo nella volontà di Dio acciò disponga di noi come gli piace. Ma se vogliamo cercar la sanità, domandiamola almeno sempre con rassegnazione e con condizione, se la sanità del corpo è conveniente alla salute dell'anima; altrimenti una tal preghiera sarà difettosa né sarà esaudita, poiché il Signore non esaudisce tali sorte di preghiere non rassegnate.

 

Il tempo dell'infermità io lo chiamo la pietra di paragone de' spiriti, perché in quello si scopre di qual carato è la virtù che possiede un'anima. Se quella non s'inquieta, non si lamenta, non cerca, ma ubbidisce a' medici, a' superiori, e se ne sta tranquilla, tutta rassegnata nella divina volontà, è segno che in lei vi è fondo di virtù. Ma che dee dirsi poi d'un infermo che si lamenta e dice ch'è poco assistito dagli altri? che


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le sue pene sono insopportabili? che non trova rimedio che gli giovi? che il medico è ignorante? e talvolta si lagna ancora con Dio, che troppo calchi la mano? Racconta S. Bonaventura nella vita di S. Francesco (Cap. XIV), che stando il santo travagliato straordinariamente da' dolori, uno de' suoi religiosi troppo semplice gli disse: «Padre, pregate Dio che vi tratti un poco più dolce, perché pare che calchi troppo la mano.» Ciò udendo S. Francesco diede un grido e gli rispose: «Sentite, s'io non sapessi che ciò che dite nasce da semplicità, non vorrei più vedervi, avendo voi ardito di riprendere i giudizi di Dio.» E ciò detto, benché molto debole ed estenuato dal male, si buttò dal letto in terra e baciandola disse: «Signore, io vi ringrazio di tutti i dolori che mi mandate. Vi supplico a mandarmene più, se così vi piace. Il mio gusto è che voi mi affliggiate né mi risparmiate punto, perché l'adempimento della vostra volontà è la maggior consolazione che posso ricevere in questa vita34

 

A ciò bisogna anche ridurre la perdita che tal volta noi soffriamo delle persone utili al nostro profitto o temporale o spirituale. L'anime divote spesso fanno gran difetti circa questo punto, non rassegnandosi alle divine disposizioni. La nostra santificazione non ci ha da venire da' padri spirituali, ma da Dio. Vuol'egli già che noi ci avvagliamo de' direttori per la guida dello spirito quando ce li ; ma quando ce li toglie vuole che ce ne contentiamo, ed accresciamo la confidenza nella sua bontà, dicendo allora: Signore, voi me l'avete dato questo aiuto, ora me l'avete tolto, sia sempre fatta la vostra volontà; ma ora supplite voi, ed insegnatemi quel che debbo fare per servirvi. E cosi similmente dobbiamo accettare dalle


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mani di Dio tutte l'altre croci che ci manda. - «Ma tanti travagli, direte voi, sono castighi.» - Ma, rispondo io, i castighi che Dio manda in questa vita non sono grazie e benefici? Se l'abbiamo offeso, dobbiamo soddisfare la divina giustizia in qualche modo, o in questa o nell'altra vita. Perciò dobbiamo dir tutti con S. Agostino: Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas;35 e col S. Giobbe: Haec mihi sit consolatio, ut affligens me dolore non parcas (VI, 10). Dee pur consolarsi chi s'ha meritato l'inferno, in vedere che Dio qui lo castiga; poiché ciò dee molto animarlo a sperare che Dio voglia liberarlo dal castigo eterno. Diciamo dunque ne' castighi di Dio ciò che diceva il sacerdote Eli: Dominus est, quod bonum est in oculis suis, faciat (Lib. I Reg. III, 18).

 

Di più dobbiamo star rassegnati nelle desolazioni di spirito. È solito il Signore, quando un'anima si alla vita spirituale, di colmarla a principio di consolazioni, affin di slattarla da' gusti del mondo; ma poi, quando la vede più fermata nello spirito, ritira la sua mano, per provare il di lei amore, e vedere se lo serve ed ama senza paga qui in terra di gusti sensibili. «Mentre si vive, dicea S. Teresa, non consiste il guadagno in procurare di godere più Dio, ma in fare la sua volontà36 Ed in altro luogo: «Non consiste l'amor di Dio in tenerezze, ma in servire con fortezze ed umiltà37 Ed altrove: Con aridità e tentazioni fa pruova il Signore de' suoi amanti38 Ringrazi dunque il Signore l'anima quando si vede accarezzata con dolcezze, ma non si deve affliggere con impazienze quando si vede lasciata in desolazione. Bisogna molto avvertir questo punto, perché alcune anime sciocche, vedendosi


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aride, si pensano che Dio l'abbia abbandonate, o pure che non faccia per esse la vita spirituale, e così lasciano l'orazione e perdono quanto han fatto. Non v'è più bel tempo di esercitare la nostra rassegnazione alla volontà di Dio, che il tempo dell'aridità. Io non dico che voi non proviate pena in vedervi lasciata dalla presenza sensibile del vostro Dio; non può non sentirsi una tal pena, né può l'anima non lagnarsene, quando lo stesso nostro Redentore se ne lagnò sulla croce: Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? (Matth. XXVII, 46) ma nella sua pena dee sempre tutta rassegnarsi nella volontà del suo Signore. - Tutti i santi han patite queste desolazioni ed abbandoni di spirito. «Che durezza di cuore, dicea S. Bernardo, è quella che provo: non gusto più della lezione, non mi piace più il meditare, non più l'orare39 Per lo più i santi sono stati in aridità, non già in consolazioni sensibili. Queste il Signore non le concede se non di rado e a' spiriti forse più deboli, acciò non si arrestino nel cammino spirituale; le delizie che son di premio ce le prepara in paradiso. Questa terra è luogo di merito ove si merita col patire; il cielo è il luogo della mercede e del godere. Perciò in questa terra, non il fervore sensibile col godere, ma il fervore dello spirito col patire è quello che han desiderato e cercato i santi. Diceva il V. Giovanni Avila (Audi fil. c. XXVI): «Oh quanto è meglio stare in aridità e tentazioni colla volontà di Dio, che in contemplazione senza di quella!»40

 

Ma dirai: S'io sapessi che questa desolazione viene da Dio, mi starei contento; ma quel che mi affligge e m'inquieta è il timore che venga per colpa mia e per castigo della mia tepidezza. - Bene; togli dunque la tepidezza ed usa più diligenza. Ma forse perché stai in oscurità, vuoi perciò inquietarti, perciò lasciare l'orazione, e così far doppio il tuo male? Venga l'aridità per tuo castigo, come dici; ma questo castigo non te lo manda Dio? Accetta dunque il castigo a te ben degno, e


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stringiti colla divina volontà. Non dici tu che ti meriti l'inferno? Ed ora perché ti lamenti? Forse tu meriti che Dio ti consoli? Eh via, contentati del come Dio ti tratta; prosiegui l'orazione e 'l cammino intrapreso, e temi da oggi avanti che i tuoi lamenti vengano da poca umiltà e da poca rassegnazione alla volontà di Dio. Quando un'anima va all'orazione, non può cavarne maggior profitto che unirsi alla volontà divina; onde rassegnati e di': Signore, io accetto questa pena dalle vostre mani, e l'accetto per quanto a voi piace; se volete ch'io stia così afflitto per tutta l'eternità, io son contento. E così quell'orazione, benché penosa, ti gioverà più d'ogni più dolce consolazione.

 

Ma bisogna pensare che non sempre l'aridità è castigo, ma alle volte disposizione di Dio per nostro maggior profitto e per conservarci in umiltà. Acciocché S. Paolo non s'invanisse de' doni ricevuti, il Signore permettea che fosse tormentato da tentazioni impure: Ne magnitudo revelationum extollat me, datus est mihi stimulus carnis meae, angelus Satanae qui me colaphizet (II Cor. XII, 7). - Chi fa orazione con dolcezze, non fa gran cosa. Est... amicus socius mensae, et non permanebit in die necessitatis (Eccli. VI, 10). Voi non terrete per vero amico chi solo vi accompagna nella vostra mensa, ma chi vi assiste ne' travagli e senza suo utile. Quando Dio manda oscurità e desolazione, allora prova i veri suoi amici. Palladio pativa gran tedio nell'orazione; andò a trovare S. Macario, e questi gli disse: «Quando il pensiero ti dice che lasci l'orazione, rispondigli: Io per amor di Gesù Cristo mi contento di star qui a custodire le mura di questa cella41 Questa dunque è la risposta quando ti senti tentato a lasciar l'orazione, perché ti pare di perdervi il tempo; di' allora: Io sto qui per dar gusto a Dio. - Dicea S. Francesco di Sales che se nell'orazione altro non facessimo che discacciare distrazioni e tentazioni, pure l'orazione è ben fatta.42 Anzi dice il Taulero che a chi persevera nell'orazione coll'aridità, Dio farà


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una grazia maggiore che se avesse orato molto con molta divozione sensibile.43 Narra il P. Rodriguez d'un certo il quale dicea che in quaranta anni d'orazione non avea mai provata alcuna consolazione, ma che ne' giorni che la facea si sentiva forte nelle virtù; quando all'incontro la lasciava, in quel giorno provava una tal debolezza che lo faceva inetto ad ogni cosa di buono.44 Dicono S. Bonaventura45 e 'l Gersone46 che


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molti servono più Dio col non avere il raccoglimento desiderato, che se l'avessero, perché così vivono più diligenti e più umiliati: altrimenti forse s'invanirebbero e sarebbero più tepidi, pensando d'aver già trovato ciò che cercavano.

 

E quel che dicesi dell'aridità, dicesi ancora delle tentazioni. - Dobbiamo noi procurare di schivar le tentazioni; ma se vuole Dio o permette che noi siamo tentati contro la fede, contro la purità o contro altra virtù, non dobbiamo lamentarci, ma anche in ciò rassegnarci al divino volere. A S. Paolo che pregava d'esser liberato dalla tentazione d'impurità, rispose il Signore: Sufficit tibi gratia mea (II Cor. XII, 9). E così anche noi, se vediamo che Dio non ci esaudisce in esimerci da qualche tentazione molesta, diciamo: Signore, fate voi e permettete quel che vi piace: mi basta la vostra grazia; ma assistetemi acciò non la perda mai. Non le tentazioni, ma il consenso alla tentazione ci fa perdere la divina grazia. Le tentazioni, quando le discacciamo, ci mantengono più umili, ci acquistano più meriti, ci fan ricorrere più spesso a Dio, e così ci conservano più lontani dall'offenderlo, e più ci uniscono al suo santo amore.

 

Finalmente bisogna che ci uniamo colla volontà di Dio circa il punto della nostra morte, e per quel tempo ed in quel modo che Dio ce la manderà. S. Geltrude (L. 1. vita c. XI), salendo un giorno una collina, sdrucciolò e cadde in una valle. Le dimandarono poi le compagne se avesse avuto paura di morire senza sagramenti. Rispose la santa: «io desidero molto di morire coi sagramenti, ma fo più conto della volontà di Dio, perché tengo che la miglior disposizione che possa aversi a ben morire sia di sottoporsi a ciò che Dio vorrà; perciò io desidero qualunque morte che piacerà di darmi al mio Signore47 Narra S. Gregorio nei suoi dialoghi


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(L. III, c. 37), che i Vandali, avendo condannato a morte un certo sacerdote chiamato Santolo, gli diedero poi facoltà di scegliersi qual sorta di morte volesse; il santo uomo ricusò di eleggere, ma disse: «Io sono nelle mani di Dio, e riceverò la morte ch'egli permetterà che voi mi facciate soffrire; né io voglio altra che quella.» Quest'atto piacque tanto al Signore, che, avendo quei barbari determinato di fargli tagliar la testa, fe' arrestare il braccio del carnefice, e, con tal miracolo, quelli si piegarono a concedergli la vita.48 Circa dunque il modo, quella per noi dobbiamo stimare la miglior morte, quella che Dio ci avrà determinata. Salvateci, Signore, diciamo sempre allorché pensiamo alla nostra morte, e poi fateci morire come a voi piace.

 

Così ancora dobbiamo uniformarci al quando della nostra morte. Cos'è questa terra, se non un carcere dove stiamo a patire, ed in pericolo di perdere Dio ogni momento? Questo facea gridare a Davide: Educ de custodia animam meam (Ps. CLXI, 8). Questo timore facea sospirare la morte a S. Teresa la quale, sonando l'orologio, tutta si consolava pensando ch'era passata un'ora della sua vita, un'ora di pericolo di perdere Dio.49 Diceva il P.M. Avila che ognuno il quale si trovasse con mediocre disposizione, dee desiderar la morte per ragion del pericolo in che si vive di perder la divina grazia.50 - Che cosa più cara e più desiderabile, che con una buona morte assicurarci di non potere più perdere la grazia del nostro Dio! - Ma io, tu dici, non ho fatto niente ancora, niente ho acquistato per l'anima. - Ma se Dio vuole che ora termini la vita, che faresti appresso se


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viveresti contro la volontà di Dio? E chi sa se allora faresti quella morte che ora puoi sperare di fare? Chi sa se, mutando volontà, caderesti in altri peccati e ti danneresti? E poi, s'altro non fosse, vivendo, non puoi vivere senza peccati, almeno leggieri. Cur, dunque esclamava S. Bernardo, cur vitam desideramus, in qua quanto amplius vivimus tanto plus peccamus? (Med. c. VIII).51 Ed è certo che più dispiace a Dio un solo peccato veniale, che non gli piacciono tutte le opere sante che noi possiamo fare.

 

Dico di più, chi poco desidera il paradiso segno di poco amore a Dio. Chi ama desidera la presenza dell'amato; ma noi non possiamo vedere Dio se non lasciamo la terra; e perciò tutti i santi han sospirata la morte, per andare a vedere il loro amato Signore. Così sospirava S. Agostino: Eia moriar ut te videam.52 Così S. Paolo: Desiderium habens dissolvi et esse cum Christo (ad Philip. I, 23). Così Davide: Quando veniam, et apparebo ante faciem Dei? (Ps. XLI, 3). E così tutte l'anime innamorate di Dio. Narra un autore (Flores. Enrel. Graul. IV, c. 68) che andando un giorno un cavaliere a caccia in una selva, udì un uomo che dolcemente cantava; s'inoltra e trova un povero lebbroso mezzo fracido; gli dimanda s'egli era che cantava. «Sì, rispose quegli, io sono, signore, quello che cantava.» - «E come mai puoi cantare e star contento con tanti dolori che ti van togliendo la vitaRispose il lebbroso: «Fra Dio, Signor mio, e me non v'è altra cosa di mezzo, che questo muro di fango, che è questo mio corpo; tolto via questo impedimento, anderò a godere il mio Dio. E vedendo io che ogni giorno mi si va disfacendo a pezzi, mi rallegro e canto53


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Per ultimo anche ne' gradi di grazia e di gloria bisogna che noi ci uniformiamo al divino volere. Dobbiamo sibbene stimare le cose di gloria di Dio, ma più la sua volontà. Dobbiamo desiderare d'amarlo più de' serafini, ma non dobbiamo poi volere altro grado d'amore, se non quello che il Signore ha determinato di donarci. Dice il P.M. Avila (Audi fil. c. 13): «Io non credo che vi sia stato santo che non abbia desiderato d'esser migliore di quello ch'era; ma ciò non togliea loro la pace, perché non lo desideravano per propria cupidità, ma per Dio, della cui distribuzione si tenevano contenti, benché avesse dato loro meno, stimando per vero amore più il contentarsi di quel che Dio dava loro, che il desiderare d'aver molto.»54 Il che viene a dire, come spiega il P. Rodriguez, (Tr. VIII, c. 30) che sebbene dobbiamo noi esser diligenti nel procurar la perfezione per quanto possiamo, affinché non ci serva di scusa la propria tepidezza e pigrizia come fanno alcuni con dire: Dio me l'ha da dare, io non posso più che tanto; nondimeno quando poi manchiamo, non dobbiamo perder la pace e la conformità alla volontà di Dio in aver permesso il nostro difetto, né perderci d'animo: alziamoci subito allora da quello umiliandoci col pentimento, e, cercando maggior aiuto al Signore, proseguiamo il cammino. Così parimente, ancorché ben possiamo desiderare di giunger in cielo al coro de' serafini, non già per avere noi più gloria, ma per dare più gloria a Dio e per maggiormente amarlo, dobbiamo non però rassegnarci al suo santo volere, contentandoci di quel grado che si degnerà di darci per sua misericordia.55


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Sarebbe poi un difetto troppo notabile il desiderare di aver doni di orazione sovranaturale, e precisamente d'estasi, visioni e rivelazioni; che anzi dicono i maestri di spirito che quelle anime le quali son favorite da Dio di simili grazie debbono pregarlo a privarnele, acciocché l'amino per via di pura fede, ch'è la via più sicura. Molti sono giunti a perfezione senza queste grazie sovranaturali; le sole virtù son quelle che sollevano l'anime alla santità, e principalmente l'uniformità alla volontà di Dio. E se Dio non vuole innalzarci a grado sublime di perfezione e di gloria, conformiamoci in tutto al suo santo volere, pregandolo che ci salvi almeno per sua misericordia. E facendo così, non sarà poca la mercede che per sua bontà ci donerà il nostro buon Signore il quale ama sopra tutte le anime rassegnate.

 

In somma dobbiamo mirar tutte le cose che ci accadono e ci avranno da accadere, come procedenti dalle divine mani. E tutte le nostre azioni dobbiamo indirizzarle a questo solo fine di far la volontà di Dio, e farle solo perché Iddio le vuole. E per andare in ciò più sicuri, bisogna che dipendiamo dalla guida de' nostri superiori in quanto all'esterno, e da' direttori in quanto all'interno, per intender da essi ciò che vuole Dio da noi; avendo gran fede alle parole di Gesù Cristo che ci ha detto: Qui vos audit, me audit (Luc. X, 16). E sopra tutto attendiamo a servire Dio per quella via per cui vuole Dio esser da noi servito. Dico ciò affinché evitiamo l'inganno di taluno che perde il tempo a pascersi col dire: Se stessi in un deserto, s'entrassi in un monastero, se andassi in altro luogo fuori di


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questa casa, lontano da questi parenti o compagni, mi farei santo, farei le tali penitenze, farei tanta orazione. Dice «farei, farei» ma frattanto, soffrendo di mala voglia quella croce che Dio gli manda, in somma non camminando per quella via che vuole Dio, non si fa santo, anzi va di male in peggio. Questi desideri alle volte son tentazioni del demonio, poiché non saranno secondo la volontà di Dio; onde bisogna discacciarli, ed animarci a servire il Signore per quella sola strada che egli ci ha eletta. Facendo la sua volontà, certamente ci faremo santi in ogni stato dove il Signore ci pone. Vogliamo dunque sempre solo solo quel che vuole Dio, che, facendo così, egli ci stringerà al suo Cuore. Ed a tal fine facciamoci familiari alcuni passi della Scrittura, che c'invitano ad unirci sempre più colla divina volontà. Domine, quid me vis facere? (Act. IX, 6). Dio mio, ditemi che volete da me, ch'io tutto tutto voglio farlo. Tuus sum ego, salvum me fac (Ps. CXVIII, 94): Io non sono più mio: son vostro, o mio Signore; fatene di me quel che volete voi. Quando specialmente ci avviene qualche avversità più pesante, morte di parenti, perdita di beni e simili: Ita Pater, diciamo sempre, ita Pater, quoniam sic fuit placitum ante te (Matth. XI, 26): Sì, Dio mio e Padre mio, così sia fatto, perché così è piaciuto a voi. Sovra tutto ci sia cara l'orazione insegnataci da Gesù Cristo: Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra (Matth. VI, 10). Disse il Signore a S. Caterina da Genova che sempreché dicesse il Pater noster, particolarmente si fermasse su queste parole, pregando che la di lui santa volontà si adempisse in essa colla stessa perfezione con cui la fanno i santi in cielo.56 Facciamo così ancora noi, e ci faremo certamente santi.

 

Sia sempre amata e lodata la divina volontà, e la B. Vergine Maria Immacolata.

 




1 Super omnia autem haec, caritatem habete, quod est vinculum perfectionis. Coloss. III, 14.



2 «Amorem, sive divinum, sive angelicum, sive spiritalem, sive animalem, sive naturalem dixerimus, vim quamdam sive potestatem copulantem et commiscentem intelligamus.» DIONYSIUS AREOPAGITA, De divinis nominibus, cap. 4, § 15. MG 3-714.



3 «Perfecta vita non in eo potissimum sita est ut consolatione abundes, sed ut voluntatem tuam divinae permittas ac resignes voluntati, tam in amaris quam dulcibus, humilique obedientia te submittas homini, Dei erga te vices gerenti. Hac ratione pluris ego fecerim talem animi siccitatem et ariditatem, quam, extra hanc sui abnegationem, quantumvis profusam et prae devotione colliquescentem suavitatem.» D. Henrici SUSONIS Opera, a Laur. Surio latine reddita. Coloniae Agrippinae, 1588. Epistola 7, 250, 251.



4 «Toda la pretensión de quien comienza oración - y no se os olvide esto, que importa mucho - ha de ser trabajar y determinarse y desponerse (disponerse), con cuentas diligencias pueda, a hacer su voluntad conformar con la de Dios, y como diré después, estad muy cierto que en esto consiste toda la mayor perfeción que se puede alcanzar en el camino espiritual. Quien más perfetamente tuviere esto, más recebirá del Señor, y más adelante está en este camino». S. TERESA, Moradas secundas, cap. unico: Obras, IV, 27, 28.



5 La Beata Stefana Quinzani dagli Orzi nuovi, ove nacque ai 5 di febbraio 1457, fondò il Monastero di S. Paolo di Soncino, dell'Ordine di S. Domenico; morì ai 2 di gennaio 1530, d'anni 73. Rifulse in lei una perfettissima conformità col volere divino e coll'ubbidienza. Vide l'anima del suo confessore «risplendente come il sole» la quale «subito partita dal corpo, se n'era volata al cielo, senza punto toccare le pene del purgatorio». Della rivelazione però qui riferita da S. Alfonso, si tace nella Vita della Beata, «data in luce da Suor Felice Corona Tinti» (Crema, 1658), l'unica che abbiamo fin qui potuto rintracciare.



6 Vedi Appendice, 89.



7 «Quid ergo vovimus Deo, nisi ut simus templum Dei? Nihil gratius ei possumus offerre, quam ut dicamus ei quod dicitur in Isaia (XXVI, 13): Posside nos.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. CXXXI, n. 3. ML 37-1717.



8 «Questo è uno dei veri segni di esser figliuolo di Dio, quando si lascia la propria volontà per far la sua: e questo non mica nelle prosperità - che ciò sarebbe assai poco - ma nelle avversità, dove assai più vale un «Gran mercé a Dio», un «Benedetto sia Dio», che tre mila ringraziamenti, ed altrettante benedizioni, quando ci ritroviamo in buona prosperità.» B. GIOVANNI AVILA, Lettere spirituali, Roma, 1669, parte 1, lett. 41: A certi amici suoi tribolati.



9 S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. LXXIII, n. 8. ML 36-935.



10 S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. CXLVIII, n. 12. ML 37-1946.



11 «Domine Iesu, magister noster, tua voluntas fiat in nobis. - Christiani sumus, o tiranne: fiat voluntas Dei nostri in nobis. - Benedictus es, Domine Deus patrum nostrorum, et laudabilis, et superexaltatus in saecula, eo quod non humana, sed tua voluntas per omnia facta est in nobis.» Vita Sanctorum Epicteti presbyteri et Astionis monachi, auctore incerto: cap. 12, 13, 15, 18. ML (Vitae Patrum) 73-402, 403, 405.



12 «Retulit nobis nuper Abbas quidam Ordinis nostri (Cisterciensis) de quodam monacho, cui tanta a Domino concessa est gratia, ut virtute vestimentorum eius multi sanarentur. Saepe, si tamen adhuc vivit, dum Fratres vestes eius induunt vel cingulo se cingunt, sanantur. Quod cum quodam tempore eius Abbas considerasset, nec aliquid specialitatis in illo vidisset, his verbis eum secretius allocutus est: «Dic mihi, fili mi, quae est causa tantorum miraculorum?» Respondit ille: «Nescio, domine: non plus ceteris fratribus meis oro, non plus vigilo, non plus ieiuno, non plus laboro: sed unum scio, quod me non potest extollere prosperitas, neque frangere adversitas, sive da persona mea sit, sive aliorum.» Cui cum dixisset Abbas: «Non te turbavit quod miles talis nuper grangiam nostram incendit?» Respondit: «Non: totum enim Deo commisi: si modicum habeo, cum gratiarum actione accipio; si multum, iterum gratias ago.» Et cognovit Abbas quod causa tantae virtutis esset amor Dei et contemptus rerum terrenarum. Sanctae virtutes... saepe gloria miraculorum remunerantur.» CAESARIUS, Heisterbacensis monachus, Dialogus miraculorum, distinctio 10, cap. 9.



13 Vedi Appendice, 110.



14 Anche il Rodriguez riferisce questo fatto (Exercitium perfectionis, pars 1, tract. 8, cap. 8, n. 6) con questa semplice indicazione: In vitis Patrum, dove però non l'abbiamo incontrato.



15 «Quamlibet videantur ignorantibus esse miseri, non possunt tamen (sancti) esse aliud quam beati. Superfluum autem est ut eos quispiam vel infirmitate vel paupertate vel aliis istiusmodi rebus existimet esse miseros, quibus se illi confidunt esse felices. Nemo enim aliorum sensu miser est, sed suo. Et ideo non possunt cuiusquam falso iudicio esse miseri, qui sunt vere sua conscientia beati. Nulli enim, ut opinor, beatiores sunt quam qui ex sententia sua atque ex voto agunt. Humiles sunt religiosi, hoc volunt: pauperes sunt, pauperie delectantur: sine ambitione sunt, ambitum respuunt: inhonori sunt, honorem fugiunt: lugent, lugere gestiunt: infirmi sunt, infirmitate laetantur. Cum enim, inquit Apostolus, infirmor, tunc potens sum (II Cor. XII, 10). Nec immerito sic arbitratur, ad quem Deus ipse sic loquitur: Sufficit tibi gratia mea: nam virtus in infirmitate perficitur (ibid., 9). Nequaquam ergo nobis dolenda est haec afflictio infirmitatum, quam intelligimus matrem esse virtutum. Itaque quidquid illud fuerit, quicumque vere religiosi sunt, beati esse dicendi sunt: quia inter quamlibet dura, quamlibet aspera, nulli beatiores sunt quam qui hoc sunt quod volunt. Soleant quamvis esse nonnulli qui turpia atque obscena sectantes, etsi iuxta opinionem suam beati sunt, quia adipiscuntur quod volunt: re tamen ipsa beati non sunt, quia quod volunt, nolle debuerant. Religiosi autem hoc cunctis beatiores sunt, quia et habent quae volunt, et meliora quam quae habent omnino habere non possunt.» S. SALVIANUS, Massiliensis presbyter, De gubernatione Dei, lib. 1, n. 2. ML 53-31, 32.



16 Homo sanctus in sapientia manet sicut sol: nam stultus sicut luna mutatur. Eccli. XXVII, 12.



17 «Intelligamus, si vel bene vel male a quoquam fuerimus affecti, id omne desuper esse, et in cunctis quae nobis occurrerint, gratias semper agendas, ferentes semper in nos omnem accusationem. Dixerunt enim maiores nostri, quod quidquid nobis boni evenisset, id esse divinam dispensationem; si autem malum ullum venisset, esse id peccata nostra... Patres et seniores nostros invenimus huiusce virtutis (ut seipsum homo in infaustis eventibus accuset) fuisse studiosissimos, et minima quaeque ac vilia in Deum semper retulisse. Quare in pace, otio et quiete semper exstitisse.» S. DOROTHEUS, Doctrina 7, n. 4 et 6. MG 88-1702, 1706.



18 «Solea replicare bene spesso: «Non sentite che dolcezza contiene in sé questa nuda parola: volontà di Dio?»... Era tale la prontezza che avea di eseguire la volontà di Dio, che solo in sentirla ricordare, rimase alcuna volta rapita in estasi.» PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 1, cap. 59.



19 Et vos igitur nunc quidem tristitiam habetis, iterum autem videbo vos, et gaudebit cor vestrum: et gaudium vestrum nemo tollet a vobis... Usque modo non petistis quidquam in nomine meo: Petite et accipietis, ut gaudium vestrum sit plenum Io. XVI, 22, 24.



20 Io. THAULERI Sermones de festis et solemnitatibus Sanctorum, simulque divinae Institutiones nuper inventae, cum epistolis aliquot. Lugduni, 1558. Pag. 473-475: Colloquium D. Ioannis Thauleri theologi, et mendici. - Saint-Jure, S. I., De la connaissance et de l'amour de... N. S. Jésus-Christ, liv. 3, partie 1, ch. 8, section 5. (Traduzione italiana: Erario spirituale.) - Gio. Eus. Nieremberg, S. I., Vita divina e strada reale e breve per acquistar la perfezione, cap. 16 - Vedi Appendice, 111.



21 Vedi Appendice, 102.



22 «Deus... omnipotens et clemens, cuius natura bonitas, cuius voluntas potentia, cuius opus misericordia est...» S. LEO MAGNUS, sermo 22, in Nativitate Domini sermo 2, cap. 1. ML 54- 194.



23 «(Il Signore) le disse: «Figliuola, pensa a me; che se tu lo farai, io immantinente penserò a te.» B. RAIMONDO DA CAPUA, Vita, parte 1, cap. 10, n. 6.



24 «Ne ores tuas perfici voluntates, nec enim Dei voluntati sunt omnino consonae; sed potius ora, ut didicisti, dicens: Fiat voluntas tua in me; sicque in omni re pete ut fiat ipsius voluntas; vult enim quod bonum est quodque animae confert. Tu vero non hoc omnino exquiris.» S. NILUS Abbas, De oratione, cap. 31. MG 79-1174.



25 «Haga cada día cincuenta ofrecimientos a Dios de sí, y esto haga con grande fervor y deseo de Dios. « S. TERESA, Avisos, 30. Obras, VI.



26 «Censeo autem oportere Deo bona largienti gratias agere, procrastinanti vero non succensere... Nam melius profecto, quam nos ipsi eligere possimus, nostra moderatur.» S. BASILIUS MAGNUS, Epistola 1, ad Eustathium philosophum. MG 32-222.



27 «Convenutogli una volta aspettare per lungo spazio di notte alla porta d'un Collegio dove giunse improvviso e non saputo, nevicando a gran fiocchi e spessi, egli, senza ripararsi perché nol cogliessero, si stette ricevendoli, per così dire, con divozione: parendogli, disse, veder quivi nell'aria il suo amatissimo Padre e Signore, che godea di lanciargli quella neve e colpirlo.» BARTOLI, Vita, lib. 4, cap. 7.



28 V. P. Alphonsus RODERICIUS S. I., Exercitium perfectionis, pars 1, tract. 8, cap. 7, n. 8-11: «Provenit et alia ex hoc exercitio (concordiae cum voluntate divina) utilitas et fructus, scilicet, praesentissimum inde nos elicere posse remedium adversus certum quoddam tentationum genus non raro solitarum occurrere. Diabolus enim subinde nos cogitationibus quibusdam conditionalibus, et incertis interrogatiunculis perturbare et inquietare solet: v. g.: si tibi quis hoc vel illud diceret, quid responderes? si hoc tibi contingeret, quid faceres? hoc in casu quomodo te gereres?... Ita nobis rem illam repraesentat, ut, quacumqe ex parte eam intueamur et capiamus, periculum appareat... quod utralibet ex parte laqueus occurrat... Docemur communiter in id genus tentationibus non teneri nos respondere ita, vel non; sed longe melius facturos, si plane non respondeamus, quod in scrupulosis potissimum locum habet. Si enim hi cum diabolo disceptare, eum interrogare ac respondere incipiant, se periculo exponunt... Equidem contra hasce tentationes bonum et utilem respondendi modum invenio: et hoc modo qui respondebit, melius facere censeo, quam qui prorsus nihil respondet... Ad harum ergo quaslibet sic, oculis clausis, respondere quia potest: «Si hoc Dei voluntas est, est et mea. Si Deus id ita velit, et ego volo. Ego in hoc vellem, quod vellet Deus. In omnibus me resigno in voluntatem Dei. In hoc facerem, quod muneris mei foret. Quid sim olim facturus nescio; scio autem quod Dominus mihi gratiam dabit, ne in illo eum offenderem, sed ut facerem quod eius esset voluntas.» Et haec generalis responsio... ad interrogata singula optime quadrat, et in genere sic accepta nullam difficultatem habet... Si enim Dei voluntas sit, id bonum est... melius est... animae meae conveniens est. Tuto ergo et confidenter in Dei voluntatem resignare nos possumus... Hoc porro pacto daemon valde manebit confusus... Sicut in tentationibus circa fidem suadetur, ut ad eas sigillatim diabolo non respondeatur... ita in id genus tentationibus singulare remedium est, in particulari ad eas nihil respondere, sed in voluntatem Dei, quae summe bona et perfecta est, nos resignare.»



29 Cioè, simili ai bruti: o quanto all'apparenza esteriore, per deformazione delle fattezze, come avviene nei mostri; o per il mancante esercizio delle facoltà mentali, a causa della indisposizione degli organi, come succede negli ebeti. I difetti, perché appartenenti alla deficienza delle creature, sono da attribuirsi alla deficiente causalità delle cause seconde. L'attività però delle cause seconde, anche deficienti, non viene sottratta alla divina causalità, né alle sapientissime ordinazioni della divina provvidenza. - Per altro, l'esistenza delle creature, come di tutte le modalità che si aggiungono o sopravvengono al loro essere, dipende dall'onnipotenza e dalla libera volontà di Dio; l'essenza delle cose dipende dalla sola immutabile sapienza di Dio e dalla divina esemplarità. Può far sì Dio che un uomo sia o non sia, e che sia tale o tale nelle accidentalità; non già che un uomo, posto che sia, non sia uomo nell'essenza.



30 «Non andate, di grazia, fantasticando sopra quel che avreste fatto stando voi sano, ma piuttosto quanto piacerete al Signore contentandovi di star, come state, infermo. E se cercate, come credo, la volontà di Dio puramente, che importa a voi lo star più infermo che sano? poiché dalla volontà sua pende ogni nostro bene.» B. GIOVANNI AVILA, Lettere spirituali, Roma, 1669, parte 1, lettera 48, pag. 234.



31 «Je viens à votre jambe malade et qu'il faut ouvrir. Ce ne sera pas sans des douleurs extrêmes... Et vous me dites que vous me laissez à penser comme vous servirez Dieu pendant le temps que vous serez sur le lit! Et suis content d'y penser, ma bonne Fille. Savez-vous ce que je pense? A votre avis, ma chère Soeur, quand fut-ce que notre Sauveur fit le plus grand service à son Père? Sans doute que ce fut étant couché sur l'arbre de la croix, ayant pieds et mains percés; ce fut là le plus grand acte de son service. Et comme le servait-il? En souffrant et en offrant; ses souffrances étaient une odeur de suavité à son Père. Et voilà donc le service que vous ferez à Dieu sur votre lit: vous souffrirez et offrirez vos souffrances à sa Majesté... O jambe laquelle étant bien employée vous portera plus avant au ciel que si elle était la plus saine du monde! Le paradis est une montagne à laquelle on s'achemine mieux les jambes rompues et blessées qu'avec les jambes entières et saines.» S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 241, novembre 1604, à Madame Bourgeois, Abbesse du Puits-d'Orbe. Œuvres, XII, Annery, 1902. - «Il disait qu'on servait Dieu plus saintement en souffrant qu'en agissant, ajoutant que Notre-Seigneur nous avait plus sauvés, s'il fallait ainsi dire, en souffrant qu'en agissant.» S. J. DE CHANTAL, Déposition pour la canonisation, art. 31. Vie et Œuvres, Paris, 1876, III. - Cf. CAMUS, Esprit de S. François de Sales, partie 18, ch. 26.



32 S. ANTONINUS, Archiep. Florentinus, O. P., Chronica, pars 2, titulus 16, cap. 3, § 2.



33 SURIUS, De probatis Sanctorum historiis, die 6 februarii, in Vita S. Vedasti. Ora, secondo la narrazione del Surio, o piuttosto di ALCUINO, autore di quella Vita, il cieco, guarito suo malgrado, a cui venne restituita la cecità, era Santo Audomaro, il quale, già consumato dalla vecchiaia, volle assistere alla traslazione del corpo di S. Vedasto: «In qua translatione perhibetur beatus Audomarus lumen recepisse oculorum, sed illico precibus eamdem, quam ultroneus ferebat, reimpetrasse caecitatem. Parvipendebat quippe lumen carnalium oculorum, qui lumen meruit civium supernorum.»



34 Cum autem semel gravius solito dolorum urgeretur aculeis, quidam Frater simplex dixit ad eum: «Drater, ora Dominum ut mitius tecum agat: manum enim suam plus debito super te gravare videtur.» Quo audito, vir sanctus cum eiulatu exclamans ait: «Nisi nossem in te simplicem puritatem, tuum ex nunc abhorrerem consortium, quia ausus fueris circa me divina iudicia reprehensibilia iudicare.» Et licet totus esset attritus gravis prolixitate languoris, proiiciens se in terram, ossa debilia duro casu collisit. Et deosculatus humum «Gratias, inquit, tibi ago, Domine Deus, de omnibus his doloribus meis, teque, mi Domine, rogo, ut centuplum, si tibi placuerit, addas; quia hoc erit mihi acceptissimum, ut affligens me dolore, non parcas (Iob. VI, 10), cum tuae sanctae voluntatis adimpletio sit mihi consolatio superplena.» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, cap. 14, n. 2. Opera, VIII, ad Claras Aquas, 1898.



35 Vedi Appendice, 112.



36 «Dejar de dar lo dado (cioè la nostra volontà, che Gesù diede a suo Padre, insieme colla sua, con queste parole: Fiat voluntas tua), vió (el buen Jesús) que en ninguna manera nos conviene, pourqe está en ello toda nuestra ganancia.» S. TERESA, Camino de perfección, cap. 33. Obras, III, 157. - «Esto me dijo el Señor otro día: «¿Piensas, hija, que está el merecer en gozar? No está sino en obrar y en paceder y en amar.» Las Relaciones, Mercedes de Dios, 36. Obras, II, 64.



37 «Sí, que no está el amor de Dios en tener lagrimas, ni estos gustos y ternura que por la mayor parte los deseamos y consolamos con ellos; sino en servir con justicia y fortaleza de ánimo y humildad.» S. TERESA, Libro de la Vida. cap. 11. Obras, I, 81.



38 «Tengo para mí, que quiere el Señor dar muchas veces... estos tormentos, y otras muchas tentaciones que se ofrecen, para probar a sus amadores.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 11. Obras, I, 80.



39 «Quomodo ita exaruit cor meum, coagulatum est sicut lac, factum est sicut terra sine aqua? Nec compungi ad lacrimas queo: tanta est duritia cordis. Non sapit psalmus, non legere libet, non orare delectat, meditationes solitas non invenio.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 54, n. 8. ML 183-1042.



40 «Val più, senza comparazione, l'essere in travagli, se il Signore ce li manda, che l'essere in cielo contra sua voglia.» B. Gio. AVILA, Trattato spirituale sopra il verso: Audi filia, cap. 26.



41 «Ad hunc sanctum Macarium cum quodam die venissem, et essem animo valde anxius, dico illi: «Abba Macari, quid faciam, quoniam me affligunt cogitationes, mihi dicentes: Nihil facis, recede hinc.» Respondet mihi dicens sanctus Pater Macarius: «Dic tu tuis cogitationibus: Propter Christum custodio parietes.» PALLADIUS, Historia Lausiaca (De Vitis Patrum liber octavus), cap. 20. ML 73-1119. MG 34-1063.



42 Vedi Appendice, 113.



43 «Si quis autem ita fidelis esset et Deo et sibi ipsi, ut omnia absque solatio et relevamine faceret, hoc utique et Deo gloriosius, et ipsi homini foret utilius amabiliusque, et maius sibi praemium compararet et meritum. Gaudio namque et solatio perfundi non huius est temporis, sed praemii illius quod in futuro saeculo speramus. Hic potius recusanda et abiicienda merces est, cum nihil ad exsilium istud pertineat, nisi desolatio, adversitas sive afflictio. Mundus siquidem iste, non consolationis, sed lacrimarum vallis est. Ceterum perfacile contingere posset, ut per consolationem bona nostra destruerentur... Certum est... quisquis hic a Deo continue consolari appetit, eum in futuro saeculo minus consolationis habiturum. Tales enim irresignati sunt, qui suis sumptibus Deo militare recusant... Proinde qui seipsos viriliter et in prosperis et in adversis mortificare student et frangere, illi multo citius, per veram resignationem in fide simplici, ad magnam perfectionem, quam omnes alii, pertingunt.» Io. THAULERUS, Sermones de festis sanctorum, Institutiones. Epistolae: Lugduni, 1558: Institutionum cap. 8, pag. 263, 264. - «Dicunt ergo plerique ex praedictis (tentatis et vexatis): Eia, Domine, multa intus ariditate obscuritateque contabesco. Quibus ego: Feras, aio, dilecte fili, sustineasque patienter, et melius tecum agetur quam si in magna multaque sensibili devotione versareris.» Homiliae seu Sermones in Evangelia de Tempore, Sermo 1 in Epiphania Domini: Lugduni, 1558, pag. 110. - Questi due volumi formano un'opera sola, la quale si ebbe le diligenti cure del Surio. Le omilie de Tempore formano il primo volume.



44 «Quidam Dei famulus dixisse fertur: Iam quadraginta annos Domino servio et in oratione me exerceo, numquam tamen ullam in ea consolationem vel gustum habui; quo tamen die in eam incumbo, eo postea magnum in me vigorem ad quaelibet virtutis exercitia subeunda sentio: at quo die eam omitto, adeo torpidus et flaccidus sum, ut me ad bonum aliquod opus faciendum, ne quidem alae a terra valeant sustollere.» RODERICIUS, Exercitium perfectionis, pars 1, tract. 8, cap. 29, n. 6.



45 «Possibile est... aliquem multo plus mereri in poena laboris pro obtinenda devotione, etiam si non proficit, quam si multae devotionis foret sine labore: quia de isto posset forsitan extolli, et meritum diminui, de illo autem cor humiliatur, et meritum conservatur.» De profectu religiosorum, lib. 1, cap. 33. Inter Opera S. Bonaventurae, Lugduni, 1668 - iuxta editionem Vaticanam. (L'autore: Fr. DAVID AUGUSTANUS, O. M. - Vedi Appendice, 8).



46 «Si nitantur quantum in se est ad hoc (nempe, ut devotionis imbre irrigentur) atque faciunt laborem suum, sintque in bello et pugna continua contra suas cogitationes, cum displicentia quia non abscedunt nec pacem habere permittunt, tales pro tunc maius habent meritum quam saepe si eis adveniret devotio subito, sine tali conflictu... Ratio, quia militant Deo, et serviunt suis expensis propriis et sumptibus, atque cum labore maiori et poena.» IO. GERSONIUS, De monte contemplationis, cap. 43. Opera, III, Antwerpiae, 1706, col. 576.



47 Ex saepe dicta etiam confidentia mortem frequenter habebat in desiderio, et hoc tamen in divinae voluntatis unione, quod singulis horis vel vivere vel mori pro eodem sibi erat; sperans per mortem suam lucrari beatitudinem, et per vitam divinae laudis incrementum. Ambulans ergo in via sic contigit eam in summo alicuius gradus labi, statim miram exsultationem persentiens, in spiritu dixit ad Dominum: «Bene mihi, dilecte Domine mi, si casus subito fieret mihi occasio veniendi ad te.» Et cum quandoque admirantes diceremus si non timeret absque praemunitione ecclesiasticorum sacramentorum mori, respondit: «Ego quidem ex corde toto desiderio saluberrimis sacramentis praemuniri, sed tamen voluntas et praeordinatio Domini mei videtur esse optima et saluberrima praeparatio; ergo quo modo ipse voluerit, sive subitanea, sive provisa morte libentissime ad ipsum emigrabo, certa qualicumque morte emigrabo sive decedam, misericordiam Domini numquam mihi deesse, sine qua scio me nullomodo posse salvari tam in morte longe ante provisa quam in subitanea morte.» S. GERTRUDIS MAGNA. O. S. B., Legatus divinae pietatis, lib. 1, cap. 10 (Edition. Solesmen. pag. 30, 31).



48 S. GREGORIUS MAGNUS, Dialogorum lib. 3, cap. 37. ML 77-309, 312. - Vedi Appendice, 114.



49 «Dame consuelo oir el relox; porque me parece me allego un poquito más para ver a Dios, de que veo ser pasada aquella hora de la vida.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 40. Obras, I, 367. - Vedi Appendice, 115.



50 «R. P. M. Avila dicebat, ei etiam qui nonnisi mediocrem dispositionem haberet, mortem tamen potius desiderandam videri quam vitam; idque ob assiduum, in quo degimus, peccandi periculum, quod omne per mortem tollitur.» RODERICIUS, Exercitium perfectionis, pars 1, tract. 8, cap. 20, n. 8.



51 «Cur ergo tantopere vitam istam desideramus, in qua quanto amplius vivimus, tanto plus peccamus?» Meditationes de cognitione humanae conditionis, cap. 2, n. 5. Inter Opera S. Bernardi, ML 184-488. - Vedi Appendice 116.



52 Soliloquia animae ad Deum, cap. 1. Inter Opera S. Augustini, ML 40-865. - Vedi Appendice, 117.



53 Magnum Speculum exemplorum, auctore D. Henrico GRAN, Germano, (circa annum 1480) - distinctio 9, exemplum 138. - La nota di S. A. era diventata, tra le mani dei tipografi, un vero geroglifico: «Flores. Enrel. Graul. 4 c. 68»; il che deve leggersi: Flores exemplorum (anche sotto questo nome veniva citato il Magnum speculum), Gran (nome dell'autore); quanto all'indicazione del luogo - l. 4. c. 68, cioè libro 4, cap. 68 - non può indovinarsi quale sia stata nell'autografo: forse quel che doveva essere: d. 9 ex 138. (distinctio 9, exemplum 138).



54 S. Alfonso ci rimanda al cap. 13 dell'Audi filia, Rodriguez al cap. 23 o 32, secondo le edizioni. Ora, in veruno di questi capitoli della detta bellissima opera, abbiam potuto rintracciare questo pensiero del B. Giovanni Avila, nelle edizioni che abbiamo potuto aver tra le mani. Però che l'abbia espresso, è cosa certa. Ne riportiamo il testo preciso dal Rodriguez (Exercitium perfectionis, pars 1, tract. 8, cap. 30, n. 2 - n. 1 in altre edizioni): «Egregie R. P. M. AVILA «Nullum credo, inquit, in mundo fuisse sanctum, qui non voluerit esse melior quam fuit: sed non propterea animi sui pace hi amittebant, neque enim id tam ex propria cupiditate - utpote quae numquam dicit sufficit - desiderabant, quam propter Deum, cuius divisione ac distributione munerum satis erant contenti, etsi ipsi minus accepissent: rati verum amorem potius in eo consistere quod contenti viverent in eo quod acceperant, quam in multa habendi desiderio, etsi amor proprius id nonnisi ad melius Deo serviendum fieri dicat.»



55 «Omnes virtutes desiderare, non potest non esse bonum, uti et ob eas incessanter suspirare eisque acquirendis incumbere; ita tamen velle debemus semper meliores esse, inque virtutum perfectione in dies crescere et proficere, ut mente simus quieti, esto alioquin ad id quod praetendimus non perveniamus, utque cum Dei voluntate ac nutu conformemur, eaque contenti simus.» RODRIGUEZ, S. I., Exercitium perfectionis, pars 1, tractatus 8, cap. 30, n. 1. - «Cavendum... ne quis hic nobis obrepta tepor, et ipsi, quod in nobis est, facere nolimus; satis esse rati, dicamus, Deus id mihi dare debet, omnia a Dei manu descendat necesse est... Verum... te rite agente quod tuum est, magis Deo placet patientia et in fragilitate tua humilitas, quam hae quorumdam superfluae anxietates et tristitiae, quod non tantos sibi in virtute et perfectione progressus facere videntur, nec orationi tam bene insistere, quam fortasse vellent.» Ibid., n. 7. - «Certum est non omnes qui ad caelum perventuri sunt, meritis pares et aequales fore: nec ipsi etiam animo cadere aut desperare debemus, quod de optimis et summis non simus, ac fortasse ne quidem de mediocribus: sed in omnibus Dei nos conformare voluntati, eique gratias agere quod nobis salutis aeternae per misericordiam suam consequendae spem fecerit.» Ibid., n. 8.



56 «L'Amor suo una volta le disse nella mente: «... Quando dirai il Pater noster, piglia per tuo fondamento Fiat voluntas tua; cioè, Sia fatta la tua volontà in ogni cosa: nell'anima, nel corpo, nei figliuoli, parenti, amici, roba, e in qualunque altra cosa che intervenire possa, così in bene come in male.» MARABOTTO e VERNAZZA, Vita, cap. 6, n. 4.






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