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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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CAPO VI - Siegue la stessa materia.

1. Specialmente bisogna che tremi della sua perdizione quella religiosa, che commette i difetti per l'attacco che tiene a qualche passione. Oh Dio, quante monache per non distaccarsi da certi attacchi di terra, non si fanno mai sante, e mettono in gran pericolo la loro eterna salute! Il fine che ha da avere una religiosa in tutt'i suoi esercizi divoti di comunioni, di orazioni, lezioni spirituali e simili, altro non ha da essere che di vincere le sue passioni, di troncare gli attacchi terreni, in somma di togliere tutti gl'impedimenti che le si oppongono nel cammino della perfezione. A questo intento dee indrizzare tutte le sue divozioni e tutte le sue preghiere, chiedendo sempre a Dio il distacco da tutto il creato ed una perfetta vittoria


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de' suoi malvagi appetiti. Dee attendere per prima alla mortificazione de' sensi, e specialmente degli occhi, della gola e della lingua. Indi dee attendere a distaccarsi dalle passioni interne, cioè dall'affetto alla stima propria, alle robe o altri oggetti dilettevoli. Indi dee attendere a contraddire alla propria volontà. Finalmente dee procurare di far tutto ciò con facilità ed allegrezza: nel che sempre ci sarà che moderare e migliorare. Alcune anime attendono bensì a continuare le loro comunioni ed orazioni, ma in esse altro non cercano che un certo pascolo di divozione ed una certa sensibilità spirituale, a conseguir la quale sta tutto il loro intento; quindi nasce che sempre restano ligate dai loro attacchi alla terra, che l'impediscono di avanzarsi nello spirito, anzi le fanno andare sempre da male in peggio.

2. Non è caso raro che molte di queste anime si trovino finalmente perdute in disgrazia di Dio. Si avverta bene che l'arte usata dal demonio coll'anime spirituali, non è di tentarle a principio a mali gravi; si contenta egli per le prime volte, come dice S. Francesco, che l'anima si lasci attaccare con un capello;1 poiché se da principio volesse legarla con una catena da schiava, quella ne avrebbe orrore e fuggirebbe; ma contentandosi la sciaurata di farsi ligare da quel picciolo capello, più facilmente riuscirà al nemico di legarla poi con un filo, poi con una fune, e finalmente l'attaccherà con una catena d'inferno, e la farà sua schiava. Mettiamo l'esempio: Quella religiosa, dopo il disturbo avuto con quella sorella, conserverà nell'animo un certo rancore, ecco il capello; indi non più le parlerà, non la saluterà, ecco il filo; indi comincerà a dirne male e ad ingiuriarla, ecco la fune; indi, sovraggiungendo qualche altro urto di sdegno, concepirà un odio mortale contro colei, ed ecco la catena, per cui finalmente resterà fatta schiava del demonio. Così similmente un'altra religiosa concepirà qualche affetto umano verso alcuna persona, e comincerà sul principio a fomentar questo affetto col pretesto di gratitudine; indi seguiranno i donativi a vicenda, indi le parole affettive; indi ad un altro urto di passione resterà


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la misera ligata con una catena di morte. In somma, siccome avviene al giuocatore che, dopo aver perdute molte picciole somme, dice: Vada tutto, e finisce di perdere quanto ha, così avviene all'anima tepida: dopo ch'ella avrà fatte molte picciole perdite nello spirito, ritrovandosi finalmente inferma e debole per resistere alla tentazione, dirà: Vada tutto, e perderà Iddio e se stessa. Oh che forza prende il demonio contro di noi, quando ci vede ligati da qualche passione! Dice S. Ambrogio: Tunc maxime insidiatur adversarius, quando videt nobis passiones aliquas generari; tunc fomites movet, laqueos parat.2 Il nemico va spiando qual'è il piacere che più ci alletta, e quello presentandoci innanzi, muove la concupiscenza, e così ci apparecchia la rete per guadagnarci.

3. Quando sentiamo, dice Cassiano, qualche precipizio d'un'anima dedicata allo spirito, non pensiamo ch'ella sia caduta alla prima tentazione, ma supponiamo che a principio è inciampata in colpe leggiere e poi è precipitata nelle gravi.3 Asserisce S. Giovan Grisostomo d'aver egli stesso conosciute più persone che gli pareano ornate di tutte le virtù, e poi per non aver fatto conto de' peccati veniali, son cadute in un abisso di vizi.4 La Ven. Suor Anna dell'Incarnazione vide


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un'anima dannata, tenuta da lei e da tutti in concetto di santa, con molti animaletti sul volto ch'erano stati i suoi primi difetti, da lei disprezzati, ed intese che di questi animaletti altri diceano: Per noi cominciasti; altri: Per noi continuasti; altri: Per noi ti perdesti.5 Quindi dicea la Madre Maria Vittoria Strada: Il demonio quando non può avere il molto, si contenta del poco, e con quel poco acquista poi il molto.6 Il serpente sul principio non tentò Eva a mangiare


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il pomo, ma solamente a guardarlo; indi seguì a discorrere ed a mettere in dubbio la minaccia della morte, fatta dal Signore; e poi la fe' cadere. Dice S. Teresa che 'l demonio si contenta che un'anima gli cominci ad aprire la porta del cuore, perché poi sarà pensiero suo di farsela aprire esso in tutto.7 E ciò prima lo disse S. Geronimo: Diabolus non pugnat cito contra aliquem per grandia vitia, sed per parva, ut possit quomodocumque intrare et dominari homini, ut postea in maiora vitia eum impellat (Epist. 40).8 Il nemico non assalta subito alcuno a commetter peccati gravi, ma leggieri, acciocché possa in qualunque modo entrar nell'anima e cominciare a dominarla, per indurla poi a peccati maggiori. Niuno da principio, dice similmente S. Bernardo, in un subito da buono diventa scellerato; cominciano dai minimi difetti quei che poi precipitano ne' massimi: Nemo repente fit turpissimus; a minimis incipiunt qui in maxima proruunt (S. Bern., Tract.


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de ord. vitae).9 Una piccola scintilla non subito spenta manderà a fuoco tutta la selva: Ecce quantus ignis [quam] magnam silvam incendit! (Iac. III, 5). Viene a dire: una passione non mortificata manderà l'anima in ruina.

4. E qui inoltre bisogna avvertire sopra tutto che quando una religiosa cade in qualche peccato mortale, la sua caduta la metterà in gran pericolo dell'abbandono di Dio, poiché il suo peccato non sarà come il peccato de' secolari che peccano fra le tenebre del mondo, ma sarà peccato di malizia, mentre vien commesso in mezzo alla luce ricevuta per mezzo di tante prediche, comunioni, meditazioni, esempi delle buone sorelle, avvertimenti di padri spirituali e delle superiore; onde non potrà allegare ignoranza o debolezza, dopo che ha ricevuti tanti lumi ed ha avuti tanti mezzi per rendersi forte, se voleva. Secondo insegna S. Tommaso, questo propriamente è il peccato di malizia, il peccato che si elegge con piena cognizione della sua deformità.10 E perciò una tal colpa porta seco una gran ruina, perché quanto maggiore sarà stata la luce donata all'anima che la commette, tanto maggiore sarà l'accecazione. Inoltre dice l'Angelico che 'l peccato tanto cresce di peso, quanto è più grande l'ingratitudine di chi lo fa.11 Quali grazie


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e favori Dio non ha fatti ad una religiosa? Egli l'ha tolta da mezzo ai pericoli del mondo e le ha dato luogo nella sua casa, mentre tutt'i monasteri sono case di Dio; egli l'ha separata dalla turba delle serve e l'ha fatta sua sposa; ed a tal fine poi l'ha arricchita di tanti lumi, di tanti aiuti esterni ed interni per farla santa; egli se l'è donato tante volte nella santa comunione; spesso le ha parlato familiarmente nelle meditazioni, nelle visite, nelle lezioni spirituali: l'ha sollevata in somma dalla valle e l'ha posta sul monte. Ed ella con tutto ciò ha voluto voltargli le spalle e diventargli nemica. Misera! la sua caduta non sarà per lei caduta, ma ruina; chi cade al piano, difficilmente si fa gran male; ma chi cade da un monte, non si dice che cade, ma che precipita: Ruina quae de alto est, graviori casu colliditur, dice S. Ambrogio.12 E questo stesso esprime Dio per Ezechiele, dicendo: Posui te in monte sancto Dei... et peccasti; et eieci te de monte Dei et perdidi te (Ezech. XXVIII, 14 et sequ.). Ingrata, dirà Dio alla religiosa, io ti ho collocata nel monte mio santo, e tu di hai voluto precipitarti nel peccato; restane dunque perduta, mentr'io per la tua ingratitudine ti ho discacciata dalla mia faccia. Dicea la gran Serva di Dio Suor Maria Strozzi: Dio vuole che le persone religiose sieno lo specchio di tutto il mondo. Ond'elle, essendo chiamate ad una perfezione non ordinaria, fan troppo disonore a Dio, facendo una vita imperfetta. Il peccato di una religiosa, soggiungea, mette orrore al paradiso ed obbliga Dio a voltarle le spalle, mentr'egli ripudia tali spose infedeli, che mancano al patto fatto nella loro professione, e quindi miseramente le abbandona in mano delle loro sregolate passioni.13 Oh quanto è difficile la conversione di


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un'anima che prima ha gustato Dio e poi gli ha voltate le spalle!

5. Torniamo al punto. Bisogna dunque che la religiosa tremi di farsi ligare dal demonio con qualunque passione e qualunque minimo peccato, che può apportare conseguenze di ruina: tremi, dico, che ogni picciolo attacco possa esser causa della sua dannazione. Chi va appresso a cose perdute, sarà anch'ella perduta, dicea S. Teresa;14 e con molta ragione lo dicea, mentr'ella, benché non avesse commessa mai colpa grave, con tutto ciò Iddio le fe' vedere il luogo apparecchiatole nell'inferno, se non si fosse distaccata da un certo affetto, quantunque non impuro, ch'ella avea preso ad un suo parente.15 L'uccello quando è sciolto, subito vola; ma quando è ligato, ancorché da un picciolo filo, giace e giacerà sempre qual rospo vile dentro del fango. E così una religiosa, quando è libera da ogni attacco terreno, vola e volerà sempre a Dio; ma sempre che sta attaccata a qualche affetto di mondo, non si alzerà mai da terra, e anderà sempre da male in peggio, sino a perdersi in tutto. Bisogna in somma persuadersi che la salvezza d'una religiosa dipende dal fuggire anche le colpe leggiere, specialmente quando son molte ed abituate; poiché tanti piccioli ruscelli componeranno un fiume, dov'ella miseramente si perderà. I suoi difetti continuati, de' quali non fa conto, la faranno a poco a poco cadere nello stato di tepidezza; del quale parlando il Signore, scrisse al vescovo di Sardi per mezzo di S. Giovanni così: Scio opera tua; quia neque frigidus es, neque calidus (Apoc. III, 15). Ecco lo stato d'una religiosa tepida: non ardisce ella di voltare affatto le spalle a Dio, ma frattanto non fa conto delle colpe leggiere, ne commette molte alla giornata, impazienze, bugie, mormorazioni,


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golosità, imprecazioni, avversioni covate nel cuore, attacchi alle robe, alle grate, alle curiosità, alla stima propria, alla propria volontà: e di queste sue imperfezioni non se ne prende penapensiero di emendarsene. Utinam frigidus esses! soggiunse il Signore, sed quia tepidus es, neque frigidus es neque calidus, incipiam te evomere ex ore meo (Apoc. loc. cit.).16 Disse: Utinam frigidus esses! viene a dire: Meglio fossi affatto privo della mia grazia, perché vi sarebbe più speranza di rimedio; ma restando tu nella tua tepidezza, starai in maggior pericolo di dannarti, poiché facilmente dopo quella caderai in qualche vizio mortale, con poca speranza di rialzartene.

6. S. Gregorio, parlando d'un peccatore non ancor convertito, ne speranza; ma parlando di un'anima tepida, che non teme della sua tepidezza, ne dispera: Tepor qui a fervore defecit, in desperatione est.17 E la ragione sta in quel che seguì a dire il Signore nel citato luogo: Sed quia tepidus es, incipiam te evomere. Una bevanda quando è fredda o quando è calda, facilmente si trangugia; ma non quando è tepida, perché la tepida muove a vomito. In questo rischio sta l'anima tepida, d'esser vomitata Dio, cioè abbandonata dalla sua grazia. Ciò appunto significa il vomito, Incipiam te evomere, poiché quello che si vomita, si ha orrore a ripigliarlo. - E come, dimando, comincia Iddio a vomitare l'anima? Lascerà egli di darle, come solea, quei lumi vivi di fede, quelle consolazioni spirituali, quei desideri santi e quelle chiamate amorose; ed indi l'anima comincerà a lasciar l'orazione, le comunioni, le


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visite, le preghiere: o pure le farà con gran tedio, svogliatezza e distrazione: farà tutto a forza, dissipata, inquieta e senza divozione. Ecco come il Signore comincerà a vomitarla: sicché la misera, non trovando mai alcun sollievo in tutt'i suoi esercizi divoti, ma solo pena e rincrescimento, finalmente abbandonerà tutto, e si rilascerà in colpe gravi. La tepidezza in somma è una febbre etica, la quale appena si conosce, ma conduce senza rimedio alla morte. L'anima ch'è caduta nella tepidezza, non pensa a corregger le sue colpe; ma queste la fanno poi così insensibile ai rimorsi di coscienza che un giorno si troverà perduta, senza che neppure se ne sia avveduta.

7. Dunque, mi dirà quella povera religiosa che ritrovasi in tal miserabile stato di tepidezza, dunque per me non v'è più speranza di salute? giacché, come dite, mi è quasi impossibile di uscire da queste mie miserie. Ma udite quel che vi risponde per me Gesù Cristo: Quae impossibilia sunt apud homines, possibilia sunt apud Deum (Luc. XVIII, 27): Quel ch'è impossibile agli uomini, non è impossibile a Dio. Chi prega e prende i mezzi, ottiene tutto.

Veniamo ai mezzi. - Se le colpe sono indeliberate e di fragilità, queste, come abbiam detto da principio, non sono di gran danno, sempre che le detestiamo con umiltà. E qui bisogna avvertire che circa i difetti che commettiamo, vi sono due sorte d'umiltà: una santa che la dona Iddio, l'altra maligna che la il demonio. L'umiltà santa è quella per cui l'anima conosce le sue imperfezioni e si confonde ed annichila innanzi a Dio, se ne duole e le detesta, ma con pace; e dal vedere le sue miserie non si perde d'animo né s'inquieta, ma, confidando in Dio, s'infervora a compensare le sue mancanze con maggiori ossequi ed opere di pietà. L'umiltà maligna all'incontro è quella che mette l'anima in rivolta, e la riempie d'inquietudini e diffidenze, e con ciò la rende debole e quasi inabile ad ogni bene. Ecco quel che ne dice S. Teresa (in Vita cap. 30) su questo punto: La vera umiltà, benché l'anima si conosca per cattiva, nulladimanco non viene con sollevazione ne inquieta il cuore, anzi consola. L'affligge bensì allora per l'offese fatte a Dio, ma dall'altro canto le dilata il seno a sperare la sua misericordia. L'anima ha luce per confonder se stessa e per lodare Iddio che tanto l'ha sopportata. Ma in quest'altra umiltà che mette il demonio, non v'è luce per alcun bene:


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par che Dio metta tutto a fuoco e sangue. È un'invenzione del demonio delle più sottili che ho conosciute di lui.18

8. In questa sorta dunque di colpe, che sono inevitabili secondo la debolezza umana, ben dice S. Bernardo che siccome è colpevole la trascuraggine, così ancora è riprensibile il timore smoderato: In huiusmodi quasi inevitabilibus (culpis) et negligentia culpabilis est et timor immoderatus (S. Bern., Serm. 1 in Coena Dom.).19 Dobbiamo pertanto detestare simili colpe, ma non dobbiamo per quelle perderci d'animo; poiché il Signore facilmente le perdona, quando l'anima le abborrisce. Septies cadit iustus et resurget (Prov. XXIV, 16). Chi cade


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per fragilità, facilmente risorge, cadit et resurget. Dice S. Francesco di Sales che i difetti quotidiani, siccome indeliberatamente si commettono, così pure indeliberatamente si tolgono.20 Lo stesso prima scrisse S. Tommaso, dicendo che tali colpe implicitamente si cancellano, cum aliquis ferventer movetur in Deum (III p. q. 87, a. 3),21 cioè per gli atti buoni che suole far l'anima spirituale d'amore verso Dio, di rassegnazione, di offerta e simili. Soggiunge l'Angelico nel luogo citato che operano ancora la remissione di tali peccati leggieri i sagramentali, come il recitare il Pater noster, il Confiteor, il percuotersi il petto, la benedizione del Vescovo, il prender l'acqua benedetta, l'orazione fatta nella chiesa consagrata; e sopra tutto l'operano i santi sagramenti e specialmente la santa comunione,22 della quale scrive S. Bernardino da Siena: Contingere potest quod tanta devotione mens per sumptionem Sacramenti absorbeatur, quod ab omnibus venialibus expurgetur (Serm. IV, art. 3, cap. 2).23


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9. Ciò corre a rispetto de' peccati indeliberati. Se poi per disgrazia accade che la persona commetta qualche colpa veniale deliberata, ma di rado, neppure dee perdersi d'animo e disturbarsi. Procuri ella di darvi subito riparo col pentimento e colla risoluzione di non cadervi più. E ritornando a cadere, rinnovi sempre il pentimento e 'l proposito, confidando in Dio, il quale, se l'anima seguirà a far così, finalmente la libererà da tali cadute volontarie. Dicea S. Filippo Neri che 'l negozio di farsi santo non è negozio d'un giorno.24 Chi non lascia il cammino incominciato per giungere alla perfezione, non diffidi, perché col tempo vi giungerà. Iddio permette alle volte che commettiamo tali mancanze, per farci conoscere la nostra debolezza ed anche le scelleraggini nelle quali inciamperessimo, se egli ci togliesse le mani da sopra. Tali colpe dunque, anche deliberate, ma commesse di rado, neppure apportano gran danno, almeno non cagionano ruina. Quelle colpe nonperò, come di sovra abbiamo considerato, facilmente possono esser di ruina, che si commettono deliberatamente ed abitualmente, benché siano veniali; e specialmente se si commettono per qualche attacco di passione, senza detestarle e senza prendersi pensiero d'emendarsene; perché queste suppongono l'anima caduta nello stato di tepidezza, dal quale, come abbiam veduto, sarà molto difficile il sollevarsi. Ma se mai qualche religiosa si ritrovasse in tal miserabile stato, vediamo i mezzi che ha da prendere per uscirne.

10. Per 1. Bisogna che abbia un vero desiderio di liberarsene. E se mai neppure avesse questo desiderio, almeno preghi Dio che ce lo conceda, fidata sulla di lui promessa: Petite et accipietis.25


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Per 2. Procuri di conoscere i suoi difetti e particolarmente il suo vizio predominante. Per esempio, se taluna ha stima di se stessa, se ha desiderio di comparire, se spesso dice parole autorevoli o di propria lode, se si disturba in qualunque umiliazione o disattenzione che riceve, già conoscerà che in lei domina la superbia. In un'altra dominerà l'amor proprio, se s'accora d'ogni picciola infermità, se s'infastidisce di ogn'incomodo che le accade, se cerca di ben trattarsi nel vitto, non potendo soffrire altri cibi che quelli che sono conformi al suo genio. In un'altra dominerà la collera, se in ogni cosa contraria s'inquieta e ne sparla e se ne lamenta. In un'altra dominerà la pigrizia, se per ogni leggiera causa lascia l'orazione, la comunione o il coro e cose simili.

11. Per 3. Conosciuto che avrà il suo vizio predominante, dee fare una forte risoluzione di liberarsene e superarlo a tutto petto sino a distruggerlo: Percuties eas usque ad internecionem (Deut. VII, 2). Dicea S. Teresa: Il Signore non vuol da noi più che una forte risoluzione, per fare poi egli tutto dal canto suo.26 In altro luogo dice la santa che delle anime risolute ha paura il demonio:27 sicché di quell'anime che hanno certi buoni desideri, ma non si risolvono, il demonio non ha paura. All'incontro dicea la santa che il Signore ben il suo aiuto ad ogni anima, perduta che sia, la quale con vera risoluzione si dedica tutta al suo amore.28 Queste son quelle


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risoluzioni che debbono fare le religiose nell'orazione. Dicea la medesima S. Teresa: Io vorrei orazione di poco tempo che cagiona effetti grandi, più che quella di molti anni, in cui l'anima non finisce di risolversi.29 Ed in verità, a che serve quell'orazione nella quale ci contentiamo di far solamente certi affetti divoti e certe preghiere generali fatte a stampa, ma non mai ci risolviamo a toglierci i difetti, che già conosciamo esserci d'impedimento alla perfezione?

12. Per 4. Una delle risoluzioni più necessarie dee esser quella di toglier le occasioni delle nostre mancanze. Il demonio si ride di tutti i nostri propositi e promesse, sempreché non fuggiamo l'occasione. Dimandato una volta un demonio, qual predica fra tutte più gli dispiacesse, rispose: Quella dell'occasione.30 Consideri dunque la religiosa quale occasione sia l'incentivo de' suoi difetti: se la familiarità con quella persona che sta fuori o dentro il monastero, se il trattenersi in quel luogo, se il mantener quella corrispondenza di lettere o di regali e simili. Dice S. Teresa che se l'anima non si allontana da' divertimenti del mondo, presto tornerà ad allentarsi nella via del Signore.31 All'incontro dice che, tolte le occasioni cattive,


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subito l'anima si rivolterà ad amare Dio.32 E la santa un'altra bella regola, dicendo che le religiose non debbono comunicare le loro tentazioni che coll'anime le quali amano la perfezione; perché se le comunicano colle imperfette, faranno danno a se stesse ed alle altre.33

13. Per 5. La religiosa dee specialmente attendere a fare atti di virtù opposti alle sue male inclinazioni, che più la molestano e la fan cadere in difetti. Per esempio, chi si sente inclinata alla superbia dee con modo particolare proponere e procurare di umiliarsi con tutti, e di soffrire le umiliazioni che riceve: chi si sente inclinata alla gola, procuri di astenersi quanto può dal soddisfarla; e così parimente parlando degli altri vizi. E giova molto perciò quel che avverte Cassiano, cioè il rappresentarci nell'orazione le occasioni che possono accaderci, come di ricevere qualche oltraggio o che ci si faccia qualche torto; ed allora bisogna proponere di umiliarci e


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rassegnarci al voler divino.34 Queste preparazioni, fuorché in materia d'incontinenza, oh quanto giovano per tener pronta l'anima a soffrire gl'incontri che le avvengono improvvisamente! Così poi i santi nelle occasioni si son trovati pronti a soffrire con pace ed allegrezza tutte le derisioni, ingiurie, percosse ed ingiustizie che loro sono state fatte.

14. Per 6. Molto giova il far l'esame particolare sopra quel vizio che più ci predomina, con imporci qualche penitenza ogni volta che vi cadiamo. E bisogna non lasciar di combatterlo, finché non vediamo il vizio abbattuto, animandoci col divino aiuto a dire con Davide: Persequar inimicos meos, et comprehendam illos; et non convertar, donec deficiant (Psal. XVII, 38): Io perseguiterò i miei nemici e li abbatterò e non cesserò di combatterli, finché non sieno disfatti. Del resto con tutto ciò, dice S. Bernardo, voi v'ingannate, per qualunque avanzo che facciate nella virtù, se pensate che, vivendo in questo corpo


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mortale, i vostri vizi sieno morti; perché saranno depressi per qualche tempo, ma sempre poi ripullulano: Quantumlibet in hoc corpore manens profeceris, erras, si vitia putas mortua et non suppressa (S. Bern., Serm. LVIII in Cant.).35 Quindi avverte Cassiano che bisogna sempre vegliare, acciocché il vizio non ritorni a pigliar piede; poiché se tu allenti il rigore, egli senza meno ritornerà, e ritornerà con più forza a dominarti.36

15. Sovra tutto, per vincere qualunque nostro difetto, bisogna diffidare affatto delle nostre forze e diligenze, e mettere tutta la confidenza in Dio, dicendo con Davide: Non enim in arcu meo sperabo, et gladius meus non salvabit me (Psal. XLIII, 7): Non metterò speranza nell'arco mio, né la mia spada basterà a salvarmi. Se mettiamo confidenza ne' nostri propositi ed industrie, sarà fatica perduta; perché è necessario che ci aiutiamo sempre a pregare per ottenere il divino aiuto, replicando continuamente: Signore, misericordia; Dio mio, assistetemi. È promessa di Dio di dare a chi domanda e di farsi trovare da chi lo cerca: Petite et accipietis; quaerite et invenietis (Luc. XI, 9).37 Ma, replico, bisogna pregar sempre e non lasciar di pregare: Oportet semper orare et non deficere (Luc.


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XVIII, 1). In quel tempo che lasceremo di pregare, saremo vinti. All'incontro se persevereremo a pregare con vero desiderio di aver la grazia, benché non ci vedessimo fatti già vincitori, non però senza meno la vittoria sarà nostra.




1 «Diabolus, (inquit), si de suo capillum potest habere in homine, cito excrescere facit in trabem.» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, cap. 5, n. 5. Opera, VIII, ad Claras Aquas, 1898, pag. 517.



2 S. AMBROSIUS, De officiis ministrorum,lib. 1, cap. 4, n. 15. ML 16-28.



3 «QUOD NEMO RUINA SUBITANEA COLLABATUR. Lapsus vero quispiam nequaquam subitanea ruina corruisse credendus est, sed aut pravae institutionis deceptus exordio, aut per longam mentis incuriam paulatim virtute animi decidente, et per hoc sensim vitiis increscentibus easu miserabili concidisse. Ante contritionem enim praecedit ruina, et ante ruinam mala cogitatio (Prov. XVI); quemadmodum domus numquam subitameo ad ruinam procumbit impulsu, nisi, aut antiquo vitio fundamenti, aut longa inhabitantium desidia, stillicidiis primum parvissimis penetrantibus corrupta sensim fuerint munimenta tectorum, quibus per vetustam negligentiam in maiorem modum patefactis atque collapsis, ubertim post haec influit pluviarum imbriumque tempestas. In pigritiis enim humiliabitur contignatio, et in segnitie manuum stillabit domus (Eccl. X). Quod animae spiritaliter evenire idem Salomon aliis verbis ita designat: Stillicidia, inquiens, eiiciunt hominem in die hiemali de domo sua (Prov. XXVII), Eleganter ergo mentis incuriam domati comparavit tectoque neglecto, per quam primo quidem velut minutissima quaedam penetrant ad animam stillicidia passionum, quae si velut parva ac levia negligantur, corrumpunt tigna virtutum, et post haec, influunt imbre largissimo vitiorum: per quem in die hiemali, id est, in tempore tentationis, ingruente impugnatione diaboli, expelletur mens de habitatione virtutum, in qua scilicet aliquando circumspecta diligentia se retinens, velut in domo propriae possessionis requieverat.» CASSIANUS, Collatio 6, cap. 17. ML 49-667, 668.



4 «Novimus enim multos ad ipsius caeli verticem conscendisse, omnes virtutes numero habuisse, deserta deviaque loca a vita hominum aliena coluisse, ac denique feminam neque in somnis quidem vidisse, et tamen negligentia lapsos ad vitiorum barathrum devenisse.... Quorum omnium.... plenae sunt Scripturae,.... plena est hominum vita.» S. Io. CHRYSOSTOMUS, In Matthaeum hom. 27. Interprete Aniano. Opera, II, fol. 91, col. 2, 3. Venetiis, 1583.- In Matthaeum hom. 26 (al. 27), n. 5: MG 57-340.- Si noti che nella traduzione (più conforme al testo greco) della MG, non vi è, a principio, quel «Novimus»; comincia così: «Multi qui ad ipsum caeli verticem ascenderant....». Ma quel che segue, cioè: «His exemplis plenae sunt Scripturae, plena hominum vita,» è un sufficiente richiamo all' esperienza personale del Grisostomo, e può dirsi, con S. Alfonso, che parla, tra altre, di persone da lui conosciute.



5 «La consolazione che le recavano queste visioni, e quelle d' altre molte anime, quali vidde uscire dal purgatorio, cambiavasi in pena molto amara: perocchè volle (il Signore) che parimente vedesse l' infelicità di altre nell' inferno; e tre fra queste, che, essendo state delle maggiori del mondo, per la dignità malamente amministrata, erano state precipitate in quell' abisso. Ma più di tutte le recò sentimento quella d' una persona, quale ella aveva conosciuta in stato molto perfetto, e dipoi vidde nell' inferno investita da terribili fiamme, e che da diverse bestie, altre maggiori, ed altre minori, era come baciata nel volto. Dicevano le minori: «Per noi cominciasti;» replicavano le maggiori: «Per noi divenisti peggiore e ti dannasti.» Da ciò ella trasse una più viva ed esatta ponderazione, sì per sé come per le sue suddite, dei piccioli mancamenti, mentre sono disposizione a grandi; e parimente un gran motivo per umiliarsi, riconoscendo quanto poco possiamo fidarci della virtù, ancorchè ben fondata.» GIUSEPPE DI S. TERESA, Riforma dei Scalzi di N. S. del Carmine, IV, Parma, 1701: lib. 15, cap. 8, n. 2.- La Ven. M. Anna dell' Incarnazione fu dalla S. M. Teresa vestita dell' abito del Carmelo ai 30 di luglio 1573, in Pastrana; morì nel monastero di Granata ai 9 di febbraio 1618.



6 «La Madre Maria Vittoria Strada,» cioè la Beata (beatificata nel 1828) Maria Vittoria Fornari Strata, fondatrice dell' Ordine della SS. Annunziata, detto «delle Turchine» (+ 1617). Questa frase non si ritrova in alcuna delle Vite della Beata, neppure in quelle manoscritte che si conservano nei due monasteri delle «Turchine» in Genova, fondati dalla Beata, neppure in quelle manoscritte che si conservano nei due monasteri delle «Turchine» in Genova, fondati dalla Beata; fuorchè in quella recente, in francese, scritta dal P. Francesco Dumortier, redentorista, il quale, per altro, non cita altra fonte che questo passo di S. Alfonso.- Crediamo doversi attribuire questo detto piuttosto alla Ven. Donna Camilla Borghese Orsini, nata nel 1603, la quale sposò D. Marcantonio Borghese, e poi, fatta vedova, prese l' abito delle Turchine col nome di Maria Vittoria per divozione alla fondatrice, e fondò anch' essa un monastero dell' Ordine in Roma. E' vero che il suddetto testo non si rintraccia in nessuna delle due Vite, gentilmente comunicateci da Mgr Ugo Buoncompagni Ludovisi, l' una recentissima scritta da lui, l' altra antica; ma nel Compendio della Vita della Venerabile (Giacobetti delle Scuole Pie, Roma, 1842), pag. 118, si accenna a questo pensiero, come al tema preferito dalla santa Priora nelle sue esortazioni alle sue figlie: «Colmava di celestiale conforto gli animi delle sue soggette con ragionamenti piissimi e pieni di spirituale unzione; nei quali specialmente raccomandava si guardassero dalle picciole mancanze, dalle quali è troppo facile passare alle gravi.»



7 «Ya os dije otra vez (cioè Camino de perfecciòn, cap. 38, 39) que (il modo di agire del demonio) es como una lima sorda, que hemos menester entenderle a los principios;» e ciò la Santa Madre lo dimostra con esempi. S. TERESA, Moradas primieras, cap. 2. Obras, IV, Burgos 1917, pag. 20, 21.- «Digo que si esta alma se estuviese siempre asida a la voluntad de Dios, que està claro que no se perderia; mas viene el demonio con unas sotilezas grandes, y debajo de color de bien, vala desquiciando en poquitas cosas de ella, y metiendo en algunas que èl le hace entender que no son malas, y poco a poco esureciendo el entendimiento, y entibiando la voluntad, y haciendo crecer en ella el amor propio, hasta que de uno en otro la va apartando de la voluntad de Dios y llegando a la suya.» Moradas quintas, cap. 4, pag. 96.- «No ha menester el demonio màs de ver una porta pequeña abierta. para hacernos mil trampantojos.» Moradas sextas, cap. 9. Obras, IV, 167.



8 «Nolite, ait (Apostolus), dare locum diabolo, qui, tamquam leo rugiens, quaerit aditum per quem possit irrumpere. Quomodo enim Pater et Filius stant ante ostium, et pulsant, ut introëant, et coenent cum eo qui se receperit (Apoc. III); ita et adversarius semper in nos est paratus irrumpere, et cum locum dederimus, ingreditur. Solet autem, antequam veniat, quaedam facula praemittere, et praecursorem adventus sui facere cogitationem: hanc si nos in corde nostro susceptam nutrierimus intrinsecus, et crescere fecerimus, cum in nobis prolem suam auctam viderit, et ipse audebit intrare. Denique in Iudae Iscariot cor primam iecit sagittam, ut traderet Salvatorem, quam si exceptam ille miserabilis non fovisset, numquam post intinctum Satanas.» S. HIERONYMUS, Commentarii in Epist. ad Ephesios, lib. 2, in cap. IV, v. 27. ML 26-511.



9 «Mens Deo dicata sic caveat minora vitia ut maiora; quia a minimis incipiunt qui in maxima proruunt.» De ordine vitae, cap. 11, n. 37. ML 184-582. - Questo trattato non è di san Bernardo, ma d' ignoto autore, dell' Ordine di S. Benedetto.- «Sane nemo repente fit turpissimus: et vix aliquis in hunc affectum nequitiae nisi prava consuetudine pertransivit.» GAUFRIDUS Abbas, Declamationes de colloquio Simonis cum Iesu, ex S. BERNARDI sermonibus collectae, § 15, n. 18. ML 184-447.



10 «Peccatum.... in humanis actibus contingit quandoque, sicut ex defectu intellectus- puta cum aliquis per ignorantiam peccat- ex defectu appetitus sensitivi- sicut cum aliquis ex passione peccat, - ita etiam ex defectu voluntatis, qui est inordinatio ipsius. Est autem voluntas inordinata, quando minus bonum magis amat. Consequens autem est ut aliquis eligat pati detrimentum in bono minus amato, ad hoc quod potiatur bono magis amato.... Et secundum hoc aliquis scienter vult aliquod malum spirituale, quod est malum simpliciter, per quod bonum spirituale privatur, ut bono temporali potiatur. Unde dicitur ex certa malitia, vel ex industria peccare, quasi scienter malum eligens.» S. THOMAS, Sum. Theol., I-II, qu. 78, art. 1, c.



11 «Duplex est peccatum. Quoddam ex subreptione proveniens.... et tale peccatum minus imputatur ei qui est maior in virtute, eo quod minus negligit huiusmodi peccata reprimere... Alia vero peccata sunt ex deliberatione procedentia. Et ista peccata tanto magis alicui imputantur, quanto maior est. Et hoc potest esse propter quatuor... Secundo, propter ingratitudinem: quia omne bonum quo quis magnificatur, est Dei beneficium, cui homo fit ingratus peccando. Et quantum ad hoc, quaelibet maioritas, etiam in temporalibus bonis, peccatum aggravat: secundum illud Sap. VI, 7: Potentes potenter tormenta patientur.» IDEM, Sum. Teol., I-II, qu. 73, art. 10, c.



12 «Ut levius est de plano corruere, sic gravius fit, qui de sublimi ceciderit dignitate; quia ruina quae de alto est, graviori casu colliditur.» De dignitate sacerdotali (inter Opera S. Ambrosii, ma questo trattato non è di S. Ambrogio), cap. 3. ML 17-571.



13 «Vedete a che gran dignità siete state chiamate: che gran vocazione è la vostra. Dio si dichiara che vuole che i religiosi siano lo specchio di tutto il mondo. Penetriamo bene che richiesta è questa che Dio ci fa, e al vedere quanto ne siamo state sin ora lontane, mettiamoci con ogni sforzo possibile a corrispondere da vero, acciò non siamo nella religione come figure vestite, e dentro di noi non siamo se non fumo, piene di difetti e imperfezioni, perchè disgustiamo troppo Dio e gli facciamo troppo disonore.» Vita di Suor Maria Minima Strozzi. Anonima, Firenze, 1701, pag. 190.- Suor Maria Minima Strozzi, al secolo Camilla, nacque a Firenze nel 1617, professò nel monastero di S. Maria degli Angeli (2 febbr. 1635) ed ivi morì il 19 nov. 1672, vera imitatrice di S. M. Maddalena dei Pazzi.



14 «Bien viene aquì, que es perdido quien tras perdido anda. ¿ Y què màs perdiciòn, y què màs ceguedad, què màs desventura que tener en mucho lo que no es nada?» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 34. Obras, I, 291.



15 «Estando un dia en oraciòn, me hallè en un punto toda, sin saber còmo, que me parecia estar metida en el infierno. Entendi que querìa el Señor que viese el lugar que los demonios allà me tenian aparejado, y yomerecido por mis pecados....» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 32, I, 263.- Dell' affetto della santa verso questo parente o altro, vedi sopra, capo III, nota 11, pag. 65.



16 Utinam frigidus esses aut calidus! sed quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo. Apoc. III, 15, 16.



17 «Calidus quippe est qui bona studia et arripit et consummat; frigidus vero est qui consummat; frigidus vero est qui consummanda nec inchoat. Et sicut a frigore per teporem transitur ad calorem, ita a calore per teporem reditur ad frigus. Quisquis ergo amisso infidelitatis frigore vivit, sed nequaquam tepore superato excrescit ut ferveat, procul dubio calore desperato, dum noxio in tempore demoratur, agit ut frigescat. Sed sicut ante teporem frigus sub spe est, ita post frigus tepor in desperatione. Qui enim adhuc in peccatis est, conversionis fiduciam non amittit. Qui vero post conversionem tepuit, et spem quae esse potuit de peccatore subtraxit. Aut calidus ergo quisque esse, aut frigidus quaeritur, ne tepidus evomatur; ut videlicet aut necdum conversus, adhuc de se spem conversionis praebeat, aut iam conversus in virtutibus inardescat; ne evomatur tepidus, qui a calore quem proposuit torpore ad noxium frigus redit.» S. GREGORIUS MAGNUS, Regulae pastoralis liber, pars 3, cap. 34 (al. 58), in fine. ML 77-119.



18 «Todas las mercedes que me habia hecho el Señor se me olvidaban; sòlo quedaba una memoria, como cosa que se ha soñado, para dar pena; porque se entorpece el entendimiento de suerte, que me hacia andar en mil dudas y sospecha, parecièndome que yo no lo habia sabido entender, y que quizà se me antojaba, y que bastaba que anduviese yo engañada, sin que engañase a los buenos. Pareciame yo tan mala, que cuantos males y herejias se habian levantado, me parecia eran por mis pecados.- Esta es una humilidad falsa que el demonio inventaba para desasosegarme y probar si puede traer el alma a desesperaciòn. Tengo ya tanta expiriencia que es cosa de demonio, que, como ya ve que le entiendo, no me atormenta en esto tantas veces como solia. Vese claro en la inquietud y desasosiego con que comienza, y el alboroto que da en el alma todo lo que dura, y la escuridad y affliciòn que en ella pone, la sequedad y mala dispusiciòn para oraciòn ni para ningùn bien. Parece que ahoga el alma y ata el cuerpo, para que de nada aproveche, porque la humildad verdadera, aunque se conoce el alma por ruin, y da pena ver lo que somos, y pensamos grandes encarecimientos de nuestra maldad, tan grandes como los dichos, y se sienten con verdad, no viene con alboroto, ni desasosiega el alma, ni la escurece, ni da sequedad, antes la regala, y es todo a el revès, con quietud, con suavidad, con luz. Pena que por otra parte conforta de ver cuàn gran merced la hace Dios en que tenga aquella pena, y cuàn bien empleada es. Duèlele lo que ofendiò a Dios; por otra parte la ensancha su misericordia. Tiene luz para confundirse a sì, y alaba a Su Majestad porque tanto la sufriò. En esotra humildad que pone el demonio, no hay luz para ningùn bien, todo parece lo pone Dios a fuego y a sangre. Represèntale la justicia, y aunque tiene fe que hay misericordia, porque no puede tanto el demonio que la haga perder, es de manera que no me consuela, antes cuando mira tanta misericordia le ayuda a mayor tormento, porque me parece estaba obligada a màs.- Es una una invenciòn de el demonio, de las màs penosas, y sutiles y disimuladas que yo de entendido de èl.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 30. Obras, I, 240, 241.



19 «Verumtamen haec nemo contemnat aut parvipendat.... Nemo, inquam, perniciosa securitate dormitet, declinans in verba malitiae ad excusandas excusationes in peccatis, quoniam, ut audivit Petrus ab ipso, nisi laverit ea Christus, non habebimus partem cum eo. Nec ideo tamen pro eis necesse est nimis esse sollicitos; ignoscet facile, imo et libenter, si modo nos agnoscamus. In huiusmodi namque, quasi inevitabilibus, et negligentia culpabilis est, et timor immoderatus.» S. BERNARDUS, Sermo in Coena Domini, n. 5. ML 183-274.



20 «Ne vous troublez point de quoi vous ne remarquez pas toutes vos menues chutes pour vous en confesser; non, ma Fille, car, comme vous tombez souvent sans vous en apercevoir, aussi vous vous relevez sans vous en apercevoir... Ne vous mettez donc pas en peine pour cela... Pour ce que vous n' aurez pas remarquè, remettez-le à la douce misèricorde de Celui-là qui met la main audessous de ceux qui tombent sans malice afin qu' ils ne se froissent point (Ps. XXXVI, 24), et les relève si vitement et doucement qu' ils ne s' aperçoivent pas, ni d' être relevès, parce qu' elle les a retirès si soudain qu' ils n' y ont point pensè.» S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 1382, à Madame de la Valbonne. Œuvres,XVIII, Annecy, 1912.- Cf. CAMUS, Esprit de S. François de Sales, partie 15, ch. 18.



21«Ad remissionem venialis peccati non requiritur nova gratiae infusio, sed sufficit aliquis actus procedens ex gratia, quo aliquis detestetur peccatum veniale, vel explicite, vel saltem implicite, sicut cum aliquis ferventer movetur in Deum.» S. THOMAS, Sum. Theol., III, qu. 87, art. 3, c.



22 «Et ideo triplici ratione aliqua causant remissionem venialium peccatorum: uno modo in quantum in esi infunditur gratia; quia per infusionem gratiae tolluntur venialia peccata, ut supra dictum est (art. praecedenti). Et hoc modo per Eucharistiam et extremam Unctionem, et universaliter per omnia sacramenta novae Legis, in quibus confertur gratia, peccata venialia remittuntur. Secundo in quantum sunt cum aliquo motu detestationis peccatorum; et hoc modo confessio generalis (i. e. Confiteor), tunsio pectoris et oratio dominica operantur ad remissionem venialium peccatorum; nam in oratione dominica petimus: Dimitte nobis debita nostra. Tertio modo in quantum sunt cum aliquo motu reverentiae in Deum et ad res divinas; et hoc modo benedictio episcopalis, aspersio aquae benedictae, quaelibet sacramentalis unctio, oratio in ecclesia dedicata, et si aliqua alia sunt huiusmodi, operantur ad remissionen venialium peccatorum.» IDEM, ibid.



23 «Hoc Sacramentum vim habet  venialia remittendi.... Non tamen oportet quod semper omnin venialia deleantur, sed tantum secundum variam mensuram devotionis. Contingere tamen potest quod tanta devotione mens per sumptionem Sacramenti in Domino absorbeatur, quod ab omnibus venialibus expurgetur, ac perfecte configuretur solari claritati dulcissimi Iesu Christi. Hunc tamen perfectionis effectum plurimum impedit vaga distractio mentis, et accessus ad Sacramentum cum proposito venialia committendi.» S. BERNARDINUS SENENSIS, Sermones de Christo Domino, sermo 12, de SS. Eucharistiae Sacramento, art. 2, cap. 1, Opera, IV, Venetiis, 1745.



24 «Dicea....che.... non bisogna voler far ogni cosa in un giorno; nè voler diventar santo in quattro dì; ma che la perfezione non si acquista se non con grandissima fatica; e soleva ridersi di quelli, che avendo un poco di spirito, pareva loro d' esser qualche gran cosa.» BACCI, Vita, lib. 2, cap, 21, n. 5.



25 Io. XVI, 24.



26 «Bien claro entiendo que era poco lo que hacia de mi parte, mas no quiere màs Dios de esta determinaciòn para hacerlo todo de la suya.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 28. Obras, V, 252.- «Pues ¿ que es esto que hacemos por Vos, Señor, Hacedor nuestro? Que es tanto como nada, una determinacioncilla. Pues si lo que no es nada quiere Su Majestad que merezcamos por ello el Todo, no seamos desatinadas.» Camino de perfecciòn, cap. 16. Obras, III, 77, 78.



27 «(El demonio) ha gran miedo a ànimas deteminadas.... y si conoce a uno por mudable, y que no està firme en el bien y con gran determinaciòn de perseverar, no le dejarà a sol ni a sombra; miedos le pornà, y inconvenientes, que nunca acabe.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 23, Obras, III, 110.



28 «Me parece que ayuda Dios a los que por El se ponen a mucho, y que nunc falta a quien en El solo confia.» S. TERESA, Relaciones espirituales, Relaciòn primera. Obras, II, 7.- «Cada una (delle monache del monastero di S. Giuseppe «paradiso di delizie» per Nostro Signore) se halla indina de haber merecido venir a tal lugar; en especial algunas que las llamò el Señor de mucha vanidad y gala de el mundo.... A otras ha mudado de biem en mijor. A las de poca edad, da fortaleza.... A las que son de màs edad y con poca salud, da fuerzas.... ¡ Oh Señor mio, còmo se os parece que sois poderoso!... Dais a entender bien que no es menester màs de amaros de veras y dejarlo de veras todo por Vos, para que Vos, Señor mio, lo hagàis todo fàcil. Bien viene aquì decir que fingis trabajo en vuestra ley.» Libro de la Vida, cap. 35. Obras, I, 301.



29 «No entiendo otra cosa ni la querria entender, sino que oraciòn de poco tiempo, que hace efetos muy grandes- que luego se entienden, que es imposible que los haya pa dejarlo todo, sòlo por contentar a Dios, sin gran fuerza de amor- yo la querria màs que la de muchos años, que nunca acabò de determinarse màs a el postrero que al primero, a hacer cosa que sea mada por Dios.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 39. Obras, I, 351.



30 «Una volta, interrogato (il demonio) da un esorcista, qual predica più gli desse noia, dopo molta ripugnanza rispose: «Quella dell' occasione,» perchè questa dà alle radici del male.» S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro, parte 1, n. 4, pag. 19, Roma, 1734.



31 «Hay otra manera de amistad y paz, que comienza a dar Nuestro Señor a unas personas, que totalmente no le querrian ofender en nada, aunque no se apartan tanto de las ocasiones, tienen sus ratos de oraciòn: dales Nuestro Neñor ternuras y làgrimas, mas no querrian ellas dejar los contentos desta vida, sino tenerla buena y concertada, que parece para vivir acà con descanso, les està bien aquello. Esta vida tray consigo hartas mudanzas; harto serà si duran en la virtud; porque no apartandose de los contentos y gustos del mundo, presto tornaràn a aflojar en el camino del Señor, que hay grandes enemigos para defendèrnosle. No es èsta, hijas, la amistad que quiere la Esposa: tampoco ni vosotras la queràis. Apartaos siempre de cualquier ocasioncita, por pequeña que sea, si querèis que vaya creciendo el alma, y vivir con seguridad. No sè para què os voy diciendo estas cosas si no es para que entendàis los peligros que hay en no desviarnos con determinaciòn de las cosas del mundo todas, porque ahorrariamos de hartas culpas y de hartos trabajos.» S. TERESA, Conceptos del amor de Dios, cap. 2, Obras, IV, 233, 234.



32 «Que, por amor de Dios, nos quitemos de las ocasiones, que el Señor nos ayudarà, como ha hecho a mi.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 32. Obras, I, 266. - Nel capo 2 del Libro de la Vida, narra la Santa Madre come, nella stessa casa paterna, trovò occasioni che l' allontanarono dal primo fervore, e come ne fu liberata coll' entrare come convittrice nel convento delle Agostiniane. E soggiunse: «En ocho dias, y aun creo menos, estaba muy màs contenta que en casa de mi padre.... Aun con todo esto no me dejaba el demonio de tentar, y buscar los de fuera còmo me desasosegar con recaudos. Como no habia lugar, presto se acabò, y comenzò mi alma a tornarse a acostumbrar en el bien de mi primera edad.» Obras, I, 14.- Specialmente poi, nel capo 9, parlando della sua totale conversione, scrive: «Comenzome a crecer la afliciòn de estar màs tiempo con El (Dios), y a quitarme de los ojos laas ocasiones, porque quitadas, luego me volvia a amar a Su Majestad.» Obras, I, 66.- «Las que de esta manera se pudieren encerrar en este cielo pequeño de nuestra alma, adonde està el que le hizo, y la tierra, y acostumbrar a no mirar ni estar adonde se destrayan (distraigan) estos sentidos exteriores, crea que lleva ecelente camino, y que no dejarà de llegar a heber el agua de la fuente, porque camino mucho en poco tiempo.... Estàn màs siguros de muchas ocasiones; pègase màs presto al fuego del omor divino, porque con poquito que soplen con el entendimiento, como estàn cerca del mesmo fuego con una centellica que le toque, se abrasarà todo. Come no hay embarazo de lo exterior, estàse sola el alma con su Dios; hay gran aparejo para encenderse.» Camino de perfecciòn, cap. 28. Obras, III, 130, 132.



33 «Tus tentaciones e imperfeciones no comunisque con las màs desaprovechadas de casa, que te haràs dañ a ti y a las otras, sino con las màs perfetas.» Avisos, 67. Obras, VI, 53.



34 «Cum se igitur impatientiae sive irae perturbationibus incursari illis quae supra ostendimus indiciis unusquisque deprehenderit, contrariis semetipsum semper obiectionibus exerceat, et propositis sibi multimodis iniuriarum dispendiorumque generibus velut ab alio sibimet irrogatis, assuefaciat mentem suam, in omnibus quae inferre improbitas potest, perfecta humilitate succumbere; atque aspera sibi quaeque et intolerabilia frequenter opponens, quanta eis occurrere debeat lenitate omni iugiter cordis contritione meditetur. Et ita respiciens ad illas sanctorum omnium sive ipsius Domini passiones, universa non solum conviciorum, sed etiam poenarum genera, inferiora meritis suis esse pronuntias, ad omnem se dolorum tolerantium praeparabit. Cumque aliquando ad coetus fratrum aliqua fuerit invitatione revocatus... si mentem suam etiam pro levibus quibusque rebus deprehenderit tacita conscientia fuisse commotam, ut quidam occultorum motuum severissimus censor, mox sibi illa durissima iniuriarum genera, quibus ad perfectam tolerantiam semetipsum quotidianis meditationibus exercebat, exprobret, atque ita se... increpans alloquatur: «Tunc ille es, bone vir, qui, dum te in illa solitudinis tuae exerceres palaestra, omnia superaturum mala praesumebas....?... Quomodo ingentem certaminis apparatum exigua hostis umbra conterruit?» Tali ergo semetipsum compunctionis animadversione condemnans, inultam animi sui commotiunculam esse non sinat, sed arctione carnem suam ieiunii ac vigiliarum correptione castigans... id quod ad plenum excoquere in coenobii conversatione debuerat, in solitudine constitutus hoc exercitationis igne consumat.» Io. CASSIANUS, Collatio 19, cap, 14. ML 49- 1143-1144.- «Contra fornicationis vero spiritum diversa ratio, et dispar est causa. Nam quemadmodum corpori usus libidinis carnisque vicinitas, ita etiam menti memoria eius est penitus subtrahenda. Satis enim perniciosum est adhuc infirmis aegrisque pectoribus vel tenuissimam recordationem huius passionis admittere.... Quod enim experimentum huiuscemodi hominibus potest in hac ratione suppetere, ubi et in experimento ipsum est quod vitatur, et in ipsa exploratione discrimen?» IDEM, Collatio 19, cap. 16. ML 49-1146. 1148.



35 «Quis ita ad unguem omnia a se superflua resecavit, ut nil se habere putet putatione dignum? Credite mihi, et putata repullulant, et effugata redeunt, et reaccenduntur extincta, et sopita denuo excitantur. Parum est ergo semel putasse; saepe putandum est, imo, si fieri possit, semper; quia semper quod putari oporteat, si non dissimulas, invenis. Quantumlibet in hoc corpore manens profeceris, erras si vitia putas emortua, et non magis suppressa. Velis, nolis, intra fines tuos habitat Iebusaeus (Iudic. I, 21); subiugari potest, sed non exterminari.» S. BERNARDUS, In Cantica sermo 58, n. 10. ML 183-1060.



36 Dopo aver riferito il luogo del Vangelo sullo spirito immondo, il quale, uscito dall' uomo, torna poi con sette spiriti peggiori di sè, continua il Cassiano: «De hoc septenario fomite vitiorum Salomon quoque in Proverbiis ita describit: Si te rogaverit inimicus tuus voce magna, ne consenseris ei, septem enim nequitiae sunt in anima eius (Prov. XXVI); id est, si superatus gastrimargiae spiritus coeperit tibi sua humiliatione blandiri, rogans quodammodo ut aliquid relaxans a coepto fervore impertias ei, quod continentiae modum et mensuram iustae districtionis excedat, ne resolvaris eius subiectione, nec arridente impugnationis securitate, qua videris paulisper a carnalibus incentivis factus quietior, ad pristinam remissionem vel praeteritas gulae concupiscentias revertaris. Per hoc enim dicit spiritus ille quem viceras: Revertar in domum meam unde exivi (Luc. XI). Et procedentes ex eo confestim septem spiritus vitiorum, erunt tibi acriores quam illa passio quae in primordiis fuerat superata, qui te mox ad deteriora pertrahent genera peccatorum.» IO. CASSIANUS, Collatio 5, De octo principalibus vitiis, cap. 25. ML 49-641.



37 Petite et accipietis. Io. XVI, 24. Quaerite et invenietis. Luc. XI, 9.

 






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