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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 3 - Dell'ubbidienza dovuta a' superiori.

1. Il mezzo più principale e 'l più efficace per ubbidire con gran merito e come si dee a' superiori, è il far conto che, ubbidendo loro, si ubbidisce a Dio, e disprezzando la loro ubbidienza, si disprezza lo stesso nostro divin Maestro, il quale, parlando de' superiori, disse: Qui vos audit, me audit; et qui vos spernit, me spernit (Luc. X, 16). Quindi scrisse l'Apostolo a' suoi discepoli: Non servientes, quasi hominibus placentes, sed ut servi Christi facientes voluntatem Dei (Ephes. VI).1 Allorché dunque viene imposta alla religiosa qualche ubbidienza dal prelato, dalla superiora o dal confessore, ella non dee eseguirla solo per piacere agli uomini, ma principalmente per piacere a Dio, la cui volontà per loro mezzo le vien palesata. Ed è certo che allora ella sta più sicura di far la divina volontà, che se venisse dal cielo un angelo a manifestarcela. Perciò scrisse S. Paolo a' Galati (cap. I, vers. 8), che se fosse venuto un angelo dal cielo a dir loro cose contrarie a quelle che da esso santo apostolo erano state insegnate, non l'avessero creduto.2

2. Dice S. Bernardo: Deus praelatos sibi aequare dignatur. Sibimet imputat illorum reverentiam et contemptum. Obedientia


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quae maioribus praebetur, Deo exhibetur; ipse enim dixit: Qui vos audit me audit, et qui vos spernit, me spernit (Lib. III, de Disp. et Praec.):3 Iddio per nostro profitto e sicurezza si degna di eguagliare i superiori a se medesimo; e la riverenza o disprezzo verso di loro l'imputa come fatto a se stesso. Sicché, sorella benedetta, abbiate sempre avanti gli occhi questo gran punto, che l'ubbidienza che usate a' superiori, l'usate con Dio medesimo. Ditemi: Se venisse Gesù stesso e v'imponesse qualche officio o incombenza particolare, vi mettereste voi a scusarvi ed a resistere a quell'ubbidienza? e tardereste punto ad eseguirla? Or così appunto, siegue a dire S. Bernardo, sive Deus, sive homo vicarius Dei mandatum tradiderit, pari profecto obsequendum est cura (Loc. cit.):4 O Dio o l'uomo che sta in luogo di Dio, vi ha dato qualche ordine, dovete certamente colla stessa diligenza eseguirlo. Narra S. Giovanni Climaco (Grad. 4) che in un monastero, trovandosi il superiore a mensa, chiamò un monaco vecchio di 80 anni, e per esempio degli altri fecelo stare in piedi per due ore continue. Interrogato poi il monaco come avesse sofferta quella mortificazione, rispose: «Mi figurai di stare avanti a Gesù Cristo, e ch'egli m'imponesse quella umiliazione, e così non ebbi alcun pensiero contra l'ubbidienza».5


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3. Il Signore vuole che noi, per nostro maggior merito, nella presente vita operiamo per via di fede. E perciò non vuol parlarci per se stesso, ma ci manifesta la sua volontà per mezzo de' nostri superiori. Quando apparve Gesù Cristo a S. Paolo e lo convertì, poteva egli allora dirgli ciò che da lui volea; ma no, solamente gli disse: Ingredere civitatem, et ibi dicetur tibi quid te oporteat facere (Act. IX, 7): Entra nella città e va a trovare Anania, ed esso ti dirà quello che hai da fare. Perciò diceva il B. Egidio che più si merita ubbidendo agli uomini per amor di Dio, che coll'ubbidire a Dio medesimo.6 Aggiungasi di più che la persona sta più sicura di far la divina volontà, quando ubbidisce ai superiori, che se le comparisse e parlasse la stessa persona di Gesù Cristo; perché comparendole Gesù Cristo, ella non è certa se quegli veramente sia Gesù Cristo e non sia qualche spirito maligno, che sotto la sembianza di Gesù Cristo voglia ingannarla; ma quando le parlano i superiori, sa per certo che ad essi ubbidendo, ubbidisce a Gesù Cristo, secondo egli medesimo ha detto: Qui vos audit, me audit. Ancorché la cosa ingiunta dall'ubbidienza fosse dubbia s'ella è buona o mala, dicono comunemente i Teologi e i Maestri di spirito che la religiosa e obbligata ad ubbidire, ed ubbidendo sta sicura di non peccare e di dar gusto a Dio. Ecco come scrisse S. Bernardo, e lo prese dalla regola di S. Benedetto: Quicquid vice Dei praecipit homo, quod non sit tamen certum displicere Deo, haud secus omnino accipiendum est quam si praecipiat Deus (Lib. III, de Disp.):7 Ciò che comanda


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l'uomo, stando in luogo di Dio, purché non sia cosa che certamente dispiaccia a Dio, dee prendersi non altrimenti che se Dio medesimo l'ordinasse.

4. Sicché i religiosi nel giorno del giudizio saranno solo incolpati delle ubbidienze non eseguite; ma delle azioni fatte per ubbidienza, come dicea S. Filippo Neri, stan sicurissimi di non averne a render conto alcuno; il conto di quelle dovranno renderlo solamente i superiori che le han comandate.8 Così appunto, parlando specialmente delle monache, disse il Signore a S. Caterina da Siena: La religiosa non è tenuta a rendermi conto di ciò che ha fatto di ubbidienza; solamente da' superiori io n'esigerò il conto.9 Pertanto scrisse l'Apostolo: Obedite praepositis vestris et subiacete eis; ipsi enim pervigilant quasi rationem pro animabus vestris reddituri, ut cum gaudio hoc faciant et non gementes; hoc enim expedit vobis (Hebr. XIII, 17):10 Ubbidite a' vostri superiori, mentr'essi vegliano per voi, come quelli che son tenuti a render conto per le anime vostre. Sicché voi, sposa benedetta del Signore, quando nella vostra morte sarete interrogata da Gesù Cristo:


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Perché avete lasciato di fare maggior penitenza? perché non avete fatta più orazione? perché avete fatta quell'azione? Se in queste cose voi avete fatta l'ubbidienza, potete liberamente rispondere: Perché voi così mi avete ordinato di fare, avendomi detto che ubbidendo a' miei superiori, io ubbidiva a voi stesso; non richiedete dunque da me il perché, ma da' miei superiori, che tali cose m'han comandate.

5. Ma bisogna qui avvertire quelle parole che soggiunge S. Paolo: Ut cum gaudio hoc faciant et non gementes. Il che significa che la religiosa dee ubbidire prontamente, senza replicare, e senza angustiare e far gemere i superiori. Oh come gemono i superiori, quando i sudditi resistono all'ubbidienza con iscuse, con pretesti colorati, con lamenti, e talvolta anche con mormorazioni! Che non patiscono le povere badesse alle volte nella distribuzione che debbon fare degli offici! Da una parte sono angustiate dagli scrupoli, nel temere che il rispetto umano o il timore di disgustare alcuna religiosa le muova ad assegnarle qualche officio, al quale non è atta quella che lo desidera; e dall'altra parte gemono in vedere che, fatta la distribuzione, una monaca si scusa, un'altra si lagna, un'altra mormora, un'altra positivamente ripugna. E da ciò ne nasce poi che la superiora s'induca a dispensar gli offici non secondo la ragione e 'l bene della comunità, ma secondo la prudenza umana, la quale forse scuserà la superiora in far ciò per evitare maggior male, ma non per questo saranno scusate le suddite, che, non secondo l'ubbidienza, ma secondo il loro capriccio, eserciteranno quegli offici che vogliono. Pertanto dice l'Apostolo: Ubbidite e sottomettetevi a quel che vuole l'ubbidienza, affinché i superiori non gemano nell'ordinare ciò che dee farsi; e poi conclude: Hoc enim expedit vobis: Poiché ciò è spediente per lo bene di voi stessi sudditi, acciocché tutto vada con ordine, e voi vi avanziate nello spirito.

6. Che disordine è il vedere certe religiose, che, nel distribuirsi gli offici, non esse ubbidiscono alle superiore, ma le superiore ubbidiscono loro! S. Bernardo, considerando quel che disse il nostro Salvatore al cieco di Gerico: Quid vis ut tibi faciam? (Luc. XVIII, 41)11 Che cosa vuoi ch'io faccia per te? riprende quel cieco dicendo: Vere caecus, quia non exclamavit:


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Absit, Domine, tu magis dic quid me facere velis.12 Veramente cieco, dice il santo, perché dovea egli rispondere: Non sia mai, Signore, che voi abbiate da fare quel che voglio io; ma voi ditemi che cosa ho da fare io per voi. Applichiamo a noi quel che vuol dire S. Bernardo. Vi sono alcune monache a cui bisogna che la badessa vada interrogando e spiando quale officio vogliono fare. Ma le buone religiose non fan così; quando loro dimanda la superiora quale officio lor piace di fare, rispondono: No, madre, non tocca a me di dire quel che voglio fare, tocca a voi di dirmi quel che volete ch'io faccia.

7. Se volete dunque voi, sorella benedetta, esser vera ubbidiente e vera religiosa, per 1. considerate sempre i vostri superiori, come si è detto, quali vicari di Gesù Cristo, e procurate di dimostrar loro tutta la venerazione e l'amore, non già per qualche fine interessato di essere da loro stimata e preferita o per non esser da essi ripresa, ma solo per piacere a Dio. E ciò va detto non solo per lo prelato e per la badessa, ma anche per tutte quelle officiali del monastero, a cui s'ha da ubbidire secondo la regola, come all'infermiera, refettoriera, sagrestana; poiché la religiosa in ubbidire alla badessa facilmente può esser mossa da rispetti umani, ma quella che ubbidisce alle officiali, fa meglio conoscere che ha vero spirito di ubbidienza. S. Francesco d'Assisi ringraziava sommamente il Signore di avergli concessa la grazia di star pronto ad ubbidire al minimo novizio in tutte quelle cose in cui gli fosse assegnato per superiore: dicendo il santo che di quanta minore autorità è il superiore e quanto meno egli è ornato di pregi e qualità, tanto più meritiamo in ubbidirlo, perché allora veniamo ad ubbidire per solo fine di piacere a Dio.13


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8. Per 2. non vi accompagnate mai colle sorelle imperfette e che poco amano l'ubbidienza.

Per 3. ricevete umilmente le correzioni, e date libertà alla superiora di riprendervi sempre che occorre, e non siate di quelle monache, che si risentono ad ogni minimo avvertimento, sicché bisogna che la superiora vada con esse in avvertirle, quando è necessario, con tutto il riguardo, e che forse aspetti mesi e mesi per trovare il tempo opportuno di ammonirle, affinché altrimenti quelle non le perdano il rispetto, e non mettano a romore tutto il monastero. Ma guai a quelle religiose con cui le superiore debbono andare con questo riguardo in avvertirle! segno di spiriti molto imperfetti.

Per 4. quando poi ricevete qualche correzione, ricevetela umilmente senza scusarvi: ed ancorché il fatto andasse altrimenti di quel che pensa la superiora, non parlate se non quando la stessa superiora vuol sapere com'è andata la cosa; ma di questo si parlerà appresso più a lungo.

9. Per 5. discacciate dal vostro cuore tutti i pensieri e sospetti contro la superiora, appunto come si discacciano i pensieri contro la castità, senza discorso. E quando si parla di qualche suo difetto apparente, procurate, per quanto potete, di coprirlo. Che disordine poi è il vedere certe religiose, che invece di venerare la loro superiora, vanno spiando tutte le loro azioni e portamenti per discreditarla e metterla in deriso! Se poi il difetto fosse evidente ed inescusabile, per esempio se la badessa fosse impaziente con tutte, persuadetevi che Dio permette in lei quel difetto, non per vostro danno, ma per vostro profitto. S. Geltrude pregava un giorno il Signore a liberar la sua badessa dal difetto di spesso impazientarsi; le rispose Iddio ch'egli permettea quel difetto in quella badessa, così per bene di lei, acciocché si mantenesse umile, come anche per bene delle religiose, acciocché più meritassero.14 Dice S. Bernardo:


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In quantum gravaris, in tantum lucraris:15 Quando è maggiore il peso che porti, tanto è maggiore il merito che acquisti. Aggiunge S. Gregorio che, quantunque i superiori non vivessero lodevolmente, debbono nondimeno onorarsi i loro ordini: Maiorum imperia tunc etiam veneranda sunt, cum ipsi laudabilem non habeant vitam (In I Reg., 2).16 E ciò prima lo disse Gesù Cristo, parlando de' superiori che dan mal'esempio:


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Omnia ergo quaecumque dixerint vobis, servate et facite; secundum opera vero eorum nolite facere (Matth. XXIII, 3).

10. Ma parlando specialmente degli offici del monastero, osservate la bella regola di S. Francesco di Sales, di niente mai cercare e niente rifiutare.17 Del resto amate sempre più quel ch'è di meno onore e di maggiore incomodo. La ragione perché poche monache son quelle che molto meritano nel fare gli offici, è perché poche son quelle che li prendono ed esercitano con pura intenzione di ubbidire e di dar gusto a Dio. Le religiose imperfette guardano solamente negli Offici ciò che vi è di pena o comodo proprio; ma le perfette guardano il solo gusto di Dio, e perciò queste non vanno trovando comodi, ma abbracciano le pene e le fatiche. Di queste seconde procurate esser voi. Né pensate che avanti a Dio vaglia per voi la scusa di rifiutar quell'officio per timore di non commettervi che difetti: persuadetevi che, essendovi fatta religiosa, siete obbligata a servire il monastero. Se questo timore di non commetter che difetti in quell'officio valesse per voi di scusa, valerebbe anche per tutte, ed in tal modo chi avrebbe da servire il monastero e mantenere la comunità? Abbiate voi buona intenzione di piacere a Dio, e Dio vi aiuterà.

11. Entrando poi in quell'officio che vi viene assegnato, entratevi con ispirito di ubbidienza, riguardando in quello non già il vostro genio di dominare, né il vostro comodo o la vostra stima, ma solamente l'obbligo che avete di ubbidire. Entratevi ancora con santa confidenza, senza dare orecchio al demonio, che forse vi dice che in tale officio non potrete durare. Se avete fede all'ubbidienza, il Signore vi darà quella forza che voi non avete. Né pensate che quell'officio, per esser di molta distrazione, vi farà perdere il raccoglimento e lo spirito; quando voi l'eserciterete solo per fare l'ubbidienza, sappiate che Iddio vi farà più grazie in quel tempo in un


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quarto d'ora d'orazione, che in altro tempo in dieci giorni di solitudine. Procurate nonperò nell'esercitare l'officio di trovare sempre il vostro tempo, quantunque non possiate averne molto, per raccogliervi nell'orazione. Né occorre il dire che nel vostro officio affatto non vi è questo tempo; le religiose diligenti ed amanti dell'orazione ben sanno trovarsi il tempo per l'uno e per l'altro. E perciò procurate di non caricarvi, senza necessità, come fanno alcune, di tante faccende, che poi v'impediscano di potervi anche per qualche poco raccogliervi avanti a Dio. State attenta poi, circa l'incombenze del vostro officio, a non esser parziale colle amiche, e tanto meno con voi stessa, abusandovi dell'officio in procurarvi quei maggiori comodi che non hanno l'altre.

12. Si avverta qui per ultimo, che l'ubbidienza ed anche la perfezione dell'ubbidienza non impedisce che la monaca, quando l'è imposto qualche officio o altra incombenza dalla superiora, l'esponga le difficoltà che vi sono, e che non son note alla superiora, come sarebbe qualche propria infermità attuale, inabilità a quell'officio o altro impedimento; perché finalmente la superiora non è angelo, ma donna, e perciò vuol esser informata di quelle cose che non sa. Ma in ciò bisogna che la religiosa attenda a due cose importanti. Per prima, a non esporre quelle cose che la badessa già sa, poiché allora dee supporsi ch'ella già l'abbia considerate, senza che di nuovo se le propongano. Per secondo, dopo che la religiosa ha esposte le sue difficoltà, dee quietarsi a quel che dice la superiora; e questa rassegnazione bisogna che anche esternamente la dimostri, acciocché la superiora resti con pace, ed ella dia buon esempio all'altre. Perciò è bene che la religiosa, prima di esporre le sue difficoltà, si figuri che la superiora, non ostante quelle, le confermi l'ubbidienza, e quindi ella vada tutta disposta ad accettar senza replica quel che la superiora le dirà.

13. Inoltre bisogna qui avvertire non esser difetto, ma atto di virtù, l'avere una cura discreta di conservarsi la sanità per meglio servire a Dio. Ma è difetto all'incontro l'averne una soverchia sollecitudine, poiché allora facilmente l'amor proprio le farà apparire necessità quella che non è. Dice S. Bernardo che alcuni religiosi meglio posson dirsi discepoli d'Ippocrate e di Galeno che di Gesù Cristo: Puta, quaeso,


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scrive il santo, monachum esse, non medicum (Serm. 30 in Cant.).18 E poi siegue a dire: Parce quieti tuae. Quanto è meglio, vuol dire, per la tua pace, che seguiti la comunità e sfuggi queste singolarità, sempre che non è necessario. Parce labori ministrantium; procura di sparambiar la fatica alle officiali, come alla refettoriera e cuciniera, in dover fare cose a parte per te. Parce gravamini domus; togli il peso alla casa in dover fare spese soverchie. Pertanto esortava S. Basilio generalmente i religiosi che procurassero d'assuefarsi alle cose comuni per quanto potessero.19 Oh quanto è meglio far ciò, che far digiuni, discipline e portar cilizi, e poi esser singolare nel vitto. Le singolarità sono stati i principi del rilasciamento di molte religioni. Né taluna su di ciò si faccia scrupolo, temendo forse che manchi alla cura della sua sanità, servendosi de' cibi comuni; poiché è dottrina comune de' Dottori che quantunque non sia lecito abbreviarsi la vita direttamente affine di morir presto, è ben lecito nonperò di tralasciar qualche cosa, e specialmente le singolarità, benché queste potessero alquanto prolungar la vita: anzi è atto virtuoso, quando ciò si fa per lo profitto proprio e per buon esempio degli altri. S. Francesco d'Assisi, allorché si fece quel celebre capitolo chiamato delle stuoie, vide che i demoni faceano un altro capitolo, e diceano che per lo rilasciamento dello spirito della religione, la quale allora stava in molto fervore, il miglior mezzo era il procurare che si ricevessero


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molti giovani nobili e delicati, perché questi avrebbero incominciato a trattarsi senza tanto rigore, e così a poco a poco sarebbe mancato lo spirito, sino a rilasciarsi poi in tutto.20 Ecco come la discorrono i demoni, ed in ciò ben dicono la verità. Badate dunque a non fare che, per conservar con soverchia cautela la salute del corpo, abbiate a mettere in forse la salute dell'anima, o almeno abbiate a perdervi la corona di santa. Pensate che i santi, se fossero stati tanto cautelati come voi in conservarsi la sanità, non si sarebbero fatti santi

Preghiera.

Amato mio Signore, voi siete la stessa bellezza, la stessa bontà, lo stesso amore; e come io potrò amare altra cosa fuori di voi? Pazza, per lo passato vi ho dati tanti disgusti. Ho fatto male; me ne dispiace sommamente; vorrei morirne di dolore. Gesù mio, misericordia; e così voglio sempre gridare: Misericordia, Gesù mio: Gesù mio, misericordia. Ma se per lo passato ho disprezzato il vostro amore, sappiate che ora lo preferisco a tutti i beni del mondo. Voi siete ed avete sempre da essere l'unico oggetto di tutti gli affetti miei.

Gesù mio, amor mio, io lascio tutto e non voglio altro che voi. Ora lo dico ed intendo di ripeterlo in tutti i momenti della mia vita: Dio mio, voi solo voglio e niente più. Ma aiutatemi voi ad esservi fedele. Non guardate i peccati miei, guardate l'amore con cui mi amaste, morendo per me sulla croce. Ne' meriti della vostra Passione io metto tutte le mie speranze.

V'amo, bontà infinita: v'amo, sommo mio bene, ed altro


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non vi domando che l'aiuto ad amarvi; ma ad amarvi assai, e a non amare da ogg'innanzi altr'oggetto fuori di voi, mio tesoro, mio tutto.

Gesù mio, vi dono la mia volontà, voi purificatela. Vi dono il mio corpo, voi custoditelo. Vi dono l'anima mia, voi rendetela tutta vostra. Bruciate col vostro fuoco consumatore tutti gli affetti miei, che si oppongono al vostro puro amore.

O Maria, o mia grande avvocata, prima ne' meriti del vostro Figlio, e poi nella vostra intercessione tutta confido.




1 Servi, obedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo: non ad oculum servientes, quasi hominibus placentes, sed ut servi Christi facientes voluntatem Dei ex animo. Eph. VI, 5, 6.



2 Sed licet nos, aut angelus de caelo evangelizet vobis praeterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit, Gal. I, 8.



3 Quod si tantopere cavenda sunt scandala parvulorum, quanto amplius praelatorum? quos sibi Deus aequare quodammodo in utraque parte dignatus, sibimet imputat illorum et reverentiam et contemptum, specialiter contestans eis: Qui vos audit, me audit; et qui vos spernit, me spernit (Luc. X, 16).» S. BERNARDUS, Liber de praecepto et dispensatione, cap. 9, n. 21. ML 182-873.



4 «Quia discretio est in mandatis, consequenter et in culpis: ut, sicut dixeram, maiorum gravior, leviorque minorum censeatur transgressio mandatorum. Sed mandantium non ita. Sive enim Deus, sive homo vicarius Dei, mandatum quodcumque tradiderit, pari profecto obsequendum est cura, pari reverentia deferendum, ubi tamen Deo contraria non praecipit homo.»IDEM, id. op., cap. 8 et 9, nn. 18 et 19. ML 182-871.



5 «Assidente me aliquando in mensa magno illi praesidi, admovit ille sacrum os suum auriculae meae; et: «Vin', inquit, ostendam tibi in ultima canitie, et senecta aetate, divinum sensum et mentem?» Annuente me, et vero obsecrante, evocat iustus ille antistes ex altera mensa Laurentium quemdam, quadragesimum octavum annum inter religiosos agentem, et honore sacerdotii proximum a primo. Venienti ergo et ad genua praesidis accidenti bene precatus quidem est de more abbas, sed assurgentem nullo verbo affatus, reliquit ieiunum mensae assistere; erat enim initium prandii: adeo ut bene longam horam, imo prope duas astaret, et ego ipse verecundatus non auderem os servi Dei respicere, Octogesimum quippe agebat annum, totusque incanuerat. Cum ergo tota mensa absque responso tacitus perstitisset, surgentibus nobis, ab sancto antistite missus est ad magnum illum, de quo modo memineram, Isidorum, iussusque versum primum tricesimi noni psalmi pronunciare: Exspectans exspectavi Dominum. Non neglexi ego, velut improbissimus, occasionem pertentandi senis. Ergo quaerente me ecquid, dum assisteret mensae, animo tractarit cogitaritve: «Christi, inquit, personam antistiti meo assignans, non ab homine, sed plane ab ipso Deo mihi praecepta edi cogitavi. Proinde, mi pater Ioannes, non ad mensam discumbentium hominum, sed ad Numinis aram mihi visus comprecabar, neque ulla cogitatione sinistra aut prava adversus pastorem meum, pro mea in illum fide et caritate, pulsatus sum. Caritas enim, ut quidam dixit, non cogitat malum (I Cor. XIII, 5). Quin et illud cognosce, Pater, nullum amplius aditum esse hosti generis humani ad eum qui se totum (sanctae) simplicitati et innocentiae voluntariae seu bonitati emanciparit.» S. IO. CLIMACUS, Scala Paradisi, gradus 4, MG 88-691.



6 «Io ho per maggior cosa ubbidire ad un prelato per amor di Dio, che ubbidire allo stesso Creatore; perchè chi ubbidisce al vicario di Cristo; perchè chi mente ad esso ubbidirebbe se gli comandasse.» MARCO DA LISBONA, Croniche del P. S. Francesco, parte 1, lib. 7, cap. 39.



7 «Annon denique hoc ipsum et Regula nostra perhibet, ubi ait: «Obedientia quae maioribus praebetur, Deo exhibetur?» Quamobrem quidquid vice Dei praecipit homo, quod non sit tamen certum displicere Deo, haud secus omnino acccipiendum est, quam si praecipiat Deus.» S. BERNARDUS, Liber de praecepto et dispensatione, cap. 9, n. 21. ML 182-873.- «Sed haec ipsa obedientia tunc acceptabilis erit Deo et dulcis hominibus, si, quod iubetur, non trepide, non tarde, non tepide, aut cum murmure, aut cum responso nolentis efficiatur: quia obedientia quae maioribus praebetur, Deo echibetur.» S. BENEDICTUS, Regula, cap. 5. ML 66-350.



8 «Diceva che quelli che desiderano da dovero far profitto nella via di Dio, si dessero in tutto e per tutto nelle mani de' superiori; e quelli che non viveano sotto l' ubbidienza, si sottomettessero volontariamente ad un dotto e discreto confessore, al quale ubbidissero in luogo di Dio, scuoprendogli con ogni libertà e semplicità tutti li loro affari, nè determinassero cosa alcuna senza il suo consiglio; soggiungendo che chi faceva in questo modo, si assicurava di non dover render conto a Dio dell' azioni che faceva.» BACCI, Vita, lib. 1, cap. 20, n. 21.



9 (Parla il Padre Eterno:) «E che diremo, dilettissima e carissima figliuola, di questa eccellentissima virtù? Diremo che ella è uno bene e senza veruno male: sta nella nave nascosta, che neuno vento contrario le può nuocere: fa navigare l' anima sopra le braccia dell' Ordine e del prelato, e non sopra le sue; perchè il vero obediente non à rendere ragione di sè a me; ma il prelato di cui egli è stato suddito. Innamorati, dilettissima figliuola, di questa gloriosa virtù.» S. CATERINA DA SIENA, Il Dialogo, Trattato dell' Obbedienza, cap. 163 del Dialogo, cap. 10 del trattato. Opere, IV, Siena, 1707, pag. 315.



10 Hoc enim non expedit vobis. Hebr. XIII, 17. Quantunque S. Alfonso abbia, forse per inavvertenza, soppresso la particella negativa, non ha però cambiato il senso. Vale lo stesso dire: Hoc non expedit vobis, cioè ut gementes faciant; e Hoc expedit vobis, cioè ut cum gaudio faciant et non gmentes.



11 Quid tibi vis faciam? Luc. XVIII, 41.



12 «Domine, quid me vis facere? (Act. IX, 6.) O verbum breve, sed plenum....! Quam pauci inveniuntur in hac perfectae obedientiae forma....! Heu! plures habemus evangelici illius caeci, quam novi apostoli, imitatores. Quid vis, ait Dominus ad caecum illum (Luc. XVIII, 41), ut faciam tibi? Quanta est miseratio tua, Domine, quanta dignatio tua! Siccine Dominus querit, ut servi faciat voluntatem? Vere caecus ille, quia non consideravit, non expavit, non exclamavit: Absit hoc, Domine, tu magis dic quid me facere velis! Sic enim decet, sic omnimo dignum est, non meam a te, sed a me tuam quaeri et fieri voluntatem. Videtis, fratres, quia vere necessaria erat hoc in loco conversio.» S. BERNARDUS, Sermones de Sanctis, In conversione S. Pauli sermo 1, n. 6. ML 183-363.



13 «Dixit aliquando sociis: «Inter alia, quae dignanter pietas mihi divina concessit, hanc gratiam contulit, quod ita diligenter novitio unius horae obedirem, si mihi guardianus daretur, sicut antiquissimo et discretissimo fratri. Subditus, inquit, praelatum suum non hominem considerare debet, sed illum pro cuius est amore subiectus. Quanto enim contemptibilior praesidet, tanto magis humilitas obedientis placet.» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, cap. 6, n. 4. Opera, VIII, ad Claras Aquas, 1898, pag. 520.



14 Sembra che S. Gertrude parli non già della sua badessa, ma di qualche suo prelato, di cui non indica con precisione il difetto. Ecco le sue parole: «Cum oraret pro uno defectu cuiusdam magistratus sui, ut Dominus ipsum emendaret, tale accepit responsum: «An nescis quod non solum illa persona, sed etiam omnes qui praesunt huic mihi dilectae Congregationi, non carent aliquibus defectibus: cum nullus homo possit esse in hoc saeculo, qui omnino careat defectu, hoc me permittente ex abundantia divinae pietatis meae et dulcedinis ac dilectionis, qua Congregationem hanc elogi, ut inde meritum ipsius mirifice adaugeatur? Nam multo maioris virtutis est subiici ei cuius defectus cognoscitur, quam alteri cuius opera per omnia comprobata videntur.» Ad hoc cum ista diceret: «Quamvis, Domine mi, congauderem subditorum meritis, desidero tamen etiam praelatos culpa carere, quam timeo eos quandoque contrahere ex defectu;» respondit Dominus: «Ego cum cognoscerem in eis omnem defectum, permitto quod ex diversitate causarum quandoque manifestatur; alias forte numquam devenirent ad tantam humilitatem. Unde sicut subditorum meritum crescit ex ipsorum tam profectibus quam defectibus, sic etiam praelatorum meritum crescit ex subditorum tam defectibus quam profectibus: quemadmodum in uno corpore diversa se membra promovent ad omnem profectum.» In quibus verbis intellexit supereffluentem divinae sapientiae pietatem, quae tam subtiliter disponit salutem electorum, cum permittit inesse defectus, ut ad maiores ducat profectus; in tantum quod videbatur sibi, quod si bonitas Dei numquam in alio claruisset, excepto isto solo, omnis creatura ipsum digne laudare non posset.» S. GERTRUDIS MAGNA, Legatus divinae pietatis, lib. 3, cap. 83. (Edizione dei Benedettini di Solesmes, Parigi, 1875.) - Che poi S. Gertrude non parli qui della sua badessa, per nome anch' essa Gertrude, apparisce chiaro da quanto vien detto nei cinque primi capitoli del libro quinto delle Rivelazioni della divina pietà - ossia del Legatus divinae pietatis, che è la stessa opera- sulle virtù di questa santa superiora, e specialmente, nel capitolo primo, sulla sua gentilezza ed amorevolezza nel comandare: «Non pure in queste cose solamente (della cura delle inferme), ma in molte altre ancora si vedeva la sua grande umiltà, come sarebbe nel nettare il chiostro, e in rassettar alcune cose non bene acconcie. Alcun' altra volta, ella prima delle altre, anzi bene spesso tutta sola, si affaticava nelle occorrenze della casa, sin tanto che inducesse ovvero per dir meglio, allettasse le altre suddite col suo esempio, ovvero con le sue parole piacevoli, a farsi aiutare. Laonde per cagione delle tante sue virtù, come fresca rosa, fu tutta fiorita in questo mondo, e maravigliosamente graziosa, e degna di esser amata, non tanto da Dio, quanto dagli uomini ancora».



15 S. BERNARDUS, Epistola 72, ad Rainaldum abbatem, n. 2. ML 182-188. Tratta S. Bernardo del superiore a cui il suddito è di peso: l' occasione di merito è la stessa per il suddito a cui pesa il superiore, come, nella nota precedente, ce lo ricorda S. Gertrude.



16 «Maiorum imperia tunc etiam veneranda sunt, cum ipsi laudabilem non habent vitam, quia eorum doctrina, quae prava operatione potest superbis vilescere, humiles auditores facit ad divinae familiaritatis celsitudinem pervenire.» S. GREGORIUS MAGNUS, In I Reg. Expositiones, lib. 2, cap. 4, n. 12. ML 79-132.



17 Les vrais Entretiens spirituels,  21ème Entretien, il quale versa tutto su questo argomento. Il titolo di questo «Trattenimento» è questo: «Sur le document de ne rien demander, ne rien refuser.» (Euvres, VI, Annecy, 1895, pag. 383.389.- S. Giovanna di Chantal, nella sua Lettera a Don Giovanni di S. Francesco sulle virtù del Santo (Vie et (Euvres, III, 251), scrive: «Ce document si peu connu, et toutefois si excellent, Ne demandez rien, ne dèsirez rien, ne refusez rien, lequel il a pratiquè si fidèlement jusqu' à l' extrèmitè de sa vie, ne pouvait partir que d' une âme entièrement indiffèrente, et morte à soi-même.»



18 «Num Hippocratis seu Galeni sententiam, aut certe de schola Epicuri, debui proponere vobis? Christi sun discipulus; Christi discipulis loquor: ego si peregrinum dogma induxero, ipse peccavi, Epicurus atque Hippocrates corporis alter voluptatem, alter bonam habitudinem praefert: meus Magister utriusque rei contemptum praedicat... Legumina, inquit, ventosa sunt, caseus stomachum gravat, lac capiti nocet, potum aquae non sustinet pectus, caules nutriunt melancholiam, choleram porri accendunt, pisces de stagno aut de lutosa aqua meae penitus complexioni non congruunt. Quale est hoc, ut in totis fluviis, agris, hortis cellariisve reperiri vix possit quod comedas?... Puta te, quaeso, monachum esse, non medicum: nec de complexione iudicandum, sed de professione. Parve, obsecro, primum quieti tuae, parce deinde labori ministrantium, parce gravamini domus.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 30, nn. 10, 11, 12. ML 183-939.



19 «Neque vero ciborum varietatem ullo modo debet asceta requirere, neque praetectu continentiae alimenta commutare. Hoc enim eversio est communis disciplinae, scandalorumque occasio, et huius vocis cae heres evadit is, qui in ascetica societate tales turbarum causas serit....» S. BASILIUS MAGNUS, Constitutiones monasticae, cap. 25. De frugalitate ac simplicitate in alimentis. MG 31-1414.



20 «Commovit sancta haec ac universa Congregatio (nempe Capitulum generale Ordinis Minorum)... rectorem tenebrarum harum.... Convocato itaque multorum millium sui generis concilio... comitia comitiis.... opposuit.... Illud tamen unius ex astutioribus prae ceteris probatur... ut socii (daemones) suas adhiberent vires ad inducendum hoc Sodalitium, quatenus sub specie boni et aequi in se reciperet nobiles, litterarios magistros, et puerulos; nobiles, ut vivant inter eos latius...; litterarios magistros, ut suis scientiis tumentes viam destruant... humilitatis; puerulos, ut relaxent regularem disciplinam, quam molliuscula membra perhorrent.» WADDINGUS, Annales Minorum, I, an. 1219, n. 19.- Cf. MARCO DA LISBONA, Croniche del P. S. Francesco, parte 1, lib. 1, cap. 53.






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