Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

IntraText CT - Lettura del testo
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

- 306 -


CAPO IX - Della povertà religiosa.

§ 1 - Della perfezione della povertà.

1. Le regole del mondo sono tutte opposte a quelle di Dio: innanzi al mondo le ricchezze sono il fondamento de' grandi, ma innanzi a Dio la povertà è il fondamento de' santi. Non è certo che i ricchi si dannino, ma è certo ch'è molto difficile che un ricco si salvi, siccomdifficile, secondo dice il Vangelo, che una gran fune passi per la cruna d'un ago.1 Perciò tutti i santi fondatori han cercato di stabilire nelle loro religioni una perfetta povertà, come fondamento del comun profitto. S. Ignazio di Loiola chiamava la povertà de' religiosi il muro che conserva la piazza dello spirito.2 Ed in fatti si vede che in quelle religioni dove si è mantenuta la povertà, ivi si è conservato lo spirito; e dove la povertà è mancata, presto ivi è succeduto il rilasciamento. Che per ciò l'inferno tanto si affatica nelle religioni osservanti a far rimettere il rigore della povertà. Ciò appunto avvisò dal cielo S. Teresa alle sue religiose: Procurino esser molto amiche della povertà, poiché


- 307 -


mentre quella durerà, si manterrà lo spirito (Avviso 19).3 I santi Padri giustamente chiamano la povertà la custode delle virtù, poiché in verità ella custodisce ne' religiosi la mortificazione, l'umiltà, il distacco e sopra tutto il raccoglimento interno.4

2. Parlando della povertà religiosa, bisogna distinguere quel che importa il voto della povertà da ciò che importa la perfezione della povertà. Il voto importa che la religiosa non abbia alcun dominio di roba o di danaro e neppure l'uso, se non con dipendenza della sua superiora. Ma oimè che questo è uno scoglio in cui molti religiosi si perdono! S. Maria Maddalena de' Pazzi vide molte persone religiose dannate per lo voto non osservato della povertà.5 Narrasi nelle Croniche de' cappuccini che comparve una volta un demonio, il quale a vista degli altri religiosi si rapì da mezzo loro un frate, a cui in esser rapito cadde dalla manica un breviario, che il misero si aveva appropriato contro la povertà.6 Più terribile


- 308 -


è il caso che scrisse S. Cirillo a S. Agostino (Inter Epist. S. Aug. ep. 206).7 Nella Tebaide eravi un monastero di dugento monache, le quali non viveano secondo la povertà della regola; perciò apparve un giorno S. Girolamo ad una di loro più osservante, e le disse che avvisasse la badessa e le altre monache di emendarsi, altrimenti sovrastava loro un gran castigo. Espose la buona monaca l'avviso ricevuto, ma quello fu pigliato con deriso. Di nuovo, stando la medesima in orazione, fu avvisata che replicasse l'avvertimento, ed in caso che neppur se ne facesse conto, ella se ne uscisse subito dal monastero. La monaca replicò l'avviso, ma la badessa, in vece di approfittarsene, le minacciò di cacciarla via dal monastero, se avesse fatta più parola di simili spauracchi. Allora la religiosa rispose: No, senza che voi mi discacciate, voglio io uscire da questa casa, per non restare oppressa nella vostra


- 309 -


comune ruina. Ed appena ch'ella fu uscita, cadde intieramente il monastero e tutte le monache restarono morte.

3. Guai a chi ne' monasteri introduce rilasciamenti nella santa povertà! Perciò voi, sorella benedetta, esaminatevi se tenete danari o altra cosa senza licenza; ed intendete che la licenza non vale quando è di cosa ingiusta, poiché neppure la superiora può darla, sempre che non può giustamente concederla. Quanto voi avete di danaro, di mobili, di vesti o d'altro, quanto ricevete da' vostri parenti o per lo vostro livello o lavori, tutto non è vostro, ma del monastero. Voi non avrete altro che 'l semplice uso di quelle sole cose, che vi concede la badessa; ond'è che se disponete d'alcuna cosa senza licenza, fate un furto e furto sacrilego contro il voto della povertà. Intendiate inoltre che circa la povertà il Signore esige rigoroso conto da' religiosi. E perciò i superiori osservanti sono stati così attenti e rigidi in castigare ogni difetto di povertà. Scrive Cassiano (Inst. cap. 20) che tra' Padri antichi una volta in un monastero, avendo il dispensiere fatte cadere tre lenti per trascuraggine, l'abbate lo punì con privarlo delle comuni orazioni, e non l'ammise alla comunicazione, se non dopo una pubblica penitenza.8 Narrasi ancora di Rinaldo, priore de' domenicani in Bologna, ch'egli castigò un converso con penitenza esemplare, solo per aver preso un pezzo di lana, affin di rappezzarsi, ma senza licenza; e fe' bruciare a vista di tutti quel ritaglio in mezzo al capitolo.9

4. Ciò va detto in quanto al peccato contro il voto della


- 310 -


povertà; ma parlando circa la perfezione della santa povertà, la religiosa bisogna che si spogli d'ogni affetto alle cose di terra, e non si serva di loro se non per quanto è puramente necessario alla conservazion della vita. Ciò appunto disse il nostro Salvatore a quel giovine, il quale volea sapere che cosa dovea fare per acquistar la perfezione: Si vis perfectus esse, vade et vende quae habes et da pauperibus (Matth. XIX, 21). Gli disse Gesù che dovea spogliarsi di tutto, senza eccezione; poiché, siccome scrive S. Bonaventura, quando lo spirito è aggravato dal peso di qualche bene temporale, non può salire ad unirsi con Dio: Cum sarcina temporalium spiritus ad Deum non potest ascendere (Medit. c. 8).10 Dice S. Agostino che l'amore delle cose terrene è come un visco, che impedisce l'anima di volare a Dio: Amor rerum terrenarum viscus est spiritualium pennarum.11 All'incontro dice il santo che la povertà è una grande ala che presto ci fa volare al cielo: Magna paupertatis penna cito volatur ad caelum.12 Quindi scrisse S. Lorenzo Giustiniani: O beata paupertas voluntaria! nihil possidens, nihil formidans: semper hilaris, semper abundans, cum omne incommodum suo facit profectui deservire (Inst. de relig. c. 2):13 Oh felice povertà che nulla possiede, e perciò niente paventa: ella è sempre allegra e sempre abbondante,


- 311 -


mentre ogn'incomodo che prova, lo fa servire al suo profitto.

5. A tal fine Gesù Cristo per nostro bene ed esempio voll'esser povero in questa terra; onde S. Maria Maddalena de' Pazzi chiamava la povertà la sposa di Gesù Cristo.14 Dice S. Bernardo: Paupertas non inveniebatur in caelis, in terris abundabat, et nesciebat homo pretium eius. Hanc itaque Dei Filius concupiscens descendit, ut eam eligat sibi et nobis faciat pretiosam (Serm. in Vig. Nat.):15 La povertà non si ritrovava nel cielo, abbondava nella terra, ma l'uomo ne ignorava il valore; perciò il Figlio di Dio, amando questa povertà sconosciuta, volle scendere in terra, affin di eleggerla per sé e di renderla a noi preziosa. Quindi scrisse l'Apostolo a' suoi discepoli: Propter vos egenus factus est, cum esset dives, ut illius inopia vos divites essetis (II Cor. VIII, 9). Era il nostro Redentore il Signore di tutte le ricchezze del cielo e della terra, ma voll'essere così povero in questa terra, acciocché noi coll'esempio della sua povertà diventassimo ricchi, amando la povertà, che ci fa acquistare ricchezze eterne col distaccarci da' beni temporali. Voll'egli esser povero e sempre povero in questa terra: povero nella nascita, mentre non gli toccò altro palagio nel nascere che una stalla fredda, non altra culla che una mangiatoia, non altro letto che un poco di paglia. Povero nella vita e povero in tutto, giacché non abitò che in una povera casa, la quale consisteva in una sola stanza, che serviva per lavorare e per dormire. Povero nelle vesti. Povero ne' cibi; dice S. Giovanni Grisostomo che 'l nostro Salvatore co' suoi discepoli non mangiavano altro pane che d'orzo, come si ricava dal Vangelo di S. Giovanni (al capo VI).16 Povero finalmente nella morte, poiché altro non


- 312 -


lasciò morendo, che le sue misere vesti; e pure queste, prima di morire, se le divisero tra loro i soldati, sicché per seppellirlo poi bisognò che gli dessero un lenzuolo ed un sepolcro per limosina.

6. Quindi Gesù disse un giorno alla B. Angela da Foligno: Se la povertà non fosse un gran bene, io non l'avrei eletta per me, né l'avrei lasciata per porzione a' miei eletti.17 E quindi i santi, vedendo Gesù così povero, hanno così amata la povertà. Un giorno discorreano insieme il P. Granata e 'l P. M. Avila, ed esaminavano la ragione perché S. Francesco d'Assisi avesse tanto amata la povertà. Disse il P. Granata, perché 'l santo voleva essere sciolto da ogni cosa che l'impedisse l'unirsi perfettamente a Dio; ma il P. Avila meglio rispose che S. Francesco amò assai la povertà, perché amò assai Gesù Cristo.18 Eh che un'anima che ama assai Gesù Cristo, non può far di meno di dire coll'Apostolo: Omnia... arbitror ut stercora, ut Christum lucrifaciam (Philip. III, 8): Io stimo tutti i beni della terra qual letame, e perciò tutti li disprezzo per fare acquisto di Gesù Cristo. Dicea a tal proposito lepidamente S. Francesco di Sales che quando va a fuoco la casa, subito si gittano tutte le robe dalla finestra.19 E ciò prima lo


- 313 -


disse lo Spirito Santo: Si dederit homo omnem substantiam pro dilectione, quasi nihil despiciet eam (Cant. VIII, 7):20 Gli amanti di Dio ben volentieri disprezzano ogni cosa per l'amore che gli portano.

7. Troppo poi ci accertano le sagre Scritture che 'l premio de' poveri egli è molto sicuro e molto grande. Molto sicuro, poiché disse Gesù Cristo: Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum (Matth. V, 3). All'altre beatitudini mentovate nel Vangelo il cielo sta promesso in futuro: Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt. Ma a' poveri di spirito sta promessa la beatitudine sin dal tempo presente: Ipsorum est regnum caelorum; e ciò per ragione de' grandi aiuti, che 'l Signore dona in questa vita a' veri poveri di volontà; onde dice Cornelio a Lapide che per decreto divino sin dal presente il paradiso sta destinato a' poveri, sicché sin da questa vita essi vi hanno un pieno diritto: Ex Dei decreto ad pauperes pertinet regnum caelorum; ipsi in illud plenum ius habent (Corn., In Matth. loco cit.).21 - Premio molto sicuro e molto grande. Dicea S. Teresa: Quanto meno avremo di qua, tanto più goderemo nell'eternità, dove sono le mansioni conformi all'amore col quale avremo imitata la vita di Gesù Cristo (Fondaz. cap. 18).22 Per tanto esclamava il Grisostomo: O felix commercium, ubi datur lutum et colligitur aurum! (Lib. VII, ep. 7):23 O felice negozio dove noi diamo fango, quali sono


- 314 -


i beni di terra, e raccogliamo oro, quali sono le grazie divine ed i premi eterni.

8. Di più i veri poveri di spirito avranno l'onore di sedere insieme con Gesù Cristo a giudicare il mondo, com'egli stesso dichiarò allorché S. Pietro gli disse: Ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus te; quid ergo erit nobis? (Matth. XIX, 27): Signore, noi abbiamo lasciato tutto per seguirvi, qual premio dunque ci toccherà? E Gesù gli rispose: Amen dico vobis, quod vos qui secuti estis me, in regeneratione, cum sederit Filius hominis in sede maiestatis suae, sedebitis et vos super sedes duodecim iudicantes duodecim tribus Israel (Matth. XIX, 28). Ma non solo nell'altra vita, anche in questa Iddio ha promesso di rendere il centuplo a chi lascia i beni per amor suo: Et omnis qui reliquerit domum... aut agros propter nomen meum, centuplum accipiet et vitam aeternam possidebit (Matth. XIX, 29). E ciò avverasi con quel che dice l'Apostolo, cioè che i poveri di volontà, perché niente vogliono in questa terra, possedono tutte le ricchezze: Nihil habentes et omnia possidentes.24 Giustamente Gesù Cristo assomigliò le ricchezze alle spine (Lucae VIII, 14),25 poiché le ricchezze quanto sono maggiori, tanto più pungono e tormentano l'anima colle sollecitudini, co' timori e col desiderio che muovono di accrescerle. Perciò disse S. Bernardo che dove gli avari si muoiono di fame come mendici, mentre non mai giungono a saziarsi de' beni che desiderano, i poveri li disprezzano come signori del tutto, poiché niente li desiderano: Avarus terrena esurit ut mendicus, pauper contemnit ut dominus (S. Bern., Serm. 2 in Cant.).26 Oh che tesoro gode una religiosa che niente


- 315 -


possiede e niente desidera in questo mondo! Ella gode la vera pace, che vale più di tutt'i beni del mondo, i quali non possono contentare il cuore dell'uomo, che solo in Dio trova il suo pieno contento.

9. Sicché i poveri di spirito son molto premiati così in questa come nell'altra vita. Ma qui sta il punto, a ritrovare una religiosa vera povera di spirito. Esaminiamo dunque e vediamo dove consista la vera povertà di spirito.

Per prima ella consiste non solo in non aver niente, ma ancora in non aver desiderio di niente, fuorché di Dio. Scrivea S. Agostino: Occurrit mihi pauper, et quaero pauperem (Serm. CX, de temp.).27 E volea dire il santo che si ritrovano molti poveri di roba, ma pochi di spirito e di desiderio. Ma all'incontro S. Teresa, parlando di quelle religiose che si dimostrano povere, ma non sono povere di spirito, dicea che queste ingannano il mondo e se stesse.28 Ed in fatti, che mai gioverà ad esse quella loro povertà di fatto? Chi è povero di robe, ma le desidera, ha solamente la pena della povertà, ma non la virtù. Chi desidera robe, dicea S. Filippo Neri, non si farà mai santo.29 - Sorella mia, vi dico io, voi avete lasciato il mondo, avete lasciato tutto; e perché volete ora, per cose misere della terra, mettervi a pericolo di dannarvi o almeno di non farvi santa? Eh via, contentatevi pure d'ogni povero alimento, d'ogni povera veste per coprirvi, ed attendete a farvi santa, e non vogliate per vili bagattelle mettervi a pericolo di perdere la vostra fortuna eterna: Habentes autem alimenta


- 316 -


et quibus tegamur, his contenti simus (I Tim. VI, 8). Poiché soggiunge S. Paolo: Nam qui volunt divites fieri, incidunt in tentationem et in laqueum diaboli, et desideria multa inutilia et nociva, quae mergunt homines in interitum et perditionem (Loco cit. vers. 9): Quei che desiderano beni terreni, cadono nel laccio del demonio ed in molti desideri, che li conducono poi alla morte e alla dannazione eterna.

10. Per secondo la povertà di spirito consiste in tenere distaccato il cuore, non solo dalle cose grandi, ma anche dalle picciole. Una piuma, per ogni poco di terra che le sta attaccata, non può sollevarsi in aria; e così una religiosa, per ogni minima cosa temporale che possiede contro la perfezione della povertà, non mai potrà unirsi perfettamente a Diotrovar vera pace. Le spine, quali sono le ricchezze, come di sopra si disse, benché picciole, pure pungono e trattengono i viandanti dal camminare speditamente. Ad una religiosa, per esser perfetta, non è già necessario che lasci gran cose; basta che lasci quel poco che può lasciare, purché lo lasci coll'affetto. S. Pietro poco lasciò, ma perché lasciò tutto coll'affetto, quando disse: Ecce nos reliquimus omnia, meritò di sentire da Gesù Cristo d'esser eletto per assessore al giudizio universale: Sedebitis et vos... iudicantes etc. (Matth. XIX, 28).30 Alcune religiose non conservano già l'affetto a pietre preziose o a vasi d'oro, ma a certe cose miserabili, a quel picciolo peculio, a quel mobile, a quel libro o altre cose simili. Queste non hanno lasciato l'affetto ai beni della terra, ma l'han trasportato dalle cose grandi alle picciole, e perciò la loro inquietudine ed imperfezione per quelle bagattelle è la stessa che per le cose grandi.

11. Almeno le secolari, se si perdono, si perdono per cose preziose appresso il mondo; ma che compassione, dice Cassiano, è il vedere una monaca che, dopo aver lasciato il secolo, dopo aver rinunziato alla sua porzione ed alla sua libertà, perda poi di farsi santa per restare attaccata a cose vili e misere, anche appresso gli uomini mondani!31 Dice S. Eucherio:


- 317 -


Exsultat adversarius, quando videt nos maxima contempsisse, ut in minimis vinceremur (Hom. V, ad monach.):32 Oh che festa fa il demonio quando vede che noi abbiamo lasciate le cose grandi, per lasciarci vincere poi più bruttamente nelle cose minime! Lo stesso piange Cassiano, dicendo: Vediamo alcuni religiosi che han disprezzati i gran poderi, e poi perdono la pace per un ago, per una penna, e per tali miserie si mettono in pericolo di perdersi: Praediorum magnificentiam contemnentes, videmus pro acu, pro calamo commoveri, et inde occasiones mortis incurrunt (Cass., Collat. 1, c. 6).33 Anzi soggiunge S. Eucherio una gran sentenza, dicendo che l'amor di possedere ne' religiosi, se non si distrugge intieramente, sarà più ardente nelle cose picciole che nelle grandi: Habendi amor, nisi ad integrum resecetur, ardentior est in parvis (Hom. IV, ad mon.).34 Più ardente, e per conseguenza più difettoso, perché una religiosa che si attacca a cose vili, indizio d'esser più avida de' beni terreni che se stesse attaccata


- 318 -


a cose preziose. Quindi dichiara il Signore che non può esser mai suo seguace chi non rinunzia ad ogni cosa che possiede: Qui non renuntiat omnibus quae possidet, non potest meus esse discipulus (Lucae XIV, 33).

12. Per terzo la povertà di spirito consiste non solo in esser povero, ma in amar la povertà. Scrisse S. Bernardo: Non enim paupertas virtus reputatur, sed paupertatis amor (Ep. ad duc. Conrad.):35 Non si stima virtuoso chi solamente è povero, ma chi ancora ama la povertà. E l'amare la povertà consiste nell'amare gli effetti della povertà, quali sono la fame, il freddo e sopra tutto il disprezzo che seco porta la povertà, mentre dice S. Tommaso che i poveri di spirito avranno l'onore di giudicare il mondo, come si è detto, e ciò a riguardo dell'umiliazioni che porta seco la povertà.36 Molti religiosi, dicea S. Vincenzo Ferreri, si gloriano del nome di poveri, ma poi fuggono i compagni della povertà, che sono i patimenti e gli obbrobri: Gloriantur de nomine paupertatis, et socios paupertatis fugiunt.37 Ma dicea all'incontro il B. Giuseppe Calasanzio che non è povero chi non sente gl'incomodi della povertà.38 E similmente la B. Solomea, monaca di S. Chiara, diceva: Sarà burlata dagli angeli e dagli uomini quella monaca


- 319 -


che vuol esser povera e vuol godere poi le comodità, e che si lagna quando n'è priva.39 Ma, Dio mio, quale spirito mai di povertà dimostrano quelle religiose, che se la pietanza è alquanto scarsa o non è ben condita, subito se ne lamentano? Se la veste non è data a tempo, prima che l'antica si rompa, mettono a romore tutto il monastero, mormorando della superiora e delle officiali? Quale povertà osservano poi quelle che cercano le lane e le biancherie più fine, e che s'inquietano se la tonaca non è attillata e fatta con bel garbo, affin di fare una bella comparsa? In somma queste tali, dice S. Bernardo, vogliono essere povere, ma in modo che niente loro manchi di quel che vogliono: Pauperes esse volunt, eo tamen pacto ut nihil eis desit (Serm. de adv. Dom.).40

13. Ma voi direte che nel vostro monastero non vi è vita comune, onde voi dovete pensare a tutto: al vitto, alle vesti, a' rimedi; e che perciò vi bisogna trattare alle grate, per vendere i vostri lavori ed esigere quel che dovete avere, affin di provvedervi delle cose che vi bisognano. Rispondo: Benché il vostro istituto o costume presente del monastero ciò vi permetta, nulladimanco non dovete avvilirvi a comparire come una donna del secolo, che vende le sue merci, trattando da per voi colla gente di fuori con poca modestia e poca mansuetudine.


- 320 -


Questo modo di trafficare spesso è effetto in alcune non già della necessità, ma dell'avidità: la quale le riduce ancora a spesso faticar di notte, e trascurare il loro officio, a lasciare il coro, l'orazione, i sagramenti ed anche talvolta a servirsi senza licenza delle robe del monastero. Eh che quando in una religiosa entra il vero amore di Dio, ben ella trova il modo di praticar la perfetta povertà, ancorché nel monastero non vi sia la vita comune. La Ven. Giacinta Marescotti, allorché uscì dalla sua tepidezza e si diede tutta a Dio, subito si applicò a spogliare la cella di quanto v'era, depositò tutto quel che avea nelle mani della superiora, di più lasciò la tonaca che teneva, e si vestì d'un'altra lacera e rappezzata, tolta da sopra ad una monaca morta.41

14. Ma essendosi fatta qui menzione della vita comune, mi si permetta di dire qualche cosa circa questo punto. È certo che tutte le sollecitudini, tutti i disturbi delle religiose, tutti i disgusti che spesso ricevono e tutti gl'impedimenti che le ritardano a camminare alla perfezione, ordinariamente derivano dal possedere in particolare, e dal voler conservare o accrescere quel che possedono. Quel dover provvedersi di vitto, di vesti, di suppellettili e di rimedi, quanti pensieri ed angustie apporta alle povere monache! e quante distrazioni nell'orazione e nelle comunioni! Inoltre, è vero che non è contro il voto della povertà il tener qualche cosa, quando si tiene o si spende colle dovute licenze; ma ciò s'intende quando quel che si possiede si tiene con tale indifferenza che la religiosa stia pronta a privarsene, sempre che la superiora glielo significhi, senza lamenti e mormorazioni. Ma questa totale indifferenza è quella che non si ritrova in tutte le religiose. Talune mettono bensì il loro livello nel deposito, ma se la badessa volesse prenderlo per qualche bisogno del monastero, metterebbero a romore tutto il mondo. Dunque, dico io, questo deposito è una mera apparenza e finzione: diciamo meglio, è un volere ingannare i superiori e Dio, poiché tali monache


- 321 -


in fatti sono vere proprietarie. Ed a questo pericolo son soggette tutte quelle che vivono in particolare. Ora il far vita comune, libera e preserva le religiose da tutti questi danni e pericoli; che perciò disse S. Giovan Climaco: Paupertas est abdicatio sollicitudinum saeculi, iter ad Deum sine impedimento, expulsio omnis tristitiae (Grad. 17).42 Questa appunto è la vita comune, dove si osserva la vera povertà religiosa: ella è una liberazione da tutte le sollecitudini del secolo, è una via piana che conduce ad unirsi con Dio senza impedimento, ed è insieme un discacciamento d'ogni mestizia o sia disturbo dell'animo.

15. E questo certamente è stato il disegno e l'intento di tutti i santi fondatori delle religioni, di stabilire la vita comune; e sin tanto che la vita comune è durata, è durato ancora lo spirito nelle comunità. Avvertasi intanto qui esser comune sentenza de' teologi - di Suarez, di Navarro, di Lessio e d'altri - che 'l voto della povertà obbliga i religiosi a star coll'animo preparato di entrar nella vita comune, sempre che i superiori, dopo esaminate le circostanze, lo giudicano opportuno.43 Posto ciò, sappiasi che sarebbe in malo stato di coscienza quella religiosa, la quale, volendo i superiori rimettere la vita comune, ella la rifiutasse, ancorché non ve l'avesse ritrovata quando entrò nel monastero. Né tema che, stabilendosi la vita comune, non vi sarà modo da vivere. Senta quel che disse il Signore a S. Caterina da Siena: Quando gli Ordini stavano in povertà, non la pativano; ma ora che vivono in particolare, la patiscono.44 O beata voi, se mai vi poteste cooperare a stabilire questo gran bene della vita comune nel vostro monastero!


- 322 -


16. Del resto, se nel vostro monastero non vi è vita comune, né secondo le presenti disposizioni vi può essere, io non intendo costringervi ad osservarla. Onde ben vi è permessa una moderata attenzione per lo vostro vitto, rimedi ed altri bisogni: ben potete colle dovute licenze vendere i vostri lavori, procacciarvi il vostro mantenimento e ritenere il danaro per quanto è necessario a' vostri bisogni quotidiani, depositando il resto nel comun deposito e sottomettendolo alla disposizione della superiora, se mai stimasse di farne qualche uso: ben potete ancora procurare la licenza di spendere o di ricevere sino ad una certa somma. E facendo così, anche voi potete meritare il premio che si promette a' poveri di spirito.45

Preghiera.

Gesù mio, se per lo passato ho tenuto il cuore attaccato a' beni di terra, da ogg'innanzi voi avete ad essere l'unico mio tesoro. O Dio dell'anima mia, voi siete un bene infinitamente maggiore d'ogni altro bene, voi meritate un infinito amore; io vi stimo ed amo più d'ogni altra cosa, più di me stessa. Voi siete l'unico oggetto di tutti gli amori miei. Io non desidero niente di questo mondo; ma se avessi a desiderare, vorrei in mio potere tutti i tesori e regni di questa terra, per rinunziarli tutti e privarmene per vostro amore.

Venite, amor mio, venite a consumare in me tutti gli affetti che non sono per voi. Fate che in avvenire io non miri altro che voi, non pensi che a voi, non sospiri altri che voi. Quell'amore che vi ha ridotto a morire per me sulla croce, quello mi faccia morire a tutte le mie inclinazioni, per non amare altro che la vostra bontà infinita, e per non desiderare altro che la vostra grazia e 'l vostro amore.

Caro mio Redentore, quando io sarò tutta vostra, come voi siete tutto mio, se io vi voglio? Io non so neppure donarmi a voi come dovrei; deh prendetemi voi e fate ch'io viva solo per darvi gusto! Tutto spero a' meriti del vostro sangue, o Gesù mio: ed alla vostra intercessione, o Madre mia, Maria.




1 Facilius est camelum per foramen acus transire, quam divitem intrare in regnum caelorum. Matth. XIX, 24.- Cf. Marc. X, 25: Luc. XVIII, 25.- CORNELIUS A LAPIDE, in Matt. XIX, 24: «Quaeres quis sit hic camelus, et quomodo possit per foramen acus transire? Aliqui apud Theophilactum in graeco per camelum intelligunt funem nauticum, qui graece dici(tur)?, id est camelus. Alii cum Glossa intelligunt portam Hierosolymitanam, quae, quia erat valde humilis et demissa, dicta sit camelus, eo quod ingredienti per eam opus fuerit sese demittere et curvare instar cameli.- Verum dico intelligi hoc animal gibbosum et altum, quod vulgo camelus dicitur. Ita Syrus, Arabicus, Origenes, S. Hilarius, Hieronymus, Chrysostomus et alii passim. Ubi nota apud Iudaeos hoc fuisse proverbium, ut volentes significare rem esse impossibilem, dicerent: Facilius transibit camelus per foramen acus, quam ista res fiat. Unde hoc proverbio utuntur etiamnum Thalmudistae.»



2 «Quia paupertas velut propugnaculum est Religionibus, ut eas in statu suo et disciplina conservet, et a compluribus hostibus defendat...» CONSTITUTIONES SOC. IESU, pars 10, § 5.



3 «Procurino i Religiosi di esser molto amici di povertà e d' allegrezza, che mentre durerà questo, durerà ancora lo spirito che tengono.» FRANCESCO DI S. MARIA, Riforma de' Scalzi di N. Sra del Carmine, tom. 1, lib. 5, cap. 32 (Avvisi che diede la nostra gloriosa Madre S. Teresa dopo il suo felice transito), n. 13.- «Estas armas han de tener nuestras banderas, que de todas maneras lo queramos guardar: en casa, en vestidos, en palabras, y mucho màs en el pensamiento. Y mientra esto hicieren, no hayan miedo caya la religiòn de esta casa, con el favor de Dios.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 2. Obras. III, pag. 16.



4 «Beati, inquit, pauperes; quoniam vestrum est regnum caelorum. Primam benedictionem hanc uterque Evangelista posuit. Ordine enim prima est et parens quaedam generatioque virtutum.» S. AMBROSIUS, Lib. V in Lucam, cap. 6. ML 15-1649, 1650.- «Huius ecclesiae (Ferentiae) gravis valde paupertas inerat, quae bonis mentibus esse solet custos humilitatis.» S. GREGORIUS MAGNUS, Dialogorum lib. I, cap. 9. ML 77-189.



5 «In un giorno di Domenica, mentre nel coro si cantava il Vespro, fu rapita in estasi, e le mostrò il Signore gran numero di anime religiose, le quali sprofondarono nell' inferno a guisa di folgori precipitosamente; intese allora che queste essendo vissute in monastero poco osservanti, per non aver osservato i voti promessi a sua divina Maestà, e particolarmente quel della povertà, erano state condannate all' eterno supplizio... Altra volta, parlando con le sue sorelle... esclamva...: «O Gesù mio, fatemi patire ogni pena, perchè tante spose a voi consagrate si dispongano all' osservanza del viver comune, perchè mi fate vedere, con mio gran travaglio, molte di quelle meschine discender all' inferno. PUCCINI, Vita, Firenze, 1611, parte 4, cap. 30, pag. 335, 336.



6 «Occorse in questo tempo (anno 1569) un caso molto lacrimevole ad un sacerdote, il quale avendo rubato un breviario ad un suo fratello non volle ravvedersi del furto nè restituire l' altrui o piangere il suo peccato. Il guardiano inteso questo eccesso, non ne avendo più udito un simile. l' esagerò quanto gli fu possibile ed esortò i frati alla restituzione, non sapendo chi l' avesse rubato: ma vedendo che non faceva alcun frutto, fulminò finalmente il precetto di santa ubbidienza per necessitare il colpevole a restituirlo: il quale aggiungendo un peccato all' altro, al furto la disubbedienza, perseverò nella sua contumacia e ostinatione. Era vicino a sera, nel qual tempo volendo il sagristano dopo Compieta chiuder le porte della chiesa per l' orazione mentale, se gli fece avanti il demonio vestito di nero come monaco e gli disse: Padre mio, non chiuder le porte, perchè ho in questa chiesa una mia cosa, la quale essendomi dovuta di ragione, non voglio partire prima che mi sia resa. Andò subito il sagristano dal superiore e riferitegli le parole del monaco, lo condusse alla porta. Il guardiano credendosi che il demonio fosse un monaco, come similmente se lo credeva il sagristano, gli disse: Padre, che cercate? noi, certo, ch' io sappia, non abbiamo ricevuto da voi cosa alcuna, nè siamo tenuti ad alcuna restituzione. Rispose il demonio che non indarno cercava una cosa, la quale era sua e si trovava appresso di loro. Ma perchè chiaramente, soggiunse, si vegga il vero, fa comparire alla mia presenza i tuoi frati, affine riconosca il ladro. Fece il guardiano venire quasi tutti i frati, i quali come innocenti non furono punto molestati dal monaco. Venne per ultimo il delinquente co 'l breviario nella manica, e allora il demonio: Questi, disse, è quegli ch' io cerco; e facendosi subito conoscere per quello ch' era, lo prese per li piedi e lo trascinò all' inferno, nel quale tempo alla presenza di tutti gli cadde il breviario per terra, affinchè fosse a tutti manifesta la cagione della sua dannatione e si vedesse con qual severità castighi il Signore i peccati contro la giustizia e contro l' ubbidienza.» P. ZACCARIA BOVERIO, O. C., Annali dell' ordine de' Frati Minori Cappuccini,tomo I, parte II, pag. 345, 346: Venezia, 1643.



7 Epistola Cyrilli Episcopi Hierosolymitani ad Augustinum Episc. Hipponen., cap. 8: inter Opera S. Augustini, ML 33-1139, 1140.- Questa Lettera è apocrifa, come viene dimostrato con molti argomenti, molto più da questo, che S. Cirillo (+386) morì assai prima di S. Girolamo (+420) nè potè riferire miracoli fatti da S. Girolamo dopo morte.



8 «In septimana cuiusdam fratris, cum praeteriens oeconomus tria lenticula grana vidisset lacere in terra quae hebdomadario, festinanti dum ea praeparat coctioni, inter manus cum aqua qua diluebantur elapsa sunt, confestim super hoc abbatem consuluit; a quo velut interversor neglectorque sacri peculii iudicatus, ab oratione suspensus est. Cuius negligentiae reatus non aliter ei remissus est, nisi eum publica poenitentia diluisset. Non solum enim seipsos non esse suos, sed etiam omnia quae sua sunt credunt Domino consecrata: propter quod si quid fuerit in monasterio semel illatum, ut sacrosantum cum omni decernunt reverentia debere tractari.» IO. CASSIANUS, De coenobiorum institutis, lib. 4, cap. 20. ML 49-180.



9 P. M. F. FERDINANDO DEL CASTIGLIO, Istoria generale di S. Domenico e dell' Ordine suo, parte 1, lib. 1, cap. 36. - «Conversus quidam tunc deprehensus est vilem pannum praeter specialem licentiam accepisse: quem magnus pater Reynaldus (al. Reginaldus) acriter in capitulo castigavit, pannumque in claustro coram Fratribus concremavit.» THEODORICUS DE APPOLDIA, O. P., Acta S. Dominici, cap. 11, n. 125: inter Acta SS. Bollandiana, die 4 augusti.



10 «Hanc virtutem altissimam (paupertatem scilicet) Dominus reinvenit. Haec est illa evangelica margarita, pro qua emenda omnia sunt vendenda. Haec est totius psiritualis aedificii primum fundamentum: nam cum sarcina temporalium rerum spiritus ad Deum non potest ascendere.» Meditationes vitae Christi, cap. 7. Inter Opera S. Bonaventurae, VI Lugduni, 1668, pag. 339, col. 2.- Queste Meditazioni possono intitolarsi «secundum S. Bonaventuram».- Vedi Appendice, 10.



11 «Amor rerum terrenarum, viscum est spiritualium pennarum.» S. AUGUSTINUS, Sermo 112, cap. 6, n. 6. ML 38-646. - «Quod amas in terra, impedimentum est: viscum est pennarum spiritualium, hoc est virtutum, quibus volatur ad Deum.» Sermo 311, cap. 4, n. 4. Ibid., col 1415.



12 (Di S. Bernardo, non già di S. Agostino): «Magna quaedam penna est paupertatis, qua tam cito volatur in regnum caelorum. Nam in aliis virtutibus quae sequuntur, promissio futuro tempore indicatur: paupertati non tam promittitur quam datur.» S. BERNARDUS, De adventu Domini, sermo 4, n. 5. ML 183-49.



13 «O beata paupertas voluntaria, nihil in hoc saeculo possidens, nihil formidans, quoniam omnem thesaurum suum recondit in caelo. Non irruentes piratas, non insidiantes latrones, non terrae sterilitatem, non aeris tempestates pavescit. Quidquid infortunii, quidquid novi eveniat, secura est, semper hilaris, semper abundans est, et cum nihil habeat, omnia sibi communia facit, omne incommodum suo facit profectui deservire.» S. LAURENTIUS IUSTINIANUS, De disciplina et perfectione monasticae conversationis, cap. 2. Opera, Venetiis, 1721, pag. 66, col. 2.



14 «Come innamorata di questa povertà... la chiamava con titoli onoratissimi, e di grande affetto: particolarmente la chiamava la sposa di Gesù.» PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 122.



15 «In sinistra eius divitiae et gloria, in dextera longiturnitas vitae (Prov. III, 16). Horum omnium aeterna in caelis affluentia suppetebat, sed paupertas non inveniebatur in eis. Porro in terris abundabat et superabundabat haec species, et nesciebat homo pretium eius. Hanc itaque Dei Filius concupiscens descendit, ut eam eligat sibi, et nobis quoque sua aestimatione faciat pretiosam.» S. BERNARDUS, In Vigilia Nativitatis Domini, sermo 1, n. 5. ML 183-89.



16 «Est puer unus hic, qui habet quinque panes hordeaceos, et duos pisces (Ioan. VI, 9)... Hinc discamus qui deliciis sumus dediti, quis cibus esset tam mirabilium virorum, quam tenuis, cuius generis, ipsosque in mensae frugalitate et conditione imitemur.» S. IO. CHRYSOSTOMUS, In Ioannem hom. 42 (al. 41), n. 2. MG 59-241.



17 «In locutione enim divina mihi a Deo facta audivi commendari paupertatem pro tanto documento et pro tanto bono, quod omnino excedit intellectum nostrum. Dixit enim mihi Deus: Ego, inquit Deus, si paupertas non esset tantum bonum, ego non dilexissem eam tantum; etsi non esset ita nobilis, ego non assumpsissem eam.» V. Fr. Arnaldus, eiusdem beatae confessarius. B. ANGELAE FULGINATIS Vita et opuscula, lib. 2, pars 2 (De libro vitae qui est Christus), cap. 2.- «Hanc enim paupertatem mundus odit, Christus autem diligit, et elegit pro se et pro suis, ipsamque beatissimam statuendo.» Ibid.



18  «Cum illud aliquando apud illum referrem, sanctum Franciscum adamasse suisque commendasse paupertatem ob bina eius bona: quod radix malorum, quae est avaritia, sic resecetur; deinde quod contentus religiosus iis quae omnino necessaria sunt- quod raro accidit- liber evadat et expeditus quo se meditationi rerum caelestium totum impendat, utpote qui cum terra nihil habeat commune: ad haec ille respondit «non fuisse illam principem causam sancti illius Patriarchae, sed potius ingentem quo flagrabat amorem erga Christum; itaque videns illum nasci ac vivere perpetuo inopem, ut ubi caput reclinaret non haberet, praecipue vero in cruce mortuum, ideoque vivere se nolle ac mori nisi quomodo dilectus eius Christus vixit mortuusque est.» Ludovicus GRANATENSIS, O. P., Vita Magistri Ioannis Avilae, lib. 2, § De paupertatis virtute (in fine): Opera, III, Coloniae Agrippinae, 1626, pag. 837, col. 1.



19 «Quand il voulait porter les âmes à la vie chrétienne... il ne parlait qu' au cœur et du cœur, sachant que, ce donjon gagnè, le reste ne tient plus. «Quand le feu est dans une maison, disait-il, voyez-vous comme l' on jette tous les meubles par les fenêtres.» Quand le vrai amour de Dieu possède un cœur, tout ce qui n' est point de Dieu nous semble fort peu de chose.» CAMUS-Collet, Esprit de S. François de Sales, partie 3, ch. 27.



20 Si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam. Cant. VIII, 7.



21 «Nota: Christus non dicit: Ipsis dabitur, vel ipsorum erit; sed ipsorum est in praesenti regnum caelorum, q. d.: Ex hac mea promissione et Dei decreto ad ipsos pertinet regnum caelorum, ipsi in illud plenum ius habent, adeoque de eo ineundo certi sunt, perinde ac si illud iam manibus tenerent et in illo quasi reges regnarent.» CORNELIUS A LAPIDE, S. I., Commentaria in Matthaeum, in cap. V, 3.



22 «Mientra menos tuviéremos acà, màs gozaremos en aquell aeternidad, adonde son las moradas conforme al amor con que hemos imitado la vida de nuestro buen Jesùs.» S. TERESA, Las fundaciones, cap. 14. Obras, V, 109.



23 Per il Grisostomo - errore puramente materiale, essendo indicata esattamente la fonte: lib. 7, ep. 7 - leggi il Damiani. «Cum enim Christus pro te pertulerit crucem, quid mirum si tu sustineas pro illius amore pauperiem? Si ille, cui Virtutes et Dominationes famulabantur in caelo, sputa, flagella, opprobria, colaphos et alapas patiebatur in mundo: quid magnum si tu, quae terra es, imperialis gloriae vanam proiicias pompam, et non mundi reginam, sed, quod longe gloriosius est, te praebeas aeterni regis ancillam? Recordare quod dicit Apostolus: Exeamus igitur ad eum extra castra, improperium eius portantes: non enim habemus hic manentem civitatem, sed futuram inquirimus (Hebr. VIII, 13). Felix nimirum tale commercium, ubi datur lutum, tollitur aurum; pro tenebris lucem, pro terrenis honoribus caelestis gloriae comparamus dignitatem.» S. PETRUS DAMIANUS, Epistolarum lib. 7, epist. 7, ad Agnetem Imperatricem, Henrici II Imp. uxorem. ML 144-446.



24 Tamquam nihil habentes et omnia possidentes. II Cor. VI, 10.



25 Quod autem in spinas cecidit: hi sunt, qui audierunt, et a sollicitudinibus, et divitiis, et voluptatibus vitae, euntes, suffocantur, et non referunt fructum. Luc. VIII, 14.



26 «Avarus terrena esurit ut mendicus, fidelis contemnit ut dominus. Ille possidendo mendicat, iste conemnendo servat. Quaere a quovis eorum qui  insatiabili corde lucris temporalibus inhiant, quidnam de his sentiat, qui sua vendentes et dantes pauperibus, regna caelorum pro terrena mercantur substantia, sapienter agant necne? Procul dubio respondebit: Sapienter. Quaere item cur quod approbat, ipse non facit? Non possum, inquiet. Quare? Profecto quia domina avaritia non permittit; quia liber non est; quia non sunt sua quae possidere videtur; sed nec ipse sui iuris.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 21, n. 8. ML 183-876.



27 «Videtis, quia cum abundent pauperes recte quaerimus pauperem: in turba quaerimus, et vix invenimus. Occurrit mihi pauper, et quaero pauperem.» S. AUGUSTINUS, Sermo 14, cap. 4, n. 5. ML 38-114.



28 «Serìa engañar el mundo otra cosa, hacernos pobres no lo siendo de espiritu, sino en lo exterior. Conciencia se me haria, a manera de decir, y parecerme hia (me pareceria) era pedir limosna las ricas.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 2. Obras, III, 14.



29 «Quando poi volea riprendere di ciò tacitamente qualcheduno, inframettea questo detto: «Chi vuol la robba, non avrà mai spirito.» Ed altre volte: «Si guardi il giovine dalla carne, ed il vecchio dall' avarizia, e saremo santi.» BACCI, Vita, lib. 2, cap. 15, n. 17.



30 Ecce nos reliquimus omnia. Matth. XIX, 27.- Sedebitis et vos super sedes duodecim, iudicantes duodecim tribus Israel. Matth. XIX, 28.



31 «Iam illud ridiculum qualiter exprimatur, quod nonnullos post illum primae renuntiationis ardorem, quo vel res familiares vel opes plurimas ac militiam saeculi relinquentes, semetipsos ad monasteria contulerunt, tanto cernimus studio in his quae penitus abscindi non possunt... quamvis parva viliaque sint, esse devinctos, ut horum cura pristinarum omnium facultatum superet passionem.... Vitium cupiditatis et avaritiae quod erga species pretiosas exercere non possunt, circa viliores materias retinentes, non abscidisse, sed commutasse se probant pristinam passionem. Nam nimia devincti diligentia erga curam psiathii, sportellae, saccelli, codicis, mattae, aliarumque similium rerum, quamvis vilissimarum, eadem tamem qua antea libidine detinentur... Quid enim differt utrum quis perturbationem cupiditatis erga opes amplas atque magnificas, an erga viliores exerceat species? nisi quod in eo reprehensibilior iudicandus est, quod qui maxima spreverit, minimis obligetur.» IO. CASSIANUS, Collatio 4, cap. 21. ML 49-609, 610.



32 «Quomodo exsultat adversarius noster, quando nos videt ad hoc maxima contempsisse, ut in minimis deformius vinceremur!» S. EUCHERIUS, Homiliae, homilia 5, ad monachos. ML 50-847.



33  «Nonnullos mundi huius maximas facultates,, et non solum multa auri atque argenti talenta, verum etiam praediorum magnificentiam contemnentes, post haec vidimus pro scalpello, pro graphio, pro acu, pro calamo commoveri... Nam et plerumque nonnulli tanto zelo codicem servant, ut cum ne leviter legi quidem vel contingi ab aliquo patiantur, et inde occasiones impatientiae ac mortis incurrunt, unde monentur stipendia patientiae et caritatis acquirere. Cumque omnes divitias suas pro Christi amore disperserint, pristinum tamen cordis affectum in rebus minimis retentantes, et pro ipsis nonnumquam mobiliter irascentes, veluti qui non habeant apostolicam caritatem, ex omnibus infructuosi sterilesque redduntur.» IO. CASSIANUS, Collatio 1, cap. 6. ML 49-488.



34 «Habendi enim amor, nisi ad integrum resecetur, ardentior est in parvis et plus torquentur in minimis: et nisi ex corde atque affectu pauper sis, paupertas ipsa non virtus, sed miseria iudicanda est.» S. EUCHEBIUS, Homiliae, homilia 4, ad monachos. ML 50-842.



35 «LIbenter accipio beneficium quod prosit danti... Et quidem nobis in hoc bene facitis, sed vobis melius: nisi forte excidit vobis illa sententia: Beatius est dare quam accipere (Act. XX, 35). Hoc plane decet episcopum... si quem ministerium prohibet esse pauperem, administratio probet pauperum amatorem. Non enim paupertas virtus reputatur, sed paupertatis amor.» S. BERNARDUS, Epistola 100, ad episcopum quemdam. ML 182-235.- S. Alfonso indica la lettera «ad ducem Conradum» (Epist. 97, ibid., col. 229, 230). In questa lettera, S. Bernardo cerca di rimuovere il detto Corrado, duca di Zeringen (Zeringen, antico castello presso Friburgo in Brisgovia), dal proposito di muover guerra contro Amedeo I, conte di Ginevra, acciò non irriti contro di sè «Patrem orphanorum et Iudicem viduarum»; e aggiunge: «Haec pauper ego, pauperum permotus clamoribus, tuae magnificentiae scribere volui, sciens (tibi honorificentius humilibus consentire quam hostibus cedere.»



36 «Et quare iudicabunt?.... Item quia erant pauperes et magis abiecti, sed meritum abiectionis est exaltatio; ideo exaltabuntur. Ideo dicit: Sedebitis iudicantes etc.» S. THOMAS, Expositio in Matthaeum, in cap. XIX, 28.



37 «Multi de paupertatis solum nomine gloriantur; sed quo pacro: ut eis nihil desit. (Venetiis, 1711: sed eo pacto, ut eis nihil desit). Dicunt se amicos paupertatis, sed paupertatis sodales et amicos fugiunt suo posse: famem, sitim, contemptum, despectationem.» S. VINCENTIUS FERRERIUS, Tractatus de vita et instructione spirituali, cap. 1: Opusculum multarum bonarum rerum refertum, Venetiis, 1512, fol. 124, col. 2.- Tractatus vitae et instructionis spiritualis (in Appendice al Compendium mysticae doctrinae Ven. Fr. Bartholomaei a Martyribus, O. P.,) Venetiis, 1711, pag. 229.



38 «Non est pauper qui paupertatis non sentit incommoda.» TALENTI, Vita, lib. 7, cap. 9, III.



39 «Cercò sempre modo di non essere mai sufficientemente provveduta.... E perchè le suore, mosse a compassione del vivere suo sì stentato, l' esortavano a concedere alcuna cosa di più al suo debole corpo, rispondeva: «La povertà, considerata precisamente in sè, non essere nè da lodarsi nè da biasimarsi; ma l' amare, nella stessa povertà, la povertà con tutte le scomodità sue, ed abbracciarle per amore di Cristo povero: questo sì meritare per premio, oltre le lodi degli uomini, un Dio eternamente beatificante.» Era solita ancora dire in simili occasioni, che: «Chi nella Religione professa povertà, e non ammette seco gli amici di essa, che sono le necessità e i disagi, l' uccide, poichè trasgredisce l' osservanza giurata a Dio: dal quale una tale religiosa non solamente ne sarà severamente punita, come sacrilega; ma ancora dagli uomini saggi solennemente burlata, come sciocca, credendosi di potere essere insieme povera e godere delle comodità, mormorando quando ne è senza.» GUARNIERI, Vita, Roma, 1689, lib. 2, cap. 9.- La B. Salomea. detta da altri Salonica- figlia di Lescone, duca di Cracovia e Sandomira; sorella di Boleslao il Pudico, re di Polonia; fu maritata a Colomanno, figlio del re di Ungheria Andrea; nel matrimonio, col consenso del marito, rimase vergine; vedova, tutta si diede alle opere di pietà, e finalmente prese il velo nell' Ordine, allora quasi nascente, di S. Chiara. Morì nel 1268. Il suo culto fu riconosciuto dalla S. Sede nel 1673.



40 «Videmus autem pauperes aliquos, qui, si veram haberent paupertatem, non adeo pusillanimes invenirentur et tristes, utpote reges, et reges caeli. Sed hi sunt qui pauperes esse volunt, eo tamen pacto ut nihil eis desit, et sic diligunt paupertatem, ut nullam inopiam patiantur.» S. BERNARDUS, De adventu Domini, sermo 4, n. 5. ML 183-49.



41 «Rassegnò in mano alla badessa quanto avea nella cella, ed anche l' annuo livello... Essendosi tenuto un crocifisso.... ed un reliquiario... generosamente pur se ne disfece, avendoli incontanente dati a chi glieli richiese... Cinta d' una corda, e vestita d' un sacco, che era la tonaca d' un frate laico del convento del Paradiso già morto: essendo affatto logora, particolarmente nelle maniche, la rappezzò con due che ebbe per limosina da' Cappuccini.» VENTIMIGLIA, Vita, cap. 5.



42 «Religiosa paupertas est curarum abdicatio, libera a curis vitae, viatrix expedita, observatio praeceptorum, ab omni molestia aliena.» S. IO. CLIMACUS, Scala paradisi, gradus 17, in principio. MG 88-927.



43 S. ALFONSUS, Theologia Moralis, lib. 4, dub. 4, n. 15 (verso la fine: Infertur "°): edit. Gaudè, II, pag. 458, col. 2.



44 (Parla il Padre Eterno): «Vedi che ne' tempi che gli Ordini si reggevano in fiore di virtù con vera povertà e con carità fraterna, non lò venne mai meno la sustantia temporale; ma avvenne più che non richiedeva il loro bisogno. Ma perchè ecci entrata la puzza dell' amore proprio in vivere in particulare, ed è mancata l' obedientia, lo' viene meno la sustanzia temporale, e quanta più ne posseggono, in maggior mendicaggine si truovano.» S. CATERINA DA SIENA, Il Dialogo, Trattato della divina Provvidentia, cap. 158. Opere, IV, Siena, 1707, pag. 299.



45 E' gran beneficio della Provvidenza che ormai sia sparito dalle comunità religiose il «peculio», essendo obbligatoria per tutte la vita comune. Can. 594 § 1, 2.






Precedente - Successivo

Copertina | Indice: Generale - Opera | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

IntraText® (V89) © 1996-2006 Èulogos