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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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CAPO XI - Della santa umiltà.

§ 1 - De' beni che apporta l'umiltà.

1. L'umiltà vien chiamata da' santi la base e la custode di tutte le virtù. Quantunque la virtù dell'umiltà non sia la prima in eccellenza, nondimeno dice S. Tommaso (2. 2. q. 161 a. 5) ch'ella ha il primo luogo in ragion di fondamento; ond'è che siccome nelle case il fondamento dee precedere alle mura ed a' soffitti, benché questi sieno d'oro, così nella vita spirituale dee precedere l'umiltà, affin di scacciar la superbia, alla quale Dio resiste: Humilitas primum locum tenet, in quantum expellit superbiam, cui Deus resistit (S. Thom., Loc. cit. a. 4, ad 2).1 Quindi scrisse S. Gregorio che chi pratica molte virtù, ma senza umiltà, è come chi porta la polvere in faccia al vento, che subito la disperge: Qui sine humilitate virtutes congregat, quasi in ventum pulverem portat (In Psal. poenit. 3).2


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2. Narrasi (In Spec. exempl., Dist. 9, exempl. 199) che in un deserto eravi un romito che stava in molto credito di virtù; costui trovandosi in morte, mandò a chiamare il suo abbate, acciocché gli portasse il Ss. Viatico. Venne l'abbate, e vi accorse ancora un certo ladro pubblico, il quale, compunto in quella funzione, non si stimò degno di entrar nella cella del solitario, e da fuori diceva: Oh foss'io quale sei tu! L'intese il monaco, e gonfio di sé disse lo sciaurato: Certamente beato te, se fossi qual son io! Ora che avvenne? Il ladro, da quel luogo correndo a confessarsi, cadde in un precipizio e subito morì, e morì tra poco anche il romito. Il monaco ch'era compagno del romito, nella morte di lui pianse, ma nella morte del ladro dimostrò un gran giubilo. Dimandato poi perché, disse che il ladro s'era salvato per la contrizione che avea avuta de' suoi peccati, e 'l compagno s'era perduto per la superbia.3 Ma non creda qui alcuno che colui solamente stando in morte fosse stato superbo; quel suo parlare che fece in morte segno che la superbia stava radicata molto tempo prima nel suo cuore, e perciò così miseramente si perdé. Del resto dice S. Agostino che se l'umiltà non precede ed accompagna l'uomo sino alla fine, tutto il bene che fa gli sarà rapito dalla superbia: Nisi humilitas praecesserit et comitetur et consecuta fuerit, totum extorquet de manu superbia (Epist. 58, ad Dioscor.).4


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3. Era questa bella virtù dell'umiltà poco conosciuta e poco amata, anzi abborrita nella terra, ove regnava da per tutto la superbia, la quale fu il principio della ruina di Adamo e di tutti i suoi discendenti; venne perciò dal cielo il Figlio di Dio ad insegnarcela non solo colla voce, ma anche col suo esempio. Ed a tal fine si umiliò sino a farsi uomo ed a prender la forma di servo: Semet ipsum exinanivit formam servi accipiens (Philip. II, 7). Anzi volle tra gli uomini esser trattato come il più vile di tutti, talmente che Isaia lo chiamò despectum et novissimum virorum (LIII, 3), il disprezzato e l'ultimo tra gli uomini. Ed in fatti miriamolo colà in Betlemme, nato in una stalla e collocato in una mangiatoia di bestie: in Nazaret sconosciuto e povero in una bottega, a far l'officio di garzone d'un misero artigiano. Miriamolo poi in Gerusalemme flagellato da schiavo, schiaffeggiato da vile e coronato di spine qual re di burla, e finalmente morto giustiziato su d'una croce da malfattore. Ma udiamo poi ciò ch'egli ci raccomanda: Exemplum enim dedi vobis, ut quemadmodum ego feci [vobis], ita et vos faciatis (Io. XIII, 15). Come dicesse: Figli miei, io perciò ho abbracciate tante ignominie, acciocché voi al mio esempio non le sdegnate. S. Agostino, parlando dell'umiltà di Gesù Cristo, disse: Haec medicina si superbiam non curat, quid eam curet nescio:5 Se questa medicina non ci libera dalla nostra superbia, io non so qual altro mezzo possa essere più atto a liberarcene. Quindi scrisse il santo a Dioscoro: Se vuoi sapere, amico, qual è la


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virtù principale che ci rende discepoli di Gesù Cristo, ch'è più atta ad unirci a Dio: Ea est prima humilitas, secunda humilitas, tertia humilitas; et quoties interrogares, hoc dicerem (S. Aug. ad Diosc.).6

4. I superbi sono l'odio e l'abbominazione di Dio: Abominatio Domini est omnis arrogans (Prov. XVI, 5). Sì, perché il superbo è ladro, è bugiardo ed è cieco. È ladro, perché appropria a se stesso quello ch'è di Dio: Quid... habes quod non accepisti? dice l'Apostolo (I Cor. IV, 7). Se mai ad un cavallo fosse posta sopra una gualdrappa d'oro, potrebbe mai il cavallo, se avesse l'uso di ragione, gloriarsi di quella, sapendo che ne può essere spogliato ad ogni cenno del padrone? Di più è cieco, siccome fu detto a quel prelato dell'Apocalisse: Dicis: Dives sum, et nescis quia tu es miser et caecus (Apoc. III, 17).7 E che altro abbiamo noi del nostro, se non il niente ed i peccati? Anche quel poco di bene che facciamo, dice S. Bernardo, se vogliamo distintamente giudicarlo, non si troverà esser altro che disordine e difetto: Si distincte iudicetur, iniustitia invenietur omnis iustitia nostra.8 Di più è bugiardo, perché tutt'i pregi che ha l'uomo, o di natura, come di buona sanità, di buon intelletto, di bellezza, di abilità e simili; o di grazia, come di buoni desideri, d'animo docile, di mente illuminata; tutti certamente son doni del Signore. Perciò dicea S. Paolo: Io quel che sono, non sono altro che grazia di Dio: Gratia Dei sum id quod sum (I Cor. XV, 10). Mentr'è certo, come dice lo stesso Apostolo, che noi non possiamo aver da per noi neppure un buon pensiero: Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis (II Cor. lII, 5).9

5. Misera quella monaca ch'è superba! finche regna in lei la superbia non vi può entrar mai lo spirito di Dio, ed all'incontro il demonio ne farà quel che vuole. Dicea il B. Giuseppe


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Calasanzio: Il demonio si serve de' religiosi superbi, come d'una palla da giuoco.10 Narra Cesario (Lib. IV, c. 5) che essendo stato portato una volta un ossesso ad un monastero, il priore portò seco un monaco giovane, stimato santo, e disse poi al demonio: Se questo religioso ti comanderà di uscire, avrai ardire di restare? Rispose lo spirito maligno: Non ho paura di costui. E perché? Perch'è superbo.11 Il Signore per vederci liberi dalla superbia, permette alle volte che i servi suoi sieno afflitti da tentazioni vergognose, quali sono le tentazioni d'impurità; ed anche pregato e ripregato, li lascia a combattere, come avvenne a S. Paolo, il quale scrisse: Datus est mihi stimulus carnis meae, angelus Satanae, qui me colaphizet; propter quod ter Dominum rogavi ut discederet a me; et dixit mihi: Sufficit tibi gratia mea (II Cor. XII, 7 et seq.). Dunque, dice S. Girolamo, non volle il Signore liberar S. Paolo dalla molestia di quell'impura tentazione, affine che si conservasse umile.12 Di più Iddio talvolta giunge a permettere che alcuno cada in qualche peccato, acciocché impari ad esser umile, come accadde a Davide, il quale confessa d'essere caduto per non essere stato umile: Priusquam humiliarer, ego deliqui (Ps. CXVIII, 67).

6. Scrive S. Agostino: Altus est Deus: humilias te, et descendit ad te; erigis te, et fugit a te (Serm. de Ascens.):13


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Quando tu ti umilii, Iddio discende ad unirsi con te; ma quando t'insuperbisci, egli fugge da te. Dice il profeta reale: Dominus [et] humilia respicit, et alta a longe cognoscit (Ps. CXXXVII, 6): Il Signore guarda gli umili con occhio amoroso, ma i superbi li mira da lontano; e siccome noi, vedendo alcuno da lontano, non lo conosciamo, così Dio par che dica de' superbi che non li conosce. In un certo monastero vi era una religiosa superba che giunse a dire una volta ad un'altra monaca queste parole: Eh badate che l'abito che ambedue vestiamo fa che sediamo nello stesso scanno; del resto sappiate che voi non meritereste di stare neppure per serva nella mia casa. Or come pensate voi che Iddio guardasse una tal monaca così altiera? Con Dio non ci fan bene i superbi; egli non può sopportarli; gli angeli superbi appena stiedero un momento nel paradiso, e nel secondo momento il Signore li discacciò e mandolli lontani da sé all'inferno. Non può venir meno la divina parola: Qui autem se exaltaverit, humiliabitur (Matth. XXIII, 12). Narra S. Pier Damiani (Tract. de duello) che un cert'uomo superbo, prima di venire a duello con un suo rivale, per causa d'una possessione che volea difendersi colla spada, sentendo Messa udì recitare le mentovate parole: Qui se exaltaverit, humiliabitur. Allora egli disse: Or questo si che non è vero, perché se io mi fossi umiliato, avrei perduta la roba e la stima che possedo. Ma che accadde? quando venne a tenzone, il nemico lo ferì colla spada propriamente nella bocca e gli trapassò quella lingua sacrilega, e così lo rovesciò morto a terra.14


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7. Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (Iac. IV, 6). Il Signore ha promesso di esaudire ognun che lo prega: Omnis... qui petit, accipit (Luc. XI, 10). Ma i superbi Dio non li sente, mentre dice S. Giacomo ch'egli resiste alle loro orazioni. All'incontro cogli umili Dio è tutto liberale: Humilibus autem dat gratiam; a costoro apre le mani e dona loro quanto cercano e desiderano. Humiliare Deo, et exspecta manus eius, dice la Scrittura (Eccli. XIII, 9): Umiliati a Dio, e poi aspetta dalle sue mani quanto domandi. Perciò dicea S. Agostino: Domine, da mihi thesaurum humilitatis.15 L'umiltà è un tesoro, perché il Signore fa abbondare gli umili d'ogni bene. Il cuore dell'uomo, quando è pieno di se stesso, non può esser riempito de' doni divini; bisogna che prima rendasi vacuo colla cognizione del proprio niente. Disse Davide: Qui emittis fontem in convallibus: inter medium montium pertransibunt aquae (Psal. CIII, 10). Iddio fa abbondare d'acque le valli, cioè di grazie l'anime umili; ma non già i monti, cioè gli spiriti superbi; per costoro vi passano le grazie, ma non vi restano. Quindi cantò la divina Madre: Quia respexit humilitatem


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ancillae suae... fecit mihi magna qui potens est (Lucae I):16 L'Onnipotente mi ha fatti gran doni, riguardando l'umiltà della sua serva, cioè la cognizione ch'io ho del mio niente. Riferisce S. Teresa di se stessa che le maggiori grazie ch'ella ebbe da Dio, le ricevé quando nell'orazione stavasi più umiliando avanti a Dio.17 La preghiera dell'umile, dice l'Ecclesiastico, penetra i cieli, e non si parte di , finché Dio l'esaudisce: Oratio humiliantis se, nubes penetrabit... et non discedet donec Altissimus aspiciat (Eccli. XXXV, 21). Sicché gli umili ottengono da Dio quanto cercano. Non v'è timore che l'umile resti confuso e sconsolato: Ne avertatur humilis factus confusus (Psal. LXXIII, 21). Quindi diceva il B. Calasanzio: Se vuoi esser santo, sii umile; se vuoi essere santissimo, sii umilissimo.18 Un sant'uomo ciò appunto consigliò a S. Francesco Borgia, mentre era ancor secolare, che se volea farsi santo non lasciasse ogni giorno di pensare alle sue miserie. E per ciò il santo spendeva poi ogni giorno le prime due ore d'orazione nella cognizione e dispregio di se stesso.19


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8. Scrisse pertanto S. Gregorio che siccome l'esser superbo è contrassegno de' reprobi, così all'incontro l'esser umile è contrassegno de' predestinati: Evidentissimum reproborum signum superbia, ac contra humilitas electorum (S. Greg., Lib. 34 in Iob, c. 56).20 S. Antonio abbate, vedendo il mondo pieno di lacci tesi dal demonio, allora sospirando disse: E chi potrà mai scampare da questi lacci? Ma sentì una voce: Antonio, la sola umiltà è quella che passa sicura: chi va colla testa bassa, non ha timore di restarvi preso.21 In somma, come disse il nostro Salvatore, se non ci rendiamo fanciulli, non d'età, ma d'umiltà, non giungeremo a salvarci: Nisi... efficiamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum caelorum (Matth. XVIII, 3). Narrasi nella vita di S. Palemone che un certo monaco, camminando sulle brace, se ne vantò, dicendo a' compagni: Ditemi chi di voi cammina su i carboni senza bruciarsi? Lo corresse S. Palemone di questa sua vanagloria, ma il misero non si emendò e restò gonfio di se stesso; e poi disgraziatamente, cadendo in peccati, finì la vita in cattivo stato.22


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9. Agli umili che sono disprezzati e perseguitati in questa terra, sta promesso il paradiso: Beati estis cum maledixerint vobis et persecuti vos fuerint... quoniam merces vestra copiosa est in caelis (Matth. V, 11 et 12). Inoltre gli umili non solamente nell'altra vita, ma ancora in questa son felici. Discite a me, disse il medesimo nostro Redentore, quia mitis sum et humilis corde, et invenietis requiem animabus vestris (Matth. XI, 29): Imparate da me ad esser mansueti ed umili, e troverete pace nelle anime vostre. Il superbo non trova mai pace, perché non arriva mai a vedersi trattato, secondo il vano concetto ch'egli ha di se stesso: anche quando è onorato, neppur è contento, mirando altri più onorati di lui: sempre almeno gli mancherà qualche onore che desidera, e la mancanza di quell'onore lo tormenterà più che nol consolano tutti gli onori che possiede. Quanti onori possedea già Aman nella corte di Assuero, giungendo sino a sedere nella stessa mensa di lui! ma perché Mardocheo non volea salutarlo, disse che si stimava infelice: Cum haec omnia habeam, nihil me habere puto, quamdiu videro Mardochaeum [iudaeum ] sedentem ante fores regias (Esther V, 13). Ma che onori sono quelli che ricevono i superbi? non sono onori che rallegrano, perché sono onori dati a forza e per solo rispetto umano. Scrisse S. Girolamo che la vera gloria virtutem quasi umbra sequitur et, appetitores sui deserens, appetit contemptores:23 La vera gloria fugge da chi la desidera e siegue chi la disprezza; appunto come l'ombra siegue chi la fugge e fugge da chi la vuol prendere.


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L'umile all'incontro sta sempre contento, perché qualunque onore che riceve, stima che quello è maggior de' suoi meriti; e quando poi riceve affronti, pensa che merita peggio per li suoi peccati, e dice con Giobbe: Peccavi et vere deliqui, et ut eram dignus non recepi (XXXIII, 27). S. Francesco Borgia ci diede di ciò un bello insegnamento: dovendo egli fare una volta un lungo viaggio, fu avvertito da altri a mandare innanzi un foriero, acciocché mettesse in ordine l'alloggiamento ove dovea giungere, e così non patisse l'incomodo che avrebbe sofferto giungendo colà improvvisamente. Rispose il santo: Oh in quanto a ciò sappiate che non manco mai di mandar avanti il mio foriero; ma questo sapete chi è? è il pensiero dell'inferno che mi ho meritato; e così ogni alloggio che trovo mi pare una reggia, a confronto del luogo dove meriterei di stare.24

Preghiera.

Dio mio, come può esservi in me dopo tanti peccati tanta superbia! Già vedo che le mie colpe, dopo avermi renduta a voi così ingrata, mi hanno fatta ancora superba. Ne proiicias me a facie tua.25 Signore, non mi discacciate dalla vostra faccia, come io meriterei. Abbiate pietà di me, datemi luce e fatemi conoscere quella ch'io sono e quello che merito. Quanti per meno peccati de' miei stanno nell'inferno, e non hanno più speranza di perdono! e per me vedo che voi stesso mi offerite il perdono, se io lo voglio. Sì che lo voglio. Redentor mio, perdonatemi, mentre mi pento con tutta l'anima di tutte le mie superbie, colle quali non solamente ho disprezzato il prossimo mio, ma ho disprezzato ancora voi, sommo bene. Vi dirò con S. Caterina di Genova: Dio mio, non più peccati, non


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più peccati.26 Basta quanto vi ho offeso, non voglio più abusarmi della vostra pazienza.

V'amo, Signor mio, e voglio spender la vita che mi resta solamente in amarvi e darvi gusto. Gesù mio, assistetemi voi. L'inferno quanto più ora mi vede con desiderio d'esser tutta vostra, tanto più accrescerà contro di me le tentazioni. Soccorretemi voi, non mi lasciate sola in mano mia.

Vergine santissima Maria, voi già sapete che in voi ho collocate tutte le mie speranze; non lasciate d'aiutarmi sempre colle vostre preghiere: preghiere che ottengono quanto chiedono appresso Dio.




1 «Post virtutes theologicas, et virtutes intellectuales, quae respiciunt ipsam rationem, et post iustitiam, praesertim legalem, potior ceteris est humilitas.» S. THOMAS, Sum. Th. II-II, qu. 161, art. 5, c.- «Sicut ordinata virtutum congregatio per quamdam similitudinem aedificio comparatur, ita etiam illud quod est primum in acquisitione virtutum, fundamento comparatur, quod primum in aedificio iacitur. Virtutes autem verae infunduntur a Deo. Unde primum in acquisitione virtutum potest accipi dupliciter. Uno modo, per modum removentis prohibens. Et sic humilitas primum locum tenet, inquantum scilicet expellit superbiam, cui Deus resistit, et praebet hominem subditum et semper patulum ad suscipiendum influxum divinae gratiae, inquantum evacuat inglationem superbiae; ut dicitur Iac. IV, 6, quod Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam. Et secundum hoc, humilitas dicitur spiritualis aedifici fundamentum. Alio modo est aliquid primum in virtutibus directe: per quod scilicet iam ad Deum acceditur. Primus autem accessus ad Deum est per fidem... Et secundum hoc, fides ponitur fundamentum, nobiliori modo quam humilitas.» Ibid., ad 2.



2 Omnes... virtutes in conspectu Dei vicaria ope se sublevant, nec virtutes verae sunt, si a se invicem aliqua diversitate discordant. Una enim virtus sine altera, aut omnino nulla est, aut minima... Quomodo oculis eius (Dei) accepta erit castitas elata, vel humilitas immunda? Non enim Bona accepta sunt Deo, quae malorum admistione maculantur... et qui sine humilitate virtutes congregat, quasi ni ventum pulverem portat.» S. GREGORIUS MAGNUS, Expositio in septem Psalmos poenitentiales, Expositio tertii Psalmi, v. 3, n. 3. ML 79-569,



3 Magnum speculum exemplorum, auctore D. Henrico GRAN, distinctio 9, exem lum 199. Comincia così: «Refert frater Wilhelmus, Lugdunensis episcopus...» cioè Guglielmo chiamato Peraldo (Pérault) dal paese nativo (oggi Peyraud); detto «Lugdunensis» per ragione della professione religiosa, ed anche per la vicinanza del luogo di nascita; domenicano contemporaneo di S. Tommaso, a cui venne attribuito il suo De eruditione principum. Scrisse varie altre opere: Super Sententias, Summa virtutum, Summa vitiorum, ecc.- Secondo lo Speculum il monaco che ha la duplice rivelazione è il compagno dell' abbate e non già quello del romito, come si legge nel testo.



4 «Huic (Verbo Dei homine induto) te, mi Dioscore, ut tota pietate subdas velim, nec aliam tibi ad capessendam et obtinendam veritatem viam munias, quam quae munita est ab illo qui gressuum nostrorum tamquam Deus vidit infirmitatem. Ea est autem prima, humilitas: secunda, humilitas; tertia, humilitas: et quoties interrogares, hoc dicerem; non quo alia non sint praecepta quae dicantur, sed nisi humilitas omnia quacumque bene facimus et praecesserit et comitetur et consecuta fuerit, et proposita quam intueamur, et apposita cui adhaereamus, et imposita qua reprimamur, iam nobis de aliquo bono facto gaudentibus totum extorquet de manu superbia. Vitia quippe cetera in peccatis, superbia vero etiam in recte factis timenda est, ne illa quae laudabiliter facta sunt, ipsius laudis cupiditate amittantur. Itaque sicut rhetor ille nobilissimus (nempe Demosthenes) cum interrogatus esset quid ei primum videretur in eloquentiae praeceptis observari oportere; Pronuntiationem dicitur respondisse; cum quaereretur quid secundo, eamdem pronuntiationem; quid tertio, nihil aliud quam pronuntiationem dixisse: ita si interrogares de praeceptis christianae religionis, nihil me aliud respondere nisi humilitatem liberet, etsi forte alia dicere necessitas cogeret.» S. AUGUSTINUS, Epistola 118 (al. 55), ad Dioscorum, n. 22, ML 33-442.



5 «Erat unde extolleretur gens Iudaea, et per ipsam superbiam factum est ut Christo nollet humiliari auctori humilitatis, repressori tumoris, medico Deo, qui propter hoc, cum Deus esset, homo factus est, ut se homo hominem cognosceret. Magna medicina. Haec medicina si superbiam non curat, quid eam curet nescio.» Sermo 77, cap. 7, n. 11. ML 38-488.



6 Vedi sopra, nota 4.



7 Quia dicis: Quod dives sum et locupletatus, et nullius egeo; et nescis quia tu es miser, et miserabilis, et pauper, et caecus, et nudus. Apoc. III, 17.



8 «Quid potest esse omnis iustitia nostra coram Deo? Nonne iuxta prophetam, velut pannus menstruatae reputabitur (Is. LXIV, 6) et si districte iudicetur, iniusta invenietur omnis iustitia nostra, et minus habens?» S. BERNARDUS, In festo omnium Sanctorum, sermo 1, n. 11. ML 183-459,



9 Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis, quasi ex nobis: sed sufficientia nostra ex Deo est. II Cor. III, 5.



10 «Veluti pila ludit daemon religioso vano.» TALENTI, Vita, lib. 7, cap. 9, III, n. 39.



11 «Obsessum quemdam amici sui ad quoddam coenobium Ordinis nostri spe liberationis traxerunt. Ad quem egressus prior, assumpto secum monacho magnae opinionis adolescente, quem noverat virginem corpore, ait daemoni: «Si praeceperit tibi monachus iste ut exeas, quomodo audebis manere?» Respondit daemon: «Non eum timeo; superbus est enim.» CAESARIUS, Heisterbacensis monachus, Ord. Cist., Dialogus miraculorum, distinctio 4, cap. 5.



12 «Patitur et Apostolus aliquid quod non vult, pro quo ter Dominum deprecatur. Sed dicitur ei: Sufficit tibi gratia mea: quia virtus in infirmitate perficitur (II Cor. XII, 9): et ad revelationum humiliandam superbiam, monitor quidam humanae imbecillitatis apponitur, in similitudinem triumphantium, quibus in curru retro comes adhaerebat, per singulas acclamationies civium dicens: Hominem te esse memento.» S. HIERONYMUS, Epistola 39, ad Paulam, super obitu Blaesillae filiae, n. 2. ML 22-467, 468.



13 «Altus est Deus: erigis te, et fugit a te; humilias te, et descendit ad te.» Sermo 177, sermo 2 in Ascensione Domini, n. 2, ML 39-2083, in Appendice ad Sermones S. Augustini (cioè «inter dubios et nothos). Il compilatore però ha preso questo pensiero - ed altri - da S. Agostino, il quale l' esprime più volte. «Descendit, ut sanaret te: ascendit, ut levaret te. Cadis, si levaveris te: manes, si levaverit te.» S. AUGUSTINUS, Sermo 261, cap. 1: ML 38-1203. «Excelsus Dominus, et humilia respicit, et excelsa a longe cognoscit (Ps. CXXXVII, 6). Excelsa ipsa posuit pro superbis. Illa ergo respicit ut attollat; ista cognovit, ut deiiciat.» IDEM, Sermo 351, cap. 1, n. 1: ML 39-1536.- Il Sermone 177 (al. 175 de Tempore) si legge, nel Breviario Romano, nel II Notturno della Domenica infra Octavam Ascensionis.



14 «Novis (al. nostris) quoque temporibus accidit, ut in Burgundiae regno quidam clericus esset superbus nimis ac tumidus, et non modo carnali vitae saeculariter deditus, sed et contra suum ordinem terribiliter bellicosus. Hic itaque cum ecclesiam B. Mauritii, multis inclitam praediis, suis dictionibus usurparet, potens autem quidam.... sui iuris esse... contenderet, tandel belli dies utroque paciscente statuitur... Potens autem ille... nuntium ad hostilia castra direxit, qui... apparatum belli solerti speculatione perpenderet... Forte tunc clericus Missam cum his, qui dimicaturi erant, suis fautoribus audiebat. Cumque ad Evangelium veniretur, in fine lectum est: Omnis qui se exaltat, humiliabitur; et qui se humiliat, exaltabitur (Matth. XXIII; Luc. XIV, XVIII). ILlico clericus in hanc sacrilegam vocem protervus erupit: «Haec, inquiens, sententia vera non est; nam si ego me meis adversariis humiliter inclinassem, hodie tot possessionum atque clientium copias non haberem.» Reversus autem nuntius domino suo fideliter retulit, non modo quod in bellici procinctus apparatu conspexit, sed hoc etiam quod in ore clerici.. audivit. Tunc ille.... laetus efficitur, atque ad spem procul dubio obtinendae victoriae milites cohortatur.... ex utraque parte pugna committitur... Habebat autem clericus equam... tantae velocitatis ac roboris, ut nullus sibi videretur equus aut mulus ad dimicandum posse praeferri. Casu, imo Deo disponente, contingerat, quod praecedenti nocte iumentum illud stabulo solutum abscederet, acervumque salis inveniens, ex eo plurimum comederet. Clericus itaque dum in acie constitutus super aquae rivulum deveniret, ibique cominus adversantium armis arma conferret, iumentum, ut erat assumpti salis copia sitibundum, frenum de manu rectoris violenter extorsit, suisque totum viribus vindicavit, ac praesto caput in aquam ad bibendum inhianter immersit. Ille vero, dum ea manu, qua scutum tenebat, cum iumento configit, hostilibus iaculis faciem coactus exponit: et ecce repente gladius os eius fulminis more transfixit, talique vir reprobus vitam suam fine conclusit. O quam congrue in illa pertulit corporis parte vindictam, qua nigri fellis in Dominum vomuerat blasphemiam!» S. PETRUS DAMIANUS, Opusculum 34, De variis miraculosis narrationibus, cap. 4. ML 145-576, 577.



15 «Redemptor meus, expelle a me spiritum superbiae, et concede propitius thesaurum humilitatis tuae.» Meditationum liber unus, cap. 1. ML 40-901: inter Opera S. Augustini, a cui vennero per molto tempo attribuite; sembra siano, per la maggior parte, opera, per altro non spregevole, di Giovanni, abbate, a quanto si crede, «Fiscamnensis» (di Fecamp): +1178.



16 Luc. I, 48, 49.



17 «Lo que yo he entendido es, que toto este cimiento de la oraciòn va fundado en humildad, y que, mientra màs se abaja un alma en oraciòn, màs la sube Dios. No me acuerdo haberme hecho merced muy señalada, de las que adelante dirè, que no sea estando deshecha de verme tan ruin; y aun procuraba Su Majestad darme a entender cosas para ayudarme a conocerme, que yo mo las supiera imaginar.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 22. Obras, I, 171.



18 «Solito era di dire: «Vuoi esser santo? sii umile; vuoi esser più santo? sii più umile; vuoi esser santissimo? sii umilissimo. La misura e peso di questa vita, è l' umiltà, parlando noi della grazia e gloria dell' anima.» INNOCENZIO di S. GIUSEPPE, delle Scuole Pie, Vita, Roma, 1734, lib. 4, cap. 15, pag. 293.



19 «Ferunt beatum Patrem Franciscum de Borgia (in nota: L. 4 Vitae, c. 1), cum adhuc Gandiae ducem ageret, a quodam eximiae sanctitatis viro monitum, ut si in Dei obsequio insignem profectum facere vellet, vel unum sibi diem elabi non sineret, quo non aliquid mente pertractaret, quod ad confusionem et despectum sui aliquatenus pertineret. Adeo autem Francisco sancti viri consilium placuit, ut, ex quo in orationis exercitium coepit incumbere, duas quotidie horas solidas in huius cognitionis et despectus sui ipsius meditatione insumeret, in eoque ita totus erat, ut, quidquid audiret, legeret videretve, ei ad hanc sui demissionem et confusionem deserviret.» Alf. RODERICIUS, Exercitium perfectionis, pars 2, tract. 3, cap. 12, num. 6.- Ora il RIBADENEIRA, Vita del B. Francesco Borgia, lib. 4, cap. 1, Firenze, 1600, pag. 241, dice così: «Da che si dette all' esercizio della orazione mentale, impiegava ogni giorno le due prime ore di essa in questo conoscimento e dispregio di se stesso, e quanto udiva o leggeva o guardava, tutto gli serviva per questa abbiezione e confusione.» Del consiglio ricevuto da un sant' uomo quando il santo era ancora nel secolo, non ne fa parola il Ribadeneira, nè altri biografi come il Bartoli e il Cepari, nè il Sacchini, Historia Societatis Iesu, pars 3, lib. 8, n. 36-181, Romae 1649, ove dà un succoso compendio della vita di S. Francesco Borgia. Onde si deve conchiudere a quanto segue nello stesso paragrafo. Il fatto particolare del consiglio ricevuto, facilmente l' avrà conosciuto il Rodriguez per mezzo della tradizione, ancora fresca a tempo suo: ipotesi che concorda colla parola usata da lui: Ferunt.



20 «Quia igitur Redemptor noster corda regit humilium, et Leviathan iste rex dicitur superborum, aperte cognoscimus quod evidentissimum reproborum signum superbia est, at contra humilitas electorum. Cum ergo quam quisque habeat cognoscitur, sub quo rege militet invenitur. Unusquisque enim quasi quemdam titulum portat operis, quo facile ostendat sub cuius serviat potestate rectoris.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralium in Iob lib. 34, cap. 23, n. 56. ML 76-750.



21 «Beatus Antonius retulit vidisse omnes laqueos inimici super universam terram extentos. Et cum suspirans dixisset: «Quis hos poterit transire?» vocem ad se dicentem audivit: «Humilitas sola pertransit, Antoni, quam nullo modo valent superbi contingere.» Vitae Patrum, lib. 3, auctore probabili RUFFINO, n. 129. ML 73-785.



22 «Una vero dierum, cum vigilantes simul Palaemon et Pachomius accenderent ignem, quidam frater superveniens, apud eos manere voluit. Qui cum susceptus esset.... dixit: «Si quis fidelis est ex vobis, stet super hos carbones ignis, et orationem Dominicam sensim lenteque pronuntiet.» Quem beatus Palaemon intelligens superbiae tumore deceptum, commonuit dicens: «Desine, frater, ab jac insania, nec tale quid alterius loquaris.» Qui correptione senis non solum non profecit in melius, sed plus elatione mentis inflatus, super ignem stare coepit audacter, nullo sibi penitus imperante; eratque conspicere quomodo coperante inimico humani generis.. nequaquam perustus fuerit ignis attactu. Hoc ipsum vero quod gessit impune, ad augmentum profecit eius insaniae... Postera die.. mature proficiscens, aiebat: «Ubi est fides vestra?» Post non multum tum vero temporis, cernens diabolus eum sibi per omnia mancipatum.... transfiguravit se in mulierem pulchram... Immisit ei turpem concupiscentiam. Qui mox cessit inimici suggestionibus... Quem spiritus immundus invadens, elisit atrociter... Post aliquantos autem dies tandem in se reversus... ad sanctum Palaemonem venit, et cum magno fietu quid sibi accidisset exposuit... Cumque... sanctus Palaemon beatusque Pachomius lacrimas pro eo funderent compatientis affectu, subito correptus ab immundo spiritu, de conspectu eorum prosiliit, et per deserta discurrens, agebatur infrenis. Pervenit autem ad civitatem Panos nomine, ac deinceps in fornace balnei per amentiam sese praecipitans, incendio protinus interiit.» Vita S. Pachomii, auctore graeco incerto, interprete Dionysio Exiguo, cap. 9: Vitae Patrum, lib. 1. ML 73-234, 5.



23 «Latebat (Paula), et non latebat. Fugiendo gloriam, gloriam merebatur; quae virtutem quasi umbra sequitur, et appetitores sui deserens, appetit contemptores» S. HIERONYMUS, Epistola 108, ad Eustochium, Epitaphium Paulae matris, n. 3. ML 22-880.



24 «Una volta che viaggiava male in arnese di panni... avvenutogli di scontrarsi in un personaggio suo caro amico, questi... si diè a pregarlo d' avere in maggior conto la sua persona, in maggior cura la sua santità e la sua vita. A cui il Santo: «Quanto a ciò, disse, non m' è bisogno di prendermi niun pensiero di me, mentre v' è chi sel prende per me, e ne ha ogni cura. Oltre a ciò, io non prendo mai a far niun viaggio... che non m' abbia spedito innanzi un foriero ad apparecchiarmi la stanza. E 'l foriero è il conoscimento di me medesimo, che non mi lascia giungere ad albergo sì povero, sì sprovveduto, sì disagiato, che non mi paia agiatissimo: perochè mai non mi truovo male, che non sia infinite volte minor di quello che conosco di meritare.» BARTOLI, Vita, lib. 4, cap. 4.



25 Ps. L. 13.



26 «Andò Caterina per confessarsi dal confessore di esso monasterio (di sua sorella monaca), benchè non fosse disposta a ciò fare... Di subito che se gli fu inginocchiata innanzi, ricevette una ferita al cuore, d' un immenso amor di Dio, con una vista così chiara delle sue miserie... e della bontà di Dio, che ne fu quasi per cascare in terra... Di dentro gridava con affocato amore: «Non più mondo! non più peccati!».... Al meglio che potè... disse: «Padre, se vi piacesse, lascerei volentieri questa confessione per un' altra volta;» e così fu fatto. E partendosi, ritornò a casa... Ma volendo il Signore accendere intrinsecamente più l' amor suo in quest' anima, e il dolore de' suoi peccati, se le mostrò in ispirito con la croce in ipsalla, piovendo tutto sangue... Questa vista le fu tanto penetrativa, che le pareva sempre (e con gli occhi corporali) il suo Amore tutto insanguinato, e inchiodato in croce. Vedeva ancora le offese che gli aveva fatte, e però gridava: «O Amore, mai più, mai più peccati!» MARABOTTO, (confessore della Santa) e VERNAZZA (di lei spirituale figliuolo), Vita, Padova, 1743, cap. 2, n. 1, 3, 4, 5.






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