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S. Alfonso Maria de Liguori
La vera Sposa di Gesù Cristo

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§ 3 - Dell'umiltà di volontà o sia d'affetto.

1. L'umiltà d'intelletto consiste dunque, come abbiam veduto, nel giudicarsi la persona degna di disprezzo. L'umiltà poi di volontà consiste nel desiderare d'esser disprezzata dagli altri e nel compiacersi ne' disprezzi. E qui sta il maggior merito, poiché molto più acquistiamo noi cogli atti della volontà che con quelli dell'intelletto. Dice S. Bernardo, parlando dell'umiltà di volontà: Primus profectus nolle dominari, secundus velle subiici, tertius in ipsa subiectione iniurias aequanimiter pati (Serm. 18):1 Il primo grado di umiltà in una religiosa è il non voler comandare, il secondo è il volere star sottoposta, il terzo è il soffrire nella soggezione con animo tranquillo tutte le ingiurie che le son fatte. Questa propriamente è l'umiltà di cuore, che volle Gesù Cristo insegnarci col suo esempio, allorché disse: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde (Matth. XI, 29). Molti sono umili di bocca, ma non di cuore; tali appunto, dice S. Gregorio, son quelli che proferiscono colla bocca d'essere scellerati, degni di tutt'i castighi; ma ciò essi poi non lo credono, giacché se mai alcuno li riprende, subito si turbano e negano di aver quel difetto di cui vengono ripresi.2 Di questa fatta era un certo monaco, come narra Cassiano, il quale dicea ch'era un gran peccatore


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e che non meritava di star sulla terra; ma avendolo poi corretto l'abbate Serapione di un suo gran difetto, ch'era di andare scorrendo oziosamente per le celle degli altri, in vece di star ritirato nella sua secondo la regola, il monaco superbo molto se ne turbò. L'abbate allora gli disse: Ma, figliuol mio, come va questo? voi sinora avete detto essere uno scellerato, ed ora tanto vi sdegnate per una parola di carità che vi ho detta?3 Oh quante volte avviene lo stesso ne' monasteri! Quella religiosa dice esser la maggior peccatrice del mondo, di meritar mille inferni; ma se poi l'abbadessa o altra sorella l'avverte dolcemente di qualche cosa in particolare o pure in generale della sua tepidezza o del poco buon esempio che , subito prende la spada a difendersi e si mette in tuono dicendo: E che cosa di male o di scandalo avete veduta di me? meglio badaste a correggere l'altre, che fanno cose che non fo io. Ma come? voi poc'anzi avete detto che per li vostri peccati meritate mille inferni, ed ora non potete soffrire una parola? Dunque la vostra umiltà è mera umiltà di bocca, ma non è l'umiltà raccomandata da Gesù Cristo, ch'è l'umiltà di cuore.

2. Dice lo Spirito Santo: Est qui nequiter humiliat se, et interiora eius plena sunt dolo (Eccli. XIX, 23): Vi è chi si fa umile, ma si umilia con malizia, non per esser ripreso ed umiliato,


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ma per esser tenuto e lodato per umile. Ma il cercar lode dall'umiliarsi, scrisse S. Bernardo, non è umiltà, ma distruzione dell'umiltà (Serm. 16, in Cant.);4 giacché facendo così, la stessa umiltà diventa oggetto di superbia. Dicea S. Vincenzo de' Paoli che l'umiltà nella speculativa ha una bella faccia, ma nella pratica poi è orrida; essendo che la vera umiltà consiste nell'amare le abbiezioni e i disprezzi.5 Onde notò S. Giovanni Climaco che non è umile chi solamente dice esser cattivo, ma chi gode di esser anche tenuto per cattivo dagli altri, e disprezzato come tale: È buono, scrive il santo, che tu dica male di te, ma è meglio che quando senti dirlo dagli altri, tu lo confermi, non te ne risenti, anzi te ne compiaci.6 E prima lo scrisse S. Gregorio: Cum se peccatorem dicit, id de se dicenti alteri non contradicit:7 Il vero umile, confessandosi peccatore, nol nega, ma lo conferma a chi gli rimprovera i suoi difetti. In somma dice S. Bernardo: Verus humilis, humilis vult reputari, non humilis praedicari (Serm. 16, in Cant.):8 Il vero umile non pretende d'essere lodato per umile,


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ma vuole essere tenuto per vile, difettoso e degno di disprezzi, e si compiace in vedersi umiliato, vedendosi trattato qual egli si stima; onde fa che l'umiliazione che riceve lo renda più umile, come dice lo stesso S. Bernardo: Humiliationem convertit in humilitatem.9 Quindi dicea il Beato Giuseppe Calasanzio: Chi ama Dio non cerca di comparir santo, ma di farsi santo.10

3. Pertanto voi, sorella benedetta, se volete esser vera umile di cuore e di volontà, in primo luogo sfuggite di dir qualunque parola di propria lode, così intorno a' vostri portamenti, talenti, opere virtuose, come intorno alla vostra casa, parlando di nobiltà, di ricchezze e di parentele. Laudet te alienus, et non os tuum (Prov. XXVII, 2). Ti lodino gli altri, dice il Savio, e non la tua bocca, se vuoi conservare l'umiltà. Oltreché è noto il comun proverbio che la lode in bocca propria non apporta onore, ma vituperio. Che direste voi e qual concetto fareste di una monaca, che dicesse che la sua famiglia non ha che cedere a niun'altra? o pure ch'ella merita più dell'altre d'essere preferita negli offici? Pensate che le altre lo stesso diranno di voi, se mai vi vantaste di alcuna cosa. Pertanto, sempre che parlate di voi e delle vostre cose, cercate sempre d'abbassarvi e non mai d'innalzarvi: coll'abbassarvi non potete nuocervi, ma per poco che v'innalzate più del vero, dice S. Bernardo, voi potete farvi gran danno: Grande malum si plus vero modice te extollas (Serm. 37, in Cant.).11 Chi passa per una porta, se abbassa la testa più del bisogno, non può


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farsi male; ma se non l'abbassa quanto bisogna, per un dito di più che la tiene alzata, urterà colla fronte e si sfascerà il capo. Allorché dunque parlate di voi, badate più presto a dire il male che il bene; più presto a scoprire i vostri difetti che le vostre azioni, le quali avessero qualche apparenza di virtù. Del resto il meglio sarà che, stando in conversazione, di voi non ne parliate affatto né in bene né in male. Stimatevi come una persona così vile che non meriti neppure d'esser nominata: perché molte volte, anche parlando noi di cose di nostra confusione, vi s'intromette una occulta e fina superbia: poiché nello stesso tempo che palesiamo i nostri difetti, internamente da quella stessa nostra confusione volontaria sorge in noi il desiderio di esser lodati, o almeno d'esser tenuti per umili. Ciò nulladimeno non s'intende per quando parlate col confessore, al quale sempre giova lo scoprire i vostri difetti e le vostre male inclinazioni ed anche, generalmente parlando, i pensieri cattivi che vi passano per la mente. Ma certe volte occorre ancora cogli altri di dover palesare cose che ridondano in vostro vilipendio; ed allora non ricusate di farlo: per esempio, il P. Villanova della Compagnia di Gesù non si vergognava di far sapere a tutti che 'l suo fratello era un povero faticatore.12 Similmente il P. Sacchini, anche gesuita, incontrandosi una volta in pubblico col suo genitore, ch'era un povero mulattiere, subito andò ad abbracciarlo, dicendo: Oh ecco mio padre!13


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4. Se poi occorre che senza vostra colpa vi sentiate lodata in qualche occasione, allora procurate voi di confondervi, almeno internamente, dando un'occhiata a' tanti difetti che avete sopra. Dice S. Gregorio che i superbi si rallegrano delle lodi, ancorché false, ma gli umili si confondono e si attristano delle lodi, ancorché vere,14 siccome Davide disse parlando di se stesso: Exaltatus autem, humiliatus sum et conturbatus (Psal. LXXXVII, 16). Sì, dice S. Gregorio, l'umile si conturba nel sentirsi lodare, perché vede di non aver que' pregi che gli vengono attribuiti, e ben anche perché teme che se mai avesse acquistato qualche merito con Dio, perde tutto col compiacersene, mentre allora gli sarà detto: Recepisti bona in vita tua (Luc. XVI, 25). Ti sei compiaciuta di quella lode? hai già ricevuto il tuo premio, non ti tocca niente più.15 Disse il Savio: Quomodo probatur... in fornace aurum, sic probatur homo ore laudantium (Prov. XXVII, 21):16 Siccome l'oro si prova col fuoco, così lo spirito dell'uomo si prova colle lodi degli altri, cioè s'egli nel sentir quelle lodi non se ne compiace né si gonfia, ma si confonde e se ne affligge, come se ne affliggeano S. Francesco Borgia17 e San Luigi Gonzaga,18 quando si vedeano lodati. Pertanto voi nel vedervi


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onorata con lodi o con atti di distinzione, mettetevi sotto terra, e tremate che quell'onore non sia causa di caduta e di perdizione. Pensate che la stima degli uomini è forse la maggior disgrazia che possa accadervi: giacch'ella può contaminarvi il cuore col fomentare la vostra superbia e così esser causa della vostra dannazione.

5. Tenete avanti gli occhi il gran detto di S. Francesco d'Assisi, che diceva: Tanto io sono, quanto sono avanti a Dio.19 Pensate voi forse ch'essendo più stimata dagli uomini, sarete più stimata da Dio? Quando voi vi compiacete e vi gonfiate delle lodi che vi danno, e per quelle vi stimate migliore dell'altre vostre sorelle, allora sappiate che mentre gli uomini vi loderanno, Dio vi ributterà da sé. Persuadetevi dunque che colle lodi altrui voi non diventate migliore. Dice S. Agostino che siccome gli obbrobri di chi c'ingiuria non ci tolgono i meriti delle virtù, cosi gli applausi di chi ci loda non ci rendono migliori di quello che siamo: Nec malam conscientiam sanat praeconium laudantis, nec bonam vulnerat conviciantis opprobrium (S. Aug., l. 3, contra Petil.).20 Perciò, sempre che vi sentite lodare, dite con S. Agostino: Melius me ego novi quam illi: sed melius Deus quam ego (In Psal. 25).21 Costoro mi lodano, ma io che mi conosco meglio di essi, vedo che queste lodi son false; e Dio lo vede meglio di me, mentre egli ben sa che non merito onori, ma merito tutti i disprezzi della terra e dell'inferno.

6. In secondo luogo, posto che dovete guardarvi dal compiacervi delle lodi altrui, con maggior cautela avete a guardarvi, non solo dal cercare onori ed offici decorosi nel vostro monastero, ma, come dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: Bisogna fuggire ogni esercizio che ha dell'apparenza, perché


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vi si agguata la superbia.22 E non solo bisogna fuggirlo, ma averne orrore. Nel monastero della SS. Trinità in Napoli vi era una religiosa molto esemplare, nomata Suor Arcangela Sanfelice; a costei un giorno disse il confessore: Suor Arcangela, le monache vi vogliono far badessa. Ella a questa proposta rispose: Padre, che dite? E poi soggiunse: Ma Dio ci rimedierà. E in dir così le sopraggiunse in quello stesso punto un accidente di apoplessia, che le tolse l'uso di mezza vita, e con ciò le monache pensarono ad altra23. Scrisse S. Ilario: Omnis saeculi honor diaboli negotium est (In Matth. VI, 3):24 Ogni onore del mondo è negozio del demonio, per cui guadagna molte anime per l'inferno. E se l'ambizione degli onori cagiona molta rovina in mezzo al secolo, rovina molto più grande fa in mezzo a' monasteri. Dice S. Leone che la Chiesa colle contese de' religiosi e degli ecclesiastici ambiziosi - i quali dovrebbero essere esempi di umiltà - resta disonorata e vilipesa: Corpus Ecclesiae ambientium contentione foedatur (S. Leo, Epist. 1).25 E S. Teresa, parlando specialmente delle monache (Camm. di perf. c. 13), scrisse: Dove son puntigli d'onore, non vi sarà mai spirito.26 Quindi in altro luogo


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disse: Il monastero dove entrano puntigli d'onore e maggioranze, tengasi per perduto e rovinato; e credano di aver discacciato già di casa lo Sposo loro.27 E poi soggiunse, parlando alle sue figlie: Se mai si trova fra voi qualche Giuda, si discacci come peste; almeno non esca di carcere quella monaca che tratta di diventar capo dell'altre. Prima di entrare in cotesto monastero l'ambizione, vorrei ch'entrasse il fuoco che bruciasse tutte.28 Dello stesso sentimento era la B. Giovanna di Sciantal, dicendo: Desidero prima di veder subbissato il mio monastero, che vedervi entrata l'ambizione e 'l desiderio di cariche.29


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7. Ma di grazia stiamo a sentire quel che saggiamente scrive Pietro Blessense su questo punto in una sua lettera (Epist. 14). Egli descrive in quella i pestiferi effetti dell'ambizione, e la ruina che la medesima cagiona nell'anima. L'ambizione, dice questo autore, fa la scimia alla carità, ma tutto all'opposto. La carità tutto patisce, ma per li beni eterni: l'ambizione anche patisce tutto, ma per li miseri onori di questo mondo. La carità è tutta benigna, ma colle persone povere e disprezzate: l'ambizione anch'è tutta benigna, ma solamente colle persone potenti che possono contentarla. La carità tutto sopporta, ma per dar gusto a Dio: l'ambizione anche sopporta tutto, ma per la vanità di giungere a quell'onore o a quell'officio. Oh Dio, quella monaca quante spine ha da soffrire d'incomodi, di fatiche, di timori, di spese ed anche di rimproveri e d'oltraggi, per avere quella dignità che pretende! La carità finalmente crede e spera tutto ciò che spetta alla gloria eterna: l'ambizione tutto crede e spera quel che spetta alla stima propria in questa vita.30

8. Ma in fine quella povera monaca che cosa mai acquista con quell'onore preteso, se non un poco di fumo, che ricevuto non sazia, anzi che, in vece di onorarla, tanto più la rende vituperevole appresso gli altri? Ben dicea S. Teresa: L'onore col desiderarsi si perde; e quanto è maggiore l'onor ricevuto, tanto è maggiore il vituperio di colei che se l'ha procurato; poiché quanto più ha fatto per ottenerlo, tanto più se n'è dichiarata indegna.31 Diceva ancora la B. Giovanna di Sciantal:


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Quelle che più si stimano degne delle cariche, meno lo sono, perché manca loro l'umiltà, ch'è la miglior disposizione per esercitarle.32 E voglia Dio che quella dignità conseguita non abbia ad esser poi la causa della loro eterna ruina! Il P. Vincenzo Carafa della Compagnia di Gesù, visitando una volta un suo amico infermo, a cui era stato conferito un officio di gran lucro, ma ancora di gran pericolo, quegli lo pregò ad impetrargli da Dio la sanità; ma esso rispose: «No, amico, non voglio tradire l'amor che vi porto; Dio vi chiama all'altra vita, ora che state in grazia sua, perché vi vuol salvo; e se vi lasciasse la vita, non so se con questo officio vi salvereste.»E così l'amico accettò con pace la morte, ed in fatti morì tutto rassegnato e consolato.33 Vix fieri potest, dice S. Bonaventura, quod qui delectatur honore, in periculo magno non sit (Med. cap. 36):34 È molto difficile che chi si compiace di qualche onore - specialmente se è dignità che porta peso di coscienza, com'è l'esser badessa, vicaria o maestra di novizie - non si metta in gran pericolo di perdersi. Ed in maggior pericolo poi sta chi per ambizione ha preteso un tale officio, mentre la misera non avrà poi animo di negare alle sorelle che l'hanno promossa ciò che le chiederanno, o sia giusto o ingiusto, e così facilmente si perderà. Oltreché Dio non è tenuto a dar l'aiuto che bisogna per una tal carica a chi se la procura per via d'impegni; ond'ella, abbandonata dall'aiuto divino, come farà ad esercitarla come dee? Oh quante badesse noi vedremo dannate nel giorno del giudizio, per aversi elle procurato quest'officio!

9. Per tanto voi, sorella benedetta, se volete conservarvi umile, non vi lasciate sedurre da qualunque desiderio di gloria


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mondana. Che spirito mai d'umiltà può aver quella monaca che nell'officio che l'è dato vuol fare spicco di ricca e di galante, facendo tutto con pompa ed iscialacquo di spese? Che spirito d'umiltà può aver quell'altra ch'essendo religiosa pretende e si compiace d'esser trattata col titolo di Eccellenza? Ella, se fosse umile, dovrebbe dire a tutti, anche a' servidori de' suoi parenti, che non vuole né le conviene questo titolo di mondo. Ed è certo ch'essendo ella monaca, le fa maggior onore il titolo di Riverenza, che di Eccellenza; perché la Riverenza se le come sposa di Gesù Cristo, e l'Eccellenza le vien data come dama del secolo. Diceva S. Francesco Saverio (Vit. l. 2, cap. 3) esser cosa indegna d'un cristiano, il quale ha da tener sempre avanti gli occhi le ignominie di Gesù Cristo, che desideri e si compiaccia di vedersi onorato.35 Or quanto più ciò sarà cosa indegna d'una religiosa che si è consagrata a Gesù Cristo, il quale visse nel mondo per tanti anni così sconosciuto e disprezzato? Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: L'onore d'una monaca sta nel sottoporsi a tutte, e nell'avere orrore ad esser preferita ad alcuna.36 E questa è la gara, scrisse S. Tommaso da Villanova, che dee regnar tra le religiose, cioè a chi sia più umile, e così rendersi più cara a Gesù Cristo: In hoc ad invicem zelate, quae humilior, quae sponso carior exsistat.37 Voi nell'entrare in religione avete detto: Elegi abiectus esse in domo Dei mei: magis quam habitare in tabernaculis peccatorum (Ps. LXXXIII).38 Io ho eletto di vivere umiliata nella


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casa del mio Dio più presto che vivere onorata nel mondo. Ed ora perché state cosi attaccata a' fumi ed alle vanità del mondo? Vi avverte S. Bonaventura che se volete farvi santa, bisogna che desideriate di vivere sconosciuta e tenuta per niente: Ama nesciri et pro nihilo reputari,39 talmente che nel monastero niun conto si faccia di voi.

10. Non invidiate quelle religiose che hanno maggior intendimento ed abilità di voi, né quelle che si hanno acquistata maggiore stima nel monastero: invidiate solamente quelle che amano più Dio e sono più umili di voi. L'umiliazione vale più di tutti gli onori e gli applausi del mondo. La scienza più bella d'una monaca è di sapersi umiliare, di tenersi per niente e di compiacersi d'esser tenuta per niente. Dio non v'ha dato maggior talento, perché forse quello vi avrebbe fatta perdere. Contentatevi dunque di quello scarso talento che avete, perché questo vi fa esercitar l'umiltà, ch'è la via più sicura, anzi unica, per salvarvi e farvi santa. Se le altre vi superano nel saper governare e nel sapersi acquistare la stima comune, voi procurate di superarle nell'umiltà: sed in humilitate superiores, come dice l'Apostolo (Philip. II, 3).40 Chi ha l'onore di governare sta in gran pericolo d'invanirsi e di perdere la luce divina, diventando simile a' bruti che vanno appresso solamente ai beni miserabili di questa terra e niente pensano ai beni eterni, secondo quel che disse Davide: Homo, cum in honore esset, non intellexit; comparatus est iumentis insipientibus et similis factus est illis (Ps. XLVIII, 13). Pertanto, se voi volete andar per la via sicura, fuggite gli onori ed abbracciate gli offici ed esercizi più abbietti. Una religiosa che vuol farsi santa, non dee avere altra passione che d'esser impiegata ne' ministeri più vili del monastero, e perciò dee spesso offerirsi alle superiore ed alle officiali, per far ciò che l'altre ricusano. La Sposa de' Cantici or comparisce da solitaria, or da guerriera, or da vignaiuola, ma in tutti questi offici fa sempre la comparsa d'amante. Così la monaca


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tutto quel che fa dee farlo per amor dello Sposo; e così in tutte le faccende dee sempre comparire da amante di Gesù Cristo, e perciò non dee sdegnare alcun officio o servitù. Quei servigi che nel mondo sono stimati più vili, ne' monasteri sono i più grandi e sublimi e più desiderati da' santi, perché sono più cari a Gesù Cristo. Narra Cassiano dell'abbate Pafnuzio, ch'essendo egli molto stimato in Egitto, fuggì di e andossene al monastero di S. Pacomio; onde, essendo ignoto, fu posto a zappare l'orto, e così se ne stava molto ivi contento, per vedersi impiegato in quell'esercizio così basso; ma poi fu riconosciuto e tolto dall'orto, onde il santo monaco allora non faceva altro che piangere la perdita fatta del tesoro trovato della sua umiliazione.41

11. Procurate ancora di esercitar l'umiltà nella povertà de' vostri mobili di cella e delle vostre vestimenta. S. Equizio andava così umile nelle vesti, come narra S. Gregorio, che chi non l'avesse conosciuto, avrebbe sdegnato anche di salutarlo.42 Oh che edificazione danno le vesti povere! Si riferisce de' due Macari (Lib. de Sign. n. 19) che passando essi il Nilo in una barca, e passandovi ancora alcuni secolari vestiti alla nobile, uno di costoro, in veder le vesti così povere de' due monaci, talmente si compunse che lascio il mondo ed anch'egli si fece monaco.43 Giova inoltre a conservar l'umiltà il tener gli occhi modesti verso la terra, e 'l parlare con voce bassa. Avvertasi nonperò che questi e simili atti esterni allora


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aiutano l'umiltà, quando vanno uniti coll'umiltà interna del cuore; altrimenti sarebbero atti di superbia la più abbominevole che mai, essendo superbia che si nasconde sotto la veste d'umiltà: Multo deformior, dice S. Girolamo, est superbia quae sub humilitatis signis latet (Epist. ad Celantiam).44

Preghiera.

Gesù mio, mi vergogno di comparirvi avanti: voi avete tanto amati i disprezzi e gli obbrobri, che siete arrivato a morir su d'una croce deriso e svergognato, ed io non ho potuto sopportare un minimo affronto che mi è stato fatto! Voi innocente per amor mio siete stato saziato d'ignominie, ed io peccatrice sono così avida di lodi e di onori! Ah sposo mio, quanto mi vedo dissimile da voi! Ciò mi fa temere della mia salute eterna, giacché i predestinati si han da trovare a voi conformi. Ma non voglio diffidare della vostra misericordia: voi mi avete da soccorrere e da mutare.

Io propongo coll'aiuto vostro da oggi avanti di voler soffrire per amor vostro ogni disprezzo ed ingiuria che mi sarà fatta. Ah che voi col vostro esempio avete rendute troppo amabili le ignominie all'anime che v'amano.

Io v'amo e voglio far quanto posso per darvi gusto. Perdonatemi i disgusti che vi ho dati colle mie superbie, delle quali mi pento con tutto il cuore, e datemi forza di esservi fedele in questa promessa, che vi fo nel presente giorno, di non risentirmi di qualunque affronto che mi sia fatto.

O Maria, madre mia, voi che foste così umile, impetratemi la grazia d'imitarvi quanto posso.




1 «Descendamus per viam humilitatis, ponaturque nobis primus eius gradus, id est primus profectus, nolle dominaei; secundus, velle subiici; tertius, in ipsa subiectione quaslibet contumelias et iniurias illatas aequanimiter pati.» S. BERNARDUS, Sermones de diversis, sermo 60, n. 3. ML 183-684.



2 «Plerumque homines et culpas confitentur, et humiles non sunt. Nam multos movimus qui, nemine arguente, peccatores se esse confiteatur; cum vero de culpa sua fuerint fortasse correpti, defensionis patrocinium quaerunt, ne peccatores se esse confitentur; cum vero de culpa sua fuerint fortasse correpti, defensionis patrocinium quaerunt, ne peccatores esse videantur. Qui si tunc cum id sponte dicunt, peccatores se esse veraci humilitate cognoscerent, cum arguuntur ab aliis, esse se quod confessi sunt non negarent. Quia in re indicia verae confessionis sunt, si cum quisque se peccatorem dicit, id de se dicenti etiam alteri non contradicit.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 22, cap. 15 (al. 14, al. 10), n. 33. ML 76-232.



3 «Humilitatis patientiaeque virtutem... vero sectamini cordis affectu, non eam, sicut quidam, falsa humiliatione verborum, nec affectata.... in quibusdam officiis corporis inclinatione, fingentes. Quod humilitatis figmentum abbas Serapion quodam tempore eleganter irrisit. Cum enim quidam ad eum summam sui abiectionem habitu ac verbis praeferens venisset, eumque senex, secundum morem, ut orationem colligeret (al. offerret) hortaretur, ille, nequaquam annuens deprecanti, tantis se subiiciens asserebat flagitiis involutum, ut ne usum quidem huius communis aeris capere mereretur; psiathii quoque ipsius refugiens sessionem, humi potius residebat. Cum vero etiam ad ablutionem pedum multo minus praebuisset assensum, tum abbas Serapion, refectione transacta, collationis consuetudine provocante, monere eum benigne ac leniter coepit, ne otionus ac vagus, praesertim iuvenis tam robustus, instabili levitate per universa discurreret; sed ut in cella residens, secundum regulam seniorum, suo potius opere quam aliena mallet munificentia sustentari.... Ad haec ille tanta est tristitia.... suppletus, ut amaritudinem corde conceptam, ne vultu quidem dissimulare potuerit. Cui senex: «Hactenus, inquit, o fili, cunctis te facinorum ponderibus onerabas.... Quid, quaeso, nunc est quod ad simplicem admonitiunculam nostram, quae.. aedificationis habuit ac dilectionis affectum, tanta te video indignatione permotum, ut eam ne vultu quidem occultare aut frontis serenitate dissimulare potueris? An fortasse, dum te humiliabas, illam exspectabas a nostro ore sententiam: Iustus accusator sui est in primordio sermonis (Prov. XVIII)?» IO. CASSIANUS, Collatio 18, cap. 11. ML 49-1111, 1112.



4 «Sed est confessio eo periculosius noxia, quo subtilius vana, cum.... inhonesta.... de nobis detegere non veremur, nonq uia humiles sumus, sed ut esse putemur. Appetere autem de humilitate laudem, humilitatis est, non virtus, sed subversio.» S. BERNARDUS. In Cantica, sermo 16, n. 10. ML 183-853.



5 «J' ai fait diverses fois la visite en quelques maisons de religieuses, et j' ai souvent demandé à plusieurs d' entre elles pour quelle vertu elles avaient plus d' estime et d' attrait: je le demandais même à celles que je savais avoir plus d' éloignement des humiliations: mais à peine, entre vingt, en ai-je trouvé une qui ne me dît que c' était pout l' humilité, tant il est vrai que chacun trouve cette vertu belle et aimable. D' où vient donc qu' il y en a si peu qui l' embrassent, et encore moins qui la possèdent? C' est qu' on se contente de la considérer, et on ne prend pas la peine de l' acquérir. Elle est ravissante dans la spéculation, mais dans la pratique elle a un visage désagréable à la nature: et ses exercices nous déplaisent, parce qu' ils nous portent à choisir toujours le plus bas lieu, à nous mettre au-dessous des autres et même des moindres, à souffrir les calomnies, chercher le mépris, aimer l' abjection, qui sont choses pour lesquelles naturellement nous aavons de l' aversion.» S. VINCENT DE PAUL, Corerspondance, Entretiens, Documents (Édition annotée par P. Coste), tom. 11 (Entretiens, tom. 2, n. 36), pag. 54, 55.



6 «Quando te quispiam ex proximis vel amicis etiam seu praesentem seu absentem  calumniatus fuerit, hunc tu laudando (i. e. laudans eum) amore te prosequi ostende... Non ille suam mihi humilitatem probarit, qui seipsum verbo parvipendit, aut vilem praedicat- quis enim aut quomodo seipsum non ferat- sed ille qui ab alio probris exagitatus, amorem erga exprobrantem non imminuit.» S. IO. CLIMACUS, Scala Paradisi, gradus 22. MG 88.951.



7 Vedi sopra nota 2.



8 «Verus humilis, vilis vult reputari, non humilis praedicari.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 16, n. 10. ML 183-853.



9 «Non humiliatis, sed humilibus Deus dat gratiam. Est autem humilis, qui humiliationem convertit in humilitatem, et ipse est qui dicit Deo: Bonum mihi quod humiliasti me (Ps. CXVIII, 71).» S. BERNARDUS, In Cantica, Sermo 34, n. 3. ML 183-961.



10 «Servus Christi studet esse, non cupit videri sanctus.» TALENTI, Vita, lib. 7, cap. 9, III, sentenza 55.



11 «None st ergo periculum, quantumcumque te humilies, quantumcumque reputes minorem quam sis, hoc est, quam te Veritas habeat. Est autem grande malum, horrendumque periculum, si vel modice plus vero te extollas, si vel uni videlicet in tua cogitatione te praeferas quem forte parem tibi Veritas iudicat, aut etiam superiorem. Quemadmodum enim si per ostium transeas, cuius superliminare, ut ad intelligentiam loquar, nimium bassum sit, non nocet quantumcumque te inclinaveris; nocet autem, si vel transversi  digiti spatio plus quam ostii patitur mensura, erexeris, ita ut impingas et capite quassato collidaris; sic in anima non est plane timenda quantalibet humiliatio, horrenda autem nimiumque pavenda vel minima temere praesumpta erectio.» S. BERNARDUS, In Cantica, sermo 37, n. 7. ML 183-974.



12 «Fu fatto (il P. Francesco de Villanova, +1557) rettore di quel suo nuovo collegio (di Coimbra), e non lasciò mai di far da cuoco in cucina, a cui diceva d' aver solamente qualche attitudine.... Non lasciava occasione alcuna di sempre avvilirsi. Venen il vescovo di Placenzia a veder la fabbrica del collegio, che si stava facendo; osservò che si stentava l' acqua per la calcina, disse al Villanova se v' era chi potesse coll' asino portar dell' acqua dal fiume. «Appunto, rispose, è arrivato qua mio fratello, egli a ciò è a proposito sovra ogni altro;» e con ammirazione del vescovo, il mandò colla bestia per città a caricar some d' acqua. Questo fratello, per nome Martino, entrò nella Compagnia ancor' esso e vi morì con lode di gran virtù.» PATRIGNANI, Menologio di pie memorie d' alcuni religiosi d. C. d. G., 6 maggio.



13 «Godeva (il P. Francesco Sacchini, + 1625) che si sapesse ch' egli nati era bassamente. Dal suo villaggio andò a Roma suo padre per vedere il suo figliuol gesuita, e andò per l' appunto a trovarlo in iscuola, quando il P. Francesco nel teatro de' suoi uditori spiegava e facea mostra della sua eloquenza: scese giù dalla cattedra, e all apresenza di tutti l' accolse con tutto affetto ed onore, dicendo in pubblico questo esser suo padre; indi così com' era vestito rozzamente da campagnuolo, il menò seco a vedere tutto il Collegio Romano: tutti restando edificati di tanto rara modestia.» PATRIGNANI, Menologio, 16 dicembre.- Cf. POSSINUS, in Praefatione ad tomum 5 Historiae Societatis Iesu.



14 «Laus quippe sua iustos cruciat, iniquos exaltat.» S. GREGORIUS MAGNUS, in Iob, lib. 26, cap. 34 (al. 30), n. 62. ML 76-386.



15 «Illi autem qui auctoris gloriam quaerunt, sua laude cruciantur, ne non sit intus quod foris dicitur, ne, si est etiam quod dicitur, ante Dei oculos ipsis favoribus vacuetur: ne humana laus robur mentis emolliat, eamque in sui delectatione prosternat; et quae adiumentum debet esse augendi operis, iam retributio sit laboris». S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob, lib. 26, cap. 34 (al. 30), n. 62. ML 76-380.



16 Quomodo probatur in conflatorio argentum, et in fornace aurum: sic probatur homo ore laudantis. Prov. XXVII, 21.



17 «NOn sempre gli potè venir fatto di sottrarsi e nascondersi dagli onori.... M aera tanto il patirne che gli appariva nel volto, che potea metter pietà di se e dell' afflizion dell' anima sua a chi così l' onorava.» BARTOLI, Vita, lib. 4, cap. 3.



18 «Occultava con mirabile silenzio ogni sua grandezza tanto del secolo, cioè del sangue e del casato, quanto della propria persona, come dell' ingegno che aveva, del molto che sapeva, e di ogni altra cosa che gli potesse apportare lode, al sospetto solo della quale lode si arrossiva subito, come una verginella, e chi voleva vederlo arrossire, non poteva trovar miglior modo che lodarlo... Tutte le altre passioni pareva che avesse affatto da sè sradicate, fuochè un certo risentimento, che gli veniva quando era rispettato, o lodato per tali cose.» Virgilio CEPARI, S. I., Vita, parte 2, cap. 13.



19 Verbum hoc dicere solitus erat (Franciscus): «Quantum homo est in oculis Dei, tantum est et non plus.» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci, cap. 6, n. 1. Opera, ad Claras Aquas, VIII, 520.- Cf. MARCO DA LISBONA, Croniche del P. S. Francesco, parte 1, lib. 1, cap. 66.



20 «Nec malam conscientiam sanat laudantis praeconium, nec bonam vulnerat conviciantis opprobrium.» S. AUGUSTINUS, Contra litteras Petiliani Donatistae, lib. 3, cap. 7, n. 8. ML 43-352.



21 «Mihi autem minimum est ut a vobis iudicer, aut ab humano die, ait Apostolus; sed neque ego meipsum iudico (I Cor. IV, 3): melius enim me ego novi quam illi, sed melius Deus quam ego.» S. AUGUSTINUS, Enarratio in Ps. XXXVI, sermo 3, n. 19. ML 36-394.



22 «Bisogna fuggire quanto sia mai possibile ogni esercizio che ha del grande e dell' apparenza, perchè quivi sovente s' agguata l' orgoglio.» Detti e sentenze, § 1, n. 21: PUCCINI, Vita, Venezia, 1671.



23 Lod. SABBATINI d' Anfora, Vita del P. D. Antonio de Torres, lib. 6, cap. 1, § 6.



24 «Vade, Satana. Scriptum est enim: Dominum Deum tuum adorabis, et illi soli servies (Matth. IV, 10). Praebuit etiam, huius responsionis effectu, magnum nobis Dominus exemplum: ut, contempta humanae potestatis gloria et saeculi ambitione postposita, solum meminessemus Deum et Dominum adorandum; quia omnis saeculi honor diaboli sit negotium.» S. HILARIUS, Commentarius in Matthaeum, cap. 4, n. 5. ML 9-930, 931.



25 «Ut nobis gratulationem facit Ecclesiarum status salubri dispositione compositus, ita non levi nos moerore contristat, quoties aliqua contra constituta canonum ecclesiasticamque disciplinam praesumpta vel commissa cognoscimus: quae si non qua debemus vigilantia resecemus, illi qui nos peculatores esse voluit (Ezech. III, 17) excusare non possumus, permittentes sincerun corpus Ecclesiae, quod ab omni macula purum custodire debemus, ambientium improba contagione foedari.» S. LEO MAGNUS, Epistola 4, prooemium. ML 54-610.



26 «Qué bien dijo, quien dijo, que honra y provecho no podian estar juntas, aunque no se si lo dijo a este propòsito. Y es al pie de la letra, porque provecho del alma y esto que llama el mundo honra, nunca puede estar junto.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 36. Obras, III, 172.- «Créanme una cosa, que si hay punto de honra, u de hacienda- y esto tambien puede haberlo en los monesterios como fuera, aunque màs quitadas estàn las ocasiones y mayor seria la culpa- que aunque tengan muchos años de oraciòn, y por mijor decir, consideraciòn- porque oraciòn perfeta, en fin, quita estos resabios- que nunca medraràn mucho ni llegaràn a gozar el verdadero fruto de la oraciòn.... Dios nos libre de personas que le quieren servir, acordarse de honra;.... que no hay tòxico (tòsigo) en el mundo que ansi mate como estas cosas la perfeciòn.» Camino de perfecciòn, cap. 12. Obras, III, 61, 62.- «Y cualquiera persona que sienta en si algùn punto de honra, si quiere aprovechar, crèame y dè tras este atamiento.» Libro de la Vida, cap. 31. Obras, I, 258.



27 «Si por dicha alguna palabrilla de presto se atravesare, remédiese luego y de estas cosas que dure, u bandillos, u deseo de ser màs, u puntito de honra- que parece se me hiela la sangre cuando esto escribo de pensar que puede en algùn tiempo venir a ser, porque veo es el principal mal de los monesterios- cuando esto hubiese, dense por perdidas; piensen y crean hab echado a su Esposo de casa y que la necesitan a ir a buscar otra posada, pues le echan de su casa propria.» Camino de perfecciòn, cap. 7. Obras, III, 43.



28 «Clamen a Su Majestad; procuren remedio; porque si no le pone confesar y comulgar tan a menudo, teman si hay algùn Judas.- Mire mucho la priora, por amor de Dios, en no dar lugar a esto, atajando mucho los principios, que aqui està todo el daño u remedio; y la que entendiere lo alborota, procure se vaya a otro monesterio, que Dios las darà con que la doten; echen de sì esta pestilencia; corten como pudieren las ramas; y si no bastare, arranquen la raiz; y cuando no pudiesen esto, no salga de una càrcel quien de estas cosas tratare: mucho màs vale, antes que pegue a todas tan incurable pestilencia. ¡Oh, que es gran mal! Dios nos libre de monesterio donde entra; yo màs querria entrase en éste un fuego que nos abrasase a todas.» Camino de perfecciòn, cap. 7. Obras, III, 43.



29 «Le troisième décembre (1641), elle arriva à Moulins, lieu destinè pour  rendre au ciel, par son trèpas, le saint dépôt, qu' il lui avait confié depuis tant d' anneés; employant les cinq jours qu' elle y demeura devant sa maladie, à enseigner plusieurs solides documents, spécialement d' un grand zéle: «J' aimerais mieux, dit-elle, voir fondre devant mes yeux un monastére de la Visitation, que d' y voir entrer l' ambition et le désir des charges. Celles qui s' en croient capables, sont celles qui le sont le moins; puisque l' humilité leur manque, qui est la meilleure disposition qu' on puisse avoir pour les bien faire.» Messire Henry DE MAUPAS du Tour, évêque du Puy, Vie, Paris, 1645, partie 2, ch. 27, pag. 369.- Cf. SACCARELLI, Vita, Venezia, 1753, lib. 2, cap. 35.- «Si nous savions l' humilité que Dieu requiert des Filles de la Visitation, et combien les âmes qui s' élèvent et font parade de vanité contrarient l' esprit de Dieu, nous demanderions que le feu du ciel pût consumer celles qui y contreviendraient.» Paroles consolantes recueillies par ses contemporaines pour tous les jours de l' année, 20 décembre. Vie et (Euvres, III, Paris, 1876, pag. 486.



30 «Ambitio est quaedam simia caritatis. Caritas enim patiens est pro aeternis; ambitio patituromnia pro caducis. Caritas benigna est pauperibus: ambitio divitibus. Caritas Omnia suffert pro veritate; ambitio pro vanitate. Utraque omnia sperat: sed longe dissimili modo: haec ad gloriam huius vitae, illa ad gloriam sine fine.» PETRUS BLESFENSIS, Epistola 14, ad Sacellanos aulicos Regis Anglorum. ML 207-47.



31 «Vosotras no quedàis màs honradas y el provecho perdido para lo que podriades màs ganar: ansi que deshonra y pèrdida cabe aqui junto... Dios nos libre de personas que le quieren servir, acordarse de honra: mirà que es mala ganancia, y, como he dicho, la mesma honra se pierde con de earla, en especial e las mayorias.» S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 12. Obras, III, 61, 62.



32 H. DE MAUPAS, Vie, partie 2, ch. 27; SACCARELLI, Vita, lib. 2, cap. 35: vedi sopra, nota 29.



33 «Fu dato ad un cavaliere napolitano il carico di Segretario del Regno, uficio di gran guadagno, ma di non minore pericolo. Prima di cominciarlo ad esercitare, infermò, ed era signore di coscienza e d' anima. Chiamato il P. Vincenzo a visitarlo, e pregato d' impetrargli la sanità: «Toglia Iddio, disse, che io tradisca la vostra virtù e l' amor chevi porto. Questa è grazia che Iddio vi fa, perchè vi vuol salvo, e vi coglie ora innocente, ciò che forse, sopravivendo voi, per cagion dell' ufficio, non potrebbe.» Morì il cavaliere, e si consolato con queste parole, come avesse in mano un pegno certissimo della sua eterna salvazione.» BARTOLI, Vita, lib. 2, cap. 13.



34 Meditationes vitae Christi, cap. 35. Opera S. Bonaventurae, VI, Lugduni, 1668, pars 1, pag. 359.- Si dicano: Meditationes «secundum Bonaventuram.» - Vedi Appendice, 10.



35 «Cum vulgo honos illius virtuti debitus haberetur, honorem aeque et honorantes gestu ac toto corpore, non tantum voce vultuque, aversabatur, indignum scilicet ratus christianum hominem veneratione delectari, Christi opprobria secum animo reputantem.» TURSELLINUS, S. I., Vita, lib. 2, cap. 3.



36 «La nostra perfezione sopra questi due poli s' aggira, nel desiderio di essere sottoposta a tutte, e nell' orrore di esser preferita nè pure alla minima fra tutte.» Detti e sentenze, § 5, n. 14: PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, in fine.



37 «Sponsae Christi estis: quid in hominibus gloriamini? Filiae Dei estis: nolite in carnis parentibus gloriari. In hoc vos ad invicem zelate: quaenam huic sponso carior, quaena, familiarior, quaenam gratior exsistat: quae humilior, quae obedientior illi sit, cui magis secreta committat, cui loquatur amplius, et familiarius revelet mysteria.» S. THOMAS A VILLANOVA, In Nativitate B. M. V.  concio 2, ad Moniales IV. Conciones, tom. 2.



38 Ps. LXXXIII, 11.- Questo dire, se non colle parole, almeno col fatto: entra in religione, non già per esser onorata, ma per vivere nell' umiltà. Il che viene molto espressivamente indicato dal PONTIFICALE ROMANO, De benedictione et consecratione Virginum, mentre alla novella sposa di Gesù Cristo, prima che riceva il sacro velo, fa cantare: «Ancilla Christi sum: ideo me ostendo servilem habere personam.»



39 Alphabetum Religiosorum. Opera S. Bonaventurae, VII, Lugduni, 1668, pag. 528.- Vedi Appendice, 10.



40 Nihil per contentionem, neque per inanem gloriam; sed in humilitate superiores sibi invicem arbitrantes. Philip. II, 3.



41 Il nome di questo santo abbate non è Pafnuzio, ma Pinufio (Pinuphius ovvero Pynuphius).- Io. CASSIANUS, De coenobiorum institutis, lib. 4, cap. 30 et 31; ML 49. col. 190-193: Collatio 20, cap. 1: ML 49, col. 1149-1151.- Vedi Appendice, 13.



42 «Erat vero valde vilis in vestibus, atque ita despectus, ut si quis illum fortasse nesciret, salutatus etiam resalutare despiceret.» S. GREGORIUS MAGNUS, Dialogorum lib. 1, cap. 4. ML 77-168.



43 «Aliquando venit hic Macarius Alexandrinus ad magnum Macarium qui erat in Scete. Et cum ambo essent Nilum transmissuri, accidit ut ipsi maximum pontonem ingrederentur; in quem ingressi sunt duo tribuni cum magno fastu et apparatu... Postquam ergo tribuni viderunt ipsos veteribus pannis indutos, et sedentes in angulo, humilem illam et tenuem vivendi rationem beatam iudicabant. Unus autem ex ipsis tribunis dixit ad ipsos: «Beati estis vos qui mundum illuditis.» Respondens autem Macarius, qui erat urbanus, dixit eis: «Nos quidem mundum illusimus, vos autem illusit mundus. Scias autem te non tua sponte hoc dixisse, sed prophetice: ambo enim vocamur Macarii, hoc est, beati.» Is autem eius sermone compunctus, cum domum venisset, vestes exuens, delegit vitam agere solitariam, multas faciens eleemosynas.» PALLADIUS, Historia Lausiaca, (De vitis Patrum lib. 8), cap. 19 et 20 (unita). ML 73-1112.



44 «Aliud est enim virtutem habere, aliud virtutis similitudinem: aliud est rerum umbram sequi, aliud veritatem. Multo deformior illa est superbia, quae sub quibusdam humilitatis signis latet.» Epistola 148 (al. 14), ad Celantian matronam, n. 20: inter Epistolas S. Hieronymi. ML 22- 1214. - Però, questa lettera non è di S. Girolamo ma di qualche suo degno contemporaneo, forse di Paolino o di Sulpizio Severo.






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